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La ragazza con il fiore nei capelli

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Mi ricordavo il profumo, perché stranamente è lo stesso. Il profumo, ma anche il profilo. La voce no, mi sembra di no, ma confusa com’è fra i rumori di trent’anni di vita, forse non posso ricordarla. E del resto ci scrivemmo più di quanto riuscimmo a parlarci. Quando la incontrai la prima volta, con quel fiore nei capelli, con quel sorriso impaurito o forse semplicemente interrogativo non riuscii a dire nulla, solo a balbettare un saluto, formale come la stretta di mano, in mezzo alle risa e alle voci di tutta l’altra gente. L’inizio improbabile di una storia impossibile, l’indiana e l’inglese, l’invasore e l’oppresso. Ma quando incrociai i suoi occhi neri i ruoli della storia si erano già invertiti ed io ero la vittima e lei la conquistatrice.

Conquistatrice del mio cuore, che da quel giorno non ha fatto altro che cercare di andare allo stesso ritmo del suo. Quante volte abbiamo cercato di vederci, sfiorandoci, perdendoci e poi ogni volte ritrovandoci. Amore diverso, amore nascosto, baci rubati, carezze segrete, negli orari più strani, facendo finta di incontrarsi per sbaglio, fingendo di sembrare estrenee di fronte al mondo.

Mondo nemico, che non poteva capirci perché non voleva accettarci. Ma che potevamo fare? La vita a volte ci sfugge di mano, come se qualcun altro ne prendesse le redini e la conducesse per sentieri diversi dai nostri. Continuammo il nostro dialogo a distanza , lettere, biglietti, fogli azzurrini con i nostri sogni, le promesse, le domande senza risposte, per immaginare insieme il futuro. Un futuro che purtroppo ora è passato, perduto, irrimediabilmente in fuga.

Fuga come unica soluzione. Ma per fuggire a volte ci vuole molto coraggio. Più di quanto ne ebbe lei, per venire a quell’appuntamento clandestino alla stazione di Bombay. Per fuggire insieme e lasciare il passato e i suoi pregiudizi alle spalle. Il 24 settembre 1890. Lei non c’era e da quel giorno scomparve come nel nulla. Ho pensato che si fosse scordata di me. L’ho maledetta 1000 volte e altrettante l’ho perdonata. Alla fine mi sono arresa, ho pensato che mi avesse allontanato semplicemente per smettere di soffrire. Se avessi saputo la verità! Se solo avessi capito, forse ora la mia vita non sarebbe stata così vuota. Vuota di cose, piena solo di rimpianti.

Rimpianti per quello che poteva essere e non è stato. Ma anche per quello che è stato, senza che io sapessi, senza che potessi in qualche modo essere presente, per viverlo insieme a lei. Fino a questa lettera. La grafia è diversa, ma la carta è la stessa, l’appuntamento anche, alla stazione di Bombay. Trent’anni dopo una donna con un fiore nei capelli mi stava aspettando. All’inizio ho pensato che fosse riuscita ad ingannare il tempo o che forse la mia memoria fosse più forte dei miei occhi: quel fiore nei capelli, quel profilo, quel sorriso interrogativo e quel volto conosciuto, illuminato però da altri occhi. I tuoi, gli occhi di sua figlia. Solo allora ho capito.

Ho capito tua madre, il coraggio della sua fuga, per difendermi da lei e da tutto quello che poteva voler dire fuggire con lei, rinnegare la mia gente e il mio passato, il mio sesso. Ma anche per difenderti da me e da quest’amore sbagliato che ci aveva unite contro tutto e contro tutti. Mi hai detto che morendo ti ha chiesto di cercarmi, di cercare l’unico amore impossibile della sua vita, forse per scusarsi, forse per farmi capire. Per farmi capire che forse in un’altra vita, nel paradiso dei cristiani o degli indù, ci sarà un posto per noi ed un futuro diverso anche per gli amori impossibili come il nostro.

E riconobbi il tuo sguardo in quello di una passante, ma pure avendoti qui ti sentirei distante. Cosa può significare sentirsi piccolo, quando sei il più grande sogno il più grande incubo. Siamo figli di mondi diversi una sola memoria, che cancella e disegna distratta la stessa storia (T. Ferro)

 

 

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La presa della Bastiglia

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Dopo la lettura dell’ultimo post, la mia amica cazzeggiante poneva una domanda non da poco: “tu dici che sia possibile andare a prendere la Bastiglia?” Me la sono cavata con una battuta, ma se devo per un attimo fare la persona seria è ovvio che la risposta è assolutamente no!

