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A microfoni spenti

E’ meglio la sincerità di chi svela una bugia uccidendo un mito o la forza di resistenza di chi continua a mentire per tenerlo in vita? Chi è da preferire, chi vuole esserci per dare il suo contributo o chi fa un passo indietro perché il suo contributo potrebbe essere nocivo alla causa? Scegliereste una bella forma o una sostanza scadente? Cos’è meglio, un po’ di sana ipocrisia o una fetenzia autentica?

Avete dei dubbi? Io no. Certo, bisogna far passare del tempo. Ma prima o poi la verità viene fuori, magari lontano dalle luci della ribalta, a microfoni spenti. Come ha rivelato recentemente lei stessa, Victoria non cantava. Ma io la amo lo stesso. Anzi, di più. Ma pensa tu se anche Giggi D’Alessio avesse seguito il tuo esempio. Altro che perfida Albione! Altro che “no, non è la Bbc è la Rai, la Rai tv” In fatto di salute pubblica e rispetto del bene comune i sudditi di Sua Maestà stanno sempre un passo avanti.

 

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Di padri e di figli

Bisogna essere vicini, senza fare ombra. Bisogna consigliare, senza dare le soluzioni. Bisogna indicare la strada, senza imitare i tom tom delle macchine. Bisogna esserci. Questo prima di ogni cosa.

Dicono che madri si nasce e padri si diventa. Non lo so. Come tutte le generalizzazioni ha un fondo di verità, ma rischia di ridurre troppo la complessità della questione. Certo essere padre non viene naturale, devi lavorarci su e non è detto che ti venga proprio bene. Anzi.

Bisogna coccolarli, come se fossero sempre piccoli e provare a ragionarci come fossero già adulti. Ogni tanto bisogna togliergli il superfluo, per fargli apprezzare l’essenziale. Bisogna saper fare un passo indietro, restando comunque sempre a portata di mano. Bisogna insegnargli a sognare, senza imporre loro i nostri sogni.

Mi dicono che ho delle preferenze fra lei e lui. Rispondo come rispondeva mia madre: se mi tagliassi l’indice o il pollice, non sanguinerebbero allo stesso modo? Certo non è la stessa cosa, perché uno è diverso dall’altro, ma come si potrebbero fare preferenze?

Bisogna essere autorevoli, senza essere autoritari. Bisogna dargli sicurezze, anche quando non ne abbiamo noi. Bisogna insegnargli a ridere, per essere seri. Bisogna perderci tempo, per fargli capire che il tempo è l’unica risorsa non dilatabile. Bisogna parlare tanto, ma ascoltare di più.

Soprattutto bisogna essere così bravi da lasciarli sbagliare. Un po’ quello che già scrivevo un po’ di tempo fa: perché, c’è poco da fare, I fiori finti non crescono mai. Anche se questa è la cosa che farà più male, è una possibilità che non possiamo, ma soprattutto, non dobbiamo togliergli. Per il loro bene, non certo per il nostro.

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Consigli di lettura non richiesti / 8. Crown – Battisti

Puntualmente in ritardo come il 60 quando lo aspetti a Porta Pia, non annunciati come quest’improvviso rigurgito di inverno, utili come il propoli quando hai le afte in bocca, ecco a voi i nuovi consigli di lettura non richiesti.Come sempre una doppietta, un libro più leggero ed uno più impegnativo così da venire incontro a tutti i generi di lettori. Perché la lettura è un po’ come il sesso: è bello comunque! Serioso o spensierato, metodico o fantasioso, rilassante la sera prima di addormentarsi, energizzante la mattina appena svegli.

Va be’, non divaghiamo. Come primo consiglio, per la serie dei libri freschi e rilassanti, vi propongo Sirius, il fox terrier che (quasi) cambiò la storia di Jonathan Crown. Un racconto di fantasia, che riesce con soavità e leggerezza a toccare tasti delicati e situazioni drammatiche. Il protagonista è una specie di Forrest Gump a 4 zampe a cui capitano avventure di ogni genere, abbastanza inverosimili, ma comunque ben costruite. Avventure che si incrociano con i destini del mondo e influenzano, seppur in maniera impercettibile, il corso delle cose. Un libro tenero e divertente, che riesce a far sorridere e far riflettere insieme.

