Avatar di Sconosciuto

Ricorda per sempre il cinque novembre

“Non è di un’idea che sento la mancanza ma di un uomo, un uomo che mi ha riportato alla mente il 5 novembre: un uomo che non dimenticherò mai” (Cit. da V per Vendetta)

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

Non doveva andare così. No che non doveva.

Soldi facili pensavi. La siccità si era portata via anche l’ultima bestia e lavoro non ce n’era. C’erano invece due bocche da sfamare, un futuro da costruire. Soldi facili. Com’è facile morire. Anche se hai ventidue anni e a casa una moglie e un bambino che ti aspettano.

Non doveva andare così. Non è giusto perdere un padre prima ancora di conoscerlo. Hai idea di che cosa sia stato crescere da solo? Con i racconti che si mischiano e si confondono con i ricordi, fino a non capire più dove cominciano gli uni e dove finiscono gli altri. In realtà non è vero che sia cresciuto da solo. C’era sempre quest’odio insieme a me. L’odio che cresceva sempre più forte, che mia aiutava ad andare avanti, a rispondere ai bulli, a mandare via le lacrime. Ti avrei vendicato, lo sai che l’avrei…

View original post 338 altre parole

Avatar di Sconosciuto

E tu, quanto ti fidi?

IMG_8232

Io non so se l’erba campa e il cavallo cresce ma bisogna avere fiducia (Totò).

Molte persone, se interpellate in materia, vanno fiere nel dire che la fiducia è una merce rara, un sentimento difficile, faticoso, causa spesso di grandi delusioni. Del resto c’è anche l’immancabile proverbio (“fidarsi è bene non fidarsi è meglio“), che porterebbe a pensare che in fondo non sia poi così conveniente fidarsi degli altri.

La cosa buffa è che, al contrario, se ci ragioniamo un attimo, ci accorgiamo che la fiducia è un comportamento spontaneo, inconsapevole, molto più diffuso di quello che crediamo. Per il semplice fatto che fidarsi è utile, anzi direi quasi indispensabile. Ogni giorno per andare al lavoro, per mangiare, per muoverci, per vivere, noi compiamo una serie infinita di atti di fiducia e per di più nei confronti di perfetti estranei. Il dentista che ci trapana un dente, l’idraulico che ripara la nostra lavatrice, il barista che ci prepara il tramezzino, il pizzaiolo dove andiamo a cena, il conducente della metropolitana che ci riporta a casa. Diamo fiducia non perché lo vogliamo, non perché ci fidiamo sul serio di quella persona, ma perché non possiamo farne a meno.

Quindi non è vero che la fiducia si dà solo alle persone che ci dimostrano esserne degne, né è vero che si dà per cose serie: in modo più o meno consapevole la fiducia si dà a tutti, per necessità, perché la fiducia ci fa vivere in un contesto sociale. Oltre a questo poi ci sono le persone di cui davvero, più o meno, ci fidiamo. E qui oggi vorrei indagare questo più o meno. Una persona o ci sta simpatica o ci sta antipatica. E’ bella o è brutta. Per la fiducia può non essere così. Infatti, al di là delle persone di cui non ci fidiamo, c’è poi una scala di livelli, perché la fiducia, a differenza di altri, è un sentimento quantitativo.

Al primo livello metterei la fiducia impulsiva. Quella che nasce senza ragione, la più superficiale e quindi anche la più ingannevole. Quella che appunto accordiamo agli sconosciuti, solo perché ci ispirano un qualcosa o, come detto, anche solo per necessità momentanea.

Poi c’è la fiducia ricambiata. Non so se mi fido di te, ma penso che dovrei, perché tu ti sei fidato di me e comunque faccio presto, eventualmente a cambiare idea. “Com’è l’acqua? Vai, buttai che è calda!“. E tu ti butti, se invece poi è gelata, domani ti rovino io!

Salendo ancora c’è la fiducia cameratesca. Quella che nasce sulla base delle esperienze passate insieme, soprattutto da piccoli o nell’adolescenza. So che mi dirai se ho un pezzo di verdura in mezzo ai denti o la lampo dei pantaloni abbassati. E’ la fiducia sentimentale, forse quella che più facilmente viene tradita, perché non si vive nel passato. E per quanto l’esperienza sia la base della conoscenza (quindi anche della conoscenza degli altri) è anche vero che il tempo a volte cambia le cose (e anche le persone). Il tu che conoscevo, di cui mi fidavo forse non c’è più. Posso ancora fidarmi?

Per questo bisogna salire ancora di livello, fino alla fiducia meritocratica. Quella che nasce e si sviluppa, ma soprattutto si avvalora nel tempo. La fiducia nell’onestà dell’altra persona, oppure nelle sue conoscenze. Mi fido che tu troverai la soluzione. La troverai e forse non sarà la migliore in assoluto, ma sarà la migliore in questa situazione. Soprattutto, sarà la migliore per me. Da te comprerei una macchina usata e ti presterei la carta di credito. E’ la fiducia razionale, basata sui fatti prima ancora dei sentimenti.

Esiste poi un ultimo livello, che va ancora al di là. Un livello che si raggiunge molto raramente. La fiducia che vince le vertigini. Che va anche al di là delle qualità dell’altra persona. Che ti fa avere fiducia magari anche quando sai benissimo che l’altro ti sta mentendo. Una fiducia immotivata ed inspiegabile che non cerca conferme nei fatti, perché non ne ha più bisogno. E’ quella fiducia che senti quando con quella persona ci giocheresti a pari e dispari per telefono.

La fiducia che ci fa credere ai miracoli (tu credi nei miracoli? Certo, almeno finché loro continuano a credere a me) e ci fa assistere a vere e proprie meraviglie. Che ci farà stare meglio, in ogni caso anche se nel passato l’averlo fatto ci ha provocato delle ferite. Perché come dice molto saggiamente Einstein (che nonostante quel taglio di capelli mi ispira fiducia), “preferisco essere ottimista ed avere torto che essere pessimista ed avere ragione”.

Avatar di Sconosciuto

Back to the Future. I 10 motivi per tornare nel 1985

ritorno-futuro2015

Ma chissà che delusione per Marty e Doc, partiti dal 1985 con la mitica DeLorean, in viaggio nel futuro, ritrovarsi in questo 2015! Perché, sì è vero, rispetto a trent’anni fa oggi abbiamo tante cose in più, la vita si è arricchita, si è allungata, si è facilitata. La rete ha annullato le distanze, prima i cellulari, poi internet hanno creato quel villagio globale che ci permette di dialogare tranquillamente con il famoso aborigeno australiano. E però, diciamocela tutta, potevamo fare meglio!

Allora, a parte il fatto che avevo 19 anni (che già di per sé questo basterebbe per prendere la DeLorean di quei due e tornarsene indietro), ho trovato dieci buoni motivi per essere delusi del 2015 e tornare al 1985.

Partiamo dai trasporti cittadini. Trent’anni fa i miei lavoravano all’Eur e noi abitavamo a Montesacro, dall’altra parte di Roma. Tempo di percorrenza media un’ora. Oggi io lavoro all’Eur e abito a Montesacro, tempo di percorrenza medio un’ora. Nel frattempo la tangenziale è stata collegata all’Olimpica, sono state create due gallerie nuove, il Gra è stato allargato con la terza corsia, un trenino urbano funziona anche abbastanza bene, la metro B ha una nuova diramazione e da pochi mesi hanno aperto la C. Ma non c’è niente da fare, Roma resta una città bella, bellissima, la più bella di tutte. Da venirci come turista.

In politica, uno che arrivasse qui oggi dall’85 farebbe fatica ad orientarsi: DC, PCI, PSI, PLI, PRI, MSI…Cazzaniga, nun te regghe più! Tutti morti e sepolti. Il guaio è che anche i nuovi non reggiamo più. Ma soprattutto, come Doc allora si meravigliava che era diventato presidente USA un attore di film western, pensate come si stupirebbe ora vedendo un cabarettista che ha aspirazioni da premier.

Sul cibo è una vera e propria tragedia. L’influenza aviaria, la mucca pazza, il merluzzo con il mercurio, le salsicce sono cancerogene (anche se io, a dire il vero, non le ho mai fumate), il salame fa venire i brufoli (va be’ quello anche trent’anni fa). Però, io dico, ma sul serio l’unica salvezza possibile è mangiare lattuga, carote e farro? Il tofu e il seitan sono il solo possibile futuro?

E restiamo in tema. Possibile che con tutte queste scoperte, con tutti questi scienziati, in questi trent’anni non si è ancora trovata una cura contro il cancro? Non doveva essere una, anzi, la priorità assoluta? Siamo sicuri che ad esempio, era proprio necessario perdere tempo con Saddam Hussein, Bin Ladem e i Talebani? Era davvero necessario finanziare le ricerche sulla coltivazione di alghe marine o mandare i satelliti su Marte?

Forse il cancro era troppo difficile. Ma almeno qualcosa contro l’alitosi e la puzza di ascelle? Niente eh! Va be’, ma allora ditelo!

In fatto di calcio si è avverato uno dei miei incubi peggiori. La seconda squadra della capitale in mano a dei paperoni americani. E lascia stare che essendo americani, sono anche un po’ farlocchi e per il momento si sono limitati a buttare soldi dalla finestra. Ma questi sono più ricchi del monopoli: dai e dai temo che prima o poi ci azzeccheranno. E allora la nostra già bistrattata città sarà in mano all’orda dei barbari .

In fatto di moda ha ragione Verdone. In questi trent’anni “se li semo tajati, se li semo allungati, l’avemo arricciati, l’avemo stirati, ma che ce dovemo più inventa’?” Effettivamente però, lo shatush, farsi i capelli a strisce colorate, ancora non l’avevamo visto. E avremmo preferito continuare a non vederlo.

In televisione abbiamo il grande fratello, gli amici di Maria de Filippi, c’è posta per te, uomini e donne, la prova del cuoco…devo continuare? Aridatece “quelli della notte”!!!

Sulla musica che dire? Nell’85 il concerto più bello a cui sarei potuto andare era quello del Boss. Oggi invece è esattamente lo stessa cosa.

Insomma, in questi trent’anni il progresso ha cambiato le nostre vite, ma non al punto da stravolgerle. Perché ha cambiato le cose, ma non le emozioni. E vorrei vedere le facce di Marty e Doc, atterrati qui nel 2015, speranzosi in macchine volanti, teletrasporto e chissà quali altri grandi invenzioni della scienza, scoprire che l’ultima meraviglia della tecnica sono dei bastoni di alluminio per farsi le foto da soli.

Anche loro avrebbero concordato che era meglio tornare nell’85!

 

 

Avatar di Sconosciuto

Non è tutt’oro quel che luccica

Se fossi qui mi lascerei
tentare dalle tue carezze
però ringrazio Dio che non ci sei
l’amore fa per noi ma separatamente
c’è gente che come me non si riprende mai, lo sai
guarda te questo straccio di vita cos’è
non la faccio finita soltanto perchè è pronto un altro caffè

Antefatto. Stamattina passeggiando per viale Libia (nota via dello shopping di Roma nord) mi è venuto in mente che avrei potuto comprare una chiave a dado (che mi sono perso) per il gabbiotto della caldaia, che ogni volta è uno strazio aprire e chiudere con le pinze.

Svolgimento. Viale Libia, su e giù. Poi macchina, viale Somalia, viale Eritrea, via Nomentana, Piazza Sempione, via Adamello, Piazza Menenio Agrippa e di nuovo la Nomentana. A casa, rassegnato alla tua assenza. Cara ferramenta, solo un ricordo di te. In compenso ho incontrato sei, dico sei, compro oro.

Conclusioni. Le lascio a voi. Io come il buon Max, non la faccio finita, incrocio le dita e mi bevo un caffè.

Avatar di Sconosciuto

Tu chiamele se vuoi….Emozioni Tag

emozionamitag

Premesso che i giochi a premi che imperversano su wordpress non è che proprio mi entusiasmino (e infatti sono solito declinare le pur cortesi nomination) oggi voglio fare un’eccezione. Sì lo so, questa cosa l’avete già sentita (anzi letta) quando addirittura mi inventai io un premio, il prestigiosissimo Superteleminchione-blog-award. Ma torniamo a noi, dicevo che voglio fare un’eccezione. Un po’ perché effettivamente è tanto che non mi cimento, un po’ perché mi va di fare da vetrina a nuovi blog scoperti da poco. Sarebbe stato facile citare i soliti Zeus o Gintoki e compagnia bella. No, facce nuove, almeno per me che li ho scoperti recentemente e spero per chi li leggerà.

