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Che fotografo sei? Il test minchione!

Lo so, non si fa così. Sono davvero un gran minchione! Quel brav’uomo di Papillon , mi cita per un giochino di Tag e io, tra il lusco e il brusco, micio, micio, cacchio, cacchio, lo trasformo in un test minchione. Non si fa affatto così!

Ma del resto ormai lo sapete, d’estate l’innalzamento della temperatura e la conseguente maggior assunzione di liquidi (in special modo alcolici), favorisce in me la naturale propensione per i Test minchioni.

E così non solo non rispetterò le regole del Tag, non solo non ringrazierò e non metterò loghi, ma stravolgo completamente la natura dello stesso. Però le domande le lascio invariate, un po’ per tacitare gli scrupoli di coscienza, ma soprattutto perché si prestavano al test!

1) Ha mai tagliato o bruciato fotografie del tuo ex fidanzato/a perché ti dava fastidio vederle?

A) Sì, le ho anche mangiate B) peccato non averci pensato prima C) Mai avuto fidanzati

2) Di solito le fotografie che pubblichi nel tuo blog, le realizzi tu o le rubi in internet?

A) Ovviamente le rubo B) Le realizzo io, ma solo quando sono ubriaco C) Mai avuto un blog

3) Quante fotografie hai realizzato negli ultimi 10 giorni?

A) Una B) Nessuna C) Centomila

4) Hai mai aperto un profilo sui social con fotografia di profilo pubblico che non era la tua immagine vera?

A) No, perché più che di profilo vengo bene di faccia B) E quale sarebbe la mia immagine vera? C) Mai avuto un profilo social

5) Quante fotografie stampi di solito ogni mese?

A) Centomila B) Nessuna C) Una

6) Ti piace fotografare di più il cibo o gli animali tipo gatti, cani, cavalli?

A) gli animali che diventano cibo B) Il cibo degli animali C) Mai avuto animali

7) Che rapporto hai con i selfie, ti piace o detesti fare selfie e successivamente ti piace condividerlo anche sui social?

A) Adoro i selfie B) odio i selfie C) Mai fatto selfie

8) Quali sono le tue applicazioni preferite che usi per la post produzione delle foto?

A) Spesso a scuola mi dicevano che ero bravo, ma non mi applicavo B) I tatuaggi vale? C) Mai usato applicazioni

9) Quante fotografie sono esposte in casa tua?

A) ma che te ne importa? B) Una, nessuna e centomila C) mai avuto una casa

10) Ti va di raccontarci chi è secondo te il miglior fotografo che conosci?

A) Ma no che non mi va B) La figlia della sorella C) Mai conosciuto fotografi

A. Maniaco dell’obiettivo. Sei uno di quelli a cui non sfugge nulla. Fotograferesti il mondo, se solo si mettesse in posa. Hai un rapporto bulimico con le foto perché hai quasi paura che se non la fotografi non l’hai vissuta. Il tuo sogno sarebbe farti un selfie anche mentre dormi. La cosa peggiore capita a quei poveri disgraziati che ti incontrano dopo una vacanza, che prima di liberarsi di te devono chiamare il 7 cavalleggeri

B. Creativo. Qualità invece che quantità! Saresti capace di perdere le ore per aspettare la luce giusta, l’espressione adatta, la posa perfetta. Sei un perfezionista alla ricerca dell’attimo fuggente. E poi modifichi, ritagli, colori, reinventi, non sei mai soddisfatto fino in fondo. Diciamo che alla fine potresti anche risultare un tipo simpatico. Almeno finché non ti si chiede di fare una foto

C. Agnostico. Sei fra quelli che non ama gli eccessi: misurato, essenziale, se proprio non se ne può fare a meno…insomma, detesti chi vuole fotografare tutto, chi vuole esporre le proprie opere e con una macchinetta in mano sei totalmente negato. La tua regola potrebbe essere “Quando le foto le pagavi, mica ti mettevi a fotografare le olive e i salatini degli antipasti

E per gli amanti del genere, ecco la carrellata dei test minchioni del passato!