Il secondo consiglio segna una new entry nei generi letterari trattati in questa rubrica. Per la prima (e probabilmente unica) volta vi consiglio un libro di fantasy. Io adoro il fantasy, ma solamente ad una condizione: che sia scritto da Tolkien. Tutto il resto non lo prendo neanche in considerazione. Ma la cosa bella è che anche l’autore di questo libro (che non è Tolkien) la pensa come me. Nonostante ciò Profeti della grande Acqua di Adolfo Battisti è veramente un gran bel libro. Che ha tutte le caratteristiche positive del genere (avventura, poesia, mistero, suspence, citazioni) ed in più una profondità che manca ai tanti emuli del grande Tolkien e non lo fa sfigurare nel raffronto con il maestro. Il finale poi è semplicemente geniale! Leggetelo e mi saprete dire.
Buon primo maggio e buona lettura a tutti!
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Quella volta a Minneapolis che incontrai Prince

Era l’estate del duemila. Eravamo a Minneapolis, di passaggio, Toni e io. Lui provava a sfondare negli States, proponendo una versione in inglese di Vola, Lazio vola, reintitolata per l’occasione Fly an Eagle in the Sky. Dovevamo incontrare Giorgio Chinaglia (LongheJohn evviva LongheJohn, eh eh), che si era autocandidato come promoter per il mercato americano. Come al solito era in ritardo e allora cominciammo ad ordinare da bere: Toni una birra, io una cedrata Tassoni. Vi sembrerà strano, ma a Minneapolis non conoscono la cedrata Tassoni. Ripiegai su un Chinotto Neri (anche perché se bevi Neri, ne ribevi).

Toni si stava innervosendo, non gli piaceva aspettare. Giorgio (LongheJohn evviva LongheJohn, eh eh) tardava. Solo qualche anno dopo venimmo a sapere che era impegnato in una partita di traversone con Papadopulo, Manservisi e Polentes, che gli avevano fatto un’improvvisata. Per ingannare il tempo, Toni si era messo a parlare con una bionda con un fisico da urlo, gambe lunghe, grandi tette. Cercava di impressionarla dicendole che era in grado di toccarsi la punta del naso con la lingua. Lei era rimasta un po’ freddina, allora le aveva detto che era capace anche di pulirsi le unghie dei piedi con la mano sinistra, ma lei niente, lo mollò così su due piedi. Nudi, perché appunto cercava di farle vedere come si puliva le unghie.

Andata via la bionda, rinfilatosi i calzini, il povero Toni era veramente giù di corda. E anche mezzo ubriaco. Allora cominciò a inveire ad alta voce contro, nell’ordine: la Fiorentina, la mamma di Cecchi Gori e l’arbitro Treossi. Tutto questo sempre per via di quel rigore di Mirri su Salas, che ci aveva fatto perdere lo scudetto del 99. Effettivamente anche a me non era andato giù e allora cominciammo a fare qualche coro contro la Viola. E proprio in quel momento arrivò lui, in tutto il suo splendore. Ma no, non Giorgio Chinaglia (LongheJohn evviva LongheJohn eh eh), il principe di Minneapolis, Prince.

Forse attratto dai i nostri cori contro la Viola si sedette al nostro tavolo. Senza dire nulla finì il mio Chinotto, dicendo: “Ehi, lo sai che io leggo sempre il tuo blog!“. E io “Ma davvero Prince?” e lui “No, in realtà leggo quello di Zeus, anche se di musica non ci capisce una sega“. Poi ci disse: “Com’era quel coro sulla viola e sulla pioggia? Ma lo sapete che non era niente male!“. E se ne andò, così come era venuto, canticchiando una canzone di Barry White, solo molto più magro. Io e Toni ci guardammo perplessi. Lui fece un gran rutto, però a bocca chiusa e ce ne andammo anche noi, discutendo se el piojo Lopez fosse davvero più forte di Inzaghino.

P.S. Resto sempre più convinto di quello che scrivevo qui (invece che osannarli da morti, non era meglio comprare i CD o andare ai concerti a vederli da vivi?). In otto anni di FB nessuno dei miei 652 amici aveva mai messo, neanche per sbaglio, una canzone, una frase, un’immagine del Principe di Minneapolis. Quindi se pensate che questa storia sia un po’ farlocca…be’, se non altro è in buona compagnia!

 

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Cronaca di una colonscopia annunciata

Volendosi attenere alla stretta realtà dei fatti, questa cronaca comincia a metà febbraio, quando con solerzia ed efficienza inaspettata, la ASL RM1 mi ha mandato una letterina in cui mi invitava a partecipare ad un check up gratuito per la prevenzione dei tumori del colon. Non a me in quanto tale, ma a me quasi cinquantenne. Forse avrei dovuto attenermi al vecchio detto per cui, quando qualcuno vuole regalarmi qualcosa, bisogna subito chiamare i carabinieri, invece, ottimista come uno che porta la macchina a lavare di sabato mattina, sono andato. Ho portato il mio campione di merda (peccato che ho già scritto https://giacani.wordpress.com/2015/09/25/we-are-the-champions/  altrimenti qui ci starebbe proprio bene ribadire il concetto) e mi ero messo a posto con la coscienza. Potrete capire il mio stato d’animo quando tre giorni dopo mi hanno telefonato dicendo, “guardi forse è il caso che faccia una colonscopia”. Come, chi quando, perché???

Ora, io lo sapevo che prima o poi questa cosa mi toccava (anche questo lo avevo già scritto https://giacani.wordpress.com/2015/12/15/le-dieci-cose-da-fare-prima-dei-50-anni/), ma ovviamente speravo che fosse più poi che prima. Che poi forse, ora che tutto è alla spalle, posso ben dire che la cosa meno fastidiosa della colonscopia è il fatto che ti infilino un tubo laddove non batte il sole. Chiaramente contromano! Perché sarà pur vero che tutti i gusti sono gusti, che qualcuno magari invece…no, no! Per me quello resta un senso unico a uscire, non ammetto discussioni!

Ma, in realtà quello è il meno peggio. Direi quasi niente (posto che ovviamente ero sedato e quindi mezzo rincoglionito mentre il tubo risaliva la corrente) in confronto a: 1) l’ansia che ti prende prima di farla, 2) l’ansia per il bibitone di purga che precede di poche ore il fatto, 3) l’ansia che ti viene dopo, quando (praticamente quasi sempre), già che sono lì si portano via un pezzetto di qualcosa che qualcuno con una fantasia malata ha chiamato polipo (io i polipi li mangio ad insalata, a volte al sugo con le patate, ma devo dire che d’ora in poi li guarderò con un po’ di sospetto).

L’ansia perché i racconti di chi già ha provato il brivido – ovviamente – incrementa ed ingigantisce i tormenti che dovrai subire. Non parliamo della purga. Certo, non è una bibita con cui dissetarti dalla calura estiva, ma ho bevuto schifezze ben peggiori: il guaio è che ne devi bere 4 litri! E anche di Barbera se ne dovessi bere 4 litri alla fine ne sarei leggermente infastidito! Ovviamente però la cosa peggiore è l’ansia successiva, quella che precede il risultato del famoso esame istologico. Quella che ti fa vivere sospeso, un po’ come quando aspettavi i risultati dell’interrogazione o i voti sui quadri a fine anno. Quell’ansia che ti fa cogliere il vero peso delle cose e restituisce il giusto valore alle altre ansie con cui condiamo le nostre giornate.

Quell’ansia che, una volta svanita, ti fa essere d’accordo con il grande Woddy. No, ragazzi, dategli retta…le parole più belle al mondo non sono “ti amo”!

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A proposito di referendum

E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.

Dopo l’ennesimo referendum che non raggiunge il quorum, non sarebbe il caso di rivedere qualcosa? O vogliamo continuare a buttare soldi dalla finestra, così per sport? Non sarà il caso, ad esempio, di aumentare il numero di firme necessarie per richiederlo? E non mi venite a parlare di disaffezione della gente. Quando la gente è coinvolta e interessata ci va a votare, così come infatti successe nel 2011, su una questione seria, comprensibile a tutti, ma che soprattutto non richiedeva conoscenze tecniche specialistiche da addetti ai lavori. Volete che la gestione dell’acqua sia pubblica o privata? Semplice, immediato, ma soprattutto vicino alle esigenze delle persone.

La gran parte dei quesiti degli ultimi 20 anni invece hanno riguardato questioni molto specialistiche, che richiedevano conoscenze che l’uomo comune non ha e non è nemmeno legittimo chiedergli. Questioni che poi regolarmente sono state strumentalizzate dall’una o dall’altra parte, aumentando la confusione, alimentando la disaffezione, svilendo lo strumento referendario. Esempio lampante quest’ultimo. Ho letto critiche feroci contro chi non sarebbe andato a votare. Una profusione di demagogia, una campagna che grondava populismo, senza far capire nulla di cosa si andava realmente a votare. Chi è che realmente svilisce il ruolo del referendum, chi non va a votare o chi stravolgendo il significato dei quesiti, li strumentalizza per le sue opinioni?

Il referendum, chiamando ad esprimersi direttamente le persone, può facilmente diventare uno strumento demagogico, che parla alla pancia della gente, che fa una chiamata alle armi semplificando tutto e creando schieramenti elementari: buoni e cattivi, fascisti e comunisti, laici e clericali. Ma la realtà è quasi sempre molto più complessa, più articolata, più profonda. Ci sono i pro ed i contro, ci sono costi e benefici da calcolare, per i singoli e per le comunità. E spesso l’uomo comune non ha le conoscenze e gli strumenti per decidere.

Avremmo dovuto esprimerci sulla durata delle concessioni di impianti di estrazione (il 90% di gas, non di petrolio), che stanno a una certa di distanza dalla costa, decidendo se fossero le regioni a stabilire la data o altri organi…ma chi poteva essere in grado non dico di decidere, ma semplicemente di capire la questione? Chi sapeva esattamente le conseguenze ambientali, quelle sull’occupazione, le relazioni con altri impianti analoghi posti magari dall’altra parte dell’Adriatico? Leggendo qua e là su internet, sentendo l’amico saputo che “n’amico mio m’ha detto che“, oppure semplicemente lasciandoci trasportare dai proclami che, stravolgendo il significato dei quesiti, ti dicevano, “se voti così allora sei contro il mare pulito“, oppure “se voti cosà allora sei contro i Marò e Regeni“.

Ma io non lo so chi ha ragione e chi no e neanche lo voglio sapere. Io eleggo delle persone in Parlamento e voglio che decidano loro e pretendo che decidano per il meglio del Paese. Altrimenti la prossima volta ne voto altri. Così funziona la democrazia rappresentativa e per questo si va a votare alle elezioni: per delegare chi ha più strumenti, più conoscenze, più risorse mentali, per decidere. Democrazia che, contrariamente a quanto pensa qualcuno, non è un’assemblea di condominio, né la curva di uno stadio. Per fortuna.

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Le ragazze fanno grandi sogni (e qui d’altra parte siamo noi)

“Le ragazze fanno grandi sogni, forse peccano d’ingenuità, ma l’audacia le riscatta sempre, non le fa crollare mai.”

In fondo è così, non serve girarci troppo intorno. Non è nemmeno una questione di merito forse. O forse sì. Non te lo insegnano a scuola, non lo si impara sui libri. O forse invece sì.

Puoi giudicare le persone dai soldi che hanno. Dalla loro cultura. Dal potere che gestiscono. Puoi valutarle dai successi o da quello che sono riuscite a costruire. Puoi evitare di giudicarle, che forse (anzi, senza forse) sarebbe la cosa migliore da fare. Oppure puoi valutarle in base ai sogni che fanno, sulle loro aspirazioni, in base agli obiettivi che si prefiggono.

Perché in fondo non è poi così importante la sconfitta o la vittoria: anche se ce la mettiamo tutta, anche se ci alleniamo per ore, per giorni o settimane, anche se proviamo a superare noi stessi e i nostri limiti, a volte la vittoria o la sconfitta non dipende da noi. Quello che invece dipende sempre da noi e solo da noi, è a quale gare partecipare, per quale obiettivo partecipare.

Così magari, scartabellando fra vecchie carte, esce fuori da un cassetto un sogno vecchio di venticinque anni. Eccolo qui, intatto, integro, inalterato. Tre aggettivi che iniziano con in. Allora ne aggiungo un altro: incredibile. Ora come allora ti chiedi, perché no? Ti chiedi perché avevi deciso di chiuderlo lì dentro e di lasciarlo lì a poltrire. Ti sorprendi ad immaginare cosa sarebbe successo se avessi provato a seguirlo, dove saresti ora e come sarebbe la tua vita.

E anche se non rinneghi nulla, anche se tutti i sogni e gli obiettivi scelti allora e perseguiti in questi anni continuano ad avere la loro importanza, devi ammettere che anche quel sogno non era poi male. A dirla tutta, non era affatto male.

E qui d’altra parte siamo noi, incerti ed affannati siamo noi, sicuri e controllati siamo noi, convinti e indaffarati siamo noi che non ne veniamo mai a capo. Mai a capo.

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Della pietas e della satira

Secondo me la vignetta di Vauro sulla morte di Casaleggio, di cui si discute molto in questi giorni, è il classico esempio di come la satira possa scadere di tono e diventare di cattivo gusto.

Scherzare con la morte si può, anzi forse si deve (se ci si riesce) quando si riesce a scherzare con la propria morte o se volete con la morte dei “propri”. Si può e si deve (quando ci si riesce) perché è forse il modo migliore per esorcizzarla, per far sì che quella non sia l’ultima parola nella vita di un uomo. Ma scherzare con la morte di un altro, soprattutto quando l’altro è di un avversario politico, non è eticamente corretto. La pietas ed il rispetto per i defunti dovrebbe andare al di là della voglia di fare una battuta. O almeno, io la penso così.

Tra l’altro, oltre ad essere fuori luogo, secondo me è anche brutta. Non è divertente, perché vorrebbe far passare per grande rivelazione, quello che bene o male tutti hanno sempre detto. In realtà è un attacco a Grillo, non certo a Casaleggio, che anzi ne viene fuori come gran burattinaio e vero leader del Movimento 5 Stelle. Ma il fatto che abbia scatenato tutte queste polemiche è indicativo del clima avvelenato in cui viviamo. Del clima da stadio continuo, in cui bisogna sempre essere tifosi di qualcuno e ma soprattutto contro qualcun’altro.

Un clima che, effettivamente, proprio Grillo e Casaleggio, hanno utilizzato ed anzi alimentato al massimo perché è stato l’alimento principale del loro Movimento. Movimento che anche in questo, è il sintomo dei problemi dell’Italia, non certo la soluzione. Come è sintomo del problema l’uno vale uno, il non selezionare la classe dirigente, perché ogni selezione è clientelare. L’onestà (vera o presunta che sia) non può essere l’unica caratteristica dei governanti, così come l’insulto all’avversario, il parlare solo e sempre alla pancia della gente, non può essere l’unico linguaggio politico.

Detto questo resta una vignetta brutta e fuori luogo, come quelle di Charlie Hebdò, come molte cose che si trovano nel blog di Grillo. Continuare a scambiare la libertà di insulto, con la libertà di espressione non renderà certo migliore la società in cui viviamo.

 

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Montesacro City vs Tuscia Foglianese United

All’Old Trafford di Val Melaina va in scena il classico United City. Il City, nella classica casacca White Light Blu, scende in campo in formazione tipo: in porta Alessandro Buffon, terzino destro Federico Gentile, terzino sinistro Emanuele Cabrini, al centro Francesco Baresi e Federico Costacurta, metronomo della squadra Gabriele Marchisio, vicino a lui Leonardo Veron e Davide Pirlo, dietro le punte Filiberto Baggio, davanti Francesco Candreva e Alessandro Higuain. Lo United si presenta invece con le casacche da trasferte, nere come la schiena di un bacarozzo.

Spalti gremiti, folta rappresentanza della tifoseria avversaria, campo in perfette condizioni, temperatura ideale. Dopo l’esecuzione degli inni e lo scambio di gagliardetti fra i due capitani, si parte: il City attacca verso curva sud, come al solito, il calcio d’inizio è appannaggio dello United. Le squadre sono contratte, la posta in gioco è alta, il nervosismo tangibile. Le ruggini dell’andata covano sotto la cenere.

