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Non c’eravamo tanto amati

Cosa possiamo dire di questo strano governo? Innanzitutto l’abbinamento cromatico in stile peperonata certo non aiuta. Direi anzi che almeno per me, è davvero un dito in un occhio. Ma tralasciando l’estetica, andando alla sostanza, possono seriamente lavorare insieme due partiti che in questi anni si sono reciprocamente insultati peggio di due curve in un derby? Pidioti e grullini, al di là della contingente necessità di tenere a freno il comune nemico leghista, troveranno terreno comune sul quale sviluppare iniziative condivise? La necessità di evitare l’aumento dell’Iva, l’Europa che benedice questa nuova alleanza, lo spread che cala e la borsa che si impenna, possono essere il collante per due formazioni geneticamente così distanti fra loro? La prospettiva di eleggere gli Amministratori Delegati di tutte le grandi aziende pubbliche, i presidenti delle principali Autorità indipendenti (tutti in scadenza da qui a sei mesi) e fra due anni il Capo dello Stato, sarà un buon motivo per mettere da parte i dissapori e trovare una linea comune?

La politica è l’arte del possibile, la scienza del relativo diceva Bismarck. E aveva ragione. Del resto non credo che fra SPD e CDU in Germania ci sia questa corrispondenza di amorosi sensi. O restando dalle nostre parti, qualche anno fa, fra i vecchi partiti della prima repubblica costretti a stare insieme da una legge elettorale proporzionale e lo spauracchio del comunismo dall’altra. E infatti lì torneremo. Al proporzionale, intendo (il comunismo lasciamolo a chi c’ha il rolex), perché l’onda lunga del maggioritario, l’uomo solo al comando, è il vero sconfitto di questi ultimi anni, in ognuna delle personificazioni che questa tendenza ha di volta in volta assunto.

Evidentemente nel DNA degli italiani c’è questa tendenza insopprimibile al compromesso, alla negoziazione di esigenze diverse. Che di per sé non è un aspetto negativo perché smussa gli estremi più radicali e sviluppa la propensione al dialogo. D’altra parte l’esempio più evidente ce l’abbiamo avuto proprio con la fine dell’alleanza di governo precedente. Non sono state mica le distanze ideologiche a farlo cadere, non sono stati i temi sui quali non la pensavano allo stesso modo (e ce ne erano anche fra Lega e 5 stelle): è caduto quando sono aumentati gli appetiti di uno dei due che ha pensato bene (anzi, male) di poter fare l’asso piglia tutto. Sarà forse il nome Matteo che sviluppa l’ego al punto da far perdere i contatti con la realtà?

Per questo a tutte le domande iniziali la risposta non può che essere affermativa. Riusciranno a governare, facendo una sintesi delle posizione differenti, almeno fino a quando avranno entrambi voglia di dialogare. E considerate le alternative, c’è da augurarsi che questa voglia non gli passi troppo velocemente. Magari continuando a starsi reciprocamente sulle palle! Perché, in fin dei conti, devono governare insieme, mica devono andare a mangiare la pizza il sabato sera!

 

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Los Angeles: the End of Trial / 5

Los Angeles l’avevamo scelta principalmente perché era la tappa più semplice per rientrare in Italia. Nel viaggio di 25 anni fa eravamo stati a San Francisco, rimanendo lì per una decina di giorni ospiti di parenti, ora quindi avevamo qualche curiosità per la città degli angeli ed i suoi miti cinematografici. Diciamo subito che ci ha deluso molto. Dopo le grandi bellezze dei parchi e le follie di Las Vegas avevamo pensato di riposarci un paio di giorni nelle spiagge dell’oceano e quindi avevamo preso un appartamento alla famosa Venice Beach. E mal ce ne incolse! Purtroppo ingannati da qualche commento evidentemente pilotato siamo finiti in un posto assurdo, sporco, decadente, lontano parente rispetto a quello presentato nelle foto. Lezione da imparare e tenere a mente: le recensioni vanno lette tutte e soprattutto vanno valutate! Infatti fra i diversi giudizi positivi (tutti americani) ce ne era anche qualcuno molto negativo (guarda caso francesi e spagnoli). Morale della favola, nonostante avessimo già pagato l’intero importo, abbiamo deciso di andare via, scegliendo un albergo in un’altra zona.

Infatti, oltre ad essere una catapecchia la casa che avevamo scelto, siamo rimasti inorriditi anche dalla località. Speriamo che la nostra Venezia non si riduca mai come la sua omonima americana! Evitate di andarci e se proprio volete dargli un’occhiata vi consiglierei di farlo di giorno. Il ché non vi impedirà di vedere tossici e sbandati buttati per le strade, ma forse vi eviterà qualche guaio peggiore!

In effetti, come capita anche ad altre grandi città, ma in particolare in questo caso, parlare di Los Angeles è davvero un’astrazione. Basti pensare che la sua estensione geografica è pari alla regione Lazio: in realtà sono tante città messe insieme, l’una totalmente differente dall’altra, attraversate da strade gigantesche sempre, costantemente piene di un traffico senza regole se non quello del limite di velocità. Per il resto in quelle 5 o 6 corsie ognuno fa quel che vuole, superando sulla destra oppure uscendo o cambiando direzione senza mettere frecce. Il traffico è la metafora di come vivono gli americani: ognuno fa quel che vuole, (apparentemente) nessuno controlla, il più forte va avanti, gli altri rimangono indietro. In questo Los Angeles con i suoi eccessi e le sue contraddizioni è assolutamente esemplificativa. Puoi trovare le magnifiche ville di Beverly Hill ed insieme lo squallore più assoluto di Venice. Ma anche nella stessa Hollywood Boulevard, accanto o direttamente sopra le famose stelle delle star, incontri dei relitti umani abbandonati a se stessi come fossero rifiuti.