Il sesso, l’amore e la politica

Albero o Presepe?

Che donna sei?

Che uomo sei?

Che amante sei?

Qual è la tua vacanza ideale?

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A proposito di appartenenza

“…andiamo via adesso, a comprare un metro di paradiso a prendere un secchio, per buttarci acqua fresca sul viso a pensare a un figlio e a un albero di Natale. Andiamo via amore, a mettere a posto la nostra stanza, a starci vicino, quando trovarci vicino non è abbastanza, a chiuder la porta, perché non andiamo a casa. Andiamo a casa” 

Qual è il “nostro” posto? Dov’è quel luogo che possiamo dire essere “casa”? Chi sono quelli che quando arrivano al suono di tromba, in groppa a sfavillanti destrieri, possiamo tirare un sospiro di sollievo, dicendo “arrivano i nostri”? Chi sono i “nostri”?

Due notizie di cronaca ci hanno colpito violentemente in questi giorni. Il ragazzo mussulmano che preferisce farsi uccidere da quelli che dovrebbero essere “suoi” (connazionali, correligiosi, nati e cresciuti a fianco a lui, vicini di casa) per rimanere vicino alla sue amiche “straniere” ed il ragazzo nigeriano che deve fuggire dagli orrori di casa sua per venire poi a morire in un paese straniero, per mano di uno di noi.

Due notizie che mettono in crisi i nostri concetti di appartenenza e ci fanno vacillare le idee o forse sarebbe meglio dire i preconcetti che abbiamo. Ha senso ancora parlare di “casa”? E’ lecito aspettare l’arrivo dei “nostri”? Forse ha ragione chi si sente cittadino del mondo, senza patrie per cui avere nostalgie o eserciti di cui far parte.

Personalmente, come ho già scritto in altri post, ho moltissime difficoltà a sentirmi appartenente ad un “noi”, di qualsiasi tipo. Mi sento stretta qualsiasi classificazione, mi dà un fastidio epidermico ogni inquadramento: non credo più nell’arrivo dei nostri. Al contrario continua a piacermi molto il concetto di casa. Mi piace sentire di appartenere ad un luogo. Mi piace talmente tanto che ne ho tante e l’una non è in concorrenza con l’altra. Ma forse perché è vero che la casa è dov’è il cuore. E il cuore delle persone che amo è il luogo a cui voglio appartenere.

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Di 127 celestine, confronti fra quindicenni e versioni di greco

Mi fa impressione pensare che in realtà sono nato in un’altra epoca. Guardo mio figlio a 15 anni e ripenso all’estate dell’81, quando avevo io la sua età. Eravamo andati in vacanza ad Alassio: per la prima (ed anche unica) volta i miei avevano abbandonato la comodità del litorale romano per avventurarsi in un posto completamente diverso. Con la nostra 127 celestina ci mettemmo in cammino lungo l’Aurelia in un viaggio che non finiva mai. In quel mese di agosto, oltre a godere il mare, girammo molto, visitando da Genova a Ventimiglia, tutto quello che c’era da vedere.

Staccammo da tutto. Quei 500 km da Roma era come se ci avessero portati in un’altra dimensione, lontana da ogni cosa o persona della nostra quotidianità. Per un mese non sentii nessuno, amici, parenti, conoscenti. Forse un po’ mi mancavano, ma era così, un dato di fatto. Ora mio figlio chatta con i suoi amici di classe, si vede su Skipe con quelli del mare e condivide su FB le giocate che fa alla PS con gente che neanche conosce. 35 anni fa chi avrebbe mai pensato che si potesse essere in contatto quotidiano con qualcuno d’altra parte del mondo? Che avremmo potuto condividere con filmati e foto le nostre giornate, raccontando ogni singola emozione?