Veniamo alle regole, che ovviamente come da tradizione non rispetterò. Il premio Emozionami Tag (o forse era Tag Emozionami? A quest’ora rischio di fare confusione) è stato inventato dalla bella e brava Dora di almenotu.wordpress.com e mi è stato ufficialmente conferito dall’altrettanto bella e brava Mrsbean di https://mrsbean73.wordpress.com/ Saltando in modo del tutto arbitrario tutte le altre regole me ne sono imposta una io. Ho inserito post di blogger che non conosco, né di persona, né virtualmente su FB. Questo proprio per ribadire quello che dicevo prima. Se non servono da vetrina, per far conoscere nuovi blog, a cosa servono questi premi?

Ma andiamo al nocciolo della questione: citare dieci articoli che vi sono piaciuti, vi hanno emozionato, vi hanno fatto esclamare “perbacco! Non sarà “Le avventure di Huckleberry Finn”, però è certamente una bel post“.

Cominciamo con un blog che forse molti già conoscono, ma per me è una novità relativamente recente: immagini , poesie, racconti. Vale sempre la pena passarci https://seidicente.wordpress.com/2015/10/08/fermo/

In questo blog trovate singole frasi, o immagini, sempre con qualcosa da dire e da trasmettere. Tipo questa https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2015/10/19/immagine-del-giorno-268/

Il blog di ninja non è roba semplice, né leggera. Ma una volta che ti ci imbatti non puoi non continuare a seguirlo https://ninjalaspia.wordpress.com/2015/09/14/il-godimento-della-scrematura/

Daria probabilmente la conoscete, ma io l’ho scoperta da poco e la leggo sempre. Perché? Be’, leggete qui e datevi una risposta!  https://erodaria.wordpress.com/

Un altro blog fatto di immagini e spunti sempre interessanti https://germogliare.wordpress.com/2015/10/18/cosa-e-giusto-fare-2/#comments

Lasciatevi incantare dai suoni poetici e dalle immagini degli Istanti Evanescenti. Tipo questo qui 0105

Aiutatemi a convincere questa amica che è assolutamente il caso di continuare a scrivere,  https://dellaleggerezza.wordpress.com/2015/06/20/la-vita-degli-altri/

Mela forse è già conosciuta dai più, il suo blog è sempre molto vario e stimolante, ad esempio, qui una bella riflessione sui blog https://lamelasbacata.wordpress.com/2015/10/12/del-parlar-di-blog-ed-altre-tortuosita-2/

Questa principessa è l’ultima scoperta. Una gran bella scoperta! https://nomaitroppotardi.wordpress.com/2015/10/16/un-post-al-giorno-una-constatazioneil-buon-we/

E finiamo con questo post di Giò. . Se non conoscete il suo blog male. Se non continuate a leggerlo dopo aver letto quest’articolo (uno dei tanti, la scelta era complicata) peggio per voi. Evidentemente non capite una cippalippa. A meno ché non siate norvegesi e non parlate una parola d’italiano. Allora magari siete scusati. Qui ho fatto una piccola eccezione perché il blog di Giò lo conosco effettivamente già da un po’. Ma mi piace troppo e mi piace troppe lei per non citarlo. E poi ve l’ho detto, faccio un po’ come me pare.

 

Avatar di Sconosciuto

Scritto sulla sabbia

2q3b09l

C’è un comune modo di sentire che predilige il duraturo al precario: dal mondo del lavoro, ai sentimenti, dalle opere d’arte alle grandi imprese. In effetti molte delle cose che giudichiamo di valore, derivano questo valore proprio dal fatto di essere imperiture, di essere al di là delle mode del momento. La casa costruita nella roccia, le parole scolpite nel marmo, potremmo fare centinaia di esempi. Il Colosseo sarebbe lo stesso così grandioso, così importante, così conosciuto se non avesse duemila anni? Ciò che dura vale, ciò che passa no. Eppure…

Eppure a pensarci bene i nostri legami, i sentimenti, gli amori, le amicizie anche quelle più autentiche, anche quelle più belle, più forti, anche quelle che durano da una vita, sono scritte sulla sabbia. Sono bellissime scritte, a volte sono costruzioni, sono castelli pieni torri e pinnacoli, ma poi arriva la marea e se li porta via. E il giorno dopo allora dobbiamo ricominciare. Sulla stessa spiaggia, sullo stesso mare, come diceva una canzoncina scema degli anni sessanta, ma ogni giorno siamo chiamati a costruire di nuovo.

