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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 1 – le impressioni

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“Cuba non è un luogo, ma un’utopia”. Questo scrivevo prima di partire e, una volta tanto, debbo dire di averci azzeccato. Potrei dire che è esattamente come me l’ero immaginata, oppure che è molto meglio. Quando sei lì sembra di essere in un caleidoscopio: colori, forme architettoniche, stili, tutto mischiato. Sulla stessa via dell’Avana, l’uno attaccato all’altro, trovi uno splendido palazzetto in stile coloniale, poi una baracca mezza scrostata con il tetto in lamiera e vicino un grattacielo relativamente moderno. Ma la stessa cosa potresti dirla degli abitanti: bianchi, neri, mulatti, turisti, anziani, bambini in divisa, povera gente e damerini impomatati. Tutto e il contrario di tutto. Come le macchine: fiat 126  che non vedevo dall’adolescenza, jeep sovietiche, macchinoni americani, tutti sulle stesse strade, a fianco di sidecar, carretti trainati da muli e motociclette di quarant’anni fa. Ma questa miscellanea di oggetti, persone, colori è talmente uniforme che non capisci mai quale sia la regola e quale l’eccezione, quale la cosa comune e quale la rarità. Non c’è un carattere predominante: Cuba sembra volerti dire, “sono quella che vuoi. Decidi tu ed io sarò esattamente quello che vorrai che io sia”.

Uno dei dubbi che avevo arrivando lì era capire come potesse funzionare un sistema così statalizzato che sembra quasi un residuo del passato. Ma soprattutto avevo la curiosità di capire come stesse la gente. Da quel che ho potuto vedere, da quello che raccontano loro stessi (la nostra guida, il mitico Giuliano, in questo è stata una fonte inesauribile di notizie) non stanno bene, ma neanche così male come pensiamo. Capiscono di essere indietro e per certi aspetti vorrebbero andare avanti, superare lo stallo attuale, ma sicuramente non vorrebbero snaturare quello che sono. Loro sono e si sentono ancora profondamente “Hijos de la revolucion“, quando parlano di Che Guevara gli viene la pelle d’oca, quando parlano degli Americanos si sentono fremere di rabbia. Poi certo, chi arrotola le 4 foglie di tabacco che servono a fare un sigari, 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, guadagna 200 CUC (equivalenti all’euro) al mese, che possono arrivare anche al doppio se la produttività è buona. Ma d’altra parte ti dicono che nella loro isola non ci sono armi, non c’è droga, hanno una sanità pubblica di primissimo livello, una casa e un lavoro per tutti quelli che vogliono lavorare.  Perché dovremmo diventare qualcos’altro?

La scuola dell’obbligo porta ogni ragazzo cubano almeno fino al termine del liceo ed in ognuna delle 15 provincie in cui è divisa l’isola c’è una Università gratuita ed accessibile da chiunque. Per far capire quanto tengono all’istruzione basta dire che la leva obbligatoria prevede una ferma di due anni, che però si dimezzano per chi frequenta l’Università. Il loro problema primario è l’embargo, che nonostante proclami e promesse, continua a tenerli isolati dal resto del mondo: Giuliano ci diceva che dagli inizi di settembre, la carne di mucca è razionata e destinata solamente ad anziani e bambini perché le mucche sono poche e non arrivano da fuori. Quello che il resto del mondo continua giustamente a festeggiare come un evento di liberazione, la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, per loro è stata la mazzata peggiore che potesse capitare.

Un’altra contraddizione. Parlando con lui mi racconta quanto sia amatissimo Fidel Castro (un po’ meno il fratello), riconosciuto da tutti come vero protagonista della rivoluzione e della liberazione dalla tirannide. Eppure in giro di lui si vedono pochissime immagini, a differenza del Che che invece è ovunque. Non ci sono quadretti con la sua immagine, non ci sono magliette, targhe, spille, nulla. Forse un segno di deferenza verso il leader che è ancora in vita, nonostante non sia più capo dello stato. E’ lì con loro, non è ancora tempo per farne un’icona. Non hanno wifi, i telefoni lì ancora servono per telefonare ed in macchina non esiste navigatore, i bar, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, tutto è in mano allo Stato. Noi potremmo chiamarlo regime, dittatura, per loro è una democrazia, figlia della rivoluzione. Dove i quattro figli di Che Guevara insegnano, sono veterinari, medici e avvocati: cubani uguali agli altri cubani.