Nell’estate dell’81 c’era stato da poco l’attentato al Papa, l’anno prima l’URSS aveva invaso l’Afghanistan e c’era stato il boicottaggio delle Olimpiadi, la guerra fredda rischiava di diventare calda da un momento all’altro. Cosa avremmo detto se ci avessero detto che trent’anni dopo il comunismo non esisteva più e noi avremmo avuto paura dei mussulmani? Che i nostri anziani sarebbero stati assistiti da un esercito di polacche o rumene e che interi quartieri delle nostre città sarebbero stati pieni di negozi cinesi?

Cominciavano a prendere piede le prime televisioni private, mezza Italia era stata inchiodata in una diretta TV interminabile quando un povero bambino era caduto dentro un pozzo a Vermicino. Come avremmo reagito se ci avessero detto che avremmo avuto a disposizione informazioni, testi, immagini, in tempo reale su qualsiasi argomento? E se ci avessero detto che avremmo avuto centinaia di canali TV, liberi e a pagamento, tematici e generici?

Sempre qualche mese prima il referendum sull’aborto aveva mandato un chiaro segnale verso un’Italia sempre più laica. Ma chi avrebbe pensato che avremmo avuto matrimoni fra persone dello stesso sesso, che avrebbero avuto tranquillamente anche dei figli?

Le Brigate Rosse stavano per essere spazzate via, la contestazione aveva fatto il suo tempo, arrivava l’epoca dell’edonismo reaganiano. Ma se ci avessero detto che Grillo, sì, quel comico che faceva “Te la do io l’America” avrebbe guidato il primo partito d’Italia, che sarebbe stato l’avversario di una cosa che riuniva insieme la Dc, il Pci, il Psi e tutti gli altri partiti esistenti, chi ci avrebbe creduto? Chi avrebbe creduto che una parte d’Italia avrebbe chiesto la secessione?

Sono passati solo 35 anni, ma il mondo è cambiato più di quanto non fosse successo nei duecento anni precedenti. Lo strappo che ha creato internet e la rete è paragonabile forse alla scoperta del fuoco o all’invenzione della ruota. Cosa è rimasto uguale? Già una volta mi ero divertito a trovare le 10 cose che non cambieranno mai, ma rispetto al 1981 cosa posso dire sia rimasto invariato? Se Lele avesse fatto il classico starebbe traducendo il greco usando il Rocci. Appena può corre a tirare calci ad un pallone. Il Boss fa concerti che durano 4 ore. Nella carbonara non ci va né l’aglio, né la cipolla. Poco altro. Però chissà, se avessi ancora la 127 celestina, un salto ad Alassio ce lo farei volentieri un’altra volta.

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La lista dei vorrei

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Vorrei essere uno straniero che ti chiede informazioni, che si sforza per farsi capire e ti viene da ridere perché più gli spieghi le cose e più lui si confonde e alla fine ridete tutti e due come due stupidi.

Vorrei essere la banconota da cinquanta euro che tieni nell’ultima tasca del portafoglio, che non usi mai, ma che ti tranquillizza sapere che c’è, che sta lì, pronta per le emergenze.

Vorrei essere il faro che illumina quando intorno è tutto buio e lui neanche lo sa che ti sta aiutando, ma ti basta guardarlo per sapere dove andare.

Vorrei essere il vento della giornata di marzo che per la prima volta ti fa sentire il profumo del rincosperma e ti fa pensare che forse finalmente l’inverno è finito.

Vorrei essere la canzone alla radio che ti fa fermare anche se il semaforo è verde e ti fa alzare il volume in maniera sfacciata, anche se gli altri si girano a guardarti con aria di rimprovero.

Vorrei essere la curiosità per la mattina dopo, che non ti fa dormire la notte prima.

Vorrei essere il secondo boccale di birra, quello che prendi quando non hai più sete, che mandi giù solo perché ti  piace, anche se sai che poi ti girerà un po’ la testa.

