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Chi è Stato alzi la mano

Riporto su questo vecchio post, perché purtroppo mi sembra quanto mai attuale. Le sentenze si rispettano, non c’è dubbio. Ma non c’è dubbio nemmeno su una cosa: se in primo grado stabiliscono una cosa e in appello l’esatto contrario, una delle due sentenze è sbagliata. Ma la vergogna è un sentimento che esiste ancora in questo paese, qualcuno che dica, “sì ho sbagliato,” c’è ancora da qualche parte?

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Ma se invece tornassimo, ognuno per parte sua, a ridiventare responsabili di quello che facciamo? Come si fa a dire “non odio nessuno, ma ero disperato”. Eri disperato? Embè? Questo giustifica l’andare in piazza a sparare al primo che passa? E vogliamo parlare dei giornalisti che vanno ad intervistare il figlio undicenne di questo poveraccio? Diritto di cronaca? Ma che razza di Paese siamo diventati? Un Paese in cui 101 deputati votano contro l’elezione a presidente del fondatore del proprio partito, senza ovviamente avere il coraggio poi di dirlo. Un Paese governato da 20 anni da un uomo che ha innalzato la ricerca delle attenuanti a metafora dell’esistenza. Un Paese in cui la novità politica è un movimento fatto di portavoce, più che di individui, ambasciatori della volontà della rete. E come si sa ambasciator non porta pena. Né responsabilità.

Sì, professoressa, è vero, non sono preparato, ma ieri dovevo…

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Dell’attesa, del tempo e dello spazio

Che l’uomo di oggi abbia una percezione del tempo e dello spazio diversa da quella che aveva 50 o 100 anni fa penso sia un dato assodato. La velocità e la disponibilità dei mezzi di comunicazione e di interconnessione fra le persone, tende ad annullare le distanze. Se voglio vedere una persona non ho bisogno di aspettare chissà quanto, se ci voglio solo parlare mi basta un click.

E come diceva Guzzanti, la possibilità di essere in contatto con l’aborigeno australiano (senza ovviamente avere una mazza da dirsi) è diventata ormai una realtà assodata. Ma come giustamente faceva notare Suprasaturalanx in questo post, abbiamo annullato le distanze anche della conoscenza. Grazie a Internet, a Google, a Wikipedia, possiamo in un secondo controllare che sì, Orazio è nato in Basilicata (sempre ammesso e non concesso che la Basilicata esista per davvero) e che quel tal pittore milanese ha fatto quel quadro e anche quell’altro.

Il rischio della perdita del senso di meraviglia è effettivamente reale. Se posso sentirti ogni giorno, ogni momento, non ci sarà il rischio che non avremo più niente da dirci? La possibilità di sapere tutto e subito, non ci toglierà il piacere di cercare? Perché poi è vero che come diceva Pascal si gusta più la caccia della preda. La semplice “possibilità di”, ovvero la disponibilità assoluta ad avere o a sapere tutto, siamo sicuri sia un vero arricchimento?

Ma soprattutto l’annullamento delle distanze, mi sembra nasconda un rischio ben maggiore. Il tutto e subito (che in fondo è la vera regola del modo di vivere attuale, in ogni campo) ha un’implicazione connaturata che difficilmente può essere superata. La sua caratteristica intrinseca è la superficialità. E così possiamo credere che Wikipedia sia la fonte del sapere, che essere amici su FB significhi conoscere le persone, che sia inutile viaggiare quando basta vedere un video su youtube, che chattare su What’up significhi aprire il cuore alle persone.

Non sono un nostalgico, non credo che senza telefonini o senza internet si stesse meglio. Ricordo che mia mamma diceva che “chi ha la comodità e non se ne serve, nemmeno il confessore lo può assolve”. Però ai miei figli spero di far capire che a volte l’attesa non è tempo perso. Che è bello camminare ore per arrivare in cima alla montagna perché per certi traguardi vale anche la pena sforzarsi. Che per quanto bella possa essere la musica, a volte è bello anche il suono del silenzio. E soprattutto, che per quanto belli, comodi, utili, la vera vita è altrove. Fuori da qualsiasi schermo.

Fiori e frutti sono maturi quando cadono; gli animali si sentono e si trovano l’un l’altro e sono soddisfatti. Ma noi, che ci siamo prefissi Dio, non possiamo essere pronti. Spostiamo in avanti la nostra natura come le sfere dell’orologio. Abbiamo ancora bisogno di tempo (R.M. Rilke)

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Talvolta anche un vaffanculo ha un suo perché

Mi scuso anticipatamente del linguaggio scurrile di questo post. Se il turpiloquio urta la vostra sensibilità cambiate canale. Del resto, nessuno vi obbliga a leggermi.E poi, le parole sono importanti. Già l’ho detta questa cosa e mi ci sono intrattenuto qui.

Io sono una persona molto tollerante. Qualcuno una volta diceva troppo (chissà se lo pensa ancora?) Per carattere e poi anche per lavoro sono l’uomo della mediazione. Cerco sempre un compromesso,  mi sforzo per trovare le ragioni degli altri, per calarmi nei loro panni così da cogliere il loro punto di vista sulle vicende. Ma nella settimana in cui il presidente dei senatori del secondo partito italiano si mette ad insultare un’adolescente su twitter, il presidente di una squadra di calcio dà dal “filippino” al presidente di un’altra squadra, il capocomico dice che la mafia aveva un suo codice d’onore, mi veniva in mente quella grandissima, iperbolica, pluricitata frase di Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”.

Ma un par di cazzi! Ma proprio no! Gli stronzi, i razzisti, i nazisti dell’Illinois de noantri, gli arroganti, i maleducati, gli integralisti, quelli che picchiano le donne, chi si ubriaca e investe i poveri cristi, chi manipola gli altri per i suoi comodi, chi si approfitta delle persone ingenue. E anche quelli che non si lavano! Perché? Perché diamine dovrei farli esprimere? Rispetto? Tolleranza? Ma perché no un bel vaffanculo? Un gagliardo, vigoroso, liberatorio, MAVATTENAFFANCULO!

State zitti, sparite dalla faccia della terra, chiudetevi in convento. Anzi, ho un’idea: morite. Ecco, sì! Una bella morte magari, da raccontare ai posteri, “eh sì, era un po’ stronzo, però è morto per…” per quale causa vorreste immolarvi? La cura dell’Ebola? La fame nel mondo? L’uguaglianza fra i popoli?  Scegliete voi. Su, avete una bella occasione di riscatto. In questo paese basta morire e santifichiamo tutti. Anche Berlusconi vedrete che qualcuno riuscirà a recuperarlo. L’hanno fatto con Mussolini, con Craxi, vedrete quante vedove lascerà il povero Silvio.

Non volete morire? Ma io lo dicevo per voi….Va be’, allora almeno, intervistate Nanni Moretti

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Toda joia, toda beleza

Cioè, vorresti dirmi che c’è gente talmente esaurita che passa la domenica pomeriggio a mandare messaggi anonimi sul blog insultandoti perché scrivi delle minchionerie?

Regina

 

P.S. Toda joia, toda beleza. E’ tempo di castagne. I boschi, le passeggiate, magari qualche fungo. E poi ci sono un sacco di belle cose da vedere in tv, ci sono tanti libri, riviste, comprati la Settimana Enigmistica! Oppure iscriviti ad un corso di cucina. Potresti segnarti in palestra, si conoscono tante persone, sai? Comunque, avessi ancora dei dubbi, voglio tranquillizzarti: nessuno ti obbliga a leggere le cazzate che scrivo! Peace & Love

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Senza voltarsi indietro

Le chiavi gliele lascio al solito posto, dietro il vaso di rose bianche. Grazie eh! Grazie di tutto.

E di cosa? Mi dispiace solo che…

La guardo, le sorrido, non ho la forza di aggiungere altro. E che altro c’è poi da aggiungere? Il dispiacere mi divora. Lasciare questa casa, lasciare questa città, cancellare gli ultimi cinque anni della mia vita. Prendere atto che quella strada che mi ero costruito giorno per giorno, asfaltandone un pezzo alla volta, alla fine si è rivelata un vicolo cieco.

Mi dispiace che va via, ecco. Ora però basta, altrimenti mi metto anche a piangere

Mi guarda, mi sorride, non ha la forza di aggiungere altro. E pensare che quando sono arrivato…il terrone, con i capelli lunghi, quella strana musica e quel fumo con quello strano odore. Posso solo immaginare quante me ne ha dette dietro! E se sono riuscito a conquistarla è solo perché non ha mai saputo che insieme al basilico, al rosmarino e alle rose, mi ha annaffiato anche la Maria!

Ma è vero che vai via? Non mi dire che finalmente inizierai a lavorare? Comunque mi mancherai, barbun!

E mi mancherai anche tu, vicino stronzo, non l’avrei detto! Ma del resto, quando sono arrivato qui com’è che dicevo? La cosa più bella di questa città è il treno che ti riporta a casa…e invece mi mancherà. E’ stata la mia scommessa, doveva essere il mio riscatto, il voltare pagina per scrivere un capitolo nuovo della storia, ma non si scrive mai nulla di veramente nuovo. E se anche ho perso la scommessa, questo non vuol dire che era sbagliato provarci.

No, l’errore non è stato provare. Non confondo i miei alibi con le tue ragioni. L’errore è stato confondere i desideri con la realtà, negando l’evidenza. E infatti, ora che questa storia è finita, quello che mi manca di più, quello di cui ho questa nostalgia struggente  è ciò che non è stato, quello che poteva essere, che avrei voluto che fosse. Non mi manca certo quello che è stato realmente. E forse questo farà sì che tra qualche tempo i ricordi saranno più belli della realtà.

In mezzo a questi scatoloni, aspettando che arrivi la ditta con il camion che porterà via tutto, mi manca quasi il fiato. Non sono stato fortunato, ma d’altra parte non ho mai creduto nella fortuna. Perché mai lei dovrebbe credere in me? Mi fa impressione pensare che domani è primavera. Domani ricomincia una nuova stagione. Dopo questa notte, domani ci sarà un nuovo mattino perché in fondo, come dice il saggio cinese, quello che per il baco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla.

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I torti, le ragioni e le cose della vita

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati” (S. Beckett)

In effetti la realtà è esattamente come la dice Beckett. La parte della ragione ha sempre un sovraffollamento, una densità demografica persino superiore a quella delle carceri italiane. E proprio come nelle carceri non è che ci stai tanto comodo, ma sei costretto a starci.

La ragione ti costringe dalla sua parte con tutta la ragionevolezza delle sue argomentazioni e ti imprigiona con la consequenzialità dei suoi collegamenti causa effetto. Sono gli altri che non ti capiscono, che si approfittano di te e della tua buona fede. Sono gli altri che quando gli servi allora sì, ma poi invece. Sono gli altri che tradiscono le tue aspettative, che fuggono di fronte alle responsabilità.

“La ragione non sta mai da una parte sola”, “i torti e le ragioni si dividono”…in realtà questi sono solo modi di dire. La parte della ragione è un tiranno, non ammette dubbi o tentennamenti. La parte della ragione fagocita le regioni vicine, allarga il suo campo di azione. Ti fa invadere la Polonia a cuor leggero e al suono della Cavalcata delle Valchirie. Perché quando sei dalla sua parte, quando ti senti di farne parte, la sua musica ti avvolge e ti coinvolge, ti stordisce con il suo ritmo, con la melodia e alla fine non riesci più ad ascoltare altro.

Come dicevo qualche post addietro, chi sta dalla parte della ragione vanta dei crediti, più o meno esigibili, comunque sempre sacrosanti.

Io preferisco essere dalla parte del torto. Preferisco sentirmi in debito, ascoltare le ragioni degli altri e continuare a cantare le cose della vita. E se ho sbagliato a viverle, come cantava Venditti, non è finita. Non è mai finita. Tutt’al più significa che c’è ancora da imparare.

 

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Le stelle sono tante, milioni di milioni

Quello che diceva il mio amico Topper qui merita una qualche riflessione, perché mi sembra interpelli un po’ tutti quelli che presumono di avere qualcosa da dire al punto da aprire un blog e scriverci sopra. Chi presume è presuntuoso? Forse sì. Forse sarebbe meglio tacere. In fondo su cosa si basa questo pre-giudizio, di avere qualcosa di intelligente, di interessante, di spiritoso da raccontare agli altri? Perché certo, possiamo anche pensare di scrivere per noi stessi (e certamente è anche così). Ma se scrivi su un blog non scrivi solo per te stesso. Scrivi con la possibilità che qualcuno legga. Qualche volta questa possibilità è un’attesa, qualche volta una certezza. Qualche volta è un accessorio, qualche volta il vero motivo per cui hai scritto quella cosa.

La nostra pre-visione è che qualcuno legga perché pre-sumiamo che quello che scriviamo sia degno di attenzione da parte di qualcuno. E i commenti, i like, sono come delle piccole (o grandi) dosi di alimento per questo pre-giudizio. E’ probabile che abbiamo qualcosa da dire, come qualsiasi persona dotata di cuore e cervello, istinti e ragione. Ma se non sappiamo ascoltare, se il nostro scrivere si basa solo sulla presunzione di avere in tasca qualcosa da elargire agli altri (che ovviamente presumiamo non vedano l’ora di essere lì per raccogliere i frutti di tanta sapienza), allora rischiamo di perdere il contatto con la realtà. Rischiamo di ritenerci addirittura delle stelle! Rischiamo di essere talmente presuntuosi da dare consigli non richiesti, di esprimere opinioni non cercate. Con le migliori intenzioni, per carità, con tutto l’affetto del mondo, ma l’effetto è catastrofico e presunzione chiama presunzione. Il consiglio non richiesto giustifica il non ascolto e il dialogo fra sordi a quel punto diventa una realtà di fatto.

Non mi consola il fatto che questa presunzione sia molto diffusa e certo non circoscritta a chi ha un blog (in fondo sarebbe presunzione anche questa!). Scrivere è parlare, leggere è ascoltare. E come chi scrive, a volte anche semplicemente chi parla non sa ascoltare, non sa leggere gli altri e la realtà che lo circonda e quindi parla (o scrive) a vanvera. Scambia opinioni personali per fatti acclarati, scambia interpretazioni soggettive per spiegazioni razionali. Scambia l’amore per un calesse, magari anche con una ruota ammaccata. E pensa di poter fare a meno degli altri.

Al contrario, se il nostro scrivere è un mettersi in gioco, un condividere un pezzo (grande o piccolo poco importa) di noi con chi avrà la voglia di farlo, allora i ruoli possono invertirsi. Chi scrive e chi legge, chi parla e chi ascolta si alternano per creare un dialogo. E allora scopri che il vero arricchimento è proprio questo gioco di dare ed avere.

Per  questo il blog è un luogo, uno spazio, anche se solo virtuale, in cui si può creare il dialogo. Si può imparare ogni giorno qualcosa, dai propri errori (di comunicazione e non solo). Abbandonando ogni presunzione: quella di avere in tasca la verità, quella che non ti fa perdonare, quella che non ti fa ascoltare, che non ti fa capire i punti di vista degli altri. La presunzione di pensare che non ci siano alternative, che non valga neanche la pena cercarle. Perché magari pensiamo di non saper dare più nulla. Oppure (che poi forse è una presunzione ancor maggiore) che gli altri non abbiano più nulla da darci.

 

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Dell’Araba fenice o della supercazzola, che dir si voglia

E poi effettivamente capisci che non hai capito niente. Ma come hai fatto a non capirlo? Com’è stato possibile? Gli elementi c’erano tutti: i tempi coincidevano, i modi erano gli stessi. Come ho fatto a non riconoscerti?

Perché siamo esseri semplici, ingenui. Ma come dici tu, anche un po’ de coccio. Che poi tra tutti quanti proprio tu! Di nuovo? Non lo trovi bizzarro? Ci dev’essere un qualche fluido, una qualche alchimia particolare. A questo punto forse avevano ragione gli Smiths: se non sarà l’amore sarà la bomba che ci porterà via insieme!

Ma del resto, come potremo mai competere e sperare di vincere, contro individui che una volta al mese hanno un’emorragia e ogni volta ne escono indenni e più agguerrite di prima? Altro che Araba Fenice! Una resa senza condizioni, cos’altro?

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Apocalissauria

Con questo tempo un po’ così, con questa faccia un po’ così, che abbiamo noi, quando leggiamo il blog, mi andava di ripostarlo qui, a un anno dalla prima uscita, per i nuovi e i vecchi lettori. E buona fine del mondo a tutti!

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“Is this the real Life, is this just Fantasy?”

E poi ci fu un gran botto. Fortissimo. Rimanemmo tutti perplessi, solamente i più coraggiosi, così tanto per darsi un tono, cominciarono a cantare cori da stadio. Qualcun altro invece preferì buttarsi su “Walk on the wild side”, perché il ritornello era facile “E du dudu dudu du du du du dudu”, faceva molto fico e poi, non sapendo l’inglese (mica l’avevano inventato l’inglese nel giurassico), non capiva tutte le porcate che stava cantando.

Il boato si protrasse a lungo, come un peto di brontosauro, che in effetti si chiama così mica perché brontola. Io però glielo dicevo che tutta quell’erba mica gli faceva così bene. “Dammi retta, Bronty! Fumatela, piuttosto”, ma lui niente, continuava imperterrito a ingurgitare, e rideva e toccava, sembrava lui il padrone.

Dopo il botto arrivò un lampo. Molto forte pure quello che accecò tutti, tranne quelli…

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Nel covo dei pirati

Nel covo dei pirati c’è poco da scherzare
chi non si arruola finisce in fondo al mare.
Finanche i più convinti, finanche i più decisi
a denti stretti si sono tutti arresi.

Eccoli i pirati, i cattivi pensieri, oscuri e malvagi che attraversano la mente. Possiamo non dargli confidenza, come in metropolitana, quando sale il bullo di turno. Possiamo continuare a leggere, fingendo noncuranza, ignorando il loro sguardo provocatorio su di noi. Possiamo sperare che scendano alla prossima fermata, che spariscano in fondo al vagone, che se ne stiano in un angolo senza disturbare più di tanto.

Tu invece sei la sola che va così sicura
sul trampolino di Capitan Uncino
Ma dimmi come fai a non aver paura
o sei incosciente oppure sai che è un sogno
che non dura! Come sei brava a raccontare
ad inventarti quelle avventure
sembrano vere, che fantasia che hai!

Possiamo sperare che la loro presenza nella nostra vita sia fugace e ininfluente, che domani non vi sia più traccia di loro e che il sole torni a splendere. Un ricordo senza memoria, ecco il massimo che possiamo concedere loro.

Continua il tuo racconto, mi sembra di vederti
al punto giusto lui arriverà a salvarti.
Tutte le tue avventure son belle da sognare
però nei sogni non ti puoi rifugiare.
Non vedi il tempo corre e non lo puoi fermare
diventi grande e ti vogliono cambiare.
e questo ti spaventa, i grandi sono strani
fanno paura più dei pescecani.
Ma proprio adesso ti vuoi fermare
non ti interessa di far vedere se
È proprio vero che non ti arrendi mai!

Spesso hai provato a spiegare agli altri come si affrontano i pirati. Dall’alto della tua forza apparente o della tua reale faccia tosta, hai indicato la strada per sconfiggerli. Qualche volta ci sei riuscito, qualche volta no. Ma ce l’hai sempre messa tutta, perché a volte è più facile dare ascolto ad un estraneo, piuttosto che a se stessi.

Nel covo dei pirati c’è poco da scherzare,
chi non si arruola finisce in fondo al mare
Ma tu con i pirati già sai cosa fare
è un tuo vantaggio e non ci rinunciare!

Tu già lo sai cosa fare
è come nei sogni, è come nelle avventure
ma il principe azzurro stavolta forse non viene
e contro i pirati dovrai lottare davvero!

Sei inutile, ed è inutile provare a cambiare le cose. C’è sempre un tornaconto, non esiste la spontaneità. Anche la più grande generosità è una maschera dell’egoismo. Non puoi spiegarti, nessuno ti può capire, perché non c’è niente da capire e niente da spiegare. Ti illudi di vivere insieme, ma si muore da soli.

Ma ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?
Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere!
Ti faranno i versi, la boccacce, ti faranno le facce scure!
E’ per questo che si allenano davanti allo specchio
quasi tutte le sere! Ma lo fanno per cercare di vincere le
Loro stesse paure!

Mentre tu facevi finta di pensare ad altro quelli sussurravano il loro veleno. Ma non c’è antidoto. Li hai sempre ignorati, non gli hai dato peso, hai fatto finta che non ci fossero. Non gli hai mai rivolto la parola. Hai finto di non ascoltare, li hai lasciati entrare ed uscire come se tu non fossi lì, come se non stessero parlando con te. Il coraggio di combatterli non ti è mai mancato. Perché ci sono battaglie che vale la pena combattere, anche se sai che difficilmente riuscirai a vincere.

Ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?
Ma è proprio questo il tuo vantaggio e non ci rinunciare!
Ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?

Peter Pan