Non siamo un popolo adatto alle grandi gesta, per fortuna o per sfortuna giudicate voi. Forse una volta, gli antichi romani, gli unici così fichi che erano fichi anche con un paio di sandali, ma poi dopo? Non abbiamo mai fatto una rivoluzione vera e propria, non siamo riusciti a liberarci delle varie dominazioni straniere se non grazie ad altri stranieri. Abbiamo una staterello ben impiantato proprio all’interno del centro vitale del Paese, che nel bene o nel male (anche qui, sospendo il giudizio) influenza quello che facciamo. Noi siamo il popolo che non è popolo. Che riscopre l’identità nazionale solo per una partita di calcio, anzi neanche più lì. Forse non è un dettaglio che siamo forse l’unica nazione che ha per colore identificativo (l’azzurro) un colore che non compare nella bandiera. Il blu Savoia: ma se i Savoia stanno sul cazzo a tutti? Ma lasciamo stare va!

Siamo il paese dei mille campanili: Pisa e Livorno, Potenza e Matera, Rocca di sopra contro Rocca di sotto, meglio un morto dentro casa che Tizio, Caio e Sempronio alla porta. Il paese delle contrade, dei Pali, dei derby. Altro che i Savoia, in realtà ci stanno sul cazzo tutti! Abbiamo questa singolare attitudine ad innamorarci del primo minchione che si atteggia a capetto, promettendo mari e monti, mentendo sapendo di mentire. Insomma no, ma quale Bastiglia vorremmo andare a prendere?

Siamo il popolo che si arrangia. Quelli delle regole da interpretare, delle norme da aggirare, senza senso civico, privi di qualsiasi senso del bene comune. Viviamo in una striscia di terra in cui si trovano il 70% delle opere d’arte di tutto il mondo e non siamo capaci non dico di valorizzarle, ma almeno di evitare che vadano in malora. Come dice la mia saggia amica Frà Squadra, “la magra consolazione è che qui da noi per le stragi non c’è bisogno del terrorismo islamico. Basta un binario unico, qualche politico corrotto e ce la caviamo benissimo anche da soli“.

Forse per questo le grandi imprese eroiche non fanno per noi. Siamo troppo poco tragici e troppo poco eroici. Ma forse siamo anche troppo saggi per pensare che basti prendere una Bastiglia per poter cambiare le cose. Perché la verità è che ci salva il buon senso, la capacità di saperci adattare, di stare con gli occhi asciutti nella notte scura: né santi, né eroi, forse navigatori, senza dubbio paraculi. Da noi vale il detto “non dire gatto se non c’è l’hai nel sacco“. Ma io soprattutto aggiungerei, mai e poi mai e per nessun motivo, non dire “mulo“.

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La metafora del treno

“E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano, che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano. Ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite”

Sulla tragedia ferroviaria in Puglia ognuno avrà la sua spiegazione, ognuno si sentirà di dire la sua. Del resto, siamo tutti esperti di terrorismo islamico, come di leggi costituzionali, di fecondazione eterologa e di trivellazioni in mare aperto, figuriamoci se non diventeremo esperti di treni, binari, scambi automatici.

Ma in ogni caso non è mica perché gli investimenti in infrastrutture nel meridione del paese sono meno del 20% del totale. Non è colpa del fatto che c’erano un binario unico manovrato a mano, in deroga ad ogni norma di sicurezza italiana ed Europa. Non è nemmeno perché i finanziamenti europei per il raddoppio della linea erano già stanziati da anni non sono stati utilizzati per lunghezze burocratiche.

La colpa, la responsabilità non è di nessuna di queste cose. Se sono morte 27 persone, se altre 50 sono in ospedale, se c’è un’Italia che piange disperata, com’era largamente prevedibile, la colpa è dei due macchinisti.

Certo qualcuno ha provato a dire che la colpa è di Renzi perché non è stato eletto e qualcun’altro è riuscito perfino a fare delle ironie razziste sui meridionali. Ma come scrivevo altrove, purtroppo il sangue attira gli sciacalli.