Personalmente sono sempre stato antiproibizionista. Ritengo che la legalizzazione delle droghe sarebbe un colpo mortale per le mafie di qualsiasi latitudine e non cambio opinione. Però girando per Las Vegas e ancor più a Los Angeles capisci che in ogni caso qualsiasi legalizzazione non dovrebbe mai significare un libero smercio senza regole. Quello che ho visto lì, la quantità di larve umane ad ogni angolo delle strade non può non farti riflettere. Ma passiamo alla descrizione di questi ultimi due giorni di viaggio.

Come detto il primo giorno, arrivati verso l’ora di pranzo, l’abbiamo perso per trovare una sistemazione migliore di quella già prenotata, poi in serata abbiamo fatto un giro a Manhattan Beach, altra località di mare, meno famosa, ma decisamente più frequentabile. Il giorno dopo ci siamo diretti al Griffith Observatory, uno dei punti migliori per vedere dall’alto la città e per ammirare la famosa scritta Hollywood che la contraddistingue.

Nel pomeriggio poi ci siamo spostati prima in Hollywood Boulevard, la già citata via delle stelle del cinema e poi a Rodeo Drive, la famosa via della moda di Beverly Hill.

In serata poi ci siamo spostati nuovamente al mare, stavolta a Santa Monica dove termina la Route 66.

Il giorno dopo, avendo il volo in tarda serata, abbiamo continuato il giro della città. In mattinata abbiamo visto Downtown, girando un po’ fra i grattaceli (niente a che vedere con New York) e alcune cose caratteristiche, come la biblioteca in stile tempio egizio, famosa per essere stata set di Ghostbuster.

Nel pomeriggio abbiamo fatto un tuffo in Messico, visitando il caratteristico El Pueblo, un mercatino etnico molto simpatico e poi ci siamo spostati nella famosa Melrose Avenue con i suoi caratteristici murales.

Voi direte, tutto qui? Ebbene sì! Certo, poi si potrebbero visitare gli Studios di Hollywood o andare a Disneyland, il primo parco a tema di questo genere, altrimenti  mi dicono molto bello anche il Getty Museum, il museo di arte contemporanea, ma al di là di questo, la – o meglio – le città che compongono Los Angeles non offrono molto altro. E così, 18 giorni e 6300 chilometri dopo, abbiamo lasciato la nostra macchinona al parcheggio della Alamo e ci siamo imbarcati per Roma, dove siamo atterrati quasi 24 ore dopo (11 di volo, 2 di ritardo, 9 di fuso orario).

Che dire in conclusione? Senza dubbio un viaggio indimenticabile, che ti lascia nella mente dei paesaggi indimenticabili e qualche interrogativo sull’America e gli americani.  Rispetto a 25 anni fa, per certi versi ho notato meno differenze: mi ricordo che rimasi letteralmente sconvolto dalla quantità di persone grasse, ma soprattutto dalla tipologia, perché gente in carne ce n’è anche da noi, ma persone così sformate dall’adipe è raro vederne. Allora erano molto più frequenti di oggi. In questo sono migliorati, anche se continuano ad avere un alimentazione esagerata di zuccheri e di grassi.

Basti pensare che la coca cola costa meno di un acqua minerale e soprattutto – delizia dei miei figli – il secondo (ma ho idea anche il terzo o il quarto) bicchiere di qualsiasi bibita gassata è gratuito, compreso nel prezzo del primo. A me certe cose sembrano contraddizioni enormi, come la lotta che fanno contro il fumo: le sigarette sono vietate ovunque, poi però come dicevo trovi tossici e sbandati al primo incrocio. Non esiste una mentalità ecologista di massa, non abbiamo trovato raccolta differenziata dei rifiuti da nessuna parte, in nessuno dei 6 Stati che abbiamo visitato. Però in compenso ho visto cani…con le scarpe!

Insomma, se è vero che loro sono qualche anno avanti a noi, auguriamoci di andare in un’altra direzione, perché non credo proprio che la loro sia quella giusta.

Spero di aver dato qualche suggerimento utile per chi volesse ripercorrere anche solo in parte il nostro percorso. Ovviamente se avete domande o curiosità specifiche su qualcuna delle località raccontate sarò ben felice di darvi qualche consiglio in più.

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Viva Las Vegas! / 4

Las Vegas sembra uscita fuori dalla mente fantasiosa di un disegnatore di fumetti. Non mi sarei stupito se mi avessero detto che in realtà era nata come set di un film di Walt Disney! Di fatto, più che una città, è un gigantesco Luna Park con attrazioni ad ogni angolo della strada. E non a caso ho usato il singolare, perché in realtà la città è solo una strada “The Strip” lunga una decina di chilometri, con molte traverse che però di fatto non portano da nessuna parte. Tutto si svolge lì, lungo questa interminabile giostra, dove hanno riprodotto le più grandi opere architettoniche del mondo: dal Colosseo, alla Sfinge egizia, la Torre Eiffel o il campanile di San Marco.

