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Innocenti erezioni

Giacinto si tira su improvvisamente. Gli capita spesso ormai, il sonno non è più quello di un tempo. Stavolta però è diverso. Di solito si sveglia semplicemente perché il sonno è finito. Non riesce più a farsi quelle otto ore filate come quando. Ma come quando? In realtà non ha mai dormito più di sei ore in vita sua, ma nei ricordi tutto è un po’ esagerato. Oppure si sveglia per fare pipì. Ma stavolta è diverso.

Anche se poi in realtà il responsabile è sempre lui, lì sotto, ma era da tempo che non si svegliava in quel modo. E a Giacinto viene anche un po’ da ridere...che vuoi fare tu? Ormai è passato il tempo in cui comandava tu! Stava sognando e anche questo gli capita di frequente. I vecchi vivono più di ricordi che di realtà e nei sogni i ricordi sono di nuovo liberi e possono confondersi con la realtà. Quando si è giovani si sogna ad occhi aperti, quando si è vecchi si vive ad occhi chiusi. Ma stavolta è diverso.

Era tanto che un sogno non gli provocava quel turbamento. Perché il sogno era più vivo che mai. E c’era lei. No, non la sua Ada, l’angelo della casa, la madre dei suoi figli. No, c’era lei. Più bella che mai. Ada è morta dieci anni fa, i figli sono giù a Johannesburg, hanno fatto i soldi, tornano a Natale con i nipoti che gli parlano in inglese, mischiato al dialetto abruzzese. Lei pure se n’è andata, tanti anni prima. Ma stanotte è tornata, con i suoi capelli a caschetto come Caterina Caselli. Nessuno mi può giudicare, hanno di nuovo diciassette anni e si rotolano fra i fili d’erba su, al Calvario, all’ombra del campanile. Lei, la causa delle sue innocenti erezioni, dei primi sogni ad occhi aperti, dei primi turbamenti, delle carezze proibite e degli strusciamenti volutamente involontari. Giacinto si alza, con quel buffo rigonfiamento nel pigiama. “La finisci? Neanche riesco a pisciare se non ti calmi“. Ma non si calma, anzi sembra quasi voler uscire fuori.

E’ un inizio di primavera e anche se alla Rocca ci sono undici mesi di fridd e uno di frischitt, in questa notte di aprile si sta bene. Giacinto si sente un leone, forse è il sogno che continua, forse ancora sta dormendo. Guarda l’ora, le tre e un quarto, vuole uscire fuori, vuole salire su al Calvario, come sessant’anni fa. E’ lei che lo sta chiamando, che forse lo aspetta lì, fra le panchine, sotto la torre. Si mette una giacca sopra il pigiama Giacinto, scende le scale di casa, apre la porta, esce fuori.

Sessant’anni dopo non ha dimenticato il suo amore adolescente. E forse da lassù, da una delle stelle che brilla sopra il Calvario, quella notte del 6 aprile, neanche lei si è dimenticato di lui, l’ha chiamato davvero e gli ha regalato un’altra volta un’innocente erezione. Che gli ha salvato la vita.

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Resoconto semiserio (ovvero minchione) di un viaggio a Monaco

Sentivate la mancanza di un bel resoconto minchione di una qualche località europea? E su, non fate i timidi, lo so che ne sentivate la mancanza! Dunque, quest’anno abbiamo optato per Monaco. Nonostante abbia bazzicato spesso il suolo tedesco, non c’ero mai stato e la curiosità era ben riposta, perché la città vale davvero la pena, il tempo è stato clemente (un solo giorno di pioggia), la birra abbondante, la compagnia sempre molto piacevole.

Vi dico subito qual è la cosa che mi ha impressionato di più. Sembrerà un dettaglio, una cosa fra le altre, ma in realtà secondo me ha un alto, direi altissimo valore metaforico, che indica chiaramente quale sia il loro stile di vita, la loro filosofia, il modo di pensare. Parlo dell’accesso alla metropolitana. Girando l’Italia e l’Europa vedi un po’ tutto: barriere, tornelli girevoli, sportelli che si aprono. A Monaco non c’è nulla. Non ti accorgi nemmeno di essere passato dalla zona antistante a quella interna, perché non c’è niente che divida l’una dall’altra.

Quindi non solo ogni fermata dell’autobus e della metro ti informa in tempo reale e con una precisione quasi fastidiosa indicando il minuto esatto in cui passerà il prossimo mezzo, non solo la rete ferro tranviaria è probabilmente più fitta di quella di Londra o di Parigi, ma non c’è nessun ostacolo all’entrata. In compenso, in tre giorni e mezzo abbiamo incontrato due volte i controllori. Gentili, direi quasi gioviali, ma assolutamente determinati a far pagare i 60 euro della multa prevista per chi era sprovvisto del biglietto (ovviamente solo stranieri).

E non ci nascondiamo dietro i soliti stereotipi del tedesco tutto ordine e disciplina: ovviamente l’educazione e il senso civico c’entrano, ma ormai sono una società multirazziale molto più di noi. E’ pieno di gente di ogni razza e colore. Semplicemente hanno un sistema che oltre a dare le regole, controlla che siano rispettate. Sarebbe tanto difficile esportarlo anche qui? Chi lo sa. Io so solo che a settembre ho fatto l’abbonamento della metro annuale a mio figlio e fino ad oggi mi dice di non aver mai incontrato nemmeno l’ombra di un controllore. Lascio a voi qualsiasi altra considerazione.

Passando al resoconto vero e proprio, quattro giorni, se vi limitate alla città, vanno più che bene. Noi siamo anche andati una mattinata a Dachau (30 km, un’oretta fra metro e bus) e una giornata a Fussen (100 km, un paio d’ore di treno) a visitare il castello di Neuschwanstein (quello della Disney, per intenderci), quindi forse qualcosa della città ce la siamo persa. Ad esempio non siamo stati alla Allianz Arena o al Museo della scienza e della tecnica che dicono valga la pena visitare, ma insomma tutto non si poteva fare. E poi, prima o poi, ci torneremo!

Non vi sto ad elencare le piazze, i monumenti e le Chiese che abbiamo visitato. Sono quelle che troverete in qualsiasi guida della città. Se però andate a Monaco quello che non può mancare è un passaggio alla Hofbrauhaus, probabilmente la birreria più famosa del mondo: con i suoi 5000 posti a sedere (ci lavorano oltre 300 persone!) è una specie di Oktober Fest permanente. Trovare posto (soprattutto se siete in 8 come noi) non è semplicisssimo, però vale assolutamente la pena: birra ottima, wurstel e stinco di maiale fantastici, prezzi ragionevoli. Unica avvertenza: non hanno bicchieri più piccoli di quelli da un litro!

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Ma la colpa di chi è?

Con gli occhi aperti nella notte triste…quando succedono fatti come quelli di Bruxelles, la cosa più saggia sarebbe tacere. Cosa pensi di poter dire di intelligente, di originale, di non scontato su tragedie come queste? Ci si potrebbe limitare a pregare, per chi ci crede, o a cantare Immagine di John Lennon. Ma quella domanda, comunque, ti risuona dentro e non ti lascia in pace.

Quella domanda è il problema ed insieme la soluzione di tutte le questioni. Il problema è che c’è sempre una colpa, la soluzione è trovare di chi sia. Che siano gli integralisti islamici, le politiche immigratorie o i servizi segreti belgi. Qualche anno fa avremmo detto bulgari (quelli che non dovevano più sparare al papa, ma piuttosto dedicarsi al pippero), ma del resto qualche anno fa chi avrebbe mai immaginato che il problema sarebbe stato l’islam? Con la guerra fredda, i russi brutti e cattivi e il patto di Varsavia, i carrarmati a Praga, i ragazzi di Buda e quelli di Pest, Fidel Castro e Mao Tze Tung, i khmer rossi e Tito. Chi mai avrebbe pensato che la minaccia all’occidente sarebbe venuto dal deserto?

In ogni caso una colpa ci dev’essere, qualcuno se la deve prendere, non ci sono dubbi. I demagoghi populisti pronti alle dichiarazioni piene di sdegno e di ferma condanna, con viva e vibrante costernazione, scendono in campo. Sotto a chi tocca, di qualcuno dev’essere. Ma non ci facciamo ingannare: questa non è una guerra di religione. E infatti (spero di non essere smentito domani) non c’è stato un solo attentato contro una chiesa o un luogo di culto. E’ una guerra all’occidente (che di cristiano ormai ha giusto qualche tradizione) o come dicono questi grandi strateghi, è una guerra al nostro stile di vita. Esattamente quello che si diceva quando la colpa era dei comunisti. Ma non sarà allora che banalmente, il colpevole è proprio questo stile?