Il treno porta con sé metafore ricche di significati, il treno che accorcia le distanze, che avvicina luoghi, cose, persone in questo caso è la metafora di un Paese che è finito in un binario morto o anzi peggio, che invece di marciare in una direzione univoca preferisce farsi del male da solo. Oggi è il 14 luglio. Forse dovremmo smettere di piangere e tutti insieme provare ad andare a prendere la nostra Bastiglia.

“Ma un’ altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali” e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via, la bomba proletaria e illuminava l’aria la fiaccola dell’anarchia”

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Che fotografo sei? Il test minchione!

Lo so, non si fa così. Sono davvero un gran minchione! Quel brav’uomo di Papillon , mi cita per un giochino di Tag e io, tra il lusco e il brusco, micio, micio, cacchio, cacchio, lo trasformo in un test minchione. Non si fa affatto così!

Ma del resto ormai lo sapete, d’estate l’innalzamento della temperatura e la conseguente maggior assunzione di liquidi (in special modo alcolici), favorisce in me la naturale propensione per i Test minchioni.

E così non solo non rispetterò le regole del Tag, non solo non ringrazierò e non metterò loghi, ma stravolgo completamente la natura dello stesso. Però le domande le lascio invariate, un po’ per tacitare gli scrupoli di coscienza, ma soprattutto perché si prestavano al test!

1) Ha mai tagliato o bruciato fotografie del tuo ex fidanzato/a perché ti dava fastidio vederle?

A) Sì, le ho anche mangiate B) peccato non averci pensato prima C) Mai avuto fidanzati

2) Di solito le fotografie che pubblichi nel tuo blog, le realizzi tu o le rubi in internet?

A) Ovviamente le rubo B) Le realizzo io, ma solo quando sono ubriaco C) Mai avuto un blog

3) Quante fotografie hai realizzato negli ultimi 10 giorni?

A) Una B) Nessuna C) Centomila

4) Hai mai aperto un profilo sui social con fotografia di profilo pubblico che non era la tua immagine vera?

A) No, perché più che di profilo vengo bene di faccia B) E quale sarebbe la mia immagine vera? C) Mai avuto un profilo social

5) Quante fotografie stampi di solito ogni mese?

A) Centomila B) Nessuna C) Una

6) Ti piace fotografare di più il cibo o gli animali tipo gatti, cani, cavalli?

A) gli animali che diventano cibo B) Il cibo degli animali C) Mai avuto animali

7) Che rapporto hai con i selfie, ti piace o detesti fare selfie e successivamente ti piace condividerlo anche sui social?

A) Adoro i selfie B) odio i selfie C) Mai fatto selfie

8) Quali sono le tue applicazioni preferite che usi per la post produzione delle foto?

A) Spesso a scuola mi dicevano che ero bravo, ma non mi applicavo B) I tatuaggi vale? C) Mai usato applicazioni

9) Quante fotografie sono esposte in casa tua?

A) ma che te ne importa? B) Una, nessuna e centomila C) mai avuto una casa

10) Ti va di raccontarci chi è secondo te il miglior fotografo che conosci?

A) Ma no che non mi va B) La figlia della sorella C) Mai conosciuto fotografi

A. Maniaco dell’obiettivo. Sei uno di quelli a cui non sfugge nulla. Fotograferesti il mondo, se solo si mettesse in posa. Hai un rapporto bulimico con le foto perché hai quasi paura che se non la fotografi non l’hai vissuta. Il tuo sogno sarebbe farti un selfie anche mentre dormi. La cosa peggiore capita a quei poveri disgraziati che ti incontrano dopo una vacanza, che prima di liberarsi di te devono chiamare il 7 cavalleggeri

B. Creativo. Qualità invece che quantità! Saresti capace di perdere le ore per aspettare la luce giusta, l’espressione adatta, la posa perfetta. Sei un perfezionista alla ricerca dell’attimo fuggente. E poi modifichi, ritagli, colori, reinventi, non sei mai soddisfatto fino in fondo. Diciamo che alla fine potresti anche risultare un tipo simpatico. Almeno finché non ti si chiede di fare una foto

C. Agnostico. Sei fra quelli che non ama gli eccessi: misurato, essenziale, se proprio non se ne può fare a meno…insomma, detesti chi vuole fotografare tutto, chi vuole esporre le proprie opere e con una macchinetta in mano sei totalmente negato. La tua regola potrebbe essere “Quando le foto le pagavi, mica ti mettevi a fotografare le olive e i salatini degli antipasti”

E per gli amanti del genere, ecco la carrellata dei test minchioni del passato!