Arrivando verso l’ora di pranzo, abbiamo deciso di dedicare il pomeriggio allo shopping, facendo un giro al North Premium Outlet, un grande centro commerciale dove i prezzi dei prodotti delle marche statunitensi, si trovano a prezzi inimmaginabili: magliette Lacoste o borse Michael Kors a meno di un quarto di quanto si trovino altrove. Una cuccagna per la parte femminile della nostra comitiva. Una specie di disgrazia per noi maschietti che non riuscivamo più a trascinarle via!

Nel tardo pomeriggio ho accompagnato il figliolo ad una meta per me sconosciuta, ma non per lui che si guarda queste trasmissioni strane che danno su Sky. Una di queste si chiama Gold & Silver Pawn – Affari di famiglia ed è girata proprio qui, in un negozio di pegni in cui si trovano grandi pezzi di antiquariato, stranezze e paccottaglie varie insieme a veri e propri cimeli: armi della guerra di secessione, piuttosto che oggetti appartenuti a quella o quell’altra star. Cinfesso che non l’avevo mai sentito nominare prima, ma mai avrei creduto di trovare una vera e proprio folla che visitava il negozio e fotografava l’insegna fuori neanche fosse un monumento famoso!

La sera poi abbiamo percorso un bel tratto della Strip, visitando qualche Casinò e quindi buttando qualche dollaro nelle famose slot machine. Che rispetto a quanto mi ricordavo hanno perso molto del loro fascino: non c’è più la famosa leva che faceva muovere il meccanismo del gioco, né ci sono più i gettoni. Tutto elettronico, tutto molto più silenzioso, ma anche molto meno “poetico”! Lo sono sempre state, ma adesso ancor più, possiamo dire che sono solamente macchinette mangia soldi. La cosa più bella sono i giochi d’acqua organizzati nella piscina del Bellagio, anche questa una perfetta ricostruzione di quello del Lago di Como.

Ogni quarto d’ora le fontane si scatenavano al ritmo di musica, ogni volta diversa: dall’immancabile Elvis al sempre azzeccato Glenn Miller, bisogna dire che è forse l’unica cosa veramente bella e non pacchiana. A parte questo il lusso degli alberghi-casino e le luci sfavillanti delle varie attrazioni fanno da stridente contraltare con tutto il resto: basta voltare un angolo, girare per le traverse che ti allontanano da questa enorme giostra e ti trovi davanti ubriachi o tossici buttati per strada, abbandonati a se stessi come da noi neanche un cane randagio. La presenza massiccia delle forze dell’ordine attutisce solo un poco il disagio e la sensazione di insicurezza che si prova, ma purtroppo questa è l’altra faccia della luna, che a Los Angeles avremo poi modo di vedere in tutta la sua drammaticità.

Ed è proprio quella la meta verso la quale ci dirigiamo il giorno dopo, per terminare il nostro lungo viaggio sulle spiagge della California!

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I parchi dello Utah: Canyonland, Arches, Bryce Canyon / 3

Pur essendo Stati confinanti e tutto sommato molto simili geograficamente parlando, tra Arizona ed Utah la differenza salta agli occhi. Soprattutto se come noi passate dalla riserva Navajo! Da una parte casette mezze diroccate, baracche in legno e lamiera, terra deserta a perdita d’occhio, dall’altra villette con giardinetto e bandiera americana, campi coltivati anche in maniera intensiva. C’è poco da nascondere, purtroppo la situazione dei nativi americani è ancora molto critica, l’integrazione c’è stata solo marginalmente e la povertà generale è tangibile.

Al contrario lo Utah, terra dei mormoni, dà proprio una sensazione di prosperità, sembra quasi la nostra Emilia Romagna, gente laboriosa che ha saputo piegare la natura ai propri bisogni, senza stravolgerne le caratteristiche, ma senza dubbio cercando di trarne il meglio. Che i mormoni siano poi impaccati di soldi lo sappiamo bene anche a Roma, dove hanno costruito una cattedrale da fare invidia ai monumenti di Santa Romana Chiesa! Il primo approccio con loro ce l’abbiamo avuto a Bluff, paesino vicino al confine con l’Arizona, a circa venti chilometri dalla Monument Valley. Qui hanno creato una perfetta ricostruzione di un villagio dei pionieri che fa vedere il loro stile di vita, con tanto di filmati ed audio in tutte le lingue (compreso l’Italiano). Per i più minchioni disposti allo scherzo, c’è anche la possibilità di vestirsi come veri pionieri e posare in mezzo al villaggio (potevo perdermi l’occasione?)

Da lì ci siamo diretti a Moab, cittadina che si trova proprio nei pressi di due parchi: Canyonland e Arches. Il primo è una sorta di Grand Canyon in piccolo. Lo si riesce a visitare in un pomeriggio, sempre seguendo i percorsi in macchina che portano ai vari affacci.

Dovessi fare una classifica, fra i sei parchi che abbiamo visitato, forse questo è il meno caratteristico, però era lì a due passi, comunque offre scorci interessanti e dunque non posso dire che non ci sia piaciuto. Anche qui il fiume Colorado disegna dei percorsi molto caratteristici.

Tutt’altro discorso invece riguarda il parco di Arches, che poi era il vero obiettivo che ci aveva spinto da quelle parti. Come dice il nome, la cosa caratteristica, che si trova anche altrove ma che lì è davvero preponderante, è la presenza di archi di pietra, formati dall’erosione, dal vento e dall’azione di altri agenti naturali che si sono divertiti nel corso dei millenni a creare scenari molto suggestivi.