Chiese ce ne sono ben poche, eppure raccontano con commozione ed orgoglio le visite degli ultimi tre papi. La maggioranza di loro non è certo cattolica, però a modo loro sono credenti. Siamo a novembre, è autunno anche qui, eppure comincia ora la stagione migliore. La differenza infatti non è fra caldo e freddo, ma fra stagione secca e stagione umida. Perché, come dicevo, Cuba può essere quello che vuoi, ma non puoi approcciarla con le tue categorie, con i tuoi concetti predefiniti, altrimenti rischi di non capire nulla. E mentre sono assorto in questi pensieri, rimango incantato a guardare il volo a planare di grandi uccelli che volteggiano sull’Avana.

  • Giuliano, quelli lì, cosa sono? Che belli! Sono dei falchi?
  • Quelli? Sono buitres, quelli mangiano gli animali morti. Come li chiamate voi?
  • Avvoltoi?
  • Giusto, avvoltoi.

Ecco, appunto. Si rischia di non capire nulla.

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Cuba libre

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone. Questo scriveva Steinbeck e non credo avesse torto. Come si intuisce dal titolo di questo Blog l’idea stessa di viaggio mi è particolarmente cara. La preparazione prima della partenza, lo spostamento da un luogo o da una situazione iniziale, la tensione verso un traguardo, il percorso che bisogna compiere per arrivare, la strada di ritorno. Le tappe di un viaggio, che sia reale o metaforico non cambia, scandiscono il nostro tempo come le nuvole che si susseguono in cielo in una giornata ventosa. E lì il viaggio decide la sua natura: puoi inseguire le nuvole, oppure fermarti a contarle, puoi provare a riprodurle in un foglio o lasciarti cullare dal loro gioco di luci e di ombre. Senza dubbio quando il viaggio sarà finito non sarai più la stessa persona che eri prima di partire, perché è vero che i viaggi costruiscono quello che siamo, ci danno e ci tolgono, fanno nascere e morire le amicizie, ci insegnano a conoscere i luoghi, ma prima ancora le persone che ci stanno intorno. Ma anche noi stessi. Per questo ha ragione Kavafis, nel viaggio la cosa più importante non è tanto la meta, quanto il percorso che hai fatto per arrivarci.

Detto questo, visto che il fatidico traguardo dei cinquanta si avvicina. Considerato che la colonscopia l’ho fatta, sono stato a qualche concerto in più, ho letto libri e giocato a calcetto quanto avrei voluto, per completare (quasi) la lista delle cose da fare prima dei cinquant’anni devo tornare in America. Ma siccome le cose non vanno (quasi) mai come le avevamo progettate, ma a volte vanno anche meglio, invece degli Stati Uniti, me ne andrò a Cuba. Che non è (solo) un posto, anzi è un non luogo, forse è solamente una metafora. E’ Davide contro Golia, è l’utopia che diventa realtà, è tutto e il suo contrario. Volevo andarci prima che diventi qualcos’altro, prima che perda un po’ di questa utopia.

Quindi per una decina di giorni dovrete fare a meno delle mie minchiate. Tranquilli però, saluterò il compagno Fidel da parte vostra e al mio ritorno un bel resoconto minchione non ve lo toglie nessuno!

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L’invidia

Il tour per i 7 vizi capitali, in compagnia della splendida Tiffany, fa tappa oggi a casa dell’invidia.

Lui. Io non sono invidioso. Dovessi fare una classifica fra i sette vizi, probabilmente questo lo metterei all’ultimo posto. Forse sono troppo presuntuoso per essere invidioso. O forse, più semplicemente, sono contento di come sono. Un po’ come a sette e mezzo, quando dici “sto”. Non per paura di sballare, ma perché pensi di avere in mano delle belle carte (quattro assi, bada bene di un colore solo!).