Vorrei essere il post it che hai appeso nel frigorifero su cui hai scritto le tue spinte costruttive, i tuoi buoni propositi, quelli che hai deciso di seguire, ma non segui mai e che guardi tutti i giorni, sorridi e dici “domani”.

Vorrei essere l’ultima cosa che metti in valigia prima di partire, quella che puoi lasciare per ultima perché tanto sai che non potrai mai dimenticartela

Vorrei essere il verbo fidarsi e non deluderti mai.

 

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Bud Spencer non era mica inglese

L’inghilterra ha votato di uscire dall’europeo, ah no! Hanno perso e allora sono usciti dall’Europa. Niente sesso, siamo inglesi, no, non è la BBC. Quella ce l’abbiamo solo noi: Bonucci, Barzagli, Chiellini. Che quando hanno giocato insieme alla Juve hanno perso 4 partite in 5 anni.

E poi non so fra Renzi e Cameron, ma fra quell’ossesionato di Conte e Sir Roy Hodgson, che sembra sempre uno che ha esagerato con il whiskie nel the, la differenza salta agli occhi. Un po’ come tra bufalo e locomotiva. Un grande bufalo come Bud Spencer. Ma lui mica era inglese! Il nome l’aveva scelto in onore di Spencer Tracy e della birra Budweiser. E neanche Terence Hill è inglese. E anche se come don Matteo ce l’ha un po’ sfracassate, lui sembra quasi islandese. Ma gli islandesi – che si chiamano tutti son – son meno degli abitanti di Montesacro. Ora tutti a perculeggiare gli inglesi, poveretti, ma guardate che neanche l’Islanda è nell’Europa unita e tra un po’ secondo me neanche più all’europeo.

E allora l’Argentina che perde nuovamente contro il Cile, che dovrebbe dire? Comunque ragazzi, abbiamo battutto la Spagna, ed erano più di vent’anni che non vincevamo contro ‘sti antipatici. E mica giocavamo contro l’Islanda, che ha più vulcani che calciatori: magari fossi nato lì ora giocavo in nazionale. Bastava farmi crescere la barba.

Un po’ come il vecchio Bud. Che ora starà insegnando agli angeli come si mangiano i fagioli.

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Tu cita, io Tarzan

La bella e brava V punto mi solletica con un giochino di quelli che vanno di moda nei blog e che mi stuzzica molto, perché si tratta di tirar fuori le citazioni preferite e da sempre le citazioni sono la mia passione. Un po’ perché sono pigro e quindi perché scervellarsi a trovare frasi ad effetto, quando in realtà un sacco di bella gente ne ha già sfornate a bizzeffe? Poi perché la trovo una sorta di riscatto scolastico: quando sei a scuola se copi qualcuno ti cazziano, se invece fai una citazione (ovvero, copi lo stesso, ma dici da chi hai copiato), diventi fico. Se ci pensate è singolare questa cosa.

Allora, potremmo dividere il giochino per categorie: ci sono citazioni dotte, letterarie, politiche, cinematografiche, musicali, tra amici. Ecco, le meglio sono quelle fra amici: quello che capiscono solo una ristretta cerchia di persone, perché fanno riferimento a cose, persone, situazioni, che solo loro hanno vissuto e quindi solo per loro hanno un senso. Anzi, meno hanno senso per chi è fuori dal gruppo e meglio sono. E’ come se fossero una specie di segno distintivo che serve a cimentare l’identità. Oddio, c’è da dire che dopo un po’ stufano. Anche perché c’è sempre quello che esagera, che le tira fuori in continuazione o a sproposito. A questa deriva, ad esempio, appartengono tutti i detti e le frasi celebri dell’infanzia, che tu vorresti dimenticare, ma che qualche zia o nonna tirano fuori davanti a qualcuno, tanto per farti fare qualche bella figura di merda davanti a tutti! Inutile che ve ne dica qualcuna…ognuno ha la sue, che custodisce più o meno gelosamente nell’album dei ricordi.

