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Uno spettro si aggira per l’Europa

Quando le persone smettono di credere in Dio, cominciano a credere a qualsiasi cosa (G. Chesterton).

L’occidente come entità geografico-politica è sempre più malato di populismo. Due elementi secondo me più di altri stanno determinando questo fenomeno: la paura per la pressione del sud del mondo povero (che si manifesta violentemente con l’Isis e drammaticamente con le folle di disperati che fuggono da fame e carestie), la crisi economica che ha impoverito le classi medie. Di fronte a questo si capisce che ha buon gioco chi offre soluzioni miracolose, low coast, senza chiedere in cambio nulla tranne il voto. I leader ed i movimenti populisti fanno questo da sempre: dicono quello che la gente si vuol sentir dire. Ovviamente non sono in grado di realizzare nulla di quello che promettono e spesso lasciano situazioni peggiori di quelle che avevano lasciato. Ma tant’è! La storia sembra non insegnare nulla.

Usciamo dall’Europa e ridiventeremo ricchi” vale come “il milione di posti di lavoro“. “Manderemo via tutti gli immigrati” somiglia a “meno tasse per tutti“, oppure “reddito di cittadinanza“. Soluzioni semplici a problemi complessi. Credere a questi imbonitori è un po’ come puntare i risparmi su chi promette di farti vincere la lotteria o farsi prevedere il futuro da qualche ciarlatano. Perché questi sono! Ma il bello è che, secondo me, sotto sotto lo sa anche chi li vota. Il fatto che la Brexit o la vittoria di di Trump siano venute fuori contro ogni sondaggio è indicativo. Le persone che fanno queste scelte tendono a non ammetterlo pubblicamente. Trovatemi oggi uno che affermi di aver votato Berlusconi! Eppure quasi un italiano su tre lo votò e non una volta sola.

Ma la gente non è stupida. Può essere disperata, incazzata, depressa, sfiduciata, ma non è affatto stupida. E quando ci sono alternative credibili, improvvisamente torna razionale. Il guaio è quando queste alternative non ci sono. Quando chi ha responsabilità politiche si stacca dalla realtà o sfacciatamente pensa di perseguire i propri obiettivi (più o meno leciti) con arroganza e superficialità. Aver ridato fiato a dei minus habens come quelli della Lega, aver fatto nascere e moltiplicare un movimento senza né capo, né coda guidato da un comico, continuare a tenere in vita (politica) un personaggio come Berlusconi, sono responsabilità enormi del Partito Democratico. E mi dispiace che anche Renzi abbia ripercorso lo stesso iter di chi l’ha preceduto. Continuo a pensare che questo governo abbia fatto più di quanto abbiano fatto gli altri negli ultimi quindici anni, ma se come sembra il no vincerà (ed io spero ancora che non sia così) sarà una sua personale responsabilità politica.

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La gola

Dopo la pausa vacanziera tornano i dialoghi con la mia amica Tiffany sui sette vizi capitali. Oggi parliamo di quello dedicato ai golosi!

Lui. “Ci vuole un fisico bestiale, anche per bere e per fumare”, cantava qualche anno Luca Carboni. Un fisico che io non ho! Ecco, questo forse davvero è un vizio che uno si può permettere solo in determinati periodi della vita. Forse il mio amico Dario ricorderà quando ci ingozzavamo con i famosi extraterrestri della madre (una fetta di petto di pollo arrotolata con prosciutto e mozzarella, panata e fritta nell’olio d’oliva calabrese che loro si facevano mandare su da Rossano). O quando per fare uno spuntino ci facevamo quei toast fritti in un panetto di burro, perché il tostapane ci sembrava che li seccasse troppo…

Lei. Mettetemi davanti un buffet e mi vedrete fare tilt, come le slot machine impazzite che girano girano e non si fermano più, capace finanche di fagocitare la tovaglia su cui poggiano le vivande, affermando convinta cose tipo “assaggiala,  non è male,  i rilievi in oro sono croccanti al punto giusto”. In quel momento di perdizione assoluta quali gli aperitivi ai matrimoni, specie per la fila ai fritti, generalmente indosso un caschetto da rugbista e l’andamento combattente di Porthos dei Tre moschettieri perché la guerra è guerra. Una sobria gentil donzella, insomma.

Lui. Insomma una volta effettivamente ero molto tentato a cedere alle lusinghe della gola. Diciamo che è un vizio che forse vorrei avere, ma proprio non ce la faccio. L’ansia per il colesterolo alto, il reflusso esofageo, il nervoso se non mi entrano più i pantaloni dell’anno prima…no, la gola è proprio un vizio che non mi posso più permettere.  O forse, detto in altre parole, sto diventando vecchio. Che non vuol dire automaticamente saggio. Anzi. Solo che capisci meglio i tuoi limiti, valuti quello che puoi fare e quello no. Visto che la quantità ha forti controindicazioni, ripieghi per la qualità. Te la tiri un po’, fai lo snob, con quei piattini belli da vedere e politically correct. Ma dentro di te sai che è un ripiego. E rimpiangi quei bei due etti di spaghetti alla carbonara che ti sparavi senza colpo ferire e senza problemi digestivi qualche anno prima!