Il sesso, l’amore e la politica

Albero o Presepe?

Che donna sei?

Che uomo sei?

Che amante sei?

Qual è la tua vacanza ideale?

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A proposito di appartenenza

“…andiamo via adesso, a comprare un metro di paradiso a prendere un secchio, per buttarci acqua fresca sul viso a pensare a un figlio e a un albero di Natale. Andiamo via amore, a mettere a posto la nostra stanza, a starci vicino, quando trovarci vicino non è abbastanza, a chiuder la porta, perché non andiamo a casa. Andiamo a casa” 

Qual è il “nostro” posto? Dov’è quel luogo che possiamo dire essere “casa”? Chi sono quelli che quando arrivano al suono di tromba, in groppa a sfavillanti destrieri, possiamo tirare un sospiro di sollievo, dicendo “arrivano i nostri”? Chi sono i “nostri”?

Due notizie di cronaca ci hanno colpito violentemente in questi giorni. Il ragazzo mussulmano che preferisce farsi uccidere da quelli che dovrebbero essere “suoi” (connazionali, correligiosi, nati e cresciuti a fianco a lui, vicini di casa) per rimanere vicino alla sue amiche “straniere” ed il ragazzo nigeriano che deve fuggire dagli orrori di casa sua per venire poi a morire in un paese straniero, per mano di uno di noi.

Due notizie che mettono in crisi i nostri concetti di appartenenza e ci fanno vacillare le idee o forse sarebbe meglio dire i preconcetti che abbiamo. Ha senso ancora parlare di “casa”? E’ lecito aspettare l’arrivo dei “nostri”? Forse ha ragione chi si sente cittadino del mondo, senza patrie per cui avere nostalgie o eserciti di cui far parte.

Personalmente, come ho già scritto in altri post, ho moltissime difficoltà a sentirmi appartenente ad un “noi”, di qualsiasi tipo. Mi sento stretta qualsiasi classificazione, mi dà un fastidio epidermico ogni inquadramento: non credo più nell’arrivo dei nostri. Al contrario continua a piacermi molto il concetto di casa. Mi piace sentire di appartenere ad un luogo. Mi piace talmente tanto che ne ho tante e l’una non è in concorrenza con l’altra. Ma forse perché è vero che la casa è dov’è il cuore. E il cuore delle persone che amo è il luogo a cui voglio appartenere.

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Di 127 celestine, confronti fra quindicenni e versioni di greco

Mi fa impressione pensare che in realtà sono nato in un’altra epoca. Guardo mio figlio a 15 anni e ripenso all’estate dell’81, quando avevo io la sua età. Eravamo andati in vacanza ad Alassio: per la prima (ed anche unica) volta i miei avevano abbandonato la comodità del litorale romano per avventurarsi in un posto completamente diverso. Con la nostra 127 celestina ci mettemmo in cammino lungo l’Aurelia in un viaggio che non finiva mai. In quel mese di agosto, oltre a godere il mare, girammo molto, visitando da Genova a Ventimiglia, tutto quello che c’era da vedere.

Staccammo da tutto. Quei 500 km da Roma era come se ci avessero portati in un’altra dimensione, lontana da ogni cosa o persona della nostra quotidianità. Per un mese non sentii nessuno, amici, parenti, conoscenti. Forse un po’ mi mancavano, ma era così, un dato di fatto. Ora mio figlio chatta con i suoi amici di classe, si vede su Skipe con quelli del mare e condivide su FB le giocate che fa alla PS con gente che neanche conosce. 35 anni fa chi avrebbe mai pensato che si potesse essere in contatto quotidiano con qualcuno d’altra parte del mondo? Che avremmo potuto condividere con filmati e foto le nostre giornate, raccontando ogni singola emozione?