Veniamo invece a quelle pubbliche. Fra quelle classiche, quella che preferisco è “Tu ne cede malis, sed contra audentior ito!” (Eneide, Virgilio). Provarci sempre, più audacemente!

Fra quelle letterarie metterei quella di Baudelaire, “Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi

Fra quelle politiche mi piace molto quella attribuita a Mao, “Quello che per il baco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla“.

Le più belle fra quelle cinematografiche le ho già citate qualche tempo fa quando scrissi un post specifico sull’argomento, pieno di citazioni dei miei film preferiti (era assai divertente in effetti e lo trovate esattamente qui): se devo sceglierne un’altra al di fuori di quelle, dico “Americà, facce Tarzan“, del mitico Albertone.

Anche fra quelle musicali ce ne sarebbero tantissime: ma se per citazione intendiamo anche motto di vita, non ho dubbi, c’è sempre il solo ed unico Boss, No retreat, baby, no surrender!

Un capitolo a parte poi occupano Ennio Flaiano e Woddy Allen, che sono fonti inesauribili di citazioni assolutamente geniali: per il primo dico “I grandi amori si annunciano in modo preciso: appena la vedi dici “E mo’ chi è ‘sta stronza”. Del secondo ricordo invece “Era ossessionato dalla storia del cavallo di Troia. Ogni volta che comprava un paio di scarpe, prima di provarsele agitava la scatola urlando “lo so che siete lì dentro, avanti uscite“.

Ce ne sarebbero molte altre, che si potrebbe fare un post chilometrico. Ma siccome sono curioso (e anche un po’ rompiminchioni), continuo il giochino e invito qualche amico blogger a dirmi le sue citazioni preferite. E quindi chiamo ad esprimersi 10 amiche blogger:

https://tuttolandia1.wordpress.com/

https://seidicente.wordpress.com/

https://tramedipensieri.wordpress.com

http://intempestivoviandante.wordpress.com

https://erodaria.wordpress.com/

https://giridigiostra.wordpress.com

https://angelcage.wordpress.com/

https://beebeep74.me/

https://sguardiepercorsi.wordpress.com/

https://ilmondodelleparole.wordpress.com/

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Consigli di lettura non richiesti / 9. Frenzen

E’ arrivato il caldo? Rinfrescatevi con un bel libro. L’estate tarda ad aprire le sue ali? Volate verso lidi esotici con un bel libro. Stavolta però questo numero dei consigli di lettura non richiesti è leggermente diverso dal solito, perché più che un libro si concentra su un autore. Perché è un autore che merita ed è anche particolarmente parsimonioso in quello che scrive (e già questa è una cosa che denota serietà e, almeno da parte mia, simpatia) tant’è che era dal 2010 che non pubblicava nulla. Il soggeto in questione è Jonathan Franzen ed il libro che voglio consigliarvi si intitola semplicemente Purity, dal nome della protagonista. Non conoscete Franzen? Male, molto male! Smettete subito di fare qualsiasi cosa stiate facendo, lasciate stare l’aratro, poggiate da una parte il tornio, telefonate per annullare precedenti appuntamenti e correte in libreria a comprare Le Correzioni e Libertà. Fatto? Bene, ora potete continuare a leggere.

Le Correzioni è un capolavoro, Libertà è un bellissimo romanzo che dimostra che il primo non era stato un caso, ma con questo terzo romanzo, il buon Franzen entra a pieno titolo fra i grandi della letteratura americana. Azzarderei a dire che fra i viventi è il numero uno. Non me ne voglia il mio adorato Lansdale di cui vi ho già tessuto le lodi qui: lui è puro divertimento, è svago, suspence, ironia, tutto quello che uno cerca quando apre un libro per non pensare più a niente, per godere della gioia della lettura e basta. Franzen no. Lui è per palati fini, per chi legge per entrare nella mente degli altri, per capire la realtà che lo circonda, per scavare nel profondo dei sentimenti e delle intenzioni, nelle manie e nelle frustrazioni, nei desideri più reconditi e nella passioni più represse, nelle fobie e nelle ossessioni. Per incontrare gli uomini e le donne di oggi, descritti, anzi scavati, con una chiarezza ed una ferocia non comuni. Un’analisi chimica dei sentimenti, descritta con tragica lucidità e pungente ironia.

E come dicevo, mentre già con gli altri due si erano toccate vette notevoli, con Purity abbiamo fra le mani un vero capolavoro, un romanzo che una volta finito potete posizionare vicino ai grandi classici della letteratura americana, da Steinbeck a Hemingway, passando per Fitzgerald, arrivando a Roth (anche se per me, il numero uno resta Fante). Portatevi in vacanza, magari se andate in qualche suggestivo paese esotico! Cosa aspettate? Lasciate stare l’aratro, poggiate da una parte il tornio, telefonate per annullare precedenti appuntamenti e correte in libreria a comprarlo. Oppure, fate come me, e scaricatevelo sul kindle!

Buona lettura!

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Atto di fiducia

Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico: sono vasto, contengo moltitudini”

E così alla fine ho deciso di andare. Lo so, lo so cosa state pensando. So benissimo da me di non essere la persona più lineare e coerente di questo mondo. Avevo detto che non sarei mai più andato, che non avrei più buttato il mio tempo in questo modo, ma oggi voglio fare un atto di fiducia. Voglio fidarmi, al di là della logica e delle esperienze passate. E’ inutile che ora state lì a sottolineare la mia contraddittorietà.

Volete dirmi che è inutile? Che poi non cambia nulla? Lo so, infatti è così. Volete dirmi che è solo esteriorità, è solo per poter affermare un’apparente cambiamento che di fatto, sostanzialmente, non cambierà nulla? E avete ragione. Vorreste accusarmi di essere un sognatore, uno che sta lì con il naso all’insù ad inseguire le nuvole? In fondo è vero, non voglio e non posso negarlo. Ma ripeto, voglio essere speranzoso, voglio credere che almeno per un po’ le cose miglioreranno. Sarà solo un miglioramento di facciata? Certo, neanche il mio pur smisurato ottimismo potrebbe pensarla diversamente.

Sarà un gesto simbolico, come un bambino che fa la pipì, come un voltare pagina, liberandosi delle sporcizie del passato. Ma del resto che alternativa abbiamo? Per questo ho deciso di andare. la cosa non mi entusiasma, anzi mi pesa molto, ma oramai ho deciso. Andrò a lavare la macchina.

L' enfant qui pisse

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Come se avessi ancora diciassette anni

Looking from the outside in, some things never change. Hey hey I’m a million miles away. Funny how it seems like yesterday… All those fake celebrities and all those viscous queens. All the stupid papers and the stupid magazines. Sweet dreams are made of anything, that gets you in the scene. And it feels like I’m 17 again. Feels like I’m 17.  Again

Quando ti ricapiterà più…di uscire di casa senza soldi? Di aspettare l’autobus alle due di notte? Di non poter esprimere la tua opinione politica con il voto? Di avere così tanto tempo libero da non saper quasi cosa fare?

In realtà mentre li vivi (se anche non mi ricordassi bene l’estate dell’84, li rivedo oggi in te), ti sembra di soffrire di una continua mancanza di qualcosa. Ti sembra di avere a disposizione tutto il mondo, ma di non avere la possibilità concreta di raggiungere niente. Sei in una continua tensione fra il già ed il non ancora. Hai un’ansia dentro, una voglio di correre, di bruciare le tappe, di arrivare a domani, come non ce l’avrai più in vita tua.