Lei. Purtroppo anche io non posso più estrinsecare come vorrei la mia potenza divina  (perché di questo stiamo parlando, di superpoteri del palato) e ho giustamente deviato verso la qualità. Il reflusso – sappiatelo – ha creato dei mostri, tra cui me: i cc.dd. FOODIES. Persone estremamente motivate ma con umani limiti fisici che decidono di cedere alle lusinghe della gola ogni tanto, ma al top. Folli personaggi alla ricerca del miglior hambuger, il miglior gelato, il migliore ristorante, il miglior tortino al cioccolato. Conosco persone fomentate per il tango che girano il mondo inseguendo milonghe. Ecco, noi inseguiamo salamelle (anche formaggi e salsine varie. O Il pomodoro che sa di pomodoro). Eccomi, sono la tossicodipendente del cibo, il Ciaccio dei tempi moderni. E a giudicare da chi ho accanto, sono in buona compagnia… in una vera, peccaminosa, goduriosa spirale senza via d’uscita.

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 3 – l’itinerario

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Noi non siamo fortunati con le partenze! Come già ci successe nel nostro viaggio a Londra, arrivati a Fiumicino scopriamo che il volo è stato spostato di cinque ore: invece di arrivare alle 23, arriveremo all’Avana alle 4 del mattino. Perderemo qualche ora di sonno, ma se non altro il programma resta inalterato. Il volo Blu Panorama è lungo, noioso, scomodissimo, ma senza sorprese. L’unica paura me la prendo ogni volta che il cubano chiattone seduto avanti a me abbassa lo schienale, perché potrebbe sembrare a tutti gli effetti un approccio erotico. Il problema vero è che quando sei in aereo il tempo non vola…va be’, non lo dico più.

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Comunque tra una lettura sulla rivoluzione cubana, una biografia del Che, l’ultimo di Lansdale, un tentativo di sonnellino, un pasto improbabile, le dieci ore e tre quarti passano e finalmente arriviamo. Quelli che sembrano non arrivare sono i bagagli. Non so a voi, ma a me il nastro trasportatore ogni volta mette un po’ d’ansia. Penso sempre che il mio bagaglio si sia smaterializzato chissà dove e quindi, ogni volta che poi compare – rigorosamente fra gli ultimi – mi sembra come se avessi vinto alla lotteria. O come se lui (il bagaglio) avesse superato chissà quale prova. Come se avesse passato un duro esame e come si fa con i figli, mi verrebbe da gridare: “Eccolo è lui! Guardate quant’è stato bravo, ce l’ha fatta anche stavolta!”

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Insomma, recuperati i bagagli, superati i controlli di rito, abbiamo incontrato la nostra guida ed il nostro autista, Giuliano, di cui vi ho già parlato e Semir che nel tragitto verso l’albergo ci spiegano le varie tappe del nostro tour. Soprattutto Giuliano parla bene l’italiano, ha amici e parenti qui da noi e poi ci racconta che da sempre gli italiani sono i turisti più numerosi, forse solo recentemente superati dai tedeschi (che infatti incontreremo in ogni tappa). Dopo un paio d’ore di sonno ed una doccia abbiamo fatto il tour dell’Avana: la mattina la città vecchia, le 4 grandi piazze dov’è ben presente l’impronta della dominazione spagnola e quella dei moti di liberazione tra fine ottocento ed inizio novecento. Poi i luoghi di Hemingway, i bar, i ristoranti, gli alberghi con sue foto un po’ ovunque. Dopo un passaggio in una distilleria di Rum nel pomeriggio giro nella città nuova, con i luoghi della rivoluzione ed immagini del “Che” in tutte le salse.

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Il secondo giorno dedicato al sigaro, altra icona dell’isola. Prendiamo la Autopistas di cui vi ho già raccontato e dopo due ore di guida arriviamo a Pinar del Rio dove visitiamo una fabbrica del tabacco. Per il pranzo ci spostiamo a Vinales, dove c’è la riproduzione di graffiti preistorici: una cosa un po’ kitch, ma comunque scenografica. Nel pomeriggio visitiamo una piantagione di tabacco e poi rientriamo all’Avana. Serata dedicata al Buena Vista Social Club con l’orchestra di scatenati vecchietti e giovani ballerine e mojito come se piovesse. Tra l’altro qui è molto meno alcolico rispetto a quanto siamo abituati, ma sarà la menta, sarà lo zucchero di canna, sarà il Rum, mi sembra decisamente più saporito di quello che beviamo noi.