Nell’estate dell’81 c’era stato da poco l’attentato al Papa, l’anno prima l’URSS aveva invaso l’Afghanistan e c’era stato il boicottaggio delle Olimpiadi, la guerra fredda rischiava di diventare calda da un momento all’altro. Cosa avremmo detto se ci avessero detto che trent’anni dopo il comunismo non esisteva più e noi avremmo avuto paura dei mussulmani? Che i nostri anziani sarebbero stati assistiti da un esercito di polacche o rumene e che interi quartieri delle nostre città sarebbero stati pieni di negozi cinesi?

Cominciavano a prendere piede le prime televisioni private, mezza Italia era stata inchiodata in una diretta TV interminabile quando un povero bambino era caduto dentro un pozzo a Vermicino. Come avremmo reagito se ci avessero detto che avremmo avuto a disposizione informazioni, testi, immagini, in tempo reale su qualsiasi argomento? E se ci avessero detto che avremmo avuto centinaia di canali TV, liberi e a pagamento, tematici e generici?

Sempre qualche mese prima il referendum sull’aborto aveva mandato un chiaro segnale verso un’Italia sempre più laica. Ma chi avrebbe pensato che avremmo avuto matrimoni fra persone dello stesso sesso, che avrebbero avuto tranquillamente anche dei figli?

Le Brigate Rosse stavano per essere spazzate via, la contestazione aveva fatto il suo tempo, arrivava l’epoca dell’edonismo reaganiano. Ma se ci avessero detto che Grillo, sì, quel comico che faceva “Te la do io l’America” avrebbe guidato il primo partito d’Italia, che sarebbe stato l’avversario di una cosa che riuniva insieme la Dc, il Pci, il Psi e tutti gli altri partiti esistenti, chi ci avrebbe creduto? Chi avrebbe creduto che una parte d’Italia avrebbe chiesto la secessione?

Sono passati solo 35 anni, ma il mondo è cambiato più di quanto non fosse successo nei duecento anni precedenti. Lo strappo che ha creato internet e la rete è paragonabile forse alla scoperta del fuoco o all’invenzione della ruota. Cosa è rimasto uguale? Già una volta mi ero divertito a trovare le 10 cose che non cambieranno mai, ma rispetto al 1981 cosa posso dire sia rimasto invariato? Se Lele avesse fatto il classico starebbe traducendo il greco usando il Rocci. Appena può corre a tirare calci ad un pallone. Il Boss fa concerti che durano 4 ore. Nella carbonara non ci va né l’aglio, né la cipolla. Poco altro. Però chissà, se avessi ancora la 127 celestina, un salto ad Alassio ce lo farei volentieri un’altra volta.

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La lista dei vorrei

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Vorrei essere uno straniero che ti chiede informazioni, che si sforza per farsi capire e ti viene da ridere perché più gli spieghi le cose e più lui si confonde e alla fine ridete tutti e due come due stupidi.

Vorrei essere la banconota da cinquanta euro che tieni nell’ultima tasca del portafoglio, che non usi mai, ma che ti tranquillizza sapere che c’è, che sta lì, pronta per le emergenze.

Vorrei essere il faro che illumina quando intorno è tutto buio e lui neanche lo sa che ti sta aiutando, ma ti basta guardarlo per sapere dove andare.

Vorrei essere il vento della giornata di marzo che per la prima volta ti fa sentire il profumo del rincosperma e ti fa pensare che forse finalmente l’inverno è finito.

Vorrei essere la canzone alla radio che ti fa fermare anche se il semaforo è verde e ti fa alzare il volume in maniera sfacciata, anche se gli altri si girano a guardarti con aria di rimprovero.

Vorrei essere la curiosità per la mattina dopo, che non ti fa dormire la notte prima.

Vorrei essere il secondo boccale di birra, quello che prendi quando non hai più sete, che mandi giù solo perché ti  piace, anche se sai che poi ti girerà un po’ la testa.

Vorrei essere il post it che hai appeso nel frigorifero su cui hai scritto le tue spinte costruttive, i tuoi buoni propositi, quelli che hai deciso di seguire, ma non segui mai e che guardi tutti i giorni, sorridi e dici “domani”.

Vorrei essere l’ultima cosa che metti in valigia prima di partire, quella che puoi lasciare per ultima perché tanto sai che non potrai mai dimenticartela

Vorrei essere il verbo fidarsi e non deluderti mai.