E’ per questo che non possiamo aspettarci riconoscenza. O pretendere che quello che abbiamo fatto fino ad oggi possa servire anche domani. Tutt’al più, sapendo quanto sei bravo a costruire castelli, posso aspettarmi che anche oggi ne farai uno grande e bello, come gli altri. Ma non è mica detto. Magari oggi la sabbia è troppo asciutta. O troppo bagnata. C’è un vento che ti impedisce di innalzare i tuoi famosi pinnacoli. O semplicemente non ti va. Io so solamente che ne sei capace, se vuoi, perché mi ricordo quelli che hai fatto fino ad oggi.

Ti ricordi quant’era bello ieri? O quello dell’anno scorso? Certo che me lo ricordo, ma ora non c’è più. E tu devi farne un altro e devi farlo più bello se vuoi che domani me lo ricorderò. Me lo ricorderò e lo terrò dentro il cassetto dei ricordi, perché farà parte della nostra storia, la mia e la tua. Una storia che durerà nel tempo non perché costruiremo insieme il Colosseo, ma perché ogni giorno ci rimetteremo lì sul bagnasciuga, con paletta e secchiello a giocare con la sabbia. A scoprire insieme chi vogliamo essere, a costruire insieme l’eternità.

Avatar di Sconosciuto

Consigli di lettura non richiesti / 4. Lansdale – De Giovanni

Per i consigli di lettura di questa volta vi propongo una variazione sul tema. Come sempre vi do due consigli, ma non relativi a dei libri singoli, piuttosto a due serie. Non so voi, ma io, se un personaggio mi piace, mi innamoro follemente e quando la storia finisce, all’ultima pagina del libro, ci rimango malissimo. Forse per questo adoro le serie, che danno la possibilità di continuare la storia, che descrivono con sempre nuovi particolari il personaggio principale ed i comprimari, che alla fine ci sembra di conoscere come vecchi amici.

Potrei intrattenervi con Benjamin Malaussene di Pennac, Bandini di Fante, il commissario Adamsberg della Vargas o il mitico Jeeves di Wodehouse: magari un’altra volta, oggi riprendo invece una suggestione che avevo lasciato lì in una puntata precedente. Parliamo della coppia creata dalla fantasia del texano Joe Lansdale, parliamo della serie di romanzi di Hap e Leonard.

L’ambientazione è il Texas orientale, una terra ancora abbastanza selvaggia, con grandi contraddizioni, scontri razziali, scontri tra poveri, poliziotti corrotti e malavitosi spietati. Hap, bianco, democratico, che prende la vita come viene e Leonard, nero, omosessuale, repubblicano, arrabbiato con la vita, cercano di andare avanti con un loro codice morale, un’ironia irresistibile, un coraggio fuori dal comune. Le loro avventure sono un mix di noir, western, poliziesco e commedia romantiche. Una volta calati nel loro mondo sarà difficile staccarsene. La prima avventura è “Una stagione selvaggia” ed è assolutamente da leggere. Se siete un po’ dubbiosi e voleste fare un “tassello”, come si fa per i cocomeri per sapere se sono buoni, allora attaccate con “Bad Chili”, forse è il romanzo più divertente di tutti.

L’altro consigli di lettura è invece la serie del Commissario Ricciardi, scritta da Maurizio de Giovanni, ambientata nella Napoli degli anni 30. Il protagonista è un nobile poliziotto con uno stranissimo “dono”: lui “vede” lo spirito delle persone decedute in modo cruento negli ultimi attimi della loro vita, anche giorni dopo la morte, che continuano a ripetere le loro ultime parole. Da qui riesce a risalire a cosa è realmente successo, scoprendo verità nascoste e realtà incredibili. La sua è una sorta di maledizione, da cui vorrebbe tanto guarire. Le storie sono ambientate appunto in una Napoli bella e selvaggia, durante gli anni dell’ascesa inarrestabile del fascismo. Le storie si intrecciano con la Storia con la S maiuscola e con l’impossibile storia d’amore del protagonista con una vicina di casa. Tutti i personaggi che ruotano intorno a lui sono belli, veri, particolari: dalla tata che lo accudisce, al maresciallo compagno di avventure, dal medico legale suo amico alcolizzato antifascista, al “femminiello” che fa da informatore, fino alla bellissima nobile vedova che è perdutamente innamorata di lui, senza esserne ricambiata. Una girandola di facce talmente ben definite che dopo un po’ vi sembrerà di conoscere di persona. In effetti è strano che nessuno ne abbia ancora fatto una riduzione televisiva. Cominciate con la prima avventura per non perdervi il filo del discorso: Il senso del dolore, l’inverno del Commissario Ricciardi.

Come sempre buona lettura e ai prossimi consigli che arriveranno a novembre!

Avatar di Sconosciuto

Tua la Prinz senza ritorno. Ovvero, il post nostalgia

3704776801_196c860329

Ci sono tanti modi per stabilire l’età delle persone. L’aspetto fisico, certamente: il colore dei capelli (chi ancora ce li ha!), le rughe in viso o sulle mani. Poi c’è il modo di vestire, la scelta di un capo piuttosto che un altro. Arrivato alla soglia dei 50 (oddio come suona male questa cosa), un’età in cui una volta eri assolutamente adulto, (oggi pure, solo che ancora non lo sappiamo o facciamo finta), mi fanno molto sorridere i tentativi di chi pensa di ingannare la carta d’identità tingendosi i capelli, tirandosi un po’ qua e un po’ là,  vestendosi in modo improbabile.

Ma al di là di ogni possibile trucco, al di là di ogni finzione, di ogni apparenza, ci sono cose che ci inchiodano e ci identificano in modo inequivocabile. Noi diversamente giovani quasi cinquantenni di oggi facciamo cose apparentemente inspiegabili, diciamo espressioni oggettivamente strane, che solo noi capiamo.

Noi che abbiamo sulla spalla quella specie di bubbone, risalente alla vaccinazione contro il vaiolo (ma sul serio non volete vaccinare i vostri figli per contrastare le lobby farmaceutiche? E ditemi, avete paura anche delle scie chimiche? E degli UFO?). Altro che lobby farmaceutiche! A noi ci marchiavano come i vitelli! ma anche noi avevamo le nostre leggende metropolitane: alzi la mano chi non ha sentito la storiella dell’amico che aveva avuto una struggente notte d’amore con una passionaria bomba sexy, che alla mattina si era dileguata lasciando nello specchio del bagno l’inequivocabile scritta “welcome to the Aids world“: è vero ti dico, me l’ha raccontata mio cugino! Perché ai nostri tempi i cugini erano importanti. E anche le cugine, a dire il vero.

Noi se incontriamo qualcuno che si è appena tagliato i capelli ancora oggi sentiamo una specie di bisogno fisico  di dargli un bel “colletto” (ovvero una sberla sul collo “nudo” ed esposto agli elementi dopo il taglio). E quando qualcuno compie gli anni abbiamo un impeto irresistibile a tirargli le orecchie.

Noi e solo noi possiamo nominare i munghi. Questo finché c’era ancora qualcuno che diceva “e chi so’ i munghi?” e tutti in coro si rispondeva “so’ li …zzi così lunghi“. Che spesso si diceva fossero amici di Eros: “e chi è Eros?” e il coro rispondeva “il …zzo coi camperos“. Ecco, mia figlia diciassettenne neanche sa cosa sono i camperos. I munghi indicavano problemi insorgenti, situazioni complicate da affrontare oppure persone particolarmente brave o comunque capaci di svolgere particolari attività. E ho detto tutto.

Noi di fronte ad una scelta difficile possiamo esclamare convinti “ma che c’ho scritto Joe Condor”? Espressione che  arriva dritta dritta da Carosello, mitica trasmissione di quando eravamo piccoli. C’era questo personaggio, a cartone animato, che combinava casini a non finire, veniva preso in castagna e diceva questa frase che su per giù voleva dire “mica so’ un cojone!” e per questo veniva poi utilizzata per indicare cosa non si doveva fare, ciò che mai e poi mai avremmo fatto, nemmeno sotto tortura.

Noi che quando passava qualcuno in motorino, ovviamente un Boxer o un Sì, rigorosamente blu, urlavamo dai facci una pinna! La pinna o impennata si faceva alzando il motorino e quindi riuscendo a camminare solamente con la ruota davanti. Solo i più bravi, quelli con maggiore dimestichezza con il mezzo, riuscivano. E più a lungo si riusciva ad andare con una sola ruota, più si dimostrava la propria bravura. Al contrario, non c’era niente di più esilarante di chi ci provava e poi finiva per terra!

Ma soprattutto noi che se per caso passava quella fatidica macchina, magari di colore verdino, ci precipitavamo addosso al primo malcapitato, tirandogli una sberla sulle spalle, urlando “Tua la Prinz senza ritorno!!!” Infatti,  se dicevi solo “tua“, l’altro poteva restituirtela. Era oggettivamente brutta e in più, la voce del popolo diceva che portasse jella. Per essere brutta era brutta. Ma non più brutta di tanti altri modelli, tipici di quegli anni, Qualcuno dice che in realtà la fama iettatoria derivasse dal fatto che avendo il serbatoio davanti ed il motore dietro in caso di incidente diventasse molto più pericolosa di altre macchine.

Ma chissà! In ogni caso, cari coetanei e soprattutto splendide coetanee: lasciate stare i trucchi, buttate nel secchio le creme e le tinture. Rivendichiamo la nostra storia, le nostre stranezze, i nostri miti. Indossiamo le Clarks, imbracciamo una tolfa, continuiamo a ballare la nostra musica e lasciamo stare i vari “scialla” o “bella pe’ te” ai pischelli di oggi. Perché tanto non saranno mai fichi, né tanto meno sexy quanto lo eravamo noi!

Avatar di Sconosciuto

La descrizione di un attimo

L’attimo è l’emozione che precede l’azione. Non è importante quanto duri. Per quanto passi via veloce o al contrario, per quanto possa dilatarsi per durare più di quanto dovrebbe, non lo puoi misurare. Però puoi ricordare l’emozione che ti ha provocato l’attesa. E più è stata forte l’emozione dell’attesa, più quell’attimo avrà valore per te.

Hai appena scritto su what’up una frase memorabile, l’arringa perfetta delle tue ragioni, la dichiarazione d’amore che non eri mai riuscito a fare, la citazione più arguta ed ironica che potesse mai venirti in mente. E lei risponde.

E appare la scritta “tizia sta scrivendo“. Poi si ferma. E poi ricompare “tizia sta scrivendo“. E tu sei lì che pensi, “cavolo, stavolta ho fatto centro! Stavolta gliel’ho detto tutto e fino in fondo. Voglio proprio vedere cosa cosa mi risponderà”. Poi di nuovo pausa. E poi di nuovo “tizia sta scrivendo“.

Allora tu pensi “l’ho messa in crisi, ho colto il suo punto debole, finalmente sono riuscito ad entrare nella carne viva, nei sentimenti profondi. Un’altra pausa e poi ancora “tizia sta scrivendo“. Non stai più nella pelle, non vedi l’ora di leggere la risposta, “sta scrivendo un poema, perché non sa che dire. E ti credo! Ora finalmente si rivelerà, abbasserà le sue difese, mi svelerà le sue intenzioni, i suoi sentimenti più autentici.”

“Tizia sta scrivendo“. E tu assapori l’attimo dell’attesa, quell’attimo che si dilata fino a scoppiare. “Tizia sta scrivendo”. E finalmente la risposta arriva.

“Dici sul serio?”

 

Avatar di Sconosciuto

A proposito del suffragio universale

Per guidare una macchina ci vuole la patente. Per prendere la patente bisogna fare delle lezioni di guida, bisogna sostenere un esame di teoria, bisogna essere promossi. Per fare una cosa banalissima come portare la macchina bisogna prima STUDIARE.

E non parliamo del fare l’avvocato, l’architetto, il commercialista, l’ingegnere. O il medico. Ma anche per fare il barbiere bisogna studiare. Bisogna fare pratica, ma anche studiare la teoria, fare degli esami. Persino per cogliere i funghi ci vuole un patentino. Ovvero dobbiamo dimostrare di saperlo fare e di saperlo fare talmente bene da convincere qualcun altro che dica, “sì, questo qua è capace a portare la macchina, difenderti in tribunale, costruire una casa, salvare una vita, tagliare i capelli, raccogliere funghi”. Ecco.

Per votare è sufficiente avere 18 anni.

 

Voto