Rivendendoli ora però quelle domande iniziali potrebbero essere rivoltate in tutt’altro significato. Quando mai ti ricapiterà più…di divertirti pur non avendo soldi? Di avere una fiducia un po’ imprudente e un po’ sconsiderata, che ti fa aspettare il 60 notturno alle due di notte? Di credere così passionalmente e così incondizionatamente in qualche ideale politico? Di avere un’estate di 4 mesi di vacanza?

Per questo vorrei dirti di viverteli fino in fondo, principessa mia. Di non lasciarti sfuggire fra le mani questi momenti, perché, anche se certe cose non cambieranno mai, anche se ci saranno sempre traguardi da raggiungere e buoni motivi per svegliarsi presto, questi spazi aperti e queste possibilità infinite non torneranno più. Per fortuna o purtroppo, chi lo sa.

 

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L’abito e il monaco

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C’erano un monaco e un abito che sul far della sera cominciarono un dialogo, apparentemente surreale. Il monaco chiese: “Caro abito, io sto in convento, ma tu, dove abiti?”

Quando si è giovani, molto giovani, quando si è in preda alla furia iconoclasta dell’adolescenza, si tende ai grandi obiettivi ideali. Only the good die young cantava Billy Joel. E infatti è così. Quello è il periodo del bianco e nero, dei buoni e cattivi, dei noi e loro. E’ il tempo delle grandi passioni, radicali, esclusive, delle grandi appartenenze. E’ anche il tempo dei grandi slanci di generosità, perché ancora non è ben chiaro l’io e quindi è utile, anzi quasi indispensabile, il noi. Il tempo delle contrapposizioni forti è il tempo dell’essere contro l’apparire. Della ricerca di autenticità, contro tutto ciò che è forma, che è esteriore, vuoto, ipocrita.

Ma l’abito, come sua abitudine, non rispose e chiese: “scusa monaco, ma se non ti faccio io, tu, esattamente, chi ti fai?”

Poi si cresce. Il bianco e il nero si incontrano e si toccano e lo spettro dei colori si arricchisce di mille sfumature. Qualcuno in realtà resta adolescente, vorrebbe che le cose continuassero ad essere semplici ed univoche, i buoni da una parte i cattivi dall’altra, ma la realtà è sempre più complicata delle nostre schematizzazioni. E così si comincia a capire che la forma è sostanza, che l’apparire fa parte dell’essere e ciò che sembriamo, ciò che mostriamo non è tutto, ma fa comunque parte di noi. E questo vale per le persone e vale per le aziende che si rifanno il look con nuovi marchi e nuovi loghi (a proposito di sfumature, c’è addirittura chi fa mettere le calze verdi alle proprie dipendenti…)

Il monaco, con aria perplessa, rispose all’abito: “Non capisco quello che dici. Io non abito mica qui!”

Capiamo che aveva ragione Kant. Esiste il noumeno, la cosa in sè, ma quello che possiamo conoscere è il fenomeno, è ciò che appare ai nostri occhi, alla nostra mente. Anche chi vuole essere autentico, chi mira all’interiorità, alla sostanza delle cose, deve arrendersi a questo dato di fatto: siamo quello che mostriamo. E anche chi si sforza di mostrare un volto diverso da quello che è (e ce ne sono tanti e di diversi tipi), in realtà mostra la sua ambiguità, la sua falsità. E quindi mostra quello che è. L’abito fa il monaco, contrariamente a quanto pensavo qualche anno fa, eccome se lo fa. Il guaio è che a vent’anni non hai ancora tutti i codici per capire bene di che tipo di abito si tratta e puoi cadere in errore, puoi farti raggirare. Con qualche anno in più capisci un po’ meglio il vestito e la stoffa di chi lo indossa.

L’abito però aveva un dubbio. “Caro monaco, io ancora non ho capito: ma tu, sei il principato o quell’altro, quello di Baviera?”