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I 10 misteri misteriosi della musica moderna

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Ci sono questioni e questioni. Problemi irrisolti che tutto sommato ci lasciano indifferenti (tipo, com’ha fatto Darwin a sbagliarsi così? Come ha fatto a pensare che la natura evolva sempre in meglio, selezionando solo i migliori? D’accordo, non ha avuto la possibilità di conoscere Salvini, però insomma, come ha potuto pensare una cosa così?) e dubbi amletici che invece periodicamente ci rodono dentro come fossero millepiedi nelle mutande. Ma restano domande senza risposta: puoi grattarti quanto vuoi, puoi togliere tutte le mutande che hai e spogliarti nudo come mamma t’ha fatto. Certi dubbi restano. Oggi vogliono condividere con voi i miei dieci dubbi musicali.

Va bene che in fondo i Bee Gees (ma anche Alan Sorrenti) cantavano con voci da donna, ma Amanda Lear…Rendez de vous voulez vous tomorrow, a me il dubbio m’è sempre rimasto.

Come m’è rimasto il dubbio quando Battisti, cantava “e tu amica cara mi consoli”. Vaticinava un’antesignana della trombamica o si limitava a pensare ad una pacca sulla spalla e qualche messaggino su WhatsApp i cuoricini?

E che ne dite dell’ipotesi che Mina in realtà sia stata rapita dagli alieni? E poi si dice che in un accesso di fame s’è mangiato un alieno e quindi non l’hanno più fatta tornare. Il mistero si infittisce…

Ma a proposito di musica italiana il più grande mistero misterioso è il festival di San Remo. Premetto che non sono un grande esperto, ma se uno dice di voler fare il festival della musica italiana, dovrebbe invitare i migliori rappresentanti della canzone italiana. E allora perché invece a San Remo ci vanno solo le mezze tacche, gli sfigati e quelli che escono dai talent che hanno sempre noi propri, tipo Luisa, Giovanna, Antonio, Sabrina che io non ho mai sentito? E perché invece non ci vanno i cantanti quelli buoni, quelli che sentiamo tutti gli altri mesi dell’anno?

Andando all’estero un grande mistero riguarda tutti quelli morti a 27 anni. Possibile che so’ schiattati tutti a quell’età? Ma invece il mistero che più mi intriga è quello di Paul Mc Carthny. E’ morto, non è morto, è un sosia, non è un sosia. Certo, se fosse davvero morto e quello che conosciamo è un sosia, bisogna dire che gli altri Beatles hanno avuto un culo straordinario a trovare un altro che canta, suona e scrive canzoni meglio di quello autentico. Indizzi o leggende metropolitane?

Peter Gabriel. Perché? Perché te ne sei andato? Perché? Perché? Perché?

I Rolling Stones. Come fanno ad essere ancora vivi? Come fa Mick Jagger a 72 anni (gli altri effettivamente sono un po’ bolzi, anche se a me è sempre stato molto simpatico Ron Wood) ancora a saltare e ballare così? Ha ragione Luca Carboni che ci vuole un fisico bestiale per bere e per fumare, ma loro con tutti i soldi spesi per la droga che si sono iniettati, fumati, sniffati in questi anni, probabilmente avrebbero ripianato il debito del terzo mondo, eppure…com’è possibile?

Il Death Metal. La dieta macrobiotica dicono che preveda anche di bere l’urina. Una volta ho conosciuto uno che si mangiava le caccole e c’è pure chi scoreggia in ascensore, quindi perché meravigliarsi che qualcuno possa apprezzare questo genere di musica. Io continuo a pensare che in fondo anche una colonscopia in confronto possa avere risvolti accettabili, eppure pare che ci sia davvero qualcuno che scientemente ascolta ‘sta roba.

Mike Olfield. Perché in Moonlight Shadows, canta con la voce da donna? Sono trent’anni che me lo chiedo. Me lo sapete dire voi?

