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Le dieci cose che succederanno dopo il referendum

Vigilia del voto, giorno di silenzio non si dovrebbe fare campagna elettorale. E quindi io, da buon minchione, mi limito a fornirvi gli scenari palusibili (!) su ciò che accadrà dopo la consultazione referendaria. Ecco su per giù quello che succederà.

Se vince il Sì

  • Renzi sposterà la capitale a Firenze, dichiarerà la Finocchiona patrimonio dell’Unesco, assegnerà lo scudetto alla Fiorentina, romperà i rapporti diplomatici con gli Usa finché la Marvel non cambierà il colore di Hulk da verde a viola e infine proclamerà la Boschi Miss Italia ad honorem.
  • Poi farà un accordo con il Vaticano per cui anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto donne di una certa età, con taglie forti, che sono segretarie della CGIL e hanno nomi che iniziano con la S.
  • Quindi scenderà a patti con le democrazie plutocratiche (ed il complotto giudaico massonico) e gli regalerà il Molise, che così diventerà il più grande costruttore di scie chimiche del mondo. Ma tanto il Molise non esiste.
  • Di seguito stabilirà che il Senato verrà eletto con le figurine del Risiko e i futuri senatori pagati con i soldi del Monopoli. In compenso però i senatori potranno assistere ai lavori nei cantieri delle metropolitane e avranno un parcheggio dedicato all’Ikea di Porte di Roma.
  • Infine, in ossequio ai poteri forti forti forti, introdurrà il Braccio di Ferro come prova dell’esame di maturità.

Se vince il No

  • Grillo, rimettendosi l’imbuto in testa, a cavallo del suo destriero, si autopraclamerà imperatore del Sacro Genovese Impero e liberalizzerà rutti e scuregge, come forme di protesta contro la casta.
  • Berlusconi proporrà di reintrodurre lo ius prime noctis, non contro ma piuttosto insieme alla casta. Ma anche insieme alla zozzona.
  • Gasparri esulterà così forte che gli usciranno le emorroidi, ma insieme gli si addrizzeranno gli occhi e guardandosi allo specchio per la prima volta si metterà così paura che comincerà a balbettare per il resto dei suoi giorni.
  • Salvini sarà così contento che farà il bagno nudo in una vasca di tavernello. Una volta uscito, camminando come un’oca ubriaca, dopo aver attaccato una caccola sul cappotto di Renzi, rivelerà al mondo il suo amore per Luciana Turina, la sua passione per le zucchine alla scapece e le sue origini abruzzesi.
  • D’Alema proverà a dire qualcosa di sinistra, ma morirà strozzato dal tentativo. Al ché Grillo, sceso dal destriero infilandogli l’imbuto in testa lo riporterà in vita. D’Alema si risveglierà con i capelli bianchi e credendosi Shel Shapiro, diventerà vegano e finirà a fare concertini nei locale di Gallipoli.

E ora buon voto a tutti!

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Questioni di priorità

Lo so, lo so…più e più volte vi ho detto che non mi piacciono le alternative nette, le scelte che escludono. Sono molto più per l’et et che per l’aut aut. Ho ripetuto spesso che quando una domanda ti fa scegliere uno per escludere l’altro, non c’è una risposta giusta, ma una domanda sbagliata. E però a volte non si può proprio fare altrimenti. A volte la vita ti mette davanti ad un bivio. E lì scopri quali sono le tue priorità, quali sono le cose davvero importanti, quelle che contano veramente: la carriera o la famiglia, i soldi o gli affetti, il gelato o la grappa. E’ ovvio, lo ribadisco, dovremmo provare sempre a mediare, dovremmo cercare la coincidentia oppositorum. Perché spesso non c’è una strada giusta ed una sbagliata, spesso è solo la nostra mancanza di inventiva che ci fa arrendere a scegliere una delle due.

Ma a volte invece non si può proprio fare altrimenti. Sceglierle entrambe non è possibile, devi dare la priorità alle cose a cui tieni sul serio.

Domenica c’è il referendum. E c’è il derby. Se arrivasse il famoso genio della lampada e dicesse scegli! Hai questa alternativa, o l’uno o l’altro. Tu che preferiresti? Vincere con tre goal di scarto o su autogoal all’ultimo minuto?