 

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Bud Spencer non era mica inglese

L’inghilterra ha votato di uscire dall’europeo, ah no! Hanno perso e allora sono usciti dall’Europa. Niente sesso, siamo inglesi, no, non è la BBC. Quella ce l’abbiamo solo noi: Bonucci, Barzagli, Chiellini. Che quando hanno giocato insieme alla Juve hanno perso 4 partite in 5 anni.

E poi non so fra Renzi e Cameron, ma fra quell’ossesionato di Conte e Sir Roy Hodgson, che sembra sempre uno che ha esagerato con il whiskie nel the, la differenza salta agli occhi. Un po’ come tra bufalo e locomotiva. Un grande bufalo come Bud Spencer. Ma lui mica era inglese! Il nome l’aveva scelto in onore di Spencer Tracy e della birra Budweiser. E neanche Terence Hill è inglese. E anche se come don Matteo ce l’ha un po’ sfracassate, lui sembra quasi islandese. Ma gli islandesi – che si chiamano tutti son – son meno degli abitanti di Montesacro. Ora tutti a perculeggiare gli inglesi, poveretti, ma guardate che neanche l’Islanda è nell’Europa unita e tra un po’ secondo me neanche più all’europeo.

E allora l’Argentina che perde nuovamente contro il Cile, che dovrebbe dire? Comunque ragazzi, abbiamo battutto la Spagna, ed erano più di vent’anni che non vincevamo contro ‘sti antipatici. E mica giocavamo contro l’Islanda, che ha più vulcani che calciatori: magari fossi nato lì ora giocavo in nazionale. Bastava farmi crescere la barba.

Un po’ come il vecchio Bud. Che ora starà insegnando agli angeli come si mangiano i fagioli.

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Tu cita, io Tarzan

La bella e brava V punto mi solletica con un giochino di quelli che vanno di moda nei blog e che mi stuzzica molto, perché si tratta di tirar fuori le citazioni preferite e da sempre le citazioni sono la mia passione. Un po’ perché sono pigro e quindi perché scervellarsi a trovare frasi ad effetto, quando in realtà un sacco di bella gente ne ha già sfornate a bizzeffe? Poi perché la trovo una sorta di riscatto scolastico: quando sei a scuola se copi qualcuno ti cazziano, se invece fai una citazione (ovvero, copi lo stesso, ma dici da chi hai copiato), diventi fico. Se ci pensate è singolare questa cosa.

Allora, potremmo dividere il giochino per categorie: ci sono citazioni dotte, letterarie, politiche, cinematografiche, musicali, tra amici. Ecco, le meglio sono quelle fra amici: quello che capiscono solo una ristretta cerchia di persone, perché fanno riferimento a cose, persone, situazioni, che solo loro hanno vissuto e quindi solo per loro hanno un senso. Anzi, meno hanno senso per chi è fuori dal gruppo e meglio sono. E’ come se fossero una specie di segno distintivo che serve a cimentare l’identità. Oddio, c’è da dire che dopo un po’ stufano. Anche perché c’è sempre quello che esagera, che le tira fuori in continuazione o a sproposito. A questa deriva, ad esempio, appartengono tutti i detti e le frasi celebri dell’infanzia, che tu vorresti dimenticare, ma che qualche zia o nonna tirano fuori davanti a qualcuno, tanto per farti fare qualche bella figura di merda davanti a tutti! Inutile che ve ne dica qualcuna…ognuno ha la sue, che custodisce più o meno gelosamente nell’album dei ricordi.

Veniamo invece a quelle pubbliche. Fra quelle classiche, quella che preferisco è “Tu ne cede malis, sed contra audentior ito!” (Eneide, Virgilio). Provarci sempre, più audacemente!

Fra quelle letterarie metterei quella di Baudelaire, “Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi”

Fra quelle politiche mi piace molto quella attribuita a Mao, “Quello che per il baco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla“.

Le più belle fra quelle cinematografiche le ho già citate qualche tempo fa quando scrissi un post specifico sull’argomento, pieno di citazioni dei miei film preferiti (era assai divertente in effetti e lo trovate esattamente qui): se devo sceglierne un’altra al di fuori di quelle, dico “Americà, facce Tarzan“, del mitico Albertone.

Anche fra quelle musicali ce ne sarebbero tantissime: ma se per citazione intendiamo anche motto di vita, non ho dubbi, c’è sempre il solo ed unico Boss, No retreat, baby, no surrender!

Un capitolo a parte poi occupano Ennio Flaiano e Woddy Allen, che sono fonti inesauribili di citazioni assolutamente geniali: per il primo dico “I grandi amori si annunciano in modo preciso: appena la vedi dici “E mo’ chi è ‘sta stronza”. Del secondo ricordo invece “Era ossessionato dalla storia del cavallo di Troia. Ogni volta che comprava un paio di scarpe, prima di provarsele agitava la scatola urlando “lo so che siete lì dentro, avanti uscite“.

Ce ne sarebbero molte altre, che si potrebbe fare un post chilometrico. Ma siccome sono curioso (e anche un po’ rompiminchioni), continuo il giochino e invito qualche amico blogger a dirmi le sue citazioni preferite. E quindi chiamo ad esprimersi 10 amiche blogger:

https://tuttolandia1.wordpress.com/

https://seidicente.wordpress.com/

https://tramedipensieri.wordpress.com

http://intempestivoviandante.wordpress.com

https://erodaria.wordpress.com/

https://giridigiostra.wordpress.com

https://angelcage.wordpress.com/

https://beebeep74.me/

https://sguardiepercorsi.wordpress.com/

https://ilmondodelleparole.wordpress.com/

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Consigli di lettura non richiesti / 9. Frenzen

E’ arrivato il caldo? Rinfrescatevi con un bel libro. L’estate tarda ad aprire le sue ali? Volate verso lidi esotici con un bel libro. Stavolta però questo numero dei consigli di lettura non richiesti è leggermente diverso dal solito, perché più che un libro si concentra su un autore. Perché è un autore che merita ed è anche particolarmente parsimonioso in quello che scrive (e già questa è una cosa che denota serietà e, almeno da parte mia, simpatia) tant’è che era dal 2010 che non pubblicava nulla. Il soggeto in questione è Jonathan Franzen ed il libro che voglio consigliarvi si intitola semplicemente Purity, dal nome della protagonista. Non conoscete Franzen? Male, molto male! Smettete subito di fare qualsiasi cosa stiate facendo, lasciate stare l’aratro, poggiate da una parte il tornio, telefonate per annullare precedenti appuntamenti e correte in libreria a comprare Le Correzioni e Libertà. Fatto? Bene, ora potete continuare a leggere.

Le Correzioni è un capolavoro, Libertà è un bellissimo romanzo che dimostra che il primo non era stato un caso, ma con questo terzo romanzo, il buon Franzen entra a pieno titolo fra i grandi della letteratura americana. Azzarderei a dire che fra i viventi è il numero uno. Non me ne voglia il mio adorato Lansdale di cui vi ho già tessuto le lodi qui: lui è puro divertimento, è svago, suspence, ironia, tutto quello che uno cerca quando apre un libro per non pensare più a niente, per godere della gioia della lettura e basta. Franzen no. Lui è per palati fini, per chi legge per entrare nella mente degli altri, per capire la realtà che lo circonda, per scavare nel profondo dei sentimenti e delle intenzioni, nelle manie e nelle frustrazioni, nei desideri più reconditi e nella passioni più represse, nelle fobie e nelle ossessioni. Per incontrare gli uomini e le donne di oggi, descritti, anzi scavati, con una chiarezza ed una ferocia non comuni. Un’analisi chimica dei sentimenti, descritta con tragica lucidità e pungente ironia.

E come dicevo, mentre già con gli altri due si erano toccate vette notevoli, con Purity abbiamo fra le mani un vero capolavoro, un romanzo che una volta finito potete posizionare vicino ai grandi classici della letteratura americana, da Steinbeck a Hemingway, passando per Fitzgerald, arrivando a Roth (anche se per me, il numero uno resta Fante). Portatevi in vacanza, magari se andate in qualche suggestivo paese esotico! Cosa aspettate? Lasciate stare l’aratro, poggiate da una parte il tornio, telefonate per annullare precedenti appuntamenti e correte in libreria a comprarlo. Oppure, fate come me, e scaricatevelo sul kindle!

Buona lettura!