Bryan Adams. Perché pur essendo nato nel 59 si diletta a cantare l’estate del 69? Era un bambino, come fa a cantare “eravamo giovani e inquieti, quelli erano i giorni più belli della vita, era bello rilassarsi” …ah ma voi pensate che in realtà…cioè volete dirmi che il numero non indica l’anno?

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La tua canzone

Se guardassimo la costa avvicinarsi con gli occhi di chi sta sul barcone e non il barcone avvicinarsi con gli occhi di chi sta sulla costa. Se avessimo l’obiettivo di dare una famiglia ad un bambino, invece di dare un bambino a degli adulti. Se vivessimo la fine del mese come un disoccupato invece di pontificare sui dati della disoccupazione. Se il carcere fosse un posto dove redimersi e non un tappeto dove nascondere la polvere della società. Se ascoltassimo le nostre parole con gli orecchi di chi ci sta di fronte e non con la nostra bocca che le ha pronunciate. Se riuscissimo a camminare nelle scarpe degli altri, se riuscissimo a sentire il loro dolore, se arrivassimo a capire le loro ragioni.

Punti di vista. Il mondo, la realtà, come la viviamo, come la sentiamo, tutto è un punto di vista. Non ce n’è uno più giusto di un altro. Ma proprio per questo mi basta una sola cosa. Che tu abbia il mio ed io il tuo.

And you can tell everybody, this is your song. It may be quite simple but now that it’s done. I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, that I put down in words. How wonderful life is while you’re in the world.

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Consigli di lettura non richiesti / 7. Licalzi – Faye

San Valentino, cosa regalate alla vostra dolce metà? I fiori possono provocare allergie, i dolci fanno male alle diete, i gioielli al portafoglio, i vestiti meglio che si li scelga da sola. E allora cosa meglio di un bel libro? Non sapete quale? Ed ecco che intervengono i minchionissimi consigli non richiesti!

Come sempre, per far contenti un po’ tutti, vi propongo un’alternativa, un bianco e un rosso, una lettura che scorre via leggera e rinfrescante ed una più corposa da accompagnare con pietanze più forti. Il risultato è analogo: immergersi dentro delle storie come le stessimo vivendo da protagonisti, invece che da spettatori. Il coinvolgimento è la base, l’obiettivo e il risultato di un buon libro. Io almeno parto da lì quando voglio giudicare una storia, di qualsiasi genere essa sia.

Partiamo con un autore italiano che ha scritto diversi romanzi e che mi ripropongo di approfondire meglio, proprio perché questo L’ultima settimana di settembre mi è piaciuto davvero molto. Una storia di oggi, un nonno ed un nipote adolescente che si trovano costretti e vivere un viaggio insieme. Tanta nostalgia rievocata dal protagonista – il nonno scrittore che narra in prima persona la vicenda – ma anche barlumi di speranza che pian piano si fa strada fino a stravolgere il senso complessivo della storia. Personaggi azzeccatissimi, Lorenzo Licalzi è davvero bravo a far vedere quello che racconta, che si tratti di persone, di cani (bellissima la figura di Sid, il San Bernardo che accompagna i protagonisti nel viaggio) o di scenari. Da leggere tutto d’un fiato.

Per il secondo consiglio ci proiettiamo invece nella New York del 1840. Una città in rapida espansione, con frotte di immigrati che arrivano affamati e pieni di speranze, scontri e violenze quotidiani ed il tenativo di far nascere il primo corpo di polizia. Il Dio di Gotham di Lyndsay Faye è un romanzo storico che vi terrà incollati alla lettura, dall’inizio alla fine. Una storia straordinaria, che rimescola insieme tensioni razziali, scontri religiosi (laddove i cattolici papisti sono il diavolo!) e intrighi politici (il partito democratico che tenta la scalata al potere). Il tutto sembra esplodere di fronte a dei macabri ritrovamenti, che fanno pensare a chissà quali riti satanici sulla pelle di poveri bambini innocenti. Una storia di fratelli, di figli, di amanti. Semplicemente imperdibile. Forse il più bel libro che mi sia capitato negli ultimi mesi.