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La strada per arrivare a casa

Questa storia vuole essere raccontata di nuovo. Ne parlavo qualche giorno fa con chi mi diede lo spunto per raccontarla, poi in questi giorni di dialogo Cuba America ho riletto la frase del Che che era l’incipit della storia. E oggi, tornando a casa, la radio ha passato Can’t find my way home, che ogni volta mi fa piangere da quant’è bella. Tre indizzi fanno una prova e quindi ve la ripropongo

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminare gioiosi verso l’avvenire.  (Ernesto Guevara)

C’è un qualcosa che ci appartiene dentro le strade che ci portano nei luoghi in cui ci sentiamo a casa. E’ come se la casa allargasse i suoi confini e cominciasse ad esserci molto prima di dov’è realmente. Un po’ come i ricordi. La memoria di un fatto comincia dai profumi, dai sapori, dai suoni che l’accompagnavano allora. Che quando risentiamo ci riportano indietro al momento in cui li abbiamo vissuti per la prima volta.

Le 5 e 30, Angelo sta alzando la serranda del bar, come ogni mattina. Una serranda pesante come i ricordi, che ogni mattina solleva sul cielo di Milano per provare a raccontarsi un futuro diverso…

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I posti che…TAG!

Dunque qualche giorno fa la mi amica Marta mi ha nominato per questo giochino, che ha un sacco di regole (che ovviamente non rispetterò) e dovrebbe riguardare i luoghi. In effetti un blog che nel titolo parla di viaggi, dovrebbe essere perfetto per parlare di luoghi. Ma i miei sono viaggi ermeneutici (oltreché minchionici) e quindi, non me ne vorrà a male la dolce Marta, ma questi che vado a nominare sono posti solo per modo di dire.

Perché non esiste un luogo che non sia abbinato ad un momento, che non sia collegato alle persone con cui eri, allo stato d’animo che avevi mentre eri lì. I luoghi non sono solo la risposta alla domanda “dove?” I luoghi sono anche un “quando”, un “con chi”, un “come” e solo rispondendo a tutte queste domande puoi dire il “perché”. E quindi, fatta questa doverosa premessa, vamos!

Il posto …

1 … che porti nel cuore. Ce ne sono diversi, ovviamente. Ci sono quei luoghi in cui sono stato felice, in cui mi sono sentito protetto, in cui ero a casa. Se proprio debbo dirne uno allora torno indietro di 30 anni e dico quel muretto che sta quasi all’angolo tra via Livorno e via della Marsica, punto di partenza di tanti pomeriggi e tante serate. Nella realtà ora non esiste più: c’hanno messo sopra una cancellata e una siepe e forse è anche giusto così. Rimane come una sorta di monumento, il luogo della mia gioventù.

2 … più divertente. Anche qua, fortunatamente potrei indicarne tanti, ma ancora oggi, rispondendo così, senza starci sopra a pensare più di tanto, dico un campo di calcio. Qualsiasi esso sia. Di cemento, di terra, di erba, un parcheggio vuoto, un prato senza alberi, va bene tutto, basta che si possa dare quattro calci ad un pallone.

4 … più deludente. I luoghi della grandi delusioni sono i luoghi dei fraintendimenti, quelli delle cose non dette, lasciate a metà o totalmente fraintese. Dico le stazioni, perché spesso partire lascia conti in sospeso che più di ogni altra cosa ti fanno sentire deluso. Prima di tutto deluso di te stesso.

5 … più sorprendente. Mi sorprende Roma quando non c’è traffico, mi sorprende quell’anonimo baretto dove fanno un caffè eccezionale, ma non ho dubbi: il luogo che riesce sempre a sorprendermi più di tutti è la mente delle donne.

6 … più gustoso. Anche qui nessuna esitazione: il luogo che rievoca i sapori più intensi, le cose con un gusto mai più provato, è il tavolo della cucina dei miei, quando mia madre orchestrava delle sinfonie irripetibili, abbinando sapori che anche il più grande chef del mondo non sarebbe capace di ricreare.

7 … che ti ha lasciato un ricordo particolare. Qui invece non saprei, perché ce ne sarebbero tanti. Dico la vetta del Sirente, perché ogni volta che arrivi lì, a 2350 metri, dopo 5 ore di cammino, non capisci se sei più stanco o più felice. Ma quando scendi giù, dopo qualche tempo, mentre ritorni con il pensiero a quando eri lassù, capisci che grande bellezza sia la montagna

8 … più romantico. Ma quale altro potrebbe essere se non le braccia dell’amore mio?

9 … che vorresti rivedere. Anche su questo nessun dubbio. Vorrei rivedere lo stadio Olimpico esattamente come l’ho vidi alle 18 e 04 del 14 maggio del 2000.

10 … dove ti piacerebbe andare. In un sacco di posti. Vorrei andare in Australia, alle Hawai, in Zimawe, vorrei tornare in Arizona, ma se devo indicarne uno solo all’ora dico l‘Argentina, ad imparare il tango, a vedere un derby River Plate Boca Juniors e ad assagiare un assado. E prima o poi ci andrò!

Chi vuole continuare il giochino si accodi, ho deciso di taggare solo i blogger ultimi venuti, ma anche tutti gli altri sono i benvenuti: https://forsehopersolechiavi.wordpress.com/, https://diariodiunascimmia.wordpress.com/, https://memoriediunabambolina.wordpress.com/, https://attraversocosestrane.wordpress.com/, https://iosonolennesima.wordpress.com/

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L’animale che è in noi

In questa settimana, sono rimasto atterrito dalla folle storia dei due trentenni romani che non sapendo bene come passare la serata hanno ammazzato un poveraccio qualsiasi, così, per vedere l’effetto che fa.

E’ vero che atrocità come queste purtroppo se ne sono già viste e anche altre ben peggiori forse. La storia ci dice che gli uomini hanno costruito lager e fatto esperimenti genetici su bambini innocenti. Ancora oggi esiste un fiorente mercato di organi umani e un altrettanto florido turismo sessuale. Fra tutti gli esseri viventi, ci vantiamo di essere il culmine della scala evolutiva. Siamo gli unici che hanno l’autocoscienza, che cercano un significato alla vita. Eppure siamo l’unico animale che uccide per il gusto di farlo, l’unico che uccide per noia. A pensarci bene siamo anche l’unico animale che deliberatamente a volte rifiuta la vita.

Ma il fatto che sia successo qui, in mezzo a noi, nella mia città, mi lascia senza parole. Hanno vent’anni meno di me, non dico che potrebbero essere miei figli, ma poco ci manca. Com’è possibile che siamo arrivati a questo punto? In che razza di società viviamo per aver reso possibile una simile infamia? Uscire la sera in cerca di qualcuno da uccidere. Ma che infanzia hanno avuto, che insegnanti hanno avuto, quali amicizie, che gli dicevano gli adulti vicino a loro quando erano piccoli? E i loro genitori? Come si sentono dopo aver creato dei mostri come quelli?

Purtroppo questo è l’uomo, questo è l’abisso in cui possiamo precipitare.

Poi, nello stesso telegiornale, la storia tenerissima di un pinguino che da cinque anni percorre ottomila chilometri per tornare ogni anno nella stessa spiaggia, dallo stesso pescatore che gli ha salvato la vita. C’è poco altro da aggiungere. Anzi forse l’unica cosa sensata da aggiungere è una frase dello scrittore Robert A. Heinleih (forse non a caso, scrittore sopratuttto di fantascienza): Il mio obiettivo nella vita è diventare la persona che il mio cane crede che io sia.

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Chiedere è lecito

Rispondere è cortesia, diceva un vecchio adagio. Io sulle risposte non ho difficoltà, anzi. Il problema per me è il chiedere. Non per qualche forma di presunzione che ti fa pensare di bastare a te stesso. Non sono un autarchico! Ho piacere a farmi aiutare e quando qualcuno si offre di darmi una mano non dico mai di no. Soprattutto con gli amici non ho veramente alcuna difficoltà.

Diverso è quando devo avere a che fare con estranei. Chiedere in contesti neutri, come può essere l’ufficio, chiedere per avere qualcosa per me, mi scoccia non poco. Non mi va di passare per petulante. Sul lavoro, così come succedeva a scuola, penso che uno debba ricevere per quel che merita. Io faccio il mio, se poi qualcuno deputato a farlo, lo giudica buono, mi darà il dovuto, altrimenti pazienza. Che senso ha chiedere? Purtroppo però non funziona così e spesso, se non chiedi non ottieni (e a volta neanche basta chiedere).

L’altro giorno, forzando la mia natura, mi sono infilato una bella parannanza gialla davanti ad un supermercato, ho sfoggiato il mio sorriso più convincente e mi sono messo a chiedere “Buongiorno! Vuol partecipare alla raccolta di solidarietà del Banco Alimentare“? Avrei preferito mille volte stare dietro a smistare le cose negli scatoloni, oppure a caricarli in macchina, ma invece c’era proprio bisogno di qualcuno che rompesse un po’ le scatole a chi passava di lì. Perché se non rompi difficilmente qualcuno si ferma.

D’altra parte proprio la giusta causa sorreggeva le mie perplessità, rendendomi intraprendente e non curante delle facce sospettose o delle risposte sgarbate. A proposito della reazione della gente, se ne vedono delle belle. I peggio, in assoluto, sono quelli che non rispondono, ti guardano e passano oltre. Sei straniero? Devo chiedertelo in inglese? Ti si è seccata la lingua? Ecco invece di seguito alcuni dei dinieghi più ricorrenti:

No. Senza altre spiegazioni, onesto. Magari brusco, ma viva la sincerità.

Non ho spicci. Certo, lo capisco, però non ti avevo mica chiesto un euro per le gomme da masticare!

Ho già donato al Carrefour prima. Ma che fai il sabato, il tour dei supermercati?

Ora vado di fretta. Io invece sto qui tutto il giono. Comunque non volevo mica recitarti la divina commedia!

Ma una coppia ha vinto per distacco la coppa della scusa più esilarante. Non stiamo andando a fare la spesa. Ah no? Infatti, è normale entrare al supermercato e non fare la spesa. Che fate, guardate solo le etichette? Controllate gli estintori? O magari salite sui carrelli e giocate a chiapparella?

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L’orto marzo

Woman I can hardly express,
My mixed emotion at my thoughtlessness,
After all I’m forever in your debt,
And woman I will try express,
My inner feelings and thankfullness,
For showing me the meaning of succsess.

Eh sì! Certo che è banale, certo che è commerciale, che se ne è persa l’anima ed il significato più autentico. Certo che i valori che esprime non devono valere un solo giorno l’anno. E’ indubbio che sia una ricorrenza svuotata di senso di fronte ai soprusi e alle ingiustizie che ancora esistono fra uomini e donne, soprattutto in certi ambienti. Ma perché il Natale, in cui dobbiamo essere più buoni com’è? E il carnevale che ci vuole tutti allegri? E il 2 novembre che dobbiamo ricordare chi non c’è più?

Tutto può essere scontato e banale, falso e teleguidato dal calendario. Ma invece io voglio cogliere le occasioni che capitano e non sprecarle. Può essere l’ovvio marzo, ma invece se oggi il calendario me lo ricorda, voglio sfruttarlo per coltivare in modo più consapevole, il mio orto marzo. Un orto di sentimenti, di legami, di passioni, per tutte quelle donne straordinarie con cui ho la fortuna di essere accanto.

Come scrivevo nell’ultimo post, in effetti, dal lavoro alle amicize, in famiglia, sono circondato di donne e tutte, indistintamente, arricchiscono le mie giornate e gli danno un colore e un sapore diverso. Sarò banale quindi e per nulla originale, ma grazie davvero a tutte voi. Se poi foste anche un pochino (ma solo un pochino eh) meno, scassaminchioni, sarebbe perfetto. Ma si sa, la perfezione non è di questo mondo. E questo orto, non sarà perfetto, ma senza dubbio racchiude le cose più bella della mia vita.

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Abbinamenti improbabili

Ad esempio, gli spaghetti cozze e pecorino. Oppure pasta e fagioli con le vongole. Fino a qualche tempo fa, solamente a pensarli sarei rabbrividito. In fatto di gusti culinari (ma qualcuno direbbe, non solo in quelli), sono un po’ tradizionalista. Non ho particolari curiosità per cucine esotiche, gusti alternativi, accostamenti fantasiosi. Not in my name! Datemi una bella carbonara e un abbacchio al forno con le patate e non ne parliamo più. Eppure.

Eppure cozze e pecorino o fagioli (e mi dicono anche i ceci) e vongole non stanno affatto male. Un po’ come quando ci troviamo di fronte un lui e una lei che tu pensi “ma questi che c’hanno in comune? Come fanno a stare bene insieme?” E invece ci stanno. Perché a volte non è detto che i simili si trovino e che i lontani non possano coesistere.

E non parlo degli ossimori. Gli opposti si attraggono, si sa! Troppo semplice. Ma le cozze non sono l’opposto del pecorino. Non sono la destra e la sinistra, il timido e l’estroverso, che nella loro opposizione trovano una sintesi superiore. Cozze e pecorino sono l’assolutamente lontano, nessuna sintesi proprio perché radicalmente distanti. Eppure, proprio nel loro accostamento insolito, vicini stanno proprio bene.

Come una volpe a Montesacro. L’ho incontrata stamattina. Io assonnato con Rose al guinzaglio, lei ferma in mezzo alla strada. Immobile, orecchie tese, occhio giallo, coda al vento. Un attimo e poi è schizzata via sul prato. Un animale selvatico in piena città, abbinamento improbabile, ma forse proprio per quello, straordinariamente bello.

Diversi, ma felici insieme. In fondo, un po’ come tu ed io.

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Tag game: 25 Bookish Things

Se si tratta di parlare di libri e letture sono sempre disponibile. Come avrei fatto poi a non rispondere all’accorato appello di uno dei membri (e mai termine fu più appropriato) della grande fratellanza minchionica? Infatti il mio amico Zeus mi invita a partecipare al http://musicfortraveler.wordpress.com/2016/02/26/tag-game-25-bookish-things/, scrivendo 25 aneddoti sui libri, ma direi sulla lettura in generale. Vamos!

  1. A 15 anni avevo già letto due volte Il Signore degli Anelli. Non ve ne frega niente? E va be’, pazienza. Mi andava di cominciare così per mettere subito in chiaro il mio rapporto patologico-viscerale con i libri.
  2. Adoro i libri seriali. Perché in effetti uno ci mette un po’ a creare un bel personaggio, un’ambientazione particolareggiata, dei comprimari all’altezza e una volta finita la storia, puff! Tutto finito. Eh no! Per questo adoro i sequel e anche i prequel.
  3. Forse per questo stesso motivo, quando trovo un autore che mi ispira tendo a leggere tutto quello che scrive. Con Pennac sono arrivato alle favole per bambini!
  4. E a proposito di bambini, la passione per la lettura ce l’ho sempre avuta, ma non è nata con i libri, bensì con i fumetti. E ci sono fumetti che leggo da oltre 40 anni! Tex e l’Uomo Ragno su tutti, ma anche moltissime altre serie della Bonelli e quasi tutte quelle Marvel. Il problema dei fumetti è che li tratto come i libri e quindi una volta letti li colleziono. Purtroppo, non avendo a disposizione magazzini, un po’ alla volta mi sono dovuto arrendere all’inevitabile. Resiste solo l’intera collezione di Tex, oltre 650 fumetti, belli inscatolati sotto al letto.
  5. Forse sarà per questo che poi alla fine mi sono convertito al Kindle. Lo spazio è una variabile essenziale. Ma poi, una volta che ci prendi la mano, bisogna ammettere che è di una comodità estrema.
  6. Ad ogni modo le librerie continuano ad esercitare su di me un influenza al limite del patologico. Sono i posti più belli del mondo! Ci potrei passare le ore, girando e rigirando, solo a leggere titoli e quarte di copertina. Ora poi mi segno i titoli che mi interessano di più e poi li prendo in ebook.
  7. Quelle che non mi hanno mai affascinato più di tanto sono le biblioteche, anche se a dir la verità, quella dove studiavo all’Università era veramente bella. Ma perché Villa Mirafiori (la sede di Filosofia a Roma) è bellissima e come poteva non esserlo anche la biblioteca?
  8. Uno dei grandi vantaggi del Kindle è che mi permette di leggere di notte, senza rompere gli zebedei alla mia dolce metà. Avendo sempre avuto una relazione difficile con il sonno, leggere è una gran bel modo per non annoiarsi a guardare il soffito mentre ti rigiri di qua e di là.
  9. Altro vantaggio del kindle è il poter leggere in metropolitana in maniera molto più comoda. Ed essendo quello il posto dove leggo di più (dopo il letto), non è una vantaggio da poco.
  10. Senza contare il fatto che è più facile portarsi appresso molti libri, quando ad esempio viaggi fuori.
  11. Non mi piace leggere più libri alla volta. Anche in questo sono monogamo.
  12. Però, c’è un però a quest’ultima affermazione. Non sono uno di quelli che legge per forza fino alla fine. Caro libro, se mi fai cagare io ti mollo. E già la vita ha tante rotture di scatole, se persino leggere dev’essere una cosa pesante no eh!
  13. Adoro i libri umoristici, i libri che fanno ridere. E non è facile trovare libri che davvero fanno ridere.
  14. Per questo adoro Wodehouse. Che per carità, forse sarà anche ripetitivo (io ho una quaratina di titoli), ma riesce sempre a farti entrare in questo spazio senza tempo, in queste situazioni inverosimili, ma allo stesso tempo travolgenti, che mi fanno impazzire.
  15. In realtà mi piacciono anche le storie romantiche, quelle avventurose, i gialli, i polizieschi. Mi piace variare genere. Perché limitarsi ad una solo nota, quando puoi avere tutte le melodie che vuoi?
  16. Ecco, se proprio dovessi dire un genere che mi annoia, direi la letteratura erotica.
  17. Poi magari ci sono generi che ho coltavato molto in passato e poi abbandonato lì. Ad esempio le biografie. Ne ho lette diverse, mi piacevano molto, forse perché la storia mi ha sempre appassionato, ora però saranno decenni che non ne leggo una.
  18. A parte le biografie musicali, che continuo ad adorare. Ma lì perché si fondono insieme musica e lettura, le due ancelle che accompagnano le mie giornate da quando mi sveglio a quando vado a letto (e come ho detto prima, anche oltre!)
  19. Mi dispiace non essere così bravo da poter leggere qualche libro in lingua originale. C’ho provato, proprio con Wodehouse, ma è troppo faticoso. Nun je la fo!
  20. Tra libri e film non ho mai avuto dubbi: per me anche il film più bello non renderà mai giustizia del libro da cui è stato tratto.
  21. E qui nasce un grande dolore legato alla lettura. O meglio alla non lettura. Quella che pervicacemente portano avanti i miei figli. Dirgli di leggere un libro è come dargli una punizione. Le ho provate tutte, fina da piccoli, ma niente da fare. Generazione del video.
  22. Sarò vecchio, chissà ma io non solo adoro leggere. Mi piace un sacco anche rileggere. Ho già detto di Tolkien, ma un sacco di altri libri ho letto più di una volta. Per non parlare dei fumetti! Penso che quella cinquantina di numeri di Tex che va dal 120 circa in sù, potrei raccontarveli uno per uno, tante sono state le volte che li ho letti. E ora perché non ho tempo, se no smetterei di scrivere e andrei a ritirarli fuori da sotto il letto, solo per rivederne le copertine.
  23. Adoro le copertine dei fumetti, così come quelle dei libri. Mi incanto davanti alle edicole, vorrei comprarmeli tutti, così come nelle librerie. Ma poi dove li metto? Potrei semplicemente leggerli e darli via. Ma non ci riesco, già lo so!
  24. Oltre alle copertine, mi innamoro dei titoli. Un titolo azzeccato, che stuzzica la curiosità, è essenziale, fa parte del piacere stesso della lettura.
  25. Al di là di tutto, al di là dei generi, degli autori, delle copertine, dei titoli, quelli che mi danno più soddisfazione – da gran presuntuoso, ma fino ad un certo punto – sono quei libri che quando li ho terminati, riconosco che io non avrei potuto scrivere.

Arrivati a questo punto devo taggare qualcuno per continuare il giochino. E allora ne scelgo 10 fra gli altri (chi altro vuole cimentarsi è benvenuto) e taggo qui

https://paroledimaru.com/ – https://angelcage.wordpress.com/ – https://pendolante.wordpress.com/ – https://sguardiepercorsi.wordpress.com/ – https://mrsbean73.wordpress.com/ – https://erodaria.wordpress.com/ – https://uaresovain.wordpress.com/ – https://tuttolandia1.wordpress.com/ – https://laveneredeglistracci.wordpress.com/ – https://ilmondodelleparole.wordpress.com/

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