Lei. “L’invidia è una gran brutta bestia” ci ripeteva all’infinito la suora delle elementari (ebbene sì, ho fatto le suore; di quelle severissime), inculcandoci sin da piccolini la pericolosità di questo sentimento, di questa fiera che ti monta dentro e ti acceca, portandoti ineluttabilmente alla cattiveria. Fortunatamente non mi appartiene, anzi se possibile é lontano da me anni luce. L’invidia subentra quando pensi che il successo degli altri tolga qualcosa a te, e io in tutta sincerità vedo il nostro percorso così personale, così intrinsecamente segnato da tutte le peculiari esperienze che ogni giorno anche inconsciamente facciamo, da non poter pensare che il successo altrui possa danneggiarmi.

Lui. Che poi in realtà nella vita non è che se arrivano altre carte ci sia il rischio di sballare. Anzi. C’è sempre da migliorare. Ad esempio mi piacerebbe tanto saper suonare uno strumento come si deve. Oppure mi piacerebbe parlare fluentemente le lingue straniere. E poi vorrei tanto imparare a nuotare. Però non posso dire di essere invidioso di Eric Clapton o di Michael Phelps (lo sapete che per medaglie vinte, se fosse una nazione, nel medagliere di tutti i tempi, starebbe nei primi venti paesi nella storia delle Olimpiadi! Ecco, in effetti, se uno dovesse proprio essere invidioso…)

Lei. Ma, confesso. Qualche anno fa mi é capitato di sperimentarla, quella seria, peraltro nei confronti di una persona a cui voglio molto bene che era riuscita dove io avevo fallito, e non lo auguro a nessuno. L’invidia per me é stato dolore. Percepisci che é brutto e ingiusto quello che stai provando e quindi tenti di soffocarlo, ma si impossessa di te in modo subdolo e ti fa perdere in naturalezza. Ti trovi anche a leggere le cose che accadono in una veste oscura (gomblotto!! Clicca qui se sei indignato anche tu!) e a dire frasi che non ti appartengono salvo pentirti il secondo dopo che le hai pronunciate. Perché quella tu non ti piace affatto. Allora l’unica é respirare e allontanarti “a prendere un po’ d’aria”. Riacquisti la vista, la nebbia si dipana, torni a ridere e festeggiare per l’altro (che lo merita peraltro), torni tu. E sei felice.

Lui. Eppure proprio non mi viene di esserlo. Anche, che so, vedendo gente più ricca o apparentemente più fortunata. Sono un po’ fatalista, penso che i conti andrebbero fatti alla fine. E soprattutto conoscendo tutti i dettagli delle storie. Anche quelli meno noti. Mi viene sempre da pensare che dietro le più grandi fortune, a volte si nasconda qualche magagna. Siamo invidiosi di persone che forse stanno molto peggio di noi. Perché la felicità non è un tanto al chilo e a volte per essere felici basta un sorriso di una sconosciuta, una canzone alla radio, un goal al 90.

Lei. Si perché cosa c’é di più bello del partecipare alla gioia degli altri? Come può questo non aggiungere un soffio di felicità anche alla tua di vita? Ammiriamo, non invidiamo. Il mio motto è da sempre (dopo il Chi se ne fott): sorridi che la vita ti sorride. E io veramente rido sempre, rido anche troppo forse. E la mia vita mi piace così com’è, con tutti i casini e le imperfezioni. Certo.. ammetto che eliminerei le donne senza cellulite dalla faccia della terra, ma quella é un’altra storia!

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L’ora solare è bella, ma non ci vivrei

Io odio l’ora solare. Odio le giornate in cui alle quattro e mezza di pomeriggio è già notte. Dice, “ma altrimenti la mattina è buio“. Ma perché, che dovete fare la mattina? Andate in giro per negozi alle 7 della mattina? Vi incontrate con gli amici e fate una passeggiata in centro? Chissene importa che la mattina è buio! Invece la sera, dopo una giornata di lavoro, avere un’ora di luce in più sarebbe una bella comodità. E poi ci risparmieremmo la seccatura di dover rispostare gli orologi a marzo.

Ma poi, perché proprio tra le due e le tre di notte. Se proprio dobbiamo spostare le lancette, facciamolo di giorno. Che so, tra il primo e il secondo tempo, magari se la tua squadra perde: “no, guarda mi dispiace, stai vincendo, però non sono le 16, sono le 15, quindi dobbiamo giocera ancora altre due ore.” In quel caso forse. Invece tutti a dire “va be’ ma dormiamo un’ora in più“. Ma voi sentite tutta questa esigenza di dormire un’ora in più? Se proprio dobbiamo fare finta di regalarci un’ora, almeno sfruttiamola per attività più divertenti. Mangiamo, beviamo, giochiamo a pallone, guardiamo un film, ascoltiamo musica, facciamo l’amore. Per dormire, da qui all’eternità, ne avremo di tempo!

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La lussuria

Per la terza tappa di questa carrellata vi intratteniamo oggi sul vizio più piccante. Perché, se come dice il proverbio, l’ozio è il padre del vizio, chi sarà mai la madre? Lo scopriremo solo leggendo!

Lui. Sono un maniaco sessuale non praticante, diceva il grande Woddy Allen. Ma sono troppo pigro per essere lussurioso. Ci vuole un grande impegno, una determinazione mica da tutti. Bisogna lasciarsi prendere, anzi travolgere da passioni sfrenate, più o meno lecite…ma chi ve lo fa fare, mi verrebbe da chiedere. Ma poi in realtà a chi dovrei chiederlo? Perché in effetti, mi sembra che la lussuria sia un vizio un po’ desueto. Come una vecchia signora un po’ birichina, che con aria maliziosa ti racconta delle sue gesta giovanili, quando “a chi la dava e a chi la prometteva”. Tutte fandonie, ovviamente, ma fa tanto fico raccontarlo, far credere che… Ammettiamolo, la lussuria è molto più millantanta che praticata. Poi oggi, figuriamoci! Con tutto questo virtuale in cui siamo immersi come un ippopotamo in una vasca dello zoo, ma chi volete che sia più davvero lussurioso? La lussuria è diventata un lusso, una cosa un po’ naif, come collezionare francobolli (anche se il must era la collezione di farfalle).

Lei. Devo ammettere una cosa: io ‘sta lussuria non è che la vedo proprio come un vizio capitale. Intendetemi: non è che stia lì a praticare atti impuri dalla mattina alla sera (figuriamoci, sono pigra anch’io) e comunque dobbiamo intenderci sul significato di atto impuro perché la dottrina cattolica classica è piuttosto restrittiva sul punto, ma altre religioni non lo sono affatto (anzi). Ciò non toglie che a me il grave turbamento della ragione, l’incapacità di controllare le proprie passioni.. stanno simpatici. Tutti ci siamo divertiti a studiare i Baccanali. Molti di noi hanno sognato con alcune di queste storie tormentate: io sto dalla parte di Anna Karenina. E di Paolo e Francesca. Come non si fa a non appassionarsi all’ Amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona? Passione, pulsione, annebbiamento della vista, fuoco interno che arde. Fiato corto, sguardi che bruciano, parole sussurrate. Vuoi mettere col rincorrere i Pokemon? Vuoi mettere con i Uomini e donne patinati e finti?

Lui.  Eppure, obiettivamente, la lussuria di per sé non dovrebbe essere male. Cioè, voglio dire, è divertente, no? E come giocare una bella partita il giovedì sera è decisamente meglio che stare davanti la tv a sentire uno scemo che dice “sciabolata morbida”, datemi retta voi giovani e diversamente giovani: diamo retta alla ascoltiamo la vecchia signora, che forse cadremo in tentazione, ma saremo sicuramente meno stressati!

Lei. Certo è che se domani mi si presentasse mio marito che, anziché direzionare tutta la sua verve lussuriosa verso di me, avesse deciso di fuggire con Miss. 25-anni-sensualità-agogò qualche problemino ce l’avrei; sicuramente avrei difficoltà ad appassionarmi alla loro di storia (il realtà ce l’avrei anche se costei avesse l’allure di un topo da biblioteca). Ma. Proprio perché “di doman non v’è certezza” … ce lo vogliamo godere questo oggi? Epicureizziamoci! Accettiamo che la signora Lussuria  (la immagino come Jessica Rabbit, eh sìsì) si impossessi di noi ogni tanto e ci travolga con la sua sfrenata passione. Possibilmente, se ce l’abbiamo, cerchiamo di direzionarla verso la persona che amiamo. Perciò, cari miei, anch’io non possono che unirmi al coro qui di sotto.

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Meno per meno dà più solo in matematica

Poche cose nella vita riescono a farmi incazzare. Pochissime riescono a farlo più del calcio. Lo so, sono il solito minchione e il fatto che me lo dico da solo non cambia il discorso. L’autocoscienza della minchioneria va di pari passo a quella della futilità del prendersela per come rotola una palla su un prato. Diciamo che ormai mi sono un po’ arreso ad entrambe.

Questo preambolo per raccontare che quando domenica scorsa l’arbitro ha infilato l’ennesima perla alla lunga collana di errori a cui si era pazientemente dedicato dall’inizio della partita di mio figlio, m’è partito l’embolo ed il malcapitato si è beccato una sequela di improperi, degni di ben altre nefandezze. Niente di trascendentale, sia chiaro, ripensandoci dopo però, non è stata proprio una cosa di cui andar fiero.

Il fatto che in tanti anni che seguo le partite di Lele non mi era mai capitato non mi giustifica. Ed allora, sempre ripensandoci dopo, mi chiedevo com’è che proprio questa volta fossi scattato in quel modo. In fondo parliamo di calcio dilettantistico: sbagliano i professionisti in serie A, figuriamoci questi poveretti, che la domenica invece di andare a farsi una bella fettuccina con il tartufo, se ne vanno di qua e di là per i campetti di periferia a prendersi gli insulti dei papà (minchioni) come me.

La cosa che proprio mi ha fatto uscire dai gangheri non è stato un errore. Ripeto, chi è che non sbaglia? Infatti poco prima, il suddetto, aveva giustappunto preso una topica clamorosa, invertendo una rimessa laterale da cui, fortuna per noi, era nato il nostro pareggio.  A quel punto, dopo le giuste rimostranze della squadra avversaria, il povero arbitro ha pensato bene di compensare l’errore concedendo un goal in palese fuorigioco. Forse però, mentre tutta la nostra squadra lo circondava per lamentarsi del torto subito, avrà pensato che un fallo laterale era un peccato veniale rispetto ad un goal in fuorigioco. E quindi, per ristabilire l’equilibrio nella bilancia dei torti, ci ha concesso un rigore del tutto inventato, che ha salomonicamente concluso la partita in pareggio.

E’ lì che non c’ho più visto. L’arbitro che si tramuta in giudice, che per coprire un suo errore (magari involontario), sceglie volontariamente di sbagliare di nuovo per pareggiare i conti e si infila così in una spirale, in cui deve per forza sbagliare sempre di più, per coprire lo sbaglio precedente. E meno male che nel calcio le partite finiscono al novantesimo minuto!

Perché invece nella vita no. E quante volte nella vita, per coprire uno sbaglio fatto in buona fede, cerchiamo di metterci una pezza anche se sappiamo per certo di sbagliare, stavolta in modo assolutamente consapevole? Quante volte ci facciamo paladini, di noi stessi o di altri, per tentare di riequilibrare una situazione che non è andata come doveva? Dovremmo arrenderci agli errori. Accettare che si può sbagliare e avere la forza di riconoscere l’errore senza tentare maldestre compensazioni. Perché purtroppo la somma di due cazzate quasi mai fa una cosa giusta: molto spesso fa una cazzata al quadrato. Meno per meno dà più solo in matematica.

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L’avarizia

Seconda puntata del viaggio in compagnia con Tiffany lungo i sette vizzi capitali. Oggi vi diciamo la nostra sul vizio di Paperon de Paperoni (ma mica solo lui!)

Lui. Nessuno dirà mai di essere avaro. L’avarizia fa proprio brutto! Forse neanche a noi stessi ammettiamo questo vizio. E’ un po’ come togliersi le caccole dal naso…dai, non si fa! Poi magari in bagno mentre nessuno vede o al semaforo quando siamo distratti. E poi ci ritroviamo lì, con questa roba fra le dita che non sappiamo bene dove mettere (ma sul serio qualcuno la mangia? Dai, no, non ci credo). Ecco, l’avarizia è un po’ così. Nessuno la confessa o la approva, ma poi a volte succede che quando nessuno ti vede o anche solo per distrazione, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che in quella situazione non siamo proprio stati splendidi. Che avremmo potuto fare o dare di più e meglio.

Lei. Giusto. Anche se devo confessare che nella realtà fenomenica da me sperimentata posso riscontrare tendenzialmente 3 figure: (il bello, il brutto e il cattivo. No!) il generoso, il neutro e il tirchio. I generosi – inutile a dirlo – sono persone rare e meravigliose, a cui non si può non volere bene; generalmente si vestono di un sorriso che prende tutto il viso fin su agli occhi e di una carezza di moneta sonante dispensatrice di caffè, regali e felicità. Categoria: non plus ultra. Poi ci sono quelli come me, neutri, senza infamia e senza lode. Non hanno particolari slanci di prodigalità nei confronti del prossimo, ma “sanno fare il loro”, che nella loro ottica corrisponde al giusto: oggi tocca a me, domani a te, è il compleanno offro da bere a tutti, siamo in ferie spendiamo e ci godiamo la vita, dobbiamo comprare casa tagliamo il superfluo e le elargizioni non dovute. Categoria: anonimato puro. E infine ci sono gli avari, gli spilorci, i cc.dd. micragnosi; popolazione – ahimé – altrettanto ben nutrita. Quelli che… quando è ora di pagare il conto si alzano per andare in bagno; quando si anticipa per un regalo non ti ridanno mai i soldi; quando si trovano spalle al muro soffrono in modo corporeo, manifestano sudori freddi, viso pietrificato e movimenti al rallentatore. Categoria: non tollerabile (preferisco le caccole al naso di cui sopra).

Lui. Però davanti agli altri nessuno lo ammetterà, anzi dichiarerà sotto giuramento di essere la persona più generosa del mondo. Tutt’al più diranno di essere oculati. E questa secondo me è una cartina da tornasole per scoprire l’avarizia. Quelli che godono a raccontarti di quanto hanno pagato poco quella cosa, di come hanno risparmiato in quell’altra, di come si spende poco in quel ristorante o in quel negozio, sta tranquillo che hanno qualche problema di avarizia. Che poi la cosa non si ferma certo alle cose. Anzi! Ci sono persone che non hanno proprio il concetto di proprietà, perché troppo poveri o troppo ricchi, ma sono comunque vittime dell’avarizia dei sentimenti. Quelli che non riescono a dare e darsi agli altri, per timore di perdere qualcosa. E di nuovo ecco la paura, che penso sarà una costante in questi sette capitoli. L’avaro ha paura di perdere qualcosa di suo e allora ammassa e mette da parte per i periodi di siccità. Così però non si gode quei beni che tanto vorrebbe preservare. Non coglie l’attimo, tranne poi pentirsene quando forse diventa troppo tardi.

Lei. Ecco, se guardiamo queste tipologie nella loro interrelazione dinamica succede una cosa strana:

  • il neutro prova un fastidio fisico nei confronti dell’avaro (va contro il suo senso di giustizia) e una sorta di venerazione verso il munifico (dona con naturalezza e senza aspettative);
  • il generoso si relaziona bene con l’intermedio e tollera con rassegnazione lo spilorcio. È un inguaribile personaggio positivo;
  • l’avaro è convinto che siano entrambi stupidi: l’uno combatte contro i mulini a vento, l’altro si fa fregare senza dignità.

Ora ditemi: non è che ha ragione Romolo.. hanno davvero solo a che fare con il vile denaro?

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Quel che resta

Cosa resta del bambino settant’anni dopo, dei progetti iperbolici nati nel buio delle notti insonni, dei buoni propositi di inizio settembre, le spinte costruttive, gli sforzi incessanti, le vittorie e le sconfitte.

Cosa resta degli amori mai nati, delle ipotesi mai realizzate, i sogni mai baciati, i baci sognati, le parole studiate, provate e riprovate e mai pronunciate, le reazioni immaginate e mai verificate.

Cosa resta delle amicizie assolute, delle menti in sintonia, le anime trasparenti, le mutande condivise, i viaggi senza meta, le pacche sulle spalle, le spalle su cui piangere.

Cosa resta degli amori finiti, delle attese, le promesse, le speranze, i progetti, le paure, il cuore oltre l’ostacolo, gli sguardi, le promesse, i sussulti del cuore, le carezze rubate, le lacrime e le risate.

Ma perché mai le ipotesi dovrebbero essere più importanti della realtà? E perché quello che finisce dovrebbe avere meno valore di quello che dura? Ma in questo forse la parola definitiva la disse un tedesco duecento secoli fa…quel che resta lo fondano i poeti.

Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore e ci resterà. Sei bella in questo momento, più bella adesso che il vento ti allontana da me. Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore. Mi sento morire morire per te.

 

 

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La superbia

Lui. “E’ difficile essere modesti quando si è il migliore”. Questa scritta era una delle tante stronzate massime che facevano bella mostra di sé nella Tolfa che usavo al liceo come zaino per portare i libri (praticamente un ossimoro, una contraddizione in termini: già solo il libro di letteratura era più grosso della Tolfa e quindi eri costretto ad arrangiarti con cinte ed elastici, neanche l’ultimo degli sfollati, ma non divaghiamo). Certamente la modestia non è mai stato il mio forte. Che uno poi dovesse fermarsi a riflettere potrebbe dire “ma che c’hai da essere tanto orgoglioso? Sei alto un cazzo e mezzo, porti gli occhiali, hai le orecchie a sventola, sei stonato come una campana, con le lingue straniere sei un disastro, non sai nuotare, hai un fisico da lanciatore di coriandoli, sei distratto, metereopatico, ipocondriaco, soffri di colite, ti dimentichi tutto, ti basta uno spiffero d’aria per raffreddarti. Insomma, ammettiamolo, sei un mezzo disastro”. In compenso però sono molto simpatico!

Lei. Un solo episodio per descrivere il mio rapporto con la superbia. Giorno dei quadri, ultimo anno di liceo classico. Tiffany ha preso il massimo e, felice, va a fare shopping con sua madre; ad attenderla c’è un’estate piena di rocambolesche avventure. Incontra nel tragitto 3 sue amiche di un’altra scuola, che subito le chiedono come sia andata. Tiffany, in preda al panico, risponde trafelata e anche un po’ a bassa voce: “96”. Sua madre, basita, la fissa con lo sguardo di Figlia mia, ma tu che problema hai? Effettivamente quella cojona che lei aveva partorito con dolore si è appena abbassata il voto per non far sembrare che…

Lui. La capacità di vedere il lato positivo delle cose, l’abilità a saper vendere bene quelle poche o tante qualità, questo forse è la base su cui nasce la mia presunzione. Che poi, come ho già scritto altrove, forse già l’aver aperto un blog, l’idea di avere qualcosa di interessante da scrivere, è già di per sé un bell’indizio di superbia. A chi mai dovrebbe interessare quello che mi frulla per la mente? D’altra parte, a mia parziale discolpa, debbo dire che senza un pizzico di presunzione, ognuno se ne starebbe per i fatti propri, senza dire, né dare, niente al prossimo. E forse neanche così andrebbe bene. Che poi, nonostante la riconosci guardandoti allo specchio (o forse proprio per questo), la superbia è uno di quei difetti più odiosi quando la ritrovi negli altri. Niente di peggio dei palloni gonfiati, di chi si incensa e si autocelebra, sbrodolando meriti e medaglie più o meno autentiche! La cartina di tornasole, secondo me, è l’ironia. Se non si è capaci di ridere di se stessi, si rischia di far ridere gli altri (molto spesso, senza volerlo e senza accorgersene).

Lei. Esiste il problema opposto, che è parimenti un vizio capitale oltre che un enorme handicap. Tutto quello che si fa viene posto ad una continua ed estenuante prova di resistenza e di discredito che fiaccherebbero e farebbero perdere l’entusiasmo persino al ricercatore che ha appena scoperto la cura al cancro. Gli umili-per-forza non solo non si gonfiano fino a esplodere, ma si fanno piccoli piccoli fino a scomparire perché l’obiettivo è galleggiare nella massa, confondersi tra la folla. Salvo poi incazzarsi come tori svizzeri quando i loro meriti – che hanno provveduto prontamente a nascondere in uno scrigno dorato nella fantomatica isola del tesoro – molto ingiustamente non vengono “cercati” da un cacchio di nessuno.