Detto questo, pensando a tutte le brutture che si vedono intorno a noi, il governo e l’opposizione, la bolla speculativa e il calo del greggio, i terroristi islamici e le zanzare infette, i cambiamenti climatici e l’età che avanza, in occasione di questo 14 febbraio, mi veniva in mente  una riflessione un po’ minchiona, ma forse non del tutto peregrina. Leggiamo e trombiamo di più e vedrete che il mondo sarà più bello. Buon San Valentino e buona lettura!

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Te la ricordi Lella, la figlia del dottore?

Oggi ve vojo racconta’ la vera storia, quella che niciuno conosce.  ‘Na storia d’artri tempi, de quanno alla candelora dall’inverno semo fora, ma se piove o tira vento, ma quale vento? Qui ce stanno già le fragole e se risvejeno pure le fregole. Pe’ falla breve, ce stava questa che se chiamava Lella, che era proprio ‘n gran pezzo de gnocca e tutti jannaveno dietro. Ma quella gniente. Nun dava retta a niciuno. Se diceva ch’era stata co’ quello o co’ quell’artro, che filava co’ Mario, che filava co’ Gino, ma tutta fuffa, gniente de chè.

Lella veniva da ‘na famija ‘mportante eh, mica era una qualunque. Pe’ tutti er padre era “il dottore”, er classico tipo tutto d’un pezzo, uno che me lo ricordo così, il suo soriso i suoi capelli, fermi come il lago. Che poi co’ tutto quer vento, ma come faceveno a sta fermi? A me me sa che ce metteva a gelatina. Fatto sta che questa se la tirava un po’, dicevamo noi. Va be’ che sei caruccia, ma er principe azzuro a pjatte ariva giusto a carnevale!

Finché ‘n giorno tutt’antratto t’ariva uno grosso, mezzo turco, anzi turco na’ cifra e nun te la porta fori a balla’? Mo, noi semo gente semplice, de borgata, nun se stamo tanto a formalizza’, si uno è nero, giallo, verde a noi c’arimbarza. Basta che nu rompe li cojoni. Co’ uno così potevi pure diventacce amico, allora uno ja detto, “aho, ma come t’antitoli?” Rabah, dice lui, co’ l’acca finale. Me cojoni Rabah, ma tu hai fatto bingo, pe’ riuscì a portate fori quella.

Rabah, che poi se riseppe che di cognome faceva Amba, c’aveva un poker d’assi, bada bene di un colore solo, perché forse era troppo turco. Magnava l’aio dalla mattina alla sera, dice che fa tanto bene alla salute, ma c’aveva ‘na fiatella che ammazzava li sorci e dev’esse stato per quello che a ‘na certa fu scaricato dalla bella Lella. Avanti il prossimo, gli lascio il posto mio e lei cominciò a uscire con Francesco.

Mo ‘sto Francesco lo conoscevamo fin da regazzino, tanto che ancora lo chiamavamo Cicci, perché da piccolo era ‘n supplì, basso e chiatto, facevi prima a saltallo che a giraje ‘ntorno. Era uno co’ la puzza sotto ar naso, un po’ snob, annava giranno co’ na Simca Mille che pareva c’avesse ‘n Ferari. Ma n’era mica ricco, a madre c’aveva ‘n chiosco de fiori ar piazzale der Verano.