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L’ira

Ritornano i dialoghi con la splendida Tiffany per la penultima puntata del nostro viaggio intorno ai 7 vizi capitali. Oggi si parla di quando le cose non vanno come vorremmo e quindi…ci si incazza!
Lei. Iracondo. Fremebondo. Furibondo. Saranno tutti questi Ondo, ma a me i personaggi arrabbiati con il mOndo  mettono ansia.Turbano il mio Karma, agitano le mie placide giornate. Non solo non sono un un tipo rabbioso, ma cerco di non circondarmi di persone presunti tali. Sono tossiche per me, che millanto il “Chi se ne fott” come panacea di qualsiasi male.
Lui. Non mi piace arrabbiarmi. E’ proprio una cosa che faccio controvoglia. Ma non so se per bontà o semplicemente per quieto vivere. Sicuramente un vantaggio che ho è quello di avere una memoria corta: mi arrabbio raramente e quando mi arrabbio mi passa subito. Ma soprattutto non riesco a portare rancore. E anche qui mi domando se sia per bontà o forse semplicemente perché ho la memoria corta.
Lei. Generalmente io litigo da sola, nella mia mente. Tu mi fai arrabbiare, io inizio un brillante dialogo nella mia testa in cui ti espongo tutte le mie ragioni e le tue debolezze e immagino le contestazioni, in una ricostruzione densa di particolari e descrizioni minuziose degne di Flaubert. Naturalmente la mia potenza dialettica prevale, così come le mie argomentazioni [d’altronde, sono io la regista] e quindi quando poi ti incontro di nuovo per me è tutto finito, amici come prima. Passo per una persona estremamente paciosa, ma la verità è che abbiamo già chiarito, solo che tu non lo sai.
Lui. In ogni caso davvero è molto difficile farmi arrabbiare. E forse non è un paradosso che i due che ci riescono meglio (sia come quantità di volte che qualità di incazzatura) sono mio padre e mio figlio. Quel vecchio saggio del mio fratellino a questo punto direbbe, perché sono le due persone che più mi somigliano. E in parte è vero. Quando rivedo in loro le cavolate che faccio (o dico, o penso), tendo un po’ a perdere le pazienza. Con tutti gli altri invece ho questa propensione a trovare giustificazioni, a cercare di mettermi dal loro punto di vista. ma non è sempre la cosa più giusta da fare.
Lei. Diversa è l’ira, secondo me, è qualcosa di più forte della semplice incazzatura. Se riesci a portare lo scontro fino a quel punto di non ritorno, allora ti do un consiglio spassionato: scappa. Fidati, te lo dico io, non è un bello spettacolo vedermi inviperita. L’ira funesta di Tiffany è proverbiale, in grado di causare danni da scala Mercalli magnitudo 9. Tifoni di parole che colpiscono come fendenti, una pioggia alluvionale di brutti ricordi e abitudini risalenti fino al Paleolitico, assemblati con poca grazia e tanta decisione. Poche donne dimenticano veramente; il genere femminile tendenzialmente “accantona”, per poi rilasciare con veemenza al momento giusto. Io sono un campione dell’esagerazione in materia. Salvo poi pentirmi il secondo dopo per cotanta rabbia. Rovina il sonno, fa venire le rughe e – quasi sempre – non ne vale la pena.
Lui. In conclusione quindi posso tranquillamente affermare che se escludiamo le persone che provano ad intrufolarsi quando sono in fila, quelle che fanno scorrettezze in macchina, gli arroganti che vorrebbero spiegarti come va il mondo, i politici populisti che si accaparrano il consenso mentendo sapendo di mentire, le persone che non si lavano, i miei figli quando finiscono la carta igienica e non mettono il rotolo nuovo, le domeniche quando la Lazio perde, le volte che a Roma piove e il traffico impazzisce, quando gioco il picchetto azzecco tutti i risultati tranne uno, io sono proprio una persona tranquilla che non si arrabbia mai.
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Fidel de corazòn

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Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminando gioiosi verso l’avvenire. (Ernesto Guevara)

Com’è strana la vita. Lotti per un obiettivo, spendi tutto te stesso, contro tutti, contro la logica, contro il buon senso, rischi la vita, quella dei tuoi cari e alla fine raggiungi il tuo obiettivo. Ma la lotta non finisce, anzi i nemici diventano più forti, più numerosi, tu però non ti arrendi. Vuoi fare del bene, sai di essere nel giusto, non vuoi nulla per te stesso, rifiuti ogni privilegio, rimani uno come gli altri. Il tempo passa e quello che hai costruito sembra non stare al passo con i cambiamenti, ma tu insisti, rimani solo contro tutti. Solo la tua gente è con te, perché loro, tutti loro, sono i tuoi figli e tu ti prenderai cura di loro.