Anche questo parco è possibile visitarlo limitandosi a fare il giro in macchina nei vari affacci, oppure avventurandosi in alcuni sentieri che costeggiano le rocce più caratteristiche. Varrebbe la pena dedicarci una giornata intera, ma noi siamo capitati nella giornata penso più calda degli ultimi anni e quindi di passeggiate ne abbiamo fatte ben poche, perché il rischio di squagliarsi fra le rocce era tangibile. Gran peccato, perché alcune formazioni rocciose sono molto particolari e varrebbe la pena avvicinarsi il più possibile.

Hai la sensazione che un bambino gigante si sia divertito a fare delle costruzioni con dei massi enormi, come castelli di carta, mettendoli in equilibrio uno sull’altro. Per dire l’importanza di questo parco, basti pensare che il simbolo dello Utah è il Delicate Arch, una delle formazioni rocciose presenti qui, che noi abbiamo visto solo da lontano perché come vi dicevo avventurarsi a piedi sarebbe sato troppo complicato (qui sotto sulla sinistra).

Da Moab il giorno dopo di nuovo in macchina per l’ultima destinazione di questo giro naturalistico: il parco di Bryce Canyon. Sempre seguendo quella ipotetica classifica di cui vi dicevo, sarei tentato di mettere questo parco al primo posto fra tutte le bellezze che abbiamo visitato perché i colori che si vedono in quelle rocce, dal rosso all’arancione aragosta non hanno paragoni in nessun altro parco.

Anche in questo caso abbiamo fatto bene ad arrivare il giorno prima, in modo da avere poi una giornata completa per la visita. Come per il Grand Canyon l’organizzazione del posto è molto efficiente: anche qui ci sono delle navette che ti portano in quasi tutti gli affacci e poi da lì c’è la possibilità di scendere lungo sentieri oppure costeggiare il Canyon lungo un sentiero quasi sempre asfaltato. Che poi in realtà non si tratta di un Canyon vero e proprio, ma piuttosto di un enorme anfiteatro dentro il quale ci sono queste formazioni rocciose (chiamate Hoodoos), che sembrano gigantesche stalagmiti, formate nel corso dei millenni dall’erosione dell’acqua. Infatti originariamente tutta l’area era sommersa dal mare che poi, sempre a causa dei cambiamenti climatici, si è ritirato, lasciando questo spettacolo di rara bellezza.

Avremmo voluto scendere per i sentieri fino a raggiungere il fondo valle, ma il caldo anche in questo caso ci ha fatto desistere. Abbiamo percorso un tratto per un’oretta e debbo dire che poi risalire è stata davvero dura! Anche perché non bisogna dimenticare che ci troviamo a circa 2400 metri di altitudine e quindi anche l’aria è molto rarefatta (mi dicono che in inverno con la neve lo spettacolo è ancora più impressionante).

E così possiamo dire senza ombra di dubbio di aver concluso in bellezza la parte naturalistica del viaggio. Per chi volesse ripercorrere questo giro, riassumo mete e giorni:

  1. Visita di Williams e Seligman e arrivo nel pomeriggio a Grand Canyon
  2. Visita del grand Canyon
  3. Mattina visita del Grand Canyon, pomeriggio spostamento ad Holbrook
  4. Visita del Deserto Dipinto
  5. Spostamento con visita alla Monumenti Valley
  6. Visita di Bluff e spostamento a Moab, pomeriggio visita a Canyonland
  7. Visita di Arches
  8. Spostamento verso Bryce Canyon
  9. Visita Bryce Canyon

Se come vi dicevo aveste la possibilità di aggiungere un paio di giorni, così da vedere il Canyon de Chelly e Lake Powell, avreste chiuso il cerchio, visitando le maggiori attrazioni di Arizona e Utah. In ogni caso, con una macchina a disposizione, una decina di giorni sono sufficienti per girarli tutti. Ovviamente avendo qualche giorno in più si può decidere di fermarsi per visitare in modo più approfondito Grand Canyon e Brice Canyon, che sono quelli che offrono più possibilità.

Noi, prima del ritorno in Italia, abbiamo ancora altri due Stati da visitare con due mete, stavolta più civilizzate (“c’hai portato a vedere dieci giorni di sassi“…quel poeta di mio figlio): la prima è l’incredibile Las Vegas!

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I parchi dell’Arizona: Grand Canyon, Foresta Pietrificata e Monument Valley / 2

La cosa più seccante di questo viaggio, l’unico vero inconveniente sono stati i ritardi aerei: sia il Roma NY che il NY Phoenix ci hanno fatto perdere più di sei ore! Così, dopo una lunga attesa siamo arrivati in Arizona in tarda serata. Il tempo di familiarizzare con un macchinone gigantesco e via a dormire in albergo. Dopo il gran caldo sofferto a NY dovendo girare per deserti e praterie temevamo un po’ le temperature che invece ci hanno piacevolmente stupito: una leggere pioggerellina ci ha fatto compagnia nel tratto che da Phoenix ci ha portato verso la mitica Mother Road, la Route 66, che con i suoi 3000 chilometri collega Chicago a Los Angeles. Prima di arrivare al Grand Canyon quindi ci siamo tuffati nelle atmosfere del mito americano, alla scoperta del west lungo questa celeberrima strada, visitando un paio di cittadine caratteristiche: Seligman e Williams.

Una delle idee iniziali per questo viaggio era proprio quella di percorrere tutta la Route 66. Si può fare, con qualche difficoltà perché in alcuni punti è quasi nascosta e in altri è stata soppiantata da alcune Interstate (diciamo, le nostre autostrade): avevo fatto un itinerario, con le varie tappe che coprivano i 18 giorni di viaggio attraverso i 3000 chilometri che la compongono, però alla fine ho desistito. Sarebbe stato bello, ma probabilmente vale la pena farla se si hanno più giorni a disposizione, altrimenti rischi di stare sempre in macchina. Al termine del viaggio abbiamo fatto più del doppio dei chilometri, ma spesso utilizzando le Interstate, che comunque hanno dei limiti velocità quasi accettabili (in media 110 km ora), mentre nelle strade normali non si va a più di 80.

Visitare il Grand Canyon si può fare in molti modi, a seconda del tempo che si ha e della voglia di scarpinare: noi arrivando la sera prima, avevamo poi un giorno e mezzo a disposizione. Diciamo subito che in teoria ci sono tre lati da cui si può visitare: il lato sud, che è quello più famoso, il più comodo ed il più attrezzato, il lato nord, più selvaggio e meno accessibile e poi recentemente sono stati aperti degli affacci su cosiddetto lato ovest, anche questo abbastanza scomodo da raggiungere. Come quasi la totalità dei visitatori quindi ci siamo concentrati sul South Rim.

L’entrata di tutti i grandi parchi è a pagamento, sempre intorno ai 30 dollari a macchina. Era un’informazione che non avevo raccolto prima di partire, altrimenti avrei fatto senza dubbio la tessera da 80 dollari che ti permette di entrare in tutti i parchi nazionali degli States (tranne la Monument Valley che si trova all’interno della riserva ed è gestita esclusivamente dai Navajo). In ogni caso, il biglietto di entrata è valido per una settimana, quindi ti permette di visitare il Parco con comodità. Rispetto a come ce lo ricordavamo 25 anni fa è molto cambiato: non certo nei panorami mozzafiato, ma nelle strutture di accoglienza. Oltre alla possibilità di girare con la propria macchina ora c’è un comodissimo servizio navetta, che ti porta in tutti gli affacci più importanti con una frequenza da fare invidia alla metropolitana di Roma: durante le ore diurne ogni quarto d’ora i pullman delle navette ti portano da un punto all’altro come fossero appunto stazioni della metro. I vari affacci sono raggiungibili anche a piedi, lungo un sentiero per la maggior parte dei tratti anche asfaltato.

Certo, la cosa più bella sarebbe scendere da uno dei diversi sentieri che si avventurano all’interno del Canyon ed arrivano al fondo valle, lungo il corso del fiume Colorado che nei millenni ha scavato le rocce formando questo scenario da sogno. Per percorrerlo tutto fino al fiume ci voglio tra le 10 e le 12 ore, ma arrivati ad un certo punto ci sono dei rifugi che – prenotando per tempo – danno la possibilità di dormire gratuitamente, per poter quindi risalire il giorno successivo. Ovviamente sono sentieri impegnativi, che non avevamo né il tempo, né la voglia di percorrere:  ci siamo limitati a scendere per un tratto, così per farci un’idea e toglierci anche questa curiosità.

Se ci si limita al percorso lungo il Rim, una giornata e mezza sono sufficienti. Il primo giorno abbiamo utilizzato la nostra macchina, per percorrere i 40 chilometri di affacci che vanno dal campo base alla Torre indiana (ricostruita negli anni 30 del secolo scorso). Nella mattinata del secondo giorno invece, con le navette (in questo tratto la circolazione dei veicoli privati è interdetta nei mesi estivi) abbiamo visitato la parte ad ovest del campo base, fino all’ultimo affaccio, Hermits Rest.

Lo spettacolo è davvero incredibile. Ci si scopre piccoli e quasi inermi di fronte a questo scenario imponente dove la natura sembra aver voluto dare sfoggio della sua maestosità.

Lasciato il Grand Canyon ci siamo diretti ad Holbrook, un’altra caratteristica cittadina lungo la Route 66. Da qui il giorno dopo abbiamo visitato il secondo parco, la Petriefed Forest and Painted Desert. Tutt’altro scenario rispetto a quello dei giorni precedenti: qui lasciati alle spalle i boschi del Grand Canyon e l’immensa prateria che costeggia la Ruote, ci troviamo proprio in mezzo al deserto, un deserto “dipinto”, grazie alle diverse stratificazioni rocciose che lo compongono, ma sempre deserto!

Nella parte conclusiva del parco poi si trovano tutta una serie di alberi letteralmente pietrificati. Il rapido quanto radicale mutamento climatico avvenuto qualche milione di anni fa ha determinato questo stranissimo fenomeno.

Una mattinata è sufficiente per compiere in macchina l’intero tragitto all’interno del Parco, compresa anche qualche breve passeggiata per vedere alcuni punti caratteristici. Nel pomeriggio abbiamo ripreso un po’ di fiato e di forze, girando per i negozietti di Holbrook, nuovamente dedicati alla Mother Road!