Na rosa oggi, ‘n garofano domani, a ‘na certa deve avejele sfracagnate e com’è come non è, alla fine fu sfanculato pure lui. Nella tua trappola, ci son caduto anch’io. E qui entra in gioco er grande Edoardo, coccia d’ovo, Coccò per gli amici, data la sua incipiente calvizie. Lui veniva da Primavalle, cor vespino rosso bordò, ce faceva certe pinne su e giù pe viale Trastevere, ma in realtà faceva l’arrotino, l’ombrellaio, affila i coltelli, aggiusta le cucine. Era uno de noi, uno semplice, pane ar pane, vino ar vino. Ma pure lui era solo un brivido che vola via e infatti Lella volò via.

Dopo quarche tempo se sposò Proietti er cravattaro, ma le cose cominciarono a buttà male e ‘n giorno de Lella nun se seppe più gniente. Er padre, pover’omo, se ne fece ‘na malattia. Je rimanevano solo le foto de Lella e de quei tre, tutti in bella mostra, proprio sulla camera da letto, sopra al comò della pora nonna.

Questa è la vera storia. E così che nacque la canzone.

Amba Rabah, Cicci, Coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore con la figlia del dottore, il dottore s’ammalò, Amba Rabah, Cicci, Coccò.

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Stai con me nella sconfitta

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Ci provi e ci riprovi. Le tenti tutte, dritto e rovescio, di forza e di fino, con lo scontro e aggirando l’ostacolo. Io poi sono testardo, quando mi metto in testa qualcosa difficilmente mi arrendo. Se c’è una cosa che riesce a vincere la mia incrollabile pigrizia sono proprio le imprese complicate. Quelle che mi fanno scattare l’interruttore del coinvolgimento personale, quelle che mi fanno sentire come https://giacani.wordpress.com/2014/05/21/la-rosa-sentinella/ responsabile di qualcosa o di qualcuno.

Succede però a volte che non si riesca. Succede che, per quanto ce l’hai messa tutta, il risultato non arrivi. E tu rimani lì, senza parole, senza energie, senza alternative valide, né reali, né apparenti. Ti accorgi allora che a volte, nonostante la tua smisurata presunzione, devi accettare che le cose stanno così e tu non hai più nulla da fare per cambiarle. Quando hai fatto di tutto, capisci che non hai più nulla da fare. O forse no.

Perché quando hai fatto pace con i tuoi limiti, con la tua impotenza, c’è ancora una cosa da fare. Sperare.

Ed è esattamente quello di cui abbiamo bisogno: non qualcuno che ci trovi la soluzione, ma qualcuno che sia lì con noi mentre non sembra esserci soluzione. Qualcuno che rimanga lì, affianco a noi, nella sconfitta. Con la sua debolezza, con la sua incapacità, con la sua impotenza. Ma nonostante tutto, con la speranza che, all’improvviso, la soluzione arrivi.

Out the blue you came to me, and blew away life’s misery. Out the blue life’s energy, out the blue you came to me.

 

 

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Abbasso e Alè

La libertà comincia dall’ironia (Victor Hugo)

Il problema è che l’ironia è il primo sintomo, il più alto forse, dell’intelligenza delle persone. E come si sa le persone, prese singolarmente possono anche essere geniali, ma quando fanno gruppo diventano immancabilmente ottuse. Non c’è verso purtroppo, non c’è causa che tenga, non c’è ideale che serva da antidoto. Temo sia inevitabile: quando facciamo gruppo, diventiamo idioti (oddio, c’è anche qualcuno a cui gli basta essere in due…guarda i testimoni di geova!).

Tra l’altro, corollario all’essere in gruppo, c’è sempre qualcuno che ne resta fuori: l’altro, l’estraneo, il diverso. E poi c’è chi di questo essere gruppo ne fa una questione suprema. Non ne fa solo parte, diventa il motivo del suo essere al mondo: cancella il suo io per affogare nel noi. Ma quando l’io diventa noi, c’è il rischio che i noi penseranno di avere Dio con loro e marceranno compatti per invadere la povera Polonia di turno.

Non ci sarà più spazio per sottili distinzioni, l’altro è altro e basta: avversario da temere, nemico da battere, infame da distruggere. E ogni arma sarà lecita, dai Pirelloni imbrattati alle interviste in tv di ignari bambini innocenti. Insulti e scomuniche. Nessuno si salva, cambiano solamente le offese, ma la logica è la stessa. Solo per rimanere nella stretta attualità, la discussione sul riconoscimento delle coppie di fatto, la questione dei migranti, la polemica sugli statali fannulloni, qualsiasi tema è buono per creare i noi e dare addosso ai loro.

Favorevoli e contrari, tutti nel tritacarne, senza distinguo, senza approfondire le questioni. E su ogni argomento sbrodolamenti di demagogia, populismo a profusione, banalità come se piovesse, soluzioni semplici a problemi complessi. Giletti e De Filippi, emblemi di questo delirio collettivo, di questa chiamata alle armi per questa o quella battaglia, per questa o quella bandiera.

Be’ non a mio nome. A nessuno venga in mente di parlare per me. Non vi azzardate ad inserirmi in questa o in quella categoria. Certo, come scrivevo l’altro giorno ad un’amica, se un bel gruppo di persone si mettesse insieme per nominarmi Rettore di qualche università e cominciasse a chiamarmi Magnifico, forse potrei fare un’eccezione. Altrimenti mi dispiace, niente di personale, l’uno o l’altro cambia poco perché, se devo dire la verità, singolarmente vi amo tutti, messi insieme mi state tutti sul cazzo. Soprattutto quelli che la pensano come me.

 

Non vorrei mai far parte di un club

 

 

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Vicini e lontani ai tempi del web

E’ buffo come ogni tanto nei blog “esplodano” delle tematiche, come fossero attacchi di varicella. Il giorno prima niente, il giorno dopo sei pieno di bolle. Forse ci contagiamo a vicenda, come i bambini in una classe. Forse queste tematiche girano nell’aria come i pollini e così si posano sui nasi, scatenando le nostre allergie in maniera quasi sincronica. E proprio come le allergie, queste tematiche sono cicliche, ogni tanto rispuntano fuori.

Una di queste è il rapporto fra reale e virtuale, tra la rete e il mondo. E’ meglio questo, è meglio quello, fautori dell’una o dell’altra, con netta predominanza dei nostalgici, quelli che “noi giocavamo per strada“, “altro che wifi, noi uscivamo la sera” (non sfugge la contraddittorietà del fatto che questo cose spesso le scriviamo su FB!).

A questo proposito ad esempio, è interessante l’esperimento che stanno facendo due miei amici virtuali, che vi invito a seguire. Una coppia che non è una coppia, gli estremi che si toccano, una specie di ossimoro (nel senso che Lei è una blogger eccezionale, una fine narratrice, una poetessa prestata alle cronache cinematografiche, mentre lui è Lui), che ha deciso di scrivere a 4 mani un post al giorno per un mese (ma speriamo continueranno!) su un argomento prestabilito. E…leggete cosa ne sta venendo fuori, ad esempio in questo pezzo.

Certo, chi può seriamente pensare che una tastiera sia meglio di un tavolo e due birre? Che una webcam possa prendere il posto di due mani? D’altra parte non si può negare che i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione, rendono possibili rapporti che fino a vent’anni fa sarebbero stati impossibili. Internet, i social network, i cellulari, le chat, hanno di fatto azzerato le distanze, nel tempo e nello spazio. Posso stare ore ed ore in contatto con una persona che sta a centinaia di kilometri di distanza. Posso, senza esagerazioni, sentire più vicina una persona che abita in un’altra città, rispetto al vicino di casa.

Ma soprattutto, la distanza fisica annullata, può creare una vicinanza ed un comune sentire laddove, paradossalmente, la fisicità può essere un ostacolo. Perché è vero che dietro l’anonimato di una tastiera ci si può mascherare e si può essere “uno, nessuno e centomila”, ma al contrario, questa vicinanza virtuale (ma perché non chiamarla spirituale?) ci può far deporre ogni arma, ci può far uscire dalle nostre costruzioni, ci può spingere ad abbandonare le maschere dietro cui ci nascondiamo, per mostrarci così come siamo realmente.