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Terzo giorno, lasciamo l’Avana e riprendiamo l’autopistas stavolta per andare verso est. Mattinata alla famosa Baia dei Porci, dove stava per scoppiare la terza guerra mondiale. Visitiamo un parco naturale con i coccodrilli e poi con un’improbabile barchetta giriamo per vari isolotti in un ambiente paludoso molto suggestivo visitando la ricostruzione di un villaggio indoamericano. Dei primi abitanti dell’isola non esiste più alcuna traccia perché furono sterminati dagli spagnoli nel giro di una cinquantina d’anni dopo l’arrivo di Colombo sull’isola. Nel pomeriggio arriviamo a Cenfuegos, graziosa cittadina di mare, molto più pulita ed ordinata della altre città visitate (è famosa per essere “la linda”), con la particolarità di avere diversi edifici in stile francese, a causa della presenza di un numerosa comunità emigrata qui nel 1700.

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Il quarto giorno è dedicato a Trinidad, la città museo, rimasta pressoché inalterata così come la fondarono gli spagnoli. Visitiamo la città, girovagando per i suoi vicoletti, la cattedrale ed anche un inquietante tempio della Santeria, un culto di origine africana ancora diffuso nell’isola. All’ora di pranzo l’immancabile, travolgente flusso degli studenti, con le loro divise colorate a seconda del ciclo di studi: rosso granata per le elementari, giallo ocra per le medie, azzurro per le superiori. Dopo pranzo visitiamo la bottega di un vasaio e poi una torre fatta costruire nel nulla da un signorotto spagnolo del 700, per vincere una gara e conquistare il cuore di una fanciulla. Il nostro albergo si trova sul mare: una sorta di villaggio all-inclusive dove riusciamo anche a fare un salto in spiaggia per il primo bagno nel Mar dei Caraibi!

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Ma il clou marino è il giorno seguente: due ore di navigazione sul Katamarano per arrivare su un isolotto in mezzo all’oceano, Cayo Macho (detto anche Cayo Iguana per la presenza abbondante di questi lucertoloni, brutti ma innocui, unici abitanti dell’isolotto). Giornata di mare, in completo relax fra bagni in un’acqua calda e trasparente e tanto sole, i nostri accompagnatori riescono anche a pescare un barracuda di circa un metro che la sera mangeremo in albergo.

20161105_120816La domenica passiamo dal mare alla montagna, facendo un bel tour al parco Tapes de Collantes. Dopo un breve tragitto con una vecchia 4×4 sovietica facciamo una lunga passeggiata nella foresta, in mezzo ad un’esplosione di piante esotiche e cascatelle d’acqua che creano piscine naturali dove qualche coraggioso si fa anche il bagno (io no, troppo freddo!). Dopo il pranzo presso una comunità montana, ci rimettiamo in macchina in direzione Santa Clara, la città del “Che”. Riusciamo a visitare la piazza della rivoluzione ed il Mausoleo dove riposano i resti mortali dell’eroe argentino di nascita, ma cubano di elezione.

img_2736Il giorno dopo, ahinoi l’ultimo di questa vacanza meravigliosa, lo dedichiamo ancora a Santa Clara, visitando il museo del treno blindato fatto saltare dai rivoltosi ed episodio clou della rivoluzione contro Batista e poi facendo un giro per la città, che con i suoi 800 mila abitanti è la terza dell’isola, dopo Cuba e Santiago. Nel pomeriggio, dopo un pranzo presso una Hacienda campesina, ci dirigiamo all’aeroporto dove, dopo 13 ore di volo, ritorneremo a casa.

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Se qualcuno fosse interessato a ripercorrere questo tour, vi segnalo che noi siamo andati con l’agenzia ufficiale Cubana (Havanatour). Il nostro amico Giuliano però si sta attrezzando per organizzare personalmente dei tour analoghi, sfruttando una rete di “case particular” di sua fiducia, personalizzandoli a seconda delle richieste: ad esempio qualche giorno di mare a Varadero o in qualche altra spiaggi famosa sarebbe valsa sicuramente la pena, ma noi non avevamo molti giorni di ferie. Chi fosse interessato può contattarmi in privato e gli do i riferimenti.