Il giorno successivo ci aspettava il terzo parco dell’Arizona, quello reso celebre da tanti film western, la Monument Valley. Come dicevo ci troviamo all’interno della riserva anzi della nazione indiana dei Navajo, la più grande degli Stati Uniti, anche se gran parte desertica. Anche questa l’avevamo visitata allora, ma qui le cose rispetto al Grand Canyon non sono cambiate più di tanto. Il percorso possibile è su per giù sempre lo stesso, attraverso una pista non asfaltata che corre lungo tutta la valle, incorniciata da queste strutture rocciose davvero bellissime.

Già che ci sono, due parole voglio spenderle anche per gli altri due parchi dell’Arizona che vedemmo venticinque anni fa. Stavolta non ci siamo stati perché abbiamo preferito vedere posti in cui non eravamo stati, ma doveste pianificare un viaggio lì, avendo un altro paio di giorni a disposizione, ve lo consiglio. Si tratta del Canyon de Chelly, un bellissimo Canyon molto più piccolo, in cui è possibile scendere ed attraversare con la propria macchina e il Glen Canyon, che sarebbe la parte alta del Grand Canyon, dove una gigantesca diga ha bloccato le acque del Colorado creando Lake Powell, un grande lago visitabile con dei barconi che risalgono il fiume fino al famoso Raimbow Bridge, un gigantesco arco di pietra, che sembra appunto un arcobaleno. Due scenari molto particolari, differenti dagli altri, che vale la pena visitare. Lasciata la Monument Valley si trova il punto esatto in cui il mitico Forrest Gump decide di smettere di correre. Inutile dire che ora è una meta imperdibile per una foto e dopo tanto girare, anche io ero “un po’ stanchino!”

Come dicevo purtroppo i giorni a disposizione non erano sufficienti per vedere tutto (ed altro ancora ci sarebbe!) e per noi era tempo di lasciare l’Arizona e dirigersi verso nord, per visitare i parchi dello Utah!

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Resoconto semiserio di 3 giorni a New York / 1

Il nostro soggiorno a New York comincia in un altro Stato e più precisamente a Hoboken, ridente cittadina del New Jersey che si affaccia di fronte a Manhattan da cui è divisa dall’Hudson. Un amico che ha dei parenti lì mi aveva suggerito questa soluzione, che ha alcuni benefici, ma anche degli indubbi svantaggi. Avevamo preso un bell’appartamento ad un prezzo che senza dubbio a Manhattan non avremmo trovato e la sera eravamo nella cittadina che ha dato i natali a Frank Sinatra, in una zona molto tranquilla, a cinquanta metri dal famoso Mago delle torte, di cui abbiamo saggiato le indubbie capacità.

Lo svantaggio maggiore è stato il fatto che, pur essendo a 15 minuti di metro dal centro di Manhattan, le linee che collegano Hoboken non fanno parte del circuito cittadino di New York. Hanno lo stesso prezzo (una corsa 2,75 dollari), ma non rientrano nell’abbonamento settimanale, che con 30 dollari è indubbiamente la soluzione più economica per girare la Grande Mela. E poi certo, girando tutto il giorno, una volta tornati a casa la sera, difficilmente ti vien voglia di uscire nuovamente e tornare a NY per un giro notturno. Insomma, pro e contro. Non so se rifarei la stessa scelta, però doveste fare un giro da quelle parti, comunque un salto lì ve lo consiglio.

Vedere NY in tre giorni, se escludiamo i musei come avevamo deciso fin da subito, è abbastanza soddisfacente. Ovviamente ci si potrebbe rimanere una settimana e più e non correresti il rischio di annoiarti, ma con un programma ben definito, si riescono a vedere le maggiori attrazioni anche con soli tre giorni. Il primo giorno abbiamo girato a piedi nella zona centrale di Manhattan: Broadway, Times Square e zone limitrofe, partendo ovviamente dalla mitica 5th Avenue.

Rispetto a 25 anni fa mi ha fatto tutta un’altra impressione: caotica, piena di gente, ma tutto sommato tranquilla. Quell’inquietudine generale che ricordavo aver provato allora, quel senso di insicurezza generale, non l’ho proprio avvertito, né girando per le strade, né in metropolita. Sarà che allora eravamo giovani e sprovveduti, che non avevamo poi girato il mondo più di tanto, sarà che ormai con internet e un telefono in mano azzeri qualsiasi distanza, in ogni caso mi è sembrata quasi familiare. Nel pomeriggio siamo saliti sulla Freedom Tower, il grattacielo che ha preso il posto delle Torri Gemelle, con un panorama mozzafiato su tutto il circondario.

Nella salita in ascensore fino al 101 piano viene proiettato sulle pareti l’evoluzione dello skyline di NY ad un ritmo accelerato, dagli inizi del 900 ad oggi: il tutto in meno di 30 secondi! Veramente emozionante.

Il secondo giorno l’abbiamo dedicata a Upper Manhattan. Siamo arrivati ad Harlem, visitando la grande cattedrale cattolica costruita dalla fine dell’800 fino agli anni 50: la più grande Chiesa del mondo la definiscono. Non so se sia così, ma indubbiamente è gigantesca (come quasi tutto, del resto).

Abbiamo girato un po’ per il quartiere e poi ci siamo infilati nel Central Park, dove abbiamo fatto un bel percorso fra i luoghi più famosi del parco.

La mattina del terzo giorno siamo andati a Downtown, visitando il World Trade Center e il Memorial delle Torri Gemelle

Poi un po’ di shopping a Century 21 un outlet fornitissimo dove soprattutto i marchi americani si comprano ad ottimi prezzi. Nel pomeriggio immancabile giro in barca alla Statua della Libertà e poi a Ellis Island, il punto in cui gli immigrati erano tenuti in quarantena e dove veniva deciso il loro destino: accolti o rifiutati!

Il quarto giorno avevamo l’aereo per Phoenix dove sarebbe cominciato il nostro giro per i parchi, ma nella mattinata abbiamo fatto in tempo a fare un ulteriore salto a NY per vedere più da vicino il famoso Ponte di Brooklin

Come dicevo, NY si fa conoscere ed apprezzare anche con un tempo così ridotto. Le distanze non sono poche, ma con la metropolitana si gira abbastanza bene in tempi ragionevoli e poi ovviamente si cammina tanto! Gli efficientissimi smartphone ci hanno documentato una media di 13 kilometri al giorno, con il picco di 18 il primo giorno. Ci ritorneremo, perché vale la pena calarsi meglio nella realtà cittadina, ma come primo assaggio soprattutto per i ragazzi, possiamo ritenerci soddisfatti. E poi questo era appunto solo il trampolino di lancio verso la meta vera e propria: nel pomeriggio siamo tornati a Newark e ci siamo imbarcati per la tanto desiderata Arizona!

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Te la do io l’America

Quello che abbiamo viaggiato insieme, nessuno potrà più portarcelo via

Se c’era un sogno nella mia vita, che prima o poi ero certo di realizzare, era quello di tornare in Arizona. C’ero stato in viaggio di nozze, venticinque anni fa, il viaggio della vita. E così non mi sono lasciato scappare l’occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza per tornare. “Ma con tutte le mete e le destinazioni esistenti. Con tutti i posti che non hai ancora visto, perché tornare dove sei già stato?”

Bella domanda. A cui però non c’è una risposta. Non lo so perché: forse perché il viaggio più autentico è sempre un ritorno, forse perché ognuno di noi ha un posto del cuore ed è lì che vuole sempre ritornare. Oppure magari è vero che ho letto troppi fumetti western! In ogni caso se mi avessero chiesto, potendo fare un viaggio, dove vorresti andare? Non avrei avuto dubbi, in Arizona! E così da un annetto circa ho cominciato a pianificare il viaggio, scegliendo l’itinerario, individuando le cose da vedere, monitorando le tratte aeree e le sistemazioni migliori. Per l’occasione anche i figli, dopo qualche discussione e qualche concessione, hanno deciso di seguirci e poi si sono agginti anche alcuni amici carissimi. Alla fine eravamo in sette: come i magnifici sette, le sette meraviglie i giorni della settimana o se preferite i nani di Biancaneve.

Fosse stato per me avrei concentrato il viaggio nel selvaggio west, ma che fai, vai in America e non passi a New York? E così la prima tappa era scontata. Per rientrare in Italia poi bisognava comunque arrivare in California e non vuoi fare un salto a Las Vegas? E così anche la penultima e l’ultima tappa erano stabilite e direi quasi obbligate: 18 giorni in tutto, perché di più non avrebbero retto né il nostro portafogli, né la pazienza dei figli che volevano essere in Italia per Ferragosto.

E’ stato un viaggio fantastico, quasi meglio di come me l’ero immaginato, con qualche contrattempo, che però è quasi inevitabile, ma con moltissime cose belle che ci rimarranno dentro per molto tempo. Dividerò il resoconto a tappe, seguendo il nostro itinerario, così da non appesantire la lettura dei miei pazienti viaggiatori ermeneutici. Per cominciare confermo quello che scrivevo qui riguardo l’America e gli americani, per il resto vi rimando alla prima tappa, che ovviamente riguarderà la grande mela: New York City!

 

 

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L’altro non si sceglie, ci accade

Un dato di fatto sembrerebbe incontrovertibile: non siamo soli su questa terra. Dico sembrerebbe, perché in realtà invece alcuni (non facciamo nomi, ma penso che ognuno di noi, dentro questa categoria ci riconosca più di un conoscente) ritengono di essere, o forse meglio, si comportano come se, su questa terra ci fossero solo loro. Per questi individui gli altri ci sono – al massimo – in funzione di se stessi. Possono essere odiosi ostacoli da superare, fedeli servitori da utilizzare, comodi trampolini da sfruttare.

Ma in realtà sappiamo bene che non è così. Gli altri sono compagni di viaggio, fortemente voluti o più o meno occasionali, ma comunque viaggiatori come noi sulle stesse strade e sotto lo stesso cielo. Che siano scelti o dati dal destino, coloro che viaggiano accanto a noi scrivono con noi una storia, che potrà essere bello raccontare un giorno ai nostri figli, oppure al contrario, che sarà meglio dimenticare. In ogni caso quello che avremo viaggiato insieme nessuno ce lo potrà portare via. Perché come mi disse una cara e bella amica una volta, si possono riprendere solo le cose che si danno, ma non le cose che si fanno.

Mentre la modernità intende la responsabilità come l’atto di rispondere delle conseguenze delle proprie azioni, il Vangelo la interpreta come l’atto di rispondere all’altro che pure non si è scelto. Perché, appunto, l’altro non si sceglie, ci accade.
(Marco dal Corso, il Vangelo secondo Mafalda)

P.S. Mi attende un bel viaggio, stavolta non ermeneutico. Per un po’ non ci leggeremo, ma vi prometto fin d’ora un resoconto semiserio (ovvero minchione) con i controfiocchi appena rientrerò su questi lidi!