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La verità ti fa male lo sai (Mancio ti voglio bene lo stesso!)

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più. (Bill Shankly)

I fatti ormai sono noti a tutti, anche a chi di calcio ne mastica poco. L’allenatore del Napoli Sarri, al termine della partita con l’Inter ha apostrofato Mancini, tecnico avversario, con un poco elegante “frocio!” Lunghe discussioni, grandi dibattiti, innocentisti (la trans agonistica, quello che succede in campo deve finire lì) e colpevolisti (omofobo, ignorante), si sono dati battaglia. Io non credo che il campo di calcio sia un luogo extraterritoriale dove tutto sia lecito, ma certo se l’insultato si fosse stato zitto, tutta questa polemica sarebbe morta lì.

Soprattutto Mancini (al quale va la mia sempiterna gratitudine, perché quando al termine della sua carriera venne a giocare gli ultimi anni alla Lazio ci fece vincere più di quanto avevamo mai vinto nella nostra storia) se vuole porsi come paladino dei diritti degli omosessuali, non è credibile!

L’esito di tutto ciò sono state due giornate di squalifica per Sarri. Secondo i giudici della FIGC infatti, essendo Mancini eterosessuale, l’epiteto era un insulto, ma non una discriminazione. Interessante punto di vista. Quindi quando dico a qualcuno “fijo de na mignotta“, se la mamma batte il marciapiede lo sto discriminando, altrimenti lo sto semplicemente insultando. Quindi, paradossalmente, se dico la verità è peggio che se dico una bugia. Molto sfiziosa questa cosa. Se non l’avessi già scritto, ci sarebbe da ritirar fuori il https://giacani.wordpress.com/2014/01/10/il-dilemma-di-epimenide/. Chissa come si sarebbero regolati i giudici, se invece gli avesse detto “l’anima de li mortacci tua“. Avrebbero chiesto un supplemento di indagini con tanto di seduta spiritica?

Ignoranza, omofobia, violenze verbali, delazione, sfruttamento subdolo delle situazioni per perseguire i propri obiettivi. E su tutto una giustizia quanto meno bizzarra. Poi mi dite che il calcio non è la perfetta metafora della vita? Per fortuna ci sono anche le cose belle. Ad esempio, qualche giorno fa, nel derby di Barcellona un difensore dell’Espanyol ha insultato Messi dandogli del nano. “E tu sei una pippa!” gli ha risposto l’asso argentino. Al termine della partita lo stesso Messi ha smorzato i toni, minimizzando l’accaduto. “E poi, in fondo, tutti e due abbiamo detto la verità“! Grande Messi, la verità innanzitutto.

A questo punto mi sorge un dubbio: se si è arrabbiato così tanto…ma non sarà che i giudici della Federazione non hanno capito nulla???

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A proposito di stepchild adoption

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Lo capisco, per carità, “adozione del figliastro” suonava male (che è un po’ come dire la chiamavano “bocca di Rosa” perché “mignottone” pareva brutto), ma anche stepchild adoption non è che sia proprio una gran ficata. Potremmo chiamarla “Ernesto”, ma per comodità invece la chiameremo “essea”.

Capisco pure che forse in un blog minchione come questo, certi argomenti seri non dovrebbero avere dirito di cittadinanza. D’altra parte siamo un Paese in cui i comici fanno i politici, i politici fanno ridere e mandiamo a rappresentarci in Europa uno come Salvini (no, voglio dire, Salvini…). Quindi perché mai un blog minchione come questo, invece che so, di raccontarvi come si cucina il pollo con i peperoni, non dovrebbe arrogarsi il diritto di parlare di cose serie?