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 2 – le curiosità

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Giuliano mi ha detto che gli spagnoli per Cuba hanno fatto solamente due cose buone: il rum e le mulatte. Sul rum niente da dire: mi ha consigliato di lasciar perdere l’Havana Club che si trova ovunque (anche alla Conad sotto casa mia, in effetti), indirizzandomi piuttosto sul Santiago, decisamente migliore degli altri (in particolare quello scuro, ovviamente più è invecchiato, meglio è). Sulle mulatte, ma dire in generale sulle donne cubane invece ci sarebbe molto da dire. Dov’erano quelle belle? Forse le avevano nascoste, oppure si erano mascherate, senza dubbio si erano leggermente (!) appesantite. Che poi, mangiando quasi esclusivamente riso, fagioli e pollo, ma come fanno ad ingrassare? Eppure vi assicuro che più dell’80 delle donne cubane è sovrappeso. E a parte qualche eccezione (decisamente notevole), lo standard di bellezza che abbia qui da noi, non collima esattamente con quello esistente lì.

Essendo praticamente tutti impiegati statali, il vero guadagno per chi svolge un’attività, sono le mance. Oddio, anche da noi ci sono. Ma lì sono una cosa esagerata! Se volete andare a Cuba sappiate che qualsiasi cosa vorrete fare ci sarà qualcuno che vi chiederà la mancia. Più puntuale di un esattore svizzero, più petulante di un testimone di Geova, il cubano sa che quella è la sua fonte di sostentamento primaria. E non mancherà modo di farvelo notare.

Le strade e in particolare l’autopistas sono una vera e propria attrazione. Dalle biciclette ai camion di qualsiasi fattura, dalle macchine assemblate in maniera insolita ai carretti trainati da animali, dai sidecar alle motociclette, potete incontrare qualsiasi mezzo di locomozione, in qualsiasi direzione, spesso anche contromano rispetto alla quella di marcia. Senza tralasciare la folla di gente che aspetta chissà chi, attraversa le corsie, chiede un passaggio con l’autostop. L’autostrada è un luogo conviviale, neanche fosse la piazza del paese. Un’esperienza talmente paradossale, a cui è difficile credere anche quando sei lì. La vedi e pensi, no dai, non è possibile!

Come vi dicevo internet quasi non c’è, la tv ha tre canali, cinema ne abbiamo visti pochi. Che fanno i cubani, a parte ballare la salsa, fumare il sigaro e bere Rum…….? Esatto! Fanno quello e quello hanno in testa! Del resto il nostro autista Semir è nonno a 35 anni e Giuliano, dall’alto dei suoi 4 matrimoni collezionati nei primi 33 anni di vita, appena rotto il ghiaccio, mi ha subito chiesto “hombre, te gusta la papaya?” che comprensibilmente non era il frutto tropicale. A parlare con lui sembrava di essere in una commedia italiana degli anni 50, perché è una vera miniera di barzellette sulle suocere, storie di corna, avventure amorose. Sapete quelle storielle con cui passavamo i pomeriggi della nostra adolescenza? Ecco, lì non gli passa mai. Ma sapete che vi dico? Beati loro! Beata la loro spensieratezza e la loro gioia di vivere!

C’è un però. C’è sempre un però. Un elemento che in chiusura devo sottolineare come un vero e proprio peso oscuro che grava sulla popolazione cubana e che angustia le loro giornate, che rovina ogni festa, che si insinua nell’intimità del desco familiare e nel luogo dove più di ogni altro si consumano i momenti conviviali. Come chi è stato già a Cuba avrà certamente capito sto parlando del cumino. Questa cazzo di spezia la mettono ovunque! In ogni piatto, in ogni pietanza, nel pollo, nel riso, nei fagioli (non è che ci sia poi molto altro eh!): non devi chiederti se ci sarà o no, ma solamente quanta ce ne sarà, quanto avvelenerà quello che stai mangiando con quel suo sapore di ascella sudata. Il cumino è stat l’unica vera nota stonata di questa vacanza.

Sì, ma dopo tanto chiacchierare, cosa hai visto di Cuba, si chiederanno i miei fedeli lettori? Per questo però dovete aspettare domani la terza ed ultima puntata di questi appunti di viaggio!

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Resoconto semiserio di un viaggio a Cuba. 1 – le impressioni

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“Cuba non è un luogo, ma un’utopia”. Questo scrivevo prima di partire e, una volta tanto, debbo dire di averci azzeccato. Potrei dire che è esattamente come me l’ero immaginata, oppure che è molto meglio. Quando sei lì sembra di essere in un caleidoscopio: colori, forme architettoniche, stili, tutto mischiato. Sulla stessa via dell’Avana, l’uno attaccato all’altro, trovi uno splendido palazzetto in stile coloniale, poi una baracca mezza scrostata con il tetto in lamiera e vicino un grattacielo relativamente moderno. Ma la stessa cosa potresti dirla degli abitanti: bianchi, neri, mulatti, turisti, anziani, bambini in divisa, povera gente e damerini impomatati. Tutto e il contrario di tutto. Come le macchine: fiat 126  che non vedevo dall’adolescenza, jeep sovietiche, macchinoni americani, tutti sulle stesse strade, a fianco di sidecar, carretti trainati da muli e motociclette di quarant’anni fa. Ma questa miscellanea di oggetti, persone, colori è talmente uniforme che non capisci mai quale sia la regola e quale l’eccezione, quale la cosa comune e quale la rarità. Non c’è un carattere predominante: Cuba sembra volerti dire, “sono quella che vuoi. Decidi tu ed io sarò esattamente quello che vorrai che io sia”.

Uno dei dubbi che avevo arrivando lì era capire come potesse funzionare un sistema così statalizzato che sembra quasi un residuo del passato. Ma soprattutto avevo la curiosità di capire come stesse la gente. Da quel che ho potuto vedere, da quello che raccontano loro stessi (la nostra guida, il mitico Giuliano, in questo è stata una fonte inesauribile di notizie) non stanno bene, ma neanche così male come pensiamo. Capiscono di essere indietro e per certi aspetti vorrebbero andare avanti, superare lo stallo attuale, ma sicuramente non vorrebbero snaturare quello che sono. Loro sono e si sentono ancora profondamente “Hijos de la revolucion“, quando parlano di Che Guevara gli viene la pelle d’oca, quando parlano degli Americanos si sentono fremere di rabbia. Poi certo, chi arrotola le 4 foglie di tabacco che servono a fare un sigari, 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, guadagna 200 CUC (equivalenti all’euro) al mese, che possono arrivare anche al doppio se la produttività è buona. Ma d’altra parte ti dicono che nella loro isola non ci sono armi, non c’è droga, hanno una sanità pubblica di primissimo livello, una casa e un lavoro per tutti quelli che vogliono lavorare.  Perché dovremmo diventare qualcos’altro?

La scuola dell’obbligo porta ogni ragazzo cubano almeno fino al termine del liceo ed in ognuna delle 15 provincie in cui è divisa l’isola c’è una Università gratuita ed accessibile da chiunque. Per far capire quanto tengono all’istruzione basta dire che la leva obbligatoria prevede una ferma di due anni, che però si dimezzano per chi frequenta l’Università. Il loro problema primario è l’embargo, che nonostante proclami e promesse, continua a tenerli isolati dal resto del mondo: Giuliano ci diceva che dagli inizi di settembre, la carne di mucca è razionata e destinata solamente ad anziani e bambini perché le mucche sono poche e non arrivano da fuori. Quello che il resto del mondo continua giustamente a festeggiare come un evento di liberazione, la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, per loro è stata la mazzata peggiore che potesse capitare.

Un’altra contraddizione. Parlando con lui mi racconta quanto sia amatissimo Fidel Castro (un po’ meno il fratello), riconosciuto da tutti come vero protagonista della rivoluzione e della liberazione dalla tirannide. Eppure in giro di lui si vedono pochissime immagini, a differenza del Che che invece è ovunque. Non ci sono quadretti con la sua immagine, non ci sono magliette, targhe, spille, nulla. Forse un segno di deferenza verso il leader che è ancora in vita, nonostante non sia più capo dello stato. E’ lì con loro, non è ancora tempo per farne un’icona. Non hanno wifi, i telefoni lì ancora servono per telefonare ed in macchina non esiste navigatore, i bar, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, tutto è in mano allo Stato. Noi potremmo chiamarlo regime, dittatura, per loro è una democrazia, figlia della rivoluzione. Dove i quattro figli di Che Guevara insegnano, sono veterinari, medici e avvocati: cubani uguali agli altri cubani.

Chiese ce ne sono ben poche, eppure raccontano con commozione ed orgoglio le visite degli ultimi tre papi. La maggioranza di loro non è certo cattolica, però a modo loro sono credenti. Siamo a novembre, è autunno anche qui, eppure comincia ora la stagione migliore. La differenza infatti non è fra caldo e freddo, ma fra stagione secca e stagione umida. Perché, come dicevo, Cuba può essere quello che vuoi, ma non puoi approcciarla con le tue categorie, con i tuoi concetti predefiniti, altrimenti rischi di non capire nulla. E mentre sono assorto in questi pensieri, rimango incantato a guardare il volo a planare di grandi uccelli che volteggiano sull’Avana.

  • Giuliano, quelli lì, cosa sono? Che belli! Sono dei falchi?
  • Quelli? Sono buitres, quelli mangiano gli animali morti. Come li chiamate voi?
  • Avvoltoi?
  • Giusto, avvoltoi.

Ecco, appunto. Si rischia di non capire nulla.

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Cuba libre

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone. Questo scriveva Steinbeck e non credo avesse torto. Come si intuisce dal titolo di questo Blog l’idea stessa di viaggio mi è particolarmente cara. La preparazione prima della partenza, lo spostamento da un luogo o da una situazione iniziale, la tensione verso un traguardo, il percorso che bisogna compiere per arrivare, la strada di ritorno. Le tappe di un viaggio, che sia reale o metaforico non cambia, scandiscono il nostro tempo come le nuvole che si susseguono in cielo in una giornata ventosa. E lì il viaggio decide la sua natura: puoi inseguire le nuvole, oppure fermarti a contarle, puoi provare a riprodurle in un foglio o lasciarti cullare dal loro gioco di luci e di ombre. Senza dubbio quando il viaggio sarà finito non sarai più la stessa persona che eri prima di partire, perché è vero che i viaggi costruiscono quello che siamo, ci danno e ci tolgono, fanno nascere e morire le amicizie, ci insegnano a conoscere i luoghi, ma prima ancora le persone che ci stanno intorno. Ma anche noi stessi. Per questo ha ragione Kavafis, nel viaggio la cosa più importante non è tanto la meta, quanto il percorso che hai fatto per arrivarci.

Detto questo, visto che il fatidico traguardo dei cinquanta si avvicina. Considerato che la colonscopia l’ho fatta, sono stato a qualche concerto in più, ho letto libri e giocato a calcetto quanto avrei voluto, per completare (quasi) la lista delle cose da fare prima dei cinquant’anni devo tornare in America. Ma siccome le cose non vanno (quasi) mai come le avevamo progettate, ma a volte vanno anche meglio, invece degli Stati Uniti, me ne andrò a Cuba. Che non è (solo) un posto, anzi è un non luogo, forse è solamente una metafora. E’ Davide contro Golia, è l’utopia che diventa realtà, è tutto e il suo contrario. Volevo andarci prima che diventi qualcos’altro, prima che perda un po’ di questa utopia.

Quindi per una decina di giorni dovrete fare a meno delle mie minchiate. Tranquilli però, saluterò il compagno Fidel da parte vostra e al mio ritorno un bel resoconto minchione non ve lo toglie nessuno!

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L’invidia

Il tour per i 7 vizi capitali, in compagnia della splendida Tiffany, fa tappa oggi a casa dell’invidia.

Lui. Io non sono invidioso. Dovessi fare una classifica fra i sette vizi, probabilmente questo lo metterei all’ultimo posto. Forse sono troppo presuntuoso per essere invidioso. O forse, più semplicemente, sono contento di come sono. Un po’ come a sette e mezzo, quando dici “sto”. Non per paura di sballare, ma perché pensi di avere in mano delle belle carte (quattro assi, bada bene di un colore solo!).

Lei. “L’invidia è una gran brutta bestia” ci ripeteva all’infinito la suora delle elementari (ebbene sì, ho fatto le suore; di quelle severissime), inculcandoci sin da piccolini la pericolosità di questo sentimento, di questa fiera che ti monta dentro e ti acceca, portandoti ineluttabilmente alla cattiveria. Fortunatamente non mi appartiene, anzi se possibile é lontano da me anni luce. L’invidia subentra quando pensi che il successo degli altri tolga qualcosa a te, e io in tutta sincerità vedo il nostro percorso così personale, così intrinsecamente segnato da tutte le peculiari esperienze che ogni giorno anche inconsciamente facciamo, da non poter pensare che il successo altrui possa danneggiarmi.

Lui. Che poi in realtà nella vita non è che se arrivano altre carte ci sia il rischio di sballare. Anzi. C’è sempre da migliorare. Ad esempio mi piacerebbe tanto saper suonare uno strumento come si deve. Oppure mi piacerebbe parlare fluentemente le lingue straniere. E poi vorrei tanto imparare a nuotare. Però non posso dire di essere invidioso di Eric Clapton o di Michael Phelps (lo sapete che per medaglie vinte, se fosse una nazione, nel medagliere di tutti i tempi, starebbe nei primi venti paesi nella storia delle Olimpiadi! Ecco, in effetti, se uno dovesse proprio essere invidioso…)

Lei. Ma, confesso. Qualche anno fa mi é capitato di sperimentarla, quella seria, peraltro nei confronti di una persona a cui voglio molto bene che era riuscita dove io avevo fallito, e non lo auguro a nessuno. L’invidia per me é stato dolore. Percepisci che é brutto e ingiusto quello che stai provando e quindi tenti di soffocarlo, ma si impossessa di te in modo subdolo e ti fa perdere in naturalezza. Ti trovi anche a leggere le cose che accadono in una veste oscura (gomblotto!! Clicca qui se sei indignato anche tu!) e a dire frasi che non ti appartengono salvo pentirti il secondo dopo che le hai pronunciate. Perché quella tu non ti piace affatto. Allora l’unica é respirare e allontanarti “a prendere un po’ d’aria”. Riacquisti la vista, la nebbia si dipana, torni a ridere e festeggiare per l’altro (che lo merita peraltro), torni tu. E sei felice.

Lui. Eppure proprio non mi viene di esserlo. Anche, che so, vedendo gente più ricca o apparentemente più fortunata. Sono un po’ fatalista, penso che i conti andrebbero fatti alla fine. E soprattutto conoscendo tutti i dettagli delle storie. Anche quelli meno noti. Mi viene sempre da pensare che dietro le più grandi fortune, a volte si nasconda qualche magagna. Siamo invidiosi di persone che forse stanno molto peggio di noi. Perché la felicità non è un tanto al chilo e a volte per essere felici basta un sorriso di una sconosciuta, una canzone alla radio, un goal al 90.

Lei. Si perché cosa c’é di più bello del partecipare alla gioia degli altri? Come può questo non aggiungere un soffio di felicità anche alla tua di vita? Ammiriamo, non invidiamo. Il mio motto è da sempre (dopo il Chi se ne fott): sorridi che la vita ti sorride. E io veramente rido sempre, rido anche troppo forse. E la mia vita mi piace così com’è, con tutti i casini e le imperfezioni. Certo.. ammetto che eliminerei le donne senza cellulite dalla faccia della terra, ma quella é un’altra storia!

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L’ora solare è bella, ma non ci vivrei

Io odio l’ora solare. Odio le giornate in cui alle quattro e mezza di pomeriggio è già notte. Dice, “ma altrimenti la mattina è buio“. Ma perché, che dovete fare la mattina? Andate in giro per negozi alle 7 della mattina? Vi incontrate con gli amici e fate una passeggiata in centro? Chissene importa che la mattina è buio! Invece la sera, dopo una giornata di lavoro, avere un’ora di luce in più sarebbe una bella comodità. E poi ci risparmieremmo la seccatura di dover rispostare gli orologi a marzo.

Ma poi, perché proprio tra le due e le tre di notte. Se proprio dobbiamo spostare le lancette, facciamolo di giorno. Che so, tra il primo e il secondo tempo, magari se la tua squadra perde: “no, guarda mi dispiace, stai vincendo, però non sono le 16, sono le 15, quindi dobbiamo giocera ancora altre due ore.” In quel caso forse. Invece tutti a dire “va be’ ma dormiamo un’ora in più“. Ma voi sentite tutta questa esigenza di dormire un’ora in più? Se proprio dobbiamo fare finta di regalarci un’ora, almeno sfruttiamola per attività più divertenti. Mangiamo, beviamo, giochiamo a pallone, guardiamo un film, ascoltiamo musica, facciamo l’amore. Per dormire, da qui all’eternità, ne avremo di tempo!

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La lussuria

Per la terza tappa di questa carrellata vi intratteniamo oggi sul vizio più piccante. Perché, se come dice il proverbio, l’ozio è il padre del vizio, chi sarà mai la madre? Lo scopriremo solo leggendo!

Lui. Sono un maniaco sessuale non praticante, diceva il grande Woddy Allen. Ma sono troppo pigro per essere lussurioso. Ci vuole un grande impegno, una determinazione mica da tutti. Bisogna lasciarsi prendere, anzi travolgere da passioni sfrenate, più o meno lecite…ma chi ve lo fa fare, mi verrebbe da chiedere. Ma poi in realtà a chi dovrei chiederlo? Perché in effetti, mi sembra che la lussuria sia un vizio un po’ desueto. Come una vecchia signora un po’ birichina, che con aria maliziosa ti racconta delle sue gesta giovanili, quando “a chi la dava e a chi la prometteva”. Tutte fandonie, ovviamente, ma fa tanto fico raccontarlo, far credere che… Ammettiamolo, la lussuria è molto più millantanta che praticata. Poi oggi, figuriamoci! Con tutto questo virtuale in cui siamo immersi come un ippopotamo in una vasca dello zoo, ma chi volete che sia più davvero lussurioso? La lussuria è diventata un lusso, una cosa un po’ naif, come collezionare francobolli (anche se il must era la collezione di farfalle).

Lei. Devo ammettere una cosa: io ‘sta lussuria non è che la vedo proprio come un vizio capitale. Intendetemi: non è che stia lì a praticare atti impuri dalla mattina alla sera (figuriamoci, sono pigra anch’io) e comunque dobbiamo intenderci sul significato di atto impuro perché la dottrina cattolica classica è piuttosto restrittiva sul punto, ma altre religioni non lo sono affatto (anzi). Ciò non toglie che a me il grave turbamento della ragione, l’incapacità di controllare le proprie passioni.. stanno simpatici. Tutti ci siamo divertiti a studiare i Baccanali. Molti di noi hanno sognato con alcune di queste storie tormentate: io sto dalla parte di Anna Karenina. E di Paolo e Francesca. Come non si fa a non appassionarsi all’ Amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona? Passione, pulsione, annebbiamento della vista, fuoco interno che arde. Fiato corto, sguardi che bruciano, parole sussurrate. Vuoi mettere col rincorrere i Pokemon? Vuoi mettere con i Uomini e donne patinati e finti?