Parte bene il City che gioca palla a terra e si rende pericoloso soprattutto con Ale Higuain che ha voglia di spaccare il mondo e cerca il dialogo con Fili Baggio e Magna Candreva. Su un rilancio errato però passa in vantaggio inaspettatamente lo United: Fra alza il braccio come Baresi, ma l’arbitro non ci casca. Il City non si perde d’animo e continua le sue trame, da un’invenzione di Fili nasce il goal del pareggio dopo che uno scatto bruciante di Magna semina due difensori e il venditore di Amburger che stranamente gioca in porta con lo United. In uno sfortunato contrato a centrocampo con Gabriele il centrale dello United (che all’andata si era macchiato di un gesto antisportivo) riporta un brutto incidente che lo costringe ad uscire. Sulla destra Federico randella come se non ci fosse un domani, a sinistra Lele nonostante abbia invertito gli scarpini sgroppa su e giù come suo solito.

Ristabilito l’equilibrio il City insiste e sul sinistro di Leo Veron capita la palla del vantaggio che però finisce sul fondo. E come spesso accade nel calcio, goal sbagliato goal subito: su una nuova disattenzione nasce il nuovo vantaggio dello United, poco prima che l’arbitro fischi la fine delle ostilità, mandano le squadre negli spogliatoi e i tifosi a prendere il famoso thè caldo. Il mister Pino affila le armi e prepara la controffensiva.

La ripresa inizia con lo stesso tema, il City fraseggia bene palla a terra, lo United si affida a lanci lunghi per saltare il centrocampo e servire le punte. Il City fa la partita, ma i suoi uomini migliori sembrano un po’ sottotono: Fili gira a largo, Magna pensa al rinnovo del contratto o all’interrogazione di matematica e Ale Higuain sente forse la mancanza di Leon, stranamente assente dagli spalti. Per fortuna prende in mano la situazione il perno della squadra, Gabriele Marchisio, leader silenzioso, ma onnipresente, che alla fine di una caparbia azione riesce a siglare il pareggio con un sinistro da appena fuori area.

Il pareggio galvanizza il City, lo United è alle corde, a parte un paio di punizioni dal limite non riesce più a ripartire. Salgono in cattedra i frombolieri del City: Fili sembra cervo che esce fuori di foresta, come diceva lo zio Vujadin, Ale Higuain comincia a prendere la mira ed il goal del sorpasso è bello che fatto. Lo United non ne ha più, il City dilaga, prima con un tiro da fuori del capitano Leo che di giustezza infila l’angolino del povero venditore di Amburger, poi ancora con Ale che pregusta sempre più le chiome blu dei Mister, come da scommessa di inizio anno.

Partita finisce quando arbitro fischia (sempre per citare il compianto Boskov), risultato senza appello, 5 a 2 per il Montesacro City che riscatta così la sconfitta dell’andata, consolida il quarto posto e aumenta i rimpianti per un campionato che forse avrebbe potuto prendere un’altra piega. Le prossime sfide contro la prima e la seconda in classifica capitano proprio a proposito per confermare o per smentire certe ipotesi. C’mon guys! Continuate a farci sognare!

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Chi non vespa più

C’è chi ce na ha una blu, come il mio amico Topper e ci scrive su un bel post, come questo http://topperharley.org/2016/04/08/le-storie-finiscono/.

C’è chi ne ha paura. Soprattutto se ti pungono sul naso!

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Il loro nido è una metafora che indica un posto da non frequentare

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Una volta ne fecero una pubblicità che è entrata nella storia

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E poi c’è lui. Ora, io non so cosa spinga delle persone adulte (insonnia? problemi di stipsi? aerofagia? alcolismo all’ultimo stadio?) a mettersi davanti alla tv tutte le sere per guardare il suo programma. Non lo so e neanche lo voglio sapere. Il suo successo mi stupisce certo, come mi stupisce il successo di Maria De Filippi o delle Jene, dei programmi di cucina o delle telenovelas, di Striscia la notizia o dei Talent. Come ho già scritto ho un rapporto conflittuale con la tv. Se escludiamo il calcio direi che potrei farne tranquillamente a meno.

Ma quello che mi stupisce di più sono tutte queste polemiche suscitate dall’ospitata del figlio del mafioso. Ma scusate e allora, tutte le volte che c’è stato Berlusconi?