Sento sussurri di ipotetici accordi per un pareggio al derby di domani. Non scherziamo. Il derby si può vincere e si può perdere e fermo restando che fra loro ho amici fraterni, in quei 90 minuti si affrontano due visioni della vita incompatibili e inaccordabili. Giochiamolo e vinca il migliore!
Il migliore dei mondi possibile è un punto di vista. Non è il migliore dei mondi in assoluto. Nel migliore dei mondi in assoluto nel fine settimana c’è sempre il sole. Nel migliore dei mondi possibile fuori piove e allora si sta a casa e si gioca a risiko (poi magari si tromba pure). Nel migliore di mondi in assoluto non serve dare troppe spiegazioni, gli altri ci capiscono con un’occhiata, non ci sono incomprensioni, né fraintendimenti. Nel migliore dei mondi possibile si tenta di capirsi, ci si prova a spiegare e alla fine si rinuncia, ci si dà un bacio e magari però va bene lo stesso.
Nel migliore dei mondi in assoluto non si festeggia il 24 maggio. Il Piave non mormora, non c’è nessuna bella che deve dire ciao, non ci sono democrazie plutocratiche da sconfiggere, né razze ariane da salvare. Non ci sono trattati di pace, perché non ci sono guerre. Invece nel migliore dei mondi possibile c’è un maleducato che proprio quel 23 maggio 1992 lascia un chiodo sulla strada che da Punta Raisi arriva a Palermo. C’è una macchina che deve fermarsi a cambiare una ruota e che fa tardi all’appuntamento col destino.
Nel migliore dei mondi in assoluto la Lazio ha vinto più Champions del Real Madrid e più campionati della Juve. Nel migliore dei mondi possibile, quel 15 maggio del 99, Treossi di Forlì si rende conto che effettivamente Mirri trattiene Salas in piena area, fischia il rigore, vinciamo 2 a 1 e restiamo sopra il Milan.
Nel migliore dei mondi in assoluto non fa caldo, né freddo, non è secco, né umido. Al Polo sud nel mondo migliore possibile gennaio è il mese più caldo e fa-20. Nel migliore dei mondi in assoluto l’amore è eterno. Va be’, questo anche nel migliore dei mondi possibili. Almeno finché dura.
Io penso che il buon vecchio Leibniz non avesse poi tutti i torti. Non viviamo nel migliore dei mondi in assoluto. Ma possiamo vivere nel migliore dei mondi possibile. E strano a dirsi, per buona parte, dipende da noi.
Ci sono cose importanti e cose che ci importano. Non sempre le due coincidono. Ci sono cose che razionalmente riconosco essere molto importanti: la situazione economica del paese in cui vivo, l’effetto serra o la fame nel mondo. D’altra parte ci sono cose che emotivamente mi importano molto: il risultato della Lazio, l’aumento di stipendio, il meteo nel fine settimana.
Se volessimo catalogare, potremmo dire che alle persone profonde importano le cose importanti. Quelle superficiali ritengono importanti le cose che a loro importano.
Ma in fondo questa è una semplificazione che lascia il tempo che trova, perché fatta con la testa, più che con il cuore. E per fortuna noi essere umani ragioniamo molto più con il cuore che con la testa. Per questo l’importante, alla fine dei conti è ciò che ci sta a cuore. E anche sforzandoci non riusciremo mai ad avere a cuore una cosa solo perché è importante. E’ vero esattamente il contrario: una questione diventa importante se l’abbiamo a cuore, se il suo esito ci toglie il sonno, se riguarda cose o persone a cui teniamo.
E se è vero per le cose, per i fatti, per le situazioni, molto di più succede per le persone. So quello che mi piace e mi piace quello che so, cantavano i Genesis nel loro album più bello. E allo stesso modo potremmo dire che non sono nel nostro cuore le persone importanti, piuttosto le persone importanti, quelle di cui ci importa, sono quelle che stanno nel nostro cuore. E non sempre siamo noi a decidere chi o perché sono lì dentro. Però ci sono. A volte senza un motivo, a volte per un milione di motivi e altre ancora per uno solo, ma importantissimo.
Per un motivo o senza di esso, le persone importanti sono quelle di cui ci importa, perché sono lì nel nostro cuore, rendono belle le nostre giornate, ci mancano un minuto dopo che abbiamo finito la telefonata con loro, condividono con noi le loro ansie, le loro paure e i loro desideri. Ci sorprendono ricordando cose che anche noi avevamo dimenticato, ci fanno gli auguri a mezzanotte e un minuto e sanno indicarci le stelle nella notte oscura. Forse, banalmente, perché sono loro le nostre stelle.
Sei talmente brutto che quando da piccolo chiedevi ai tuoi genitori di andare allo zoo loro ti dicevano: “Eh no! Se ti vogliono vedere devono venire loro qua”.
La bellezza è opinabile. E’ un punto di vista, una sfumatura. A volte è controversa, è cangiante. La bellezza dipende dallo sguardo di chi guarda. La bruttezza no. La bruttezza è oggettiva. Poi certo, qualcuno dice che la vera bellezza è interiore. Ma allora perché vanno così tanto di moda i selfie e non le colonscopie?
La bellezza è poesia, è l’eterea sostanza dei sogni. La bellezza è dolce, profumata, è il cielo, l’acqua, l’aria. La bruttezza è terra, è sporca, puzza e ha la stessa ruvida pesantezza del turpiloquio. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.Mavattenaffanculo. Non c’è paragone.
Alla bellezza ci si può arrivare, si può costruire. La bruttezza è naturale, segue il corso delle cose, senza ostacoli, senza scorciatoie. Colpisce come un pugno in uno stomaco, come un peperoncino nascosto nella pasta. La vita è una scatola di cioccolatini. Ti è capitato quello sbagliato, che vuoi fare? Se sei brutto, sei brutto. C’è poco da fare.
Oppure c’è molto da fare. Anzi, c’è moltissimo. Perché quando non sei bello devi arrangiarti, devi trovare strade nuove. Devi azzardare, devi buttare il cuore oltre l’ostacolo. Quando sei bello la strada è spianata, le porte sono aperte e le possibilità sono lì, che aspettano solo te. Quando sei brutto, se vuoi arrivare, devi smettere di avere paura e provare ad arrivare oltre, al di là del fiume, per scoprire nuove terre. Se sei brutto te ne freghi e magari provi a pensare che la terra è rotonda e cominci a navigare verso l’ignoto per scoprire se davvero è così.
Se sei brutto provi a capire gli altri meglio degli altri e magari racconti storie che nessuno aveva pensato prima. Oppure provi a dire con i piedi quello che non riesci a dire a parole. O con la musica. E parli al cuore, perché quello non vede se sei bello o brutto, sta dentro alla cassa toracica, tra un polmone e un altro, mica sta lì a farsi troppi problemi. O magari cerchi di capire il mondo che ti circonda. E scopri che alla fine tutto è relativo. Anche la bruttezza.
Eh sì. Un vero peccato che mamma mi abbia fatto così bello.
Un po’ come le figurine quando eravamo piccoli. Non era semplice trovare la figurina mancante. Potevi avere decine, centinaia di doppioni, ma non contavano nulla. Se non avevi quella che ti mancava, le altre non avevano valore. Per questo avresti fatto a cambio di 100 contro una. Te le do tutte, tutto questo mazzetto se mi dai quella lì. Ed è buffo pensare che il suo valore fosse pari alla sua assenza. Quelle troppo semplici da trovare infatti non valevano nulla e al contrario quelle rare, quelle che non trovavi in nessun pacchetto, quelle sì che contavano davvero.
La vita però non è un album di figurine, non è un ce l’ho e mi manca. Soprattutto gli altri non sono una collezione da completare, anche perché non la completerai mai. Per fortuna ci sarà sempre una nuova figurina da aggiungere. Non solo. Potrà capitare che eravamo certi di aver riempito una pagina e invece si aprirà un nuovo buco, perché una figurina che pensavamo di avere non ci sarà più. E ci mancherà. Ci mancherà terribilmente, quando invece non avevamo mai capito prima quanto fosse bella e quanto rendesse speciale il nostro album.
Non abbiamo mai gli altri come fossero figurine, perché non li avremo mai una volta per sempre. Dobbiamo rimetterci in gioco, ricercarli ogni giorno, come se non ci fossero. Però è vero che a volte dovremo essere disposti a perderne molte, per avere in cambio quell’unica che vogliamo. Ed è proprio il fatto che ci manca che ci farà capire quanto saremo disposti a perdere pur di averla. Quanto coraggio, pazienza, follia avremo per rimetterci in gioco e andarla a ritrovare, per provare ad incollarla nuovamente dentro di noi.
Gli altri ci giudicano. Osservano e ci valutano. E anche dal più piccolo particolare si fanno un’idea. Magari non sanno come la pensi riguardo la fenomenologia dello spirito. Non hanno la minima idea su come ti poni rispetto al dubbio cartesiano. Né hanno voglia di sapere la tua opinione sull’imperativo categorico kantiano o sui giochi linguistici di Wittgenstein. Però guardano che macchina hai e si fanno un’idea. Osservano la tua acconciatura e si danno un giudizio. Valutano le tue scarpe o l’abbinamento cravatta camicia giacca e pensano di sapere che tipo sei.
Siamo onesti. Chi più chi meno, facciamo tutti così. E guarda quello che razza di tatuaggio, mamma mia che cafone che ascolta quella musicaccia, come fa quello a comprarsi quelle schifezze, quello si vede subito che ha gusto guarda che orologio. C’è poco da fare. Tutti. Chi si fissa sulle sopracciglia, chi guarda le caviglie, chi i piercing. Tutti.
Anche io ho le mie fisime, non lo nego. E infatti debbo dire che poi, in fin dei conti, non sono poi così contrario a questo giochino. Ognuno di noi si costruisce, più o meno volontariamente un’ immagine. Anche chi non bada all’immagine vuole dare un’immagine di sé. Non se ne esce! Poi certo, non si dovrebbe fermarci a quello, bisognerebbe andare oltre, non fermarsi alle apparenze, ma chi ne ha voglia? Chi ne ha tempo?
Comunque in questo discorso c’è una cosa che non tollero. Una cosa che proprio mi manda ai matti. Il vassoio. Non posso essere giudicato da un vassoio! A mensa, tu sei lì che cerchi di sopravvivere fra una pasta al pesto e un tacchino panato, tra un piatto di lenticchie e un arrosto di chissà quale animale. Ti scervelli, valuti i pro e i contro e alla fine scegli. E mentre sempre più perplesso ti appropinqui alle casse, arrivano quelli che stavano dietro di te in fila. E cosa fanno? Guardano il tuo vassoio. Lo guardano e poi guardano te. E tu vorresti dire “non c’era altro“, “io non volevo scegliere questo“, “guarda che il resto è peggio“. Ma non c’è niente da fare. Quella smorfia di disgusto, la ripugnanza dell’espressione del suo volto non è più solo sul vassoio. Eh no! Ti giudicano. Si fanno un’idea. E il merluzzo lesso diventano i tuoi calzini. La pasta con i broccoli è il tuo taglio di capelli, il petto di pollo le tue letture.
Per questo vorrei fare un appello. Giudicate le mie giacche, perculeggiate i miei gilet, valutate le mie scelte in fatto di musica o di libri. Sparlate della mia macchina o delle mie vacanze. Ma il vassoio no. Il vassoio non vale.
“Quando gli Dei vogliono punirci, esaudiscono i nostri desideri“. (Proverbio Arabo)
Oggi come oggi, capire cosa si vuole diventa sempre più complicato. Quando siamo piccoli i nostri desideri sono chiari, nitidi, forse irraggiungibili, ma univoci. L’adolescenza è di per sé un moltiplicatore: si vogliono tante cose, si vuole l’eccesso, cominciano i dubbi. A volte si vorrebbe una cosa e il suo esatto contrario. Crescendo le idee si chiariscono, gli obiettivi si delineano, si scartano quelli irrealizzabili, si lasciano per strada quelli inutili, si punta dritti alla meta. E poi? Una volta raggiunto l’appagamento per quelli realizzati e messa una pietra sopra a quelli sfumati, che cosa ci resta?
Sarà per quello che, come spesso si sente dire in giro, gli uomini raggiunti una certa età (chi dice 40, chi dice 50…facciamo una via di mezzo e non se ne parli più), gli uomini dicevo (ma perché le donne no?) ad un certo punto fanno cose insolite. Chi si tinge i capelli, chi tenta nuove avventure amorose, chi prova a cambiare lavoro. Come se ad un certo punto ci fosse bisogno di desideri diversi, strade mai percorse prima, che forse possono dare nuove emozioni.
E’ come se i vecchi desideri, ormai realizzati, diventassero delle gabbie: da obiettivi a cui puntare, sono diventati parte di noi e parte di quello che gli altri si aspettano da noi. E allora che cominciano a diventarci stretti, che sembrano essere ostacoli che non ci fanno vivere la vita che si vuole, ma quella che gli altri vogliono da noi. Per questo alcuni li sminuiscono, li danno per scontati. Ma alla fine dei conti si rischia di dimenticarci che la felicità è una scelta. Che dipende da noi e che probabilmente prescinde dai desideri più o meno realizzati.
Da parte mia, ve l’ho già detto anzi scritto altre volte, niente mi piace di più del rincorrere i desideri degli altri, delle persone a cui voglio bene, per aiutarli a raggiungerli. Non saprei, anzi tenderei ad escludere che sia un atteggiamento puramente altruistico. Ma è il mio. E non da oggi. In fondo c’è chi colleziona farfalle, chi fa corsi di paracadutismo, perché io non dovrei sentirmi un po’ genio della lampada? O forse il mio treno dei desideri, come cantava Paolo Conte, nei miei pensieri, all’incontrario va.
How can I give love when I don’t know what it is I’m Giving? How can I give love when I just don’t know how to give?
Già altrove vi ho raccontato come la penso sulla forma e la sostanza e sull’importanza che si dà all’una e all’altra. Vi ho già detto che ho rivisto certi atteggiamenti un po’ manichei, che mi facevano puntare tutto sull’una a discapito dell’altra. In effetti due vicende recenti mi hanno sempre più convinto che debbo approfondire questa revisione e di conseguenza l’ordine di priorità delle cose.
La prima sono stati i disordini di Milano. Per quale motivo 4 figli di papà (secondo Renzi), un branco di teste di cazzo (secondo me) vanno lì a contestare l’Expò? C’è un motivo? Ma soprattutto, interessa a qualcuno quale sia il motivo? No! Perché qualsiasi possa essere il motivo è inaccettabile che venga portato avanti in quel modo. Qui la forma è molto più importante della sostanza.
Seconda vicenda la modifica della legge elettorale. Anche qui, il modo di fare arrogante di Renzi ha messo in secondo piano la sostanza della legge perché non è un dettaglio il modo in cui verrà approvata una legge che stabilisce le regole del gioco. Potrà essere giusta o sbagliata, potrà essere una porcata o la migliore delle leggi possibili, ma non importa. Se la approvi a colpi di fiducia tutto va in secondo piano. E ti meriti tutti gli insulti che stai ricevendo.
La forma è sostanza. E la sostanza da sola non basta. neanche la sostanza più sostanziosa, da sola non basta. L’amore non basta. Non basta se ha la forma sbagliata. Non basta se non riesce a modellare la sua forma su quella dell’altro. Non basta voler bene se non riesci ad esserci. Non basta esserci se non riesci a farlo nel modo giusto. Non basta trovare il modo giusto, se non è quello che mi serve in quel momento. Se non voglio che tu mi stia addosso, non basta dire, volevo solo dormirti addosso. Se volevo che tu stessi lì accanto a me e tu non c’eri, non serve a niente aver avuto le migliori intenzioni per esserci. Le intenzioni non interessano a nessuno. Quel che conta sono i fatti.
Il fatto è che non si finisce mai di aggiustare la forma. Non si finisce mai di capire quale sia il modo giusto per esserci. Non si finisce mai di imparare il come. Non si finisce mai. Perché, più volte di quello che crediamo, il come è più importante del quanto. Il come è più decisivo del se. Il come sarà ciò che farà la differenza.
Si è vero, sono io il più bravo, si è vero, sono io il più bravo, nessuno è bravo come me! Si è vero, sono io il più saggio, sono io il più intelligente e vuoi sentire come canto bene.
Come spesso gli capita il mio amico Zeus (quando non scrive di musica al cui ascolto preferirei di gran lunga essere chiuso in ascensore con uno che soffre di aerofagia), con questo post, pone una questione centrale, una domanda minchiona, ma allo stesso tempo nevralgica sulla sanità mentale di chi scrive su un blog.
Non credo a quelli che dicono di scrivere per se stessi. Come diceva Eco “l’unica cosa che scriviamo per noi stessi è la lista della spesa per il supermercato“. Tutto il resto lo mettiamo in comune, lo tiriamo fuori e lo rendiamo pubblico. Ci fa piacere che qualcuno lo legga, lo commenti, lo trovi bello? Se non è così, evidentemente, abbiamo qualche problema (che poi, in realtà già il ritenere di scrivere qualcosa di bello, qualcosa che qualcun’altro trova interessante, di per sé nasconde a suo volta qualche problema). Scrivere è un modo di esprimersi, di mettere in gioco se stessi, come dipingere, suonare, cucinare, amare. Lo si fa solo per se stessi? Perché mai? Oddio, non sto dicendo che le attività onanistiche siano prive di soddisfazione, però, insomma di solito ci si diverte di più in compagnia. Sulla questione specifica avevo già scritto qui e non penso ci sia tanto da aggiungere.
Tornando alla domanda di Zeus, come ho già scritto altre volte, il blog nasce dal mio profilo Facebook ed è un legame che non si è interrotto, né ho intenzione di interrompere: sono due facce della stessa medaglia, anzi la faccia è una sola ed è la mia. Vi piace? Sono contento. Non vi piace? Me ne farò una ragione. Non scriverò di più, né di meno per questo. Scrivo quello che mi passa per la capa. Siano minchiate (molto spesso) o cose più seriose, comunque riflettono il mio stato d’animo. Ho scritto post per scaricare la rabbia o per dare spazio alla gioia. Li ho scritti per una persona che sapevo li avrebbe letti, per dirgli qualcosa che solo lei avrebbe capito. E ho scritto cose per qualcuno che non li avrebbe mai letti. Ma io avevo bisogno di scriverli. Ho scritto storie che mi frullavano per la mente, che erano nate e sarebbe morte lì, ma mi dispiaceva, perché erano storie che pensavo valesse la pena raccontare. Molto spesso al termine dei post metto una canzone, che nella mia mente dovrebbe fare da sottofondo alla lettura, dandogli il giusto accompagnamento, il tono, il colore, il sentimento che avevo mentre la scrivevo.
Riguardo gli altri blog. WordPress mi dice che seguo 323 blog…ma neanche se non avessi nulla da fare tutto il giorno potrei seguirli tutti! Alcuni me li perdo per strada, altri non capisco neanche più perché avevo scelto di seguirli. Ma alcuni li amo! Ci trovo sempre spunti, riflessioni, immagini, assonanze che mi piacciono quasi a prescindere. Lo confesso, verso alcuni sono un everything likers e manco me ne pento (perché dovrei). E infatti con molti di questi non potevo limitarmi al blog e sono nate belle amicizie anche al di fuori di qui. A volte li leggo dal blackberry e quindi commentare diventa complicato, a volte ci ritorno dopo anche solo per leggere i commenti altrui.
Non ho risposto all’alternativa posta da Zeus. Non sono il Re dei un’isola deserta, non perché non sia Re (delle minchiate), ma perché non vorrei che il blog fosse un’isola, tanto meno deserta. Ma non credo neanche nel blog sociale. Questo è il mio blog, è una traccia di me: per questo (come ho fatto anche stavolta) spesso richiamo post precedenti. C’è un filo logico (magari di una logica minchiona), che dovrebbe legare i post, creando un collegamento, una coerenza di fondo. Sono assolutamente graditi i commenti e i contributi di tutti coloro che pensano di avere qualcosa da dire qua sopra, ma non lo condividerei con nessuno (infatti faccio spesso richiami ad altri blog e amo farlo perché mi piace sempre dare consigli non richiesti, ma non ho mai ribloggato articoli altrui qua dentro).
Nietzsche prima di uscire totalmente fuori di testa (ma già sulla buona strada per farlo) scrisse il famoso Ecce Homo: un libello in cui si scagliava contro tutto e tutti, in cui il terzo paragrafo si intitola “Perché scrivo libri così belli“. Ecco, se un giorno doveste leggere un post con quel titolo, abbiate pazienza e ricordatemi per come ero prima. Non fiori, ma minchiate a fin di bene.
Trent’anni fa. E se in questo articolo vi ho raccontato un giorno in particolare, oggi parlo invece di un periodo. Generico e specifico insieme.
Ci sono due teorie, due filosofie, due impostazioni di vita diametralmente opposte. Un po’ come destra sinistra, doccia o bagno, mamma o papà, mare o montagna: chi ama i “ritorni al passato”, chi cerca gli amici delle elementari su FacciaLibro, chi vuole rincontrare pezzi delle sue vite precedenti e chi invece odia tutto ciò.
Alcuni dicono “Ma se non ci siamo più visti da trent’anni, ci sarà un motivo?” Logica stringente la loro, indubbiamente. Ma che come tutte le cose logiche e ragionevoli a me non convince. Ci possono essere cause occasionali o semplicemente casi della vita che ci allontanano. La vita è un treno in corsa, le situazioni cambiano, le cose e le persone sono in movimento. Eppure, alcune cose rimangono sempre uguali. Almeno per me. Sarò un’eccezione? Sarò un caso di scuola? Sarò semplicemente un uomo con poca fantasia? Può darsi. Però…
Però se mi fermo a riflettere, non posso non riconoscere che, se escludo i figli, sono poche le cose o le persone veramente fondamentali che la vita mi ha aggiunto in questi ultimi trent’anni (“ancora co ‘sti trent’anni? Ma che c’entra?” Tranquilli, ora ve lo spiego). Amo la stessa donna (o quasi: a voler essere pignoli lei arrivò giusto un anno dopo), i miei amici, le persone a cui sono più legato sono le stesse, leggo ancora Tex, sono un filosofo della minchioneria e la Lazio è in grado ancora di esaltarmi o di deprimermi. Uomo di poca fantasia, senza dubbio.
Fatto sta che trent’anni fa, in questo momento, se non ero ubriaco, probabilmente ero sui libri a studiare. Per la maturità. Altro fatto è che stasera uno dei miei migliori amici, l’unico che avrebbe potuto farlo, ha mandato una email a tutti (e quando dico tutti, significa proprio tutti. O quasi), dandoci un appuntamento nella nostra vecchia scuola per una serata “all together, again“. Un po’ come una specie di “Compagni di scuola” o del più nobile “Il grande freddo” (ma sono sicuro che non sarà né l’uno, né l’altro).
E’ vero, le persone con cui ero più legato continuo a sentirle (spesso) e a vederle (molto meno di quanto vorrei). Ma sono proprio contento lo stesso, anche di vedere tutti gli altri. Fosse anche per una sera soltanto, saremo di nuovo tutti insieme. Sarò insieme alle persone con cui ho vissuto gli anni più belli della mia vita, quando il mondo era un quaderno bianco su cui scrivere, quando tutto sarebbe stato ancora possibile.
E il fatto di non avere rimpianti, il fatto di essere tutto sommato soddisfatto del percorso fatto da allora ad oggi, della storia scritta su quel quaderno, non toglie la nostalgia delle sensazioni che provavo allora. Non c’è contraddizione fra le due cose: possiamo essere pienamente realizzati, possiamo essere legittimamente orgogliosi di quello che abbiamo costruito e possiamo non avere alcun rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma nulla, nulla al mondo mi potrà impedire di sorridere sognante ed incantato, ripensando a quell’anno, a quel leggendario, straordinario, irripetibile, millenovecentottantacinque.
A questo punto avrei voluto chiudere con il video di “Compagni di scuola” quando Angelo Bernabucci non riesce a riconoscere il povero Fabris (No, m’arendo e tu chi dovresti da esse), ma youtube dice che il video non può essere visto nel nostro Paese per una questione di diritti (è un po’ anche di rovesci, della medaglia). Allora metto questa canzone, che lo stereo della macchina di allora ad un certo punto metteva su da solo, tanto la ascoltavo. Mentre la aspettavo sotto casa sua. Il boss mi prestava le parole e le emozioni. E se anche non andò come avrei voluto, fa lo stesso, perché come dicevo prima non è tempo di rimpianti. E’ tempo di ricordi. Belli, intesi, autentici, nostri. Che nessuno potrà mai portarci via.