Tutto ciò premesso vi dico che io sono favorevole alla essea. E lo sono per lo stesso motivo per cui sono contrario all’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Il motivo è che invece di ragionare sulla rava e la fava del diritto (e pure del rovescio), se si guarda l’interesse del bambino non si può non essere a favore. Allo stesso modo in cui non si può non essere contrari invece all’adozione per le coppie gay.

Lo so, ora starete pensando, ecco il solito minchione che si contraddice. Ma invece no (cioè, sì, sono un gran minchione, ma non credo di contraddirmi). Purtroppo c’è molta ipocrisia e molta ideologia su questi argomenti. Si diventa tifosi, neanche stessimo parlando di calcio: la lobby gay contro la lobby cattolica, il Vaticano  e i cattocomunisti. E così, come in tutte le dispute fra tifosi, si perde di vista il cuore della questione, per schierarsi con la propria squadra. E il cuore della questione sono i bambini.

Parto da un presupposto. Secondo me avere un figlio non è e non può essere un diritto. Per nessuno. Dovrebbe essere un diritto avere un padre e una madre. E per questo che penso non sia giusto che due uomini o due donne possano adottare un bambino. Non perché lo travieranno, non perché non potrebbero dargli tutto l’amore, le attenzioni, l’educazione di cui avrà bisogno. Semplicemente perché hanno già deciso prima, che quel bambino crescerà senza un padre o senza una madre. E non è giusto. Per lui, non è giusto. Tralascio qui altri motivi che mi fanno essere contrario, ma che non c’entrano con questo discorso.

Ma allo stesso tempo, se le circostanze della vita (e ce ne possono essere milioni) ti portano a crescere in un contesto diverso da quello naturale (che è e resta quello dove c’è un padre e una madre), in un contesto che potrebbe anche essere migliore di quello naturale (perché a volte c’è chi avrebbe dovuto fare di tutto nella vita, tranne il padre o la madre), mi sembra logico che la persona che ti ha accudito e cresciuto, possa fare (anche ottimamente) le veci di un genitore naturale. Può essere una nonna, uno zio o il compagno (o la campagna) del genitore naturale. Perché il genitore è chi ti cresce, chi ti addormenta la sera, chi ti misura la febbre, chi ti insegna le filastrocche e ti asciuga le lacrime quando cadi e hai le ginocchia sbucciate. Può essere chi ti mette al mondo, ma non è detto.

Detto questo, prendete un pollo e fatelo a pezzetti (io preferisco solo cosce e sovracosce perché il petto non mi piace, ma voi fate come ve pare), fatelo rosolare con olio, aglio e peperoncino. Dopo di ché aggiungete i peperoni, a cui avrete tolto i semini dopo averli tagliati a strisce. Per una questione di buongusto cromatico evitate di mischiare quelli gialli a quelli rossi: o li mettete gialli o li mettete rossi. Ma ci sono anche quelli verdi. Aggiungete sale, salsa di pomodoro, lasciate cuocere e buon appetito!

 

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Absolute Beginners

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

I’ve nothing much to offer, there’s nothing much to take. I’m an absolute beginner and I’m absolutely sane. As long as we’re together, the rest can go to hell. I absolutely love you, but we’re absolute beginners. With eyes completely open, but nervous all the same

G. si diede un ultima ritoccata ai capelli. Per la centosedicesima volta. Si infilò il cappello e uscì fuori. Ne aveva viste troppe, voleva dimenticare e insieme voleva ricordare. Perché non si ricordava più come si faceva ad amare. Non si ricordava più cosa bisognasse fare, cosa bisognasse dire.

I. aspettava senza attendere. Non si aspetta più nulla, perché aveva deciso di non soffrire più. In cuor suo però non aveva abbandonato la speranza. Aveva solo bisogno di una scintilla. Che riaccendesse il suo cuore.

If our love song could fly over mountains could laugh at the ocean, sail over heartaches. Just like the films…

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