Lui.  Eppure, obiettivamente, la lussuria di per sé non dovrebbe essere male. Cioè, voglio dire, è divertente, no? E come giocare una bella partita il giovedì sera è decisamente meglio che stare davanti la tv a sentire uno scemo che dice “sciabolata morbida”, datemi retta voi giovani e diversamente giovani: diamo retta alla ascoltiamo la vecchia signora, che forse cadremo in tentazione, ma saremo sicuramente meno stressati!

Lei. Certo è che se domani mi si presentasse mio marito che, anziché direzionare tutta la sua verve lussuriosa verso di me, avesse deciso di fuggire con Miss. 25-anni-sensualità-agogò qualche problemino ce l’avrei; sicuramente avrei difficoltà ad appassionarmi alla loro di storia (il realtà ce l’avrei anche se costei avesse l’allure di un topo da biblioteca). Ma. Proprio perché “di doman non v’è certezza” … ce lo vogliamo godere questo oggi? Epicureizziamoci! Accettiamo che la signora Lussuria  (la immagino come Jessica Rabbit, eh sìsì) si impossessi di noi ogni tanto e ci travolga con la sua sfrenata passione. Possibilmente, se ce l’abbiamo, cerchiamo di direzionarla verso la persona che amiamo. Perciò, cari miei, anch’io non possono che unirmi al coro qui di sotto.

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Meno per meno dà più solo in matematica

Poche cose nella vita riescono a farmi incazzare. Pochissime riescono a farlo più del calcio. Lo so, sono il solito minchione e il fatto che me lo dico da solo non cambia il discorso. L’autocoscienza della minchioneria va di pari passo a quella della futilità del prendersela per come rotola una palla su un prato. Diciamo che ormai mi sono un po’ arreso ad entrambe.

Questo preambolo per raccontare che quando domenica scorsa l’arbitro ha infilato l’ennesima perla alla lunga collana di errori a cui si era pazientemente dedicato dall’inizio della partita di mio figlio, m’è partito l’embolo ed il malcapitato si è beccato una sequela di improperi, degni di ben altre nefandezze. Niente di trascendentale, sia chiaro, ripensandoci dopo però, non è stata proprio una cosa di cui andar fiero.

Il fatto che in tanti anni che seguo le partite di Lele non mi era mai capitato non mi giustifica. Ed allora, sempre ripensandoci dopo, mi chiedevo com’è che proprio questa volta fossi scattato in quel modo. In fondo parliamo di calcio dilettantistico: sbagliano i professionisti in serie A, figuriamoci questi poveretti, che la domenica invece di andare a farsi una bella fettuccina con il tartufo, se ne vanno di qua e di là per i campetti di periferia a prendersi gli insulti dei papà (minchioni) come me.

La cosa che proprio mi ha fatto uscire dai gangheri non è stato un errore. Ripeto, chi è che non sbaglia? Infatti poco prima, il suddetto, aveva giustappunto preso una topica clamorosa, invertendo una rimessa laterale da cui, fortuna per noi, era nato il nostro pareggio.  A quel punto, dopo le giuste rimostranze della squadra avversaria, il povero arbitro ha pensato bene di compensare l’errore concedendo un goal in palese fuorigioco. Forse però, mentre tutta la nostra squadra lo circondava per lamentarsi del torto subito, avrà pensato che un fallo laterale era un peccato veniale rispetto ad un goal in fuorigioco. E quindi, per ristabilire l’equilibrio nella bilancia dei torti, ci ha concesso un rigore del tutto inventato, che ha salomonicamente concluso la partita in pareggio.

E’ lì che non c’ho più visto. L’arbitro che si tramuta in giudice, che per coprire un suo errore (magari involontario), sceglie volontariamente di sbagliare di nuovo per pareggiare i conti e si infila così in una spirale, in cui deve per forza sbagliare sempre di più, per coprire lo sbaglio precedente. E meno male che nel calcio le partite finiscono al novantesimo minuto!

Perché invece nella vita no. E quante volte nella vita, per coprire uno sbaglio fatto in buona fede, cerchiamo di metterci una pezza anche se sappiamo per certo di sbagliare, stavolta in modo assolutamente consapevole? Quante volte ci facciamo paladini, di noi stessi o di altri, per tentare di riequilibrare una situazione che non è andata come doveva? Dovremmo arrenderci agli errori. Accettare che si può sbagliare e avere la forza di riconoscere l’errore senza tentare maldestre compensazioni. Perché purtroppo la somma di due cazzate quasi mai fa una cosa giusta: molto spesso fa una cazzata al quadrato. Meno per meno dà più solo in matematica.

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