Ma prorpio come ai figli, a che serve avergli dato l’istruzione, se poi non possono avere una loro opinione? Che serve aver curato le loro malattie, se non lasci loro la libertà di sbagliare? Hai preservato i tuoi figli, li hai difesi sempre, nella tua terra non c’è un’arma, non c’è droga, ma tutto questo che senso ha se non gli lasci la possibilità di scegliere? E tu, che hai sempre lottato per liberare le persone, finisci per sembrare un tiranno, tu rivoluzionario passi per dittatore.

“Voi mi condannate, ma la storia mi assolverà“. Io penso che, come spesso ti capitava, avevi ragione: come quando 40 anni fa immaginasti un presidente degli Usa nero e un papa sudamericano. La storia ristabilirà la verità. Perché la storia non finisce certo oggi. Che la terra ti sia lieve e tu possa riposare in pace, nel paradiso degli eroi.

Si dovrebbe poter comprendere che le cose sono senza speranza ed essere tuttavia decisi a cambiarle (F. Scott Fitzgerald)

 

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Taxi 1729

La scorsa settimana sono stato ad un convegno in cui, fra gli altri, sono intervenuti i rappresentanti di una società di comunicazione di Torino con uno strano nome: taxi 1729. Introducendo il loro intervento hanno accennato che il nome faceva riferimento ad un particolare episodio legato in qualche modo alla matematica, ma non hanno aggiunto altro. La cosa ovviamente ha scatenato la mia incurabile curiosità e così (grazie Wikipedia!) posso raccontarvi questa storia molto singolare.

Tutto nasce dall’amicizia fra Godfrey Harold Hardy e Ramanujan Srinivasa: il primo è un ricco nobile inglese il secondo un povero bramino indiano. L’unica cosa che li unisce è una passione sfrenata per la matematica. Sono due geni, in particolare l’indiano, che fin da piccolo dimostra un talento davvero straordinario. Si racconta un particolare episodio che li riguarda: Hardy andò a trovare in ospedale Ramanujan (che infatti morì molto giovane, forse di tubercolosi, forse di un’altra malattia infettiva) e facendo quelle classiche conversazioni per riempire il tempo gli raccontò che il taxi che lo aveva portato lì, era il 1729, un numero insignificante. “Invece è un numero molto interessante” gli replicò Ramanujan “è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi: 1729 = 10³ + 9³, 1729 = 12³ + 1³”. Da allora il numero 1729 è diventato un numero fondamentale in matematica, chiamato appunto numero Taxi-cab, oppure di Hardy-Ramanujan.

Non ho le conoscenze specifiche per confermarvi che effettivamente questa cosa possa aver in qualche modo rivoluzionato la matematica contemporanea: se mi aveste chiesto che so, dell’appercezione trascendentale di Kant o della intuizione eidetica di Husserl, avrei sicuramente saputo dirvi qualcosa in più. Ma su questo fatidico 1729 non avrei molto altro da aggiungere. Però sono stato proprio contento di aver seguito la mia vena da scimmia curiosa, per almeno due motivi.

Il primo è la storia di questo povero bramino indiano, che riesce a tirarsi fuori dal contesto poverissimo in cui nasce e seguendo il suo genio arriva fino al Trinity College di Londra e diventa il più grande matematico indiano. Tutto questo alla fine dell’800, senza telefono, internet e altri mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione oggi. E voi mi direte, va be’, ma se uno è un genio alla fine emerge.

E qui nasce l’altro motivo per cui secondo me vale la pena raccontare questa storia. Quanti fra noi si sentono 1729? Quanti pensano di essere numeri comuni, insignificanti, diversi, ma allo stesso tempo uguali a milioni di altri? Invece no! Ognuno di noi è l’insieme di calcoli e di operazioni più o meno complicate. Dentro di noi ci sono divisioni, moltiplicazioni, radici quadrate e potenze, equazioni e tangenti. Neanche noi stessi le conosciamo fino in fondo. Anzi, per capirle spesso c’è bisogno dell’intuizione di qualcuno. Di qualcuno che sappia leggere fra le righe, che sappia trovare collegamenti e vedere connessioni al di là dei semplici numeri. Qualcuno che non aggiunga e non tolga nulla, semplicemente riesca a ricomporre i numeri, svelando le proprietà uniche che ognuno di noi ha dentro di sé.

Questa storia ci racconta che per emergere non è necessario essere un genio. Basta un insignificante millesettecentoventinove qualsiasi.

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Consigli di lettura non richiesti / 12. Dicker – Piperno

A grande non richiesta tornano i consigli di lettura non richiesti. Del resto, se fossero richiesti sarebbero a pagamento: sono gratis, dunque arrivano quando meno ve li aspettate! Stavolta però più che indicare libri, vi parlo di autori, perché indicare un singolo libro mi sembrerebbe riduttivo.

Il primo è uno svizzero. E già questa è una novità! Vi risulta che gli svizzeri scrivano libri? E vi risulta che scrivano bei libri? Infine, vi risulta che scrivano bei libri ambientati in America, alla pari di un qualsiasi autore americano? A me tutte queste cose non risultavano affato. E quando un mio amico mi aveva consigliato questo Joel Dicker ero molto scettico. Invece, uno dietro l’altro mi sono letteralmente tracannato sia La verità sul caso Harry Quebert, sia questo nuovo appena uscito, Il libro dei Baltimore. Due gran bei romanzi, gialli, ma non troppo, di ampio respiro, con dei personaggi sempre interessanti, sorprendenti ed insieme molto credibili. L’unica pecca, se vogliamo trovargliene una, è che avendo lo stesso protagonista ci si aspetterebbe un collegamento fra i due. Invece niente, come se appunto non ci fosse nessun comune denominatore. Comincerei con il primo, ma vedrete che finerete per andare a leggere anche l’altro.

Il secondo consiglio invece è per uno dei miei autori italiani contemporanei preferiti. Alessandro Piperno, riesce meglio di qualsiasi altro a raccontare la Roma in cui sono nato e cresciuto. Oltre qualche saggio e diversi articoli ha scritto 4 romanzi, tutti ambientati nell’ambiente bene di Roma nord: l’ambiente ideale della buona borghesia illuminata, che tifa Lazio ed è moderatamente di sinistra. Nei suoi personaggi ritrovo storie realmente vissute, personalmente o da amici, perché in effetti i protagonisti potrebbero essere dei miei vecchi compagni di scuola, che abitano sulla Cassia o sulla Flaminia e frequentano i bar dei Parioli o del Coppedé. Con in più una grande, direi anzi determinante, peculiarità: Piperno (come suggerisce il nome) è ebreo ed ebrei sono tutti i suoi personaggi. Le sue storie, i il contesto in cui si muovono i personaggi è fortemente legato a questa matrice culturale, che si ricollega direttamente ad un grande filone transnazionale della letteratura europa. Lo spunto per questo consiglio me lo dà il nuovo romanzo Dove la storia finisce, assolutamente all’altezza dei suoi precedenti. Se non avete letto nulla però vi consiglio di partire con il suo primo romanzo Con le peggiori intenzioni, che per me fu una vera e propria folgorazione. Non meno belli (anzi, forse…) i due romanzi Persecuzione e Inseparabili, che formano il dittico (infatti sono uno il seguito dell’altro), “il fuoco amico dei ricordi”, sottotitolo comune ad entrambi.

i consigli torneranno prima di Natale, giusto in tempo per gli ultimi regali, intanto buona lettura!

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Uno spettro si aggira per l’Europa

Quando le persone smettono di credere in Dio, cominciano a credere a qualsiasi cosa (G. Chesterton).

L’occidente come entità geografico-politica è sempre più malato di populismo. Due elementi secondo me più di altri stanno determinando questo fenomeno: la paura per la pressione del sud del mondo povero (che si manifesta violentemente con l’Isis e drammaticamente con le folle di disperati che fuggono da fame e carestie), la crisi economica che ha impoverito le classi medie. Di fronte a questo si capisce che ha buon gioco chi offre soluzioni miracolose, low coast, senza chiedere in cambio nulla tranne il voto. I leader ed i movimenti populisti fanno questo da sempre: dicono quello che la gente si vuol sentir dire. Ovviamente non sono in grado di realizzare nulla di quello che promettono e spesso lasciano situazioni peggiori di quelle che avevano lasciato. Ma tant’è! La storia sembra non insegnare nulla.

“Usciamo dall’Europa e ridiventeremo ricchi” vale come “il milione di posti di lavoro“. “Manderemo via tutti gli immigrati” somiglia a “meno tasse per tutti“, oppure “reddito di cittadinanza“. Soluzioni semplici a problemi complessi. Credere a questi imbonitori è un po’ come puntare i risparmi su chi promette di farti vincere la lotteria o farsi prevedere il futuro da qualche ciarlatano. Perché questi sono! Ma il bello è che, secondo me, sotto sotto lo sa anche chi li vota. Il fatto che la Brexit o la vittoria di di Trump siano venute fuori contro ogni sondaggio è indicativo. Le persone che fanno queste scelte tendono a non ammetterlo pubblicamente. Trovatemi oggi uno che affermi di aver votato Berlusconi! Eppure quasi un italiano su tre lo votò e non una volta sola.

Ma la gente non è stupida. Può essere disperata, incazzata, depressa, sfiduciata, ma non è affatto stupida. E quando ci sono alternative credibili, improvvisamente torna razionale. Il guaio è quando queste alternative non ci sono. Quando chi ha responsabilità politiche si stacca dalla realtà o sfacciatamente pensa di perseguire i propri obiettivi (più o meno leciti) con arroganza e superficialità. Aver ridato fiato a dei minus habens come quelli della Lega, aver fatto nascere e moltiplicare un movimento senza né capo, né coda guidato da un comico, continuare a tenere in vita (politica) un personaggio come Berlusconi, sono responsabilità enormi del Partito Democratico. E mi dispiace che anche Renzi abbia ripercorso lo stesso iter di chi l’ha preceduto. Continuo a pensare che questo governo abbia fatto più di quanto abbiano fatto gli altri negli ultimi quindici anni, ma se come sembra il no vincerà (ed io spero ancora che non sia così) sarà una sua personale responsabilità politica.

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La gola

Dopo la pausa vacanziera tornano i dialoghi con la mia amica Tiffany sui sette vizi capitali. Oggi parliamo di quello dedicato ai golosi!

Lui. “Ci vuole un fisico bestiale, anche per bere e per fumare”, cantava qualche anno Luca Carboni. Un fisico che io non ho! Ecco, questo forse davvero è un vizio che uno si può permettere solo in determinati periodi della vita. Forse il mio amico Dario ricorderà quando ci ingozzavamo con i famosi extraterrestri della madre (una fetta di petto di pollo arrotolata con prosciutto e mozzarella, panata e fritta nell’olio d’oliva calabrese che loro si facevano mandare su da Rossano). O quando per fare uno spuntino ci facevamo quei toast fritti in un panetto di burro, perché il tostapane ci sembrava che li seccasse troppo…

Lei. Mettetemi davanti un buffet e mi vedrete fare tilt, come le slot machine impazzite che girano girano e non si fermano più, capace finanche di fagocitare la tovaglia su cui poggiano le vivande, affermando convinta cose tipo “assaggiala,  non è male,  i rilievi in oro sono croccanti al punto giusto”. In quel momento di perdizione assoluta quali gli aperitivi ai matrimoni, specie per la fila ai fritti, generalmente indosso un caschetto da rugbista e l’andamento combattente di Porthos dei Tre moschettieri perché la guerra è guerra. Una sobria gentil donzella, insomma.

Lui. Insomma una volta effettivamente ero molto tentato a cedere alle lusinghe della gola. Diciamo che è un vizio che forse vorrei avere, ma proprio non ce la faccio. L’ansia per il colesterolo alto, il reflusso esofageo, il nervoso se non mi entrano più i pantaloni dell’anno prima…no, la gola è proprio un vizio che non mi posso più permettere.  O forse, detto in altre parole, sto diventando vecchio. Che non vuol dire automaticamente saggio. Anzi. Solo che capisci meglio i tuoi limiti, valuti quello che puoi fare e quello no. Visto che la quantità ha forti controindicazioni, ripieghi per la qualità. Te la tiri un po’, fai lo snob, con quei piattini belli da vedere e politically correct. Ma dentro di te sai che è un ripiego. E rimpiangi quei bei due etti di spaghetti alla carbonara che ti sparavi senza colpo ferire e senza problemi digestivi qualche anno prima!

Lei. Purtroppo anche io non posso più estrinsecare come vorrei la mia potenza divina  (perché di questo stiamo parlando, di superpoteri del palato) e ho giustamente deviato verso la qualità. Il reflusso – sappiatelo – ha creato dei mostri, tra cui me: i cc.dd. FOODIES. Persone estremamente motivate ma con umani limiti fisici che decidono di cedere alle lusinghe della gola ogni tanto, ma al top. Folli personaggi alla ricerca del miglior hambuger, il miglior gelato, il migliore ristorante, il miglior tortino al cioccolato. Conosco persone fomentate per il tango che girano il mondo inseguendo milonghe. Ecco, noi inseguiamo salamelle (anche formaggi e salsine varie. O Il pomodoro che sa di pomodoro). Eccomi, sono la tossicodipendente del cibo, il Ciaccio dei tempi moderni. E a giudicare da chi ho accanto, sono in buona compagnia… in una vera, peccaminosa, goduriosa spirale senza via d’uscita.

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 3 – l’itinerario

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Noi non siamo fortunati con le partenze! Come già ci successe nel nostro viaggio a Londra, arrivati a Fiumicino scopriamo che il volo è stato spostato di cinque ore: invece di arrivare alle 23, arriveremo all’Avana alle 4 del mattino. Perderemo qualche ora di sonno, ma se non altro il programma resta inalterato. Il volo Blu Panorama è lungo, noioso, scomodissimo, ma senza sorprese. L’unica paura me la prendo ogni volta che il cubano chiattone seduto avanti a me abbassa lo schienale, perché potrebbe sembrare a tutti gli effetti un approccio erotico. Il problema vero è che quando sei in aereo il tempo non vola…va be’, non lo dico più.

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Comunque tra una lettura sulla rivoluzione cubana, una biografia del Che, l’ultimo di Lansdale, un tentativo di sonnellino, un pasto improbabile, le dieci ore e tre quarti passano e finalmente arriviamo. Quelli che sembrano non arrivare sono i bagagli. Non so a voi, ma a me il nastro trasportatore ogni volta mette un po’ d’ansia. Penso sempre che il mio bagaglio si sia smaterializzato chissà dove e quindi, ogni volta che poi compare – rigorosamente fra gli ultimi – mi sembra come se avessi vinto alla lotteria. O come se lui (il bagaglio) avesse superato chissà quale prova. Come se avesse passato un duro esame e come si fa con i figli, mi verrebbe da gridare: “Eccolo è lui! Guardate quant’è stato bravo, ce l’ha fatta anche stavolta!”

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Insomma, recuperati i bagagli, superati i controlli di rito, abbiamo incontrato la nostra guida ed il nostro autista, Giuliano, di cui vi ho già parlato e Semir che nel tragitto verso l’albergo ci spiegano le varie tappe del nostro tour. Soprattutto Giuliano parla bene l’italiano, ha amici e parenti qui da noi e poi ci racconta che da sempre gli italiani sono i turisti più numerosi, forse solo recentemente superati dai tedeschi (che infatti incontreremo in ogni tappa). Dopo un paio d’ore di sonno ed una doccia abbiamo fatto il tour dell’Avana: la mattina la città vecchia, le 4 grandi piazze dov’è ben presente l’impronta della dominazione spagnola e quella dei moti di liberazione tra fine ottocento ed inizio novecento. Poi i luoghi di Hemingway, i bar, i ristoranti, gli alberghi con sue foto un po’ ovunque. Dopo un passaggio in una distilleria di Rum nel pomeriggio giro nella città nuova, con i luoghi della rivoluzione ed immagini del “Che” in tutte le salse.

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Il secondo giorno dedicato al sigaro, altra icona dell’isola. Prendiamo la Autopistas di cui vi ho già raccontato e dopo due ore di guida arriviamo a Pinar del Rio dove visitiamo una fabbrica del tabacco. Per il pranzo ci spostiamo a Vinales, dove c’è la riproduzione di graffiti preistorici: una cosa un po’ kitch, ma comunque scenografica. Nel pomeriggio visitiamo una piantagione di tabacco e poi rientriamo all’Avana. Serata dedicata al Buena Vista Social Club con l’orchestra di scatenati vecchietti e giovani ballerine e mojito come se piovesse. Tra l’altro qui è molto meno alcolico rispetto a quanto siamo abituati, ma sarà la menta, sarà lo zucchero di canna, sarà il Rum, mi sembra decisamente più saporito di quello che beviamo noi.

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Terzo giorno, lasciamo l’Avana e riprendiamo l’autopistas stavolta per andare verso est. Mattinata alla famosa Baia dei Porci, dove stava per scoppiare la terza guerra mondiale. Visitiamo un parco naturale con i coccodrilli e poi con un’improbabile barchetta giriamo per vari isolotti in un ambiente paludoso molto suggestivo visitando la ricostruzione di un villaggio indoamericano. Dei primi abitanti dell’isola non esiste più alcuna traccia perché furono sterminati dagli spagnoli nel giro di una cinquantina d’anni dopo l’arrivo di Colombo sull’isola. Nel pomeriggio arriviamo a Cenfuegos, graziosa cittadina di mare, molto più pulita ed ordinata della altre città visitate (è famosa per essere “la linda”), con la particolarità di avere diversi edifici in stile francese, a causa della presenza di un numerosa comunità emigrata qui nel 1700.

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Il quarto giorno è dedicato a Trinidad, la città museo, rimasta pressoché inalterata così come la fondarono gli spagnoli. Visitiamo la città, girovagando per i suoi vicoletti, la cattedrale ed anche un inquietante tempio della Santeria, un culto di origine africana ancora diffuso nell’isola. All’ora di pranzo l’immancabile, travolgente flusso degli studenti, con le loro divise colorate a seconda del ciclo di studi: rosso granata per le elementari, giallo ocra per le medie, azzurro per le superiori. Dopo pranzo visitiamo la bottega di un vasaio e poi una torre fatta costruire nel nulla da un signorotto spagnolo del 700, per vincere una gara e conquistare il cuore di una fanciulla. Il nostro albergo si trova sul mare: una sorta di villaggio all-inclusive dove riusciamo anche a fare un salto in spiaggia per il primo bagno nel Mar dei Caraibi!

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Ma il clou marino è il giorno seguente: due ore di navigazione sul Katamarano per arrivare su un isolotto in mezzo all’oceano, Cayo Macho (detto anche Cayo Iguana per la presenza abbondante di questi lucertoloni, brutti ma innocui, unici abitanti dell’isolotto). Giornata di mare, in completo relax fra bagni in un’acqua calda e trasparente e tanto sole, i nostri accompagnatori riescono anche a pescare un barracuda di circa un metro che la sera mangeremo in albergo.

20161105_120816La domenica passiamo dal mare alla montagna, facendo un bel tour al parco Tapes de Collantes. Dopo un breve tragitto con una vecchia 4×4 sovietica facciamo una lunga passeggiata nella foresta, in mezzo ad un’esplosione di piante esotiche e cascatelle d’acqua che creano piscine naturali dove qualche coraggioso si fa anche il bagno (io no, troppo freddo!). Dopo il pranzo presso una comunità montana, ci rimettiamo in macchina in direzione Santa Clara, la città del “Che”. Riusciamo a visitare la piazza della rivoluzione ed il Mausoleo dove riposano i resti mortali dell’eroe argentino di nascita, ma cubano di elezione.

img_2736Il giorno dopo, ahinoi l’ultimo di questa vacanza meravigliosa, lo dedichiamo ancora a Santa Clara, visitando il museo del treno blindato fatto saltare dai rivoltosi ed episodio clou della rivoluzione contro Batista e poi facendo un giro per la città, che con i suoi 800 mila abitanti è la terza dell’isola, dopo Cuba e Santiago. Nel pomeriggio, dopo un pranzo presso una Hacienda campesina, ci dirigiamo all’aeroporto dove, dopo 13 ore di volo, ritorneremo a casa.

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Se qualcuno fosse interessato a ripercorrere questo tour, vi segnalo che noi siamo andati con l’agenzia ufficiale Cubana (Havanatour). Il nostro amico Giuliano però si sta attrezzando per organizzare personalmente dei tour analoghi, sfruttando una rete di “case particular” di sua fiducia, personalizzandoli a seconda delle richieste: ad esempio qualche giorno di mare a Varadero o in qualche altra spiaggi famosa sarebbe valsa sicuramente la pena, ma noi non avevamo molti giorni di ferie. Chi fosse interessato può contattarmi in privato e gli do i riferimenti.

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 2 – le curiosità

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Giuliano mi ha detto che gli spagnoli per Cuba hanno fatto solamente due cose buone: il rum e le mulatte. Sul rum niente da dire: mi ha consigliato di lasciar perdere l’Havana Club che si trova ovunque (anche alla Conad sotto casa mia, in effetti), indirizzandomi piuttosto sul Santiago, decisamente migliore degli altri (in particolare quello scuro, ovviamente più è invecchiato, meglio è). Sulle mulatte, ma dire in generale sulle donne cubane invece ci sarebbe molto da dire. Dov’erano quelle belle? Forse le avevano nascoste, oppure si erano mascherate, senza dubbio si erano leggermente (!) appesantite. Che poi, mangiando quasi esclusivamente riso, fagioli e pollo, ma come fanno ad ingrassare? Eppure vi assicuro che più dell’80 delle donne cubane è sovrappeso. E a parte qualche eccezione (decisamente notevole), lo standard di bellezza che abbia qui da noi, non collima esattamente con quello esistente lì.

Essendo praticamente tutti impiegati statali, il vero guadagno per chi svolge un’attività, sono le mance. Oddio, anche da noi ci sono. Ma lì sono una cosa esagerata! Se volete andare a Cuba sappiate che qualsiasi cosa vorrete fare ci sarà qualcuno che vi chiederà la mancia. Più puntuale di un esattore svizzero, più petulante di un testimone di Geova, il cubano sa che quella è la sua fonte di sostentamento primaria. E non mancherà modo di farvelo notare.

Le strade e in particolare l’autopistas sono una vera e propria attrazione. Dalle biciclette ai camion di qualsiasi fattura, dalle macchine assemblate in maniera insolita ai carretti trainati da animali, dai sidecar alle motociclette, potete incontrare qualsiasi mezzo di locomozione, in qualsiasi direzione, spesso anche contromano rispetto alla quella di marcia. Senza tralasciare la folla di gente che aspetta chissà chi, attraversa le corsie, chiede un passaggio con l’autostop. L’autostrada è un luogo conviviale, neanche fosse la piazza del paese. Un’esperienza talmente paradossale, a cui è difficile credere anche quando sei lì. La vedi e pensi, no dai, non è possibile!

Come vi dicevo internet quasi non c’è, la tv ha tre canali, cinema ne abbiamo visti pochi. Che fanno i cubani, a parte ballare la salsa, fumare il sigaro e bere Rum…….? Esatto! Fanno quello e quello hanno in testa! Del resto il nostro autista Semir è nonno a 35 anni e Giuliano, dall’alto dei suoi 4 matrimoni collezionati nei primi 33 anni di vita, appena rotto il ghiaccio, mi ha subito chiesto “hombre, te gusta la papaya?” che comprensibilmente non era il frutto tropicale. A parlare con lui sembrava di essere in una commedia italiana degli anni 50, perché è una vera miniera di barzellette sulle suocere, storie di corna, avventure amorose. Sapete quelle storielle con cui passavamo i pomeriggi della nostra adolescenza? Ecco, lì non gli passa mai. Ma sapete che vi dico? Beati loro! Beata la loro spensieratezza e la loro gioia di vivere!

C’è un però. C’è sempre un però. Un elemento che in chiusura devo sottolineare come un vero e proprio peso oscuro che grava sulla popolazione cubana e che angustia le loro giornate, che rovina ogni festa, che si insinua nell’intimità del desco familiare e nel luogo dove più di ogni altro si consumano i momenti conviviali. Come chi è stato già a Cuba avrà certamente capito sto parlando del cumino. Questa cazzo di spezia la mettono ovunque! In ogni piatto, in ogni pietanza, nel pollo, nel riso, nei fagioli (non è che ci sia poi molto altro eh!): non devi chiederti se ci sarà o no, ma solamente quanta ce ne sarà, quanto avvelenerà quello che stai mangiando con quel suo sapore di ascella sudata. Il cumino è stat l’unica vera nota stonata di questa vacanza.

Sì, ma dopo tanto chiacchierare, cosa hai visto di Cuba, si chiederanno i miei fedeli lettori? Per questo però dovete aspettare domani la terza ed ultima puntata di questi appunti di viaggio!

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