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Considerazioni estive sui massimi sistemi, il bene, il male, disastri atomici e conigli voraci

Ieri alla radio facevano un resoconto della tragedia di Chernobyl a quarant’anni dall’esplosione della centrale nucleare. Un’ esplosione devastante che scatenò delle radiazioni trentatre volte superiori a quelle delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaky. A distanza di così tanto tempo la zona ha ancora dei valori totalmente alterati, che ne sconsigliano vivamente la presenza umana. Accanto a questi dati allarmanti ce n’era uno apparentemente positivo. O forse più allarmante di tutti gli altri. Infatti, in questi quarant’anni in cui gli esseri umani hanno abbandonato la zona, la biodiversità animale e vegetale è aumentata di circa dieci volte in più rispetto ad altre zone limitrofe. In parole povere, per l’ambiente circostante le radiazioni atomiche sono nocive, ma mai quanto la presenza dell’uomo.

Siamo davvero così deleteri, così distruttivi (o forse sarebbe meglio dire autodistruttivi) per il mondo che ci circonda? Le variazioni climatiche e i conseguenti sconvolgimenti naturali causati dalle alterazioni dell’ambiente determinate dall’uomo indurrebbero a pensare che sia effettivamente così. L’uomo è quindi il male assoluto? E però…c’è sempre un però. Mentre ascoltavo queste cose alla radio stavo osservando il coniglietto di mia figlia che vagava felice per il giardino: sono riuscito a fermarlo appena in tempo mentre si era lanciato verso i fiori di mia suocera, scambiandoli per un prelibato spuntino. E così mi è venuto fuori questo pensiero. Dal punto di vista dei fiori, un docile coniglietto che se ne vorrebbe cibare è molto più distruttivo dell’essere umano che invece se ne prende cura.

Tutto è relativo a questo mondo. Eh sì, tutto, tranne forse il moijto che accompagnava queste considerazioni. Quello è buono in assoluto.

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Sconfiggere il cancro

Questa mattina ho messo su FB l’immagine di un tweet di Maurizio Crosetti, giornalista sportivo di Repubblica, che partendo dallo sport riesce spesso a delineare un quadro della realtà che ci circonda, cogliendone gli aspetti più nascosti e più importanti, quelli che riescono a farci a riflettere. Partendo dalla vicenda che vede protagonista Sinisa Mihajlovic e la sua confessione pubblica di essere stato colpito da una forma di leucemia, Crosetti scrive: “esiste una retorica del cancro secondo la quale vince chi lotta di più, chi non si arrende, insomma chi ha più carattere. Oltre che falso, è offensivo per chi soccombe e muore. Non si arrende: muore. E chi vive non vince: guarisce.”

Sinisa è un personaggio controverso. Uno di quelli che non passa mai inosservato: o lo ami o lo odi. Fin dai tempi in cui giocava alla Lazio, ha sempre avuto posizioni nette, spesso discutibili, ma certamente non è uno che si nasconde nelle banalità o nelle frasi fatte. Ha tanti difetti, sicuramente non la retorica. Però, proprio un combattente come lui si può prestare a quell’inganno che giustamente sottolinea Crosetti. Per battere il cancro c’è bisogno di tanta prevenzione, di investimenti nella ricerca, di uno stile di vita giusto. E neanche tutto questo basta. Figuriamoci se lo si batte con la volontà! La forza di volontà è certamente importantissima, fondamentale. Ma per continuare ad andare avanti, per aiutare se stessi e chi ci sta vicino a portare questo fardello. Non per guarire. Purtroppo.

Ho vissuto quindici anni di guerra contro il tumore, che combatté mia madre. Tre operazioni in 4 anni, poi oltre dieci anni di silenzio e quando la malattia sembrava definitivamente sconfitta, un nuovo episodio ancora più violento degli altri che se la portò via in due mesi. Mamma era una delle persone più volitive, tenaci, caparbie, innamorate della vita, che abbia mai incontrato. Riusciva persino ad ironizzare sulla malattia (lo faceva su ogni cosa, come avrebbe potuto non farlo su questo?). Diceva che la sua era una famiglia “tumorata” di Dio (su 7 fratelli, 5 morti di cancro) e pochi giorni prima di morire mi disse che se non altro era riuscita a fregare l’Alzheimer (con tanto di gesto dell’ombrello!). Insomma, sono certo che se la volontà fosse stato un rimedio efficace, me la sarei goduta qualche anno in più. Purtroppo però non è così.

Questo significa allora che è inutile lottare e che bisogna rassegnarsi senza combattere? Niente affatto! Anzi per dirla più chiaramente, col cazzo! Questo significa invece che non è una gara in cui vince chi si impegna di più. La mia piccola grande guerriera non fu certo sconfitta per mancanza di volontà o perché non le andasse più di combattere. Avrebbe forse potuto smettere di fumare prima, oppure avrebbe dovuto farsi maggiori controlli. Banalmente, avrebbe dovuto nascere qualche anno dopo, perché magari la medicina nel frattempo avrebbe trovato una soluzione. Certo non la considero una che si è arresa, perché so bene che fino all’ultimo non l’ha fatto. Non è servito? Forse non a sconfiggere il cancro, ma certamente a vivere la vita fino all’ultimo come voleva lei, con la stessa voglia e lo stesso entusiasmo di sempre.