Lui. Diciamo allora che bisognerebbe essere onesti. Con gli altri e con se stessi. Non abbandonarsi alle lamentele e alle paure dell’umiltà e della modestia esagerate (anche quelle sono belle fastidiose!) e neanche credersi chissà chi. Alla fine, paradossalmente, sia chi si crede troppo, sia chi si crede troppo poco, forse ha semplicemente paura di essere quello che è. Ma invece siamo così come siamo, naturalmente belli (!). Manteniamo i piedi per terra. E lo sguardo però sempre bello dritto verso il cielo!

Lei. Non me ne vogliate, dunque, se quando incontro un superbo [generalmente uomo. Ahi, la diversità di genere, il maschio crede in se stesso quasi sempre] ne rimango rapita: quanta ammirazione per la fiducia a volte anche immeritata che quell’individuo ripone su di sé!!! Cari tracotanti, non sarete tanto simpatici ma vi prego fatevi avanti, ché noi modesti-senza-senso abbiamo tanto, tanto da imparare.

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Si – può – fare!!! Ovvero, la nuova avventura letteraria di Tiffany e Romolo

Lui: La cosa è nata così. Lei ha detto, “perché noi due non proviamo a…” ed io ho risposto “e perché no”. Allora lei ha detto “ma come facciamo a…” allora ho risposto “lo famo strano!” Su per giù l’idea di scrivere qualcosa a 4 mani con Tiffany è nata così. E come per le camminate in montagna, dovendo affrontare una erta cima, abbiamo pensato che fare il cammino in due offriva indubbi vantaggi: ci si dà una mano nei momenti di difficoltà, ci si sprona a vicenda quando il sentiero sembra troppo arduo, si cerca di andare avanti se non altro per non far rimanere indietro l’altro. Passando ad una metafora canterina e musicale, non abbiamo provato a suonare due strumenti diversi, ma lo stesso strumento a quattro mani, per dare ognuno il suo tocco, il calibro, l’espressione, cercando di trovare nuove variazioni dello stesso tema. Oppure come in una canzone a due voci: certo a volte diventa complicato il raggiungimento di un equilibrio sonoro, ma quando le due voci si armonizzano nella loro diversità, riescono ad esprimere melodie irraggiungibili da una voce sola.

Lei: Romolo, come sei romantico con queste immagini, non si direbbe quasi che sei un esimio esponente dei “cazzeggi semi-seri da tempo libero”! L’idea del «Ma esistono post a 4 mani?» mi ha subito garbato parecchio; anzi, la verità è che mi ha gasato proprio. Buttato lì, inatteso, subito colto. Un’occasione che sembrava passare per caso fischiettante, quasi cercasse di essere intercettata da qualcuno; era lì per colorare un poco le monadi di WordPress, chiedeva di dare un vestito diverso a un’avventura che si stava già rivelando assai ricca. Due persone, tante esperienze, la stessa melodia, diversi punti di vista. Venere e Marte: a confronto, a conforto, a supporto.

Lui: Il tema che abbiamo scelto sono i sette vizi capitali: Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira e Accidia. Li racconteremo dai nostri punti di vista, cercando di sottolineare come li viviamo e come li vediamo, come li affrontiamo e come ci arrendiamo a loro. Perché parlare di vizi e non di virtù? In fondo sono 7 anche quelle. Perché da qualcosa dovevamo pur cominciare. E poi soprattutto perché entrambi siamo convinti che mentre di questi nessuno ne parla e molti li esercitano, di quelle altre molti ne parlano, ma sarebbe senz’altro preferibile praticarle!

Lei: E poi altresì perché siamo entrambi convinti che.. parlare di vizi, anziché di virtù, non è molto più divertente?  Non è vero forse che preferiamo un po’ tutti L’inferno dantesco al Paradiso? Ecco saggiata sin da subito la seconda chiave di lettura della stessa medaglia! Speriamo solo di non tediarvi troppo.