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I 10 luoghi comuni

Frasi fatte, luoghi comuni, modi di dire, pseudo proverbi. Come potremmo portare avanti una conversazione in ascensore con il vicino attaccabottoni? E in metropolitano con il collega molesto? Nella sala d’attesa del medico quando incontriamo un conoscente che ha voglia di parlare?

Sono cose banali, scontate, sentite e risentite, spesse volte spudoratamente false, però mi hanno sempre suscitato una strana attrazione. Perché sentiamo il bisogno di ripeterle? Quando le sento mi si accende subito una lampadina. Vorrei dire all’interlocutore, ma perché stai dicendo ‘sta stronzata? Probabilmente le tiriamo fuori quando non abbiamo proprio niente da dire. Oppure quando temiamo di dire cose sconvenienti e allora per non sbagliare ci rifugiamo nel già detto.

Ma io lo posso capire appunto da uno sconosciuto o da una conoscenza superficiale. Quando però le tirano fuori gli amici o comunque persone con cui ho un po’ più di confidenza, se sono in vena, la cosa più divertente del mondo è contraddire drasticamente: “il cane è più affettuoso del gatto? Ma quando mai! Gli scozzesi sono tirchi? Assolutamente no. Quella non è bella, però è un tipo? Sì, un tipo di scorfano, forse quello di scoglio.”

L’effetto disorientante dell’interlocutore è davvero spassoso. Ancora meglio (sempre che se ne abbia tempo e voglia) è insistere nella tesi contraria, tanto da portarlo a negare quello che aveva appena detto. “Il nuoto è uno sport completo, ma ci si raffredda spesso. E poi non stai all’aria aperta. E ti vengono le spalle troppo grandi. Quando smetti ingrassi sicuro. Rischi sempre che ti venga l’otite. E le infezioni che prendi con quell’acqua, chissà che ci sta dentro”. Lo so, quando mi ci metto sono un vero scassaminchioni!

E dunque, visto che tra l’altro le classifiche minchione mancavano da un po’, ho pensato di elencare quelle più eclatanti, quelle che nascondono un modo di pensare, un approccio alla vita o semplicemente alla relazione con l’altro, catalogandole per categorie.

Geografico. Venezia è bella, ma non ci vivrei. Perché dovresti viverci? Chi te l’ha chiesto? E hai pensato i veneziani come la prenderebbero?

Metereologico. Non ci sono più le mezze stagioni. Io ho 48 anni…avessi mai visto una mezza stagione! Dove sono finite, chi se l’è imbertate? Dai su, tiratele fuori!

Nostalgico. Non ci sono più i sapori di una volta. Anche qui. Chi se li è presi? Ma soprattutto, siamo sicuri che a questo famoso ristorante “diunavolta” si mangiasse proprio così bene?

Bugiardo. Non è per soldi, ma per principio. Ecco, quando uno premette non è per questo, ma è per quest’altro, state sicuri che invece è proprio esattamente per quello. E per nient’altro!

Storico. Se Mussolini non entrava in guerra. Questa tipologia è fantastica, perché scatena le discussioni più minchione. E se i Babilonesi non avessero attaccato l’impero assiro? E se invece i Maya avessero respinto le truppe di Cortez?

Populista. I politici rubbano tutti. Rigorosamente con due b. Che poi se è un politico a dirlo si ritorna al paradosso di Epimenide su cui già vi ho intrattenuti. Quando però fai notare che in fondo li abbiamo votati noi, allora spesso ci si aggancia qualche altra perla di saggezza appartenente alla categoria successiva.

Fatalista. Nella vita nessuno ti regala niente. Che poi ‘sto signor Nessuno, da Polifemo in poi, ancora lo cercano. Perché poi dovrebbe regalarci qualcosa resta un mistero.

Etnologico. I cinesi sono tutti uguali. Anche qui ognuno ha la sua: quelli so tirchi, quegli altri mangiano patate, quelli guidano male, quegli altri non si lavano. E le olive? So’ greche.

Iperbolico. Qui una volta era tutta campagna. Questo è quello che adoro più di tutti. Un’affermazione assolutamente indimostrabile, legata a ricordi probabilmente inesistenti, ma soprattutto assolutamente priva si qualsiasi interesse per l’interlocutore.

Tautologico. Nei luoghi comuni c’è sempre un fondo di verità. Di quest’ultima categoria ne abbiamo avuto un fulgido esempio proprio qualche giorno fa. Il Censis (cioè, non il primo minchione che scrive su un blog) ci fa sapere che i gggiovani in Italia non vengono valorizzati. Me cojoni! E ci dovevate fare un’indagine sociologica sopra? Ma si sa, le tesi per convincere devono essere suffragate da prove. E allora che ti fa quel genio che dirige il Censis? Se ne va in pensione e lascia il posto al figlio! Ma non lo trovate straordinario? Perché in fondo è proprio vero che nei luoghi comuni c’è sempre un fondo di verità. E poi, volendo restare in tema, “ogni scarrafone è bello a mamma sua“. Ed evidentemente pure a papà.

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Su attese, pretese e ancora sulle Radio

C’è chi aspetta e chi attende. Perché una cosa è aspettare, una cosa è at-tendere. Nel primo caso si sta fermi sperando che l’oggetto del cercare arrivi. E ci incazziamo se non arriva come e quando diciamo noi. Nel secondo gli si va incontro e si fa tutto quello che è in nostro potere per arrivare ad incontrarlo. Così facendo, difficilmente avremo aspettative fuori dalla realtà, né tanto meno pretenderemo chissà cosa. L’attesa sarà comunque un lungo cammino, una strada verso, in cui spereremo di raggiungere e di essere raggiunti, tenendo alto lo sguardo, mantenendo però i piedi per terra.

Oggi un anno fa mi venne fuori questo post. Ed è buffo pensare a quante cose sono cambiate e quante sono invece esattamente le stesse. Quindi riprendiamo quell’esempio. Come scrivevo lì, certe sintonie nascono spontanee, sono come affinità elettive, che tu riconosci al volo, senza neanche sapere il nome. Le senti e…bamm, contatto! Ed è per questo che ci attendiamo molto da quelle radio: perché ci teniamo. Ci attendiamo di ascoltare certe canzoni, perché abbiamo scelto noi di entrare in quella sintonia e abbiamo fatto di tutto per rimanere collegati. E’ chiaro che più la ascoltiamo, più la conosciamo e più sapremo cosa attendere. Sapremo cosa manderà in onda nelle giornate uggiose e cosa in quelle piene di sole. Sapremo quando il segnale farà capricci e ci lascerà in silenzio e quando invece urlerà a squarcia gola. Ma per quanto conosciamo quella radio sarebbe stupido, arrogante (e anche inutile) pretendere di sentire la musica che vogliamo noi, perché comunque non siamo noi a decidere la programmazione.

Certo dall’attesa alla pretesa il passo è breve e magari il persistere di una canzone dissonante da quella che aspettavamo può disorientarci. Rischiamo di rimanere delusi, di non essere felici della musica che stiamo ascoltando. Più che un rischio direi una certezza.

Ma tra quello che ci possiamo (dobbiamo) attendere e quello che non possiamo (dobbiamo) pretendere, forse sarebbe bene rivedere la nostra scala dei valori. Ho la netta sensazione che ci siano tante cose che sopravvalutiamo. I soldi, il potere, il sesso, l’altrui apprezzamento. Tutte cose belle, tutte cose che possono aiutarci a stare bene, che ci possono rendere appagati, soddisfatti di noi stessi…ma sono così determinanti per essere felici? E se state per rispondere che sì, in fondo è proprio così, con qualche distinguo e qualche sfumatura, allora arrivo a dire che forse la cosa più sopravvalutata di tutti è proprio la felicità. Ma sul serio rincorrere la felicità è l’obiettivo degli obiettivi, l’altare sul quale sacrificare ogni altra cosa? Essere felici è lo scopo della vita?

Non c’è forse qualcosa di più splendido?

 

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Per qualche like in più

Qual è la cosa più folle? Uccidere la persona che dicevi di amare, scriverlo sul social network per “condividere” questa bella impresa, oppure 300 persone che esprimono il loro apprezzamento (chissà su quali delle due precedenti follie)? Effettivamente è difficile scegliere, ma in fondo non sono fenomeni così nuovi. Il femminicidio purtroppo è vecchio come il mondo, così come il vantarsi di azioni simili. E cosa non si farebbe oggi per qualche like in più!

Ma anche l’ammirazione per le azioni efferate non ha nulla di nuovo. I frustrati sono sempre esistiti, così come il fascino perverso del male. Mentre un aguzzino infierisce sulla vittima, c’è spesso qualche miserabile che non avendo il coraggio di compiere nefandezze in prima persona, si accontenta di assistere ed applaudire. Il guaio di quest’epoca tecnologica è l’amplificazione di questi fenomeni, la vetrina mediatica che rischia di creare fenomeni di emulazione o quantomeno di rendere plausibili, accettabili, “condivisibili” certi orrori.

 

Va bene il diritto di cronaca, ma di fronte a queste atrocità non sarebbe meglio tacere? Non sarebbe meglio non dare risalto e vetrina ai mostri? Diffondere, non significa in fondo rendere lecito? Come giustamente si interrogava Iome  qui: quanti danni può fare l’informazione? Quanto può manipolare, influenzare, indirizzare le opinioni, anche a distorcere la realtà dei fatti?

Il male esiste, probabilmente è connaturato nell’uomo, insieme al bene. E non basta contrastare il male. Bisogna chiudere le vie attraverso cui si diffonde, tagliare le radici su cui si nutre, qualsiasi esse siano. A riguardo mi sembra assolutamente straordinaria l’attualità di quello che sta scritto nel Vangelo di Matteo: “E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo.”

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Con la memoria storica di un pesce rosso

Il problema è che tendiamo a dimenticare, a rimuovere, ad addolcire ciò che è stato. E’ un processo quasi naturale, che capita un po’ a tutti: ricordando quel determinato periodo del passato, magari sì è vero non stavamo bene, non tutto girava per il verso giusto, però in fondo c’erano aspetti positivi, tutto sommato non era poi così male.

Leggevo da qualche parte che il nostro sindaco, Ignazio Marino, sembra il classico secchione in una classe di coatti. Effettivamente l’immagine è calzante. Nessuno ha mai pensato che il suo compito fosse facile: i mali della città sono purtroppo endemici, ma a più di un anno dalla sua elezione è difficile trovare qualcuno che ancora lo difenda. Roma è ogni giorno più invivibile: traffico impazzito, delinquenza in aumento, mezzi pubblici che non funzionano, pulizia insufficiente, tasse che aumentano. Non c’è una cosa che vada bene, non c’è un solo aspetto che sia migliorato.

Aggiungiamoci che, da un punto di vista politico, non c’era mai stata una congiuntura così favorevole: presidente del consiglio, presidente della regione, sindaco e venti presidenti di municipio su venti, tutti dello stesso partito. Mai nella storia della città c’era stato un monocolore del genere. Nessun alibi quindi, non avete scuse di sorta: se non riuscite ad intervenire, se non riuscite almeno in parte a dare una soluzione ai problemi dei cittadini, andatevene tutti a casa.

Tornando all’incipit di questo post quindi, se qualcuno me l’avesse raccontato non ci avrei creduto. D’accordo Marino sta facendo male (qualcuno ha suggerito, ma se si chiamava Roma e andava a fare il sindaco a Marino, non era meglio?), d’accordo avevamo grandi aspettative, si sa che la gente ha la memoria storica di un pesce rosso (in questo Paese siamo riusciti a riabilitare tutti, ma proprio tutti tutti)……..MA SUL SERIO C’E’ QUALCUNO SANO DI MENTE CHE RIMPIANGE GIANNI ALEMANNO????

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Ingenui e malfidati

Siamo così. O se non lo siamo, ci diventeremo. Ingenui e malfidati. E più siamo ingenui, più crediamo a qualsiasi cosa, più cadiamo vittima di chi si approfitta della nostra buona fede. Allora diventiamo malfidati, cominciamo a vedere minacce dove non esistono, non ci fidiamo più di nessuno. Ci chiudiamo in noi stessi, ci inaridiamo e insieme ci indeboliamo, vediamo tutto nero.  Ma noi non vogliamo essere aridi, non vogliamo essere deboli, vogliamo ancora vedere una luce. E così ridiamo fiducia, magari proprio a chi non se la merita. Non crediamo al vicino, ma compriamo tappeti in tv. Non ci fidiamo di persone che conosciamo da anni, ma non ci perdiamo un oroscopo. Quando capiamo di aver riposto male la fiducia, ridiventiamo malfidati e il circolo ricomincia.

Ne parlavo con Matteo, il mio amico fornaretto, che somiglia a Johnny Deep e ha un punto di osservazione straordinario rispetto a tutto quello che succede nel quartiere. Il suo forno infatti è uno di quei punti nevralgici da cui tutti prima o poi passano. Gente, notizie, pettegolezzi, anticipazioni. E lui, sapientemente, tra una rosetta e una ciriola, tra un pezzo di casereccio e qualche pizzetta, raccoglie e rielabora. Gli ho detto che dovrebbe scrivere un libro. E non è detto che prima o poi non lo faccia.

Cliente A. “Matteo, mi dai una ciabattina. Però la voglio fresca, non come quella di ieri”.

Cliente B. “Matteo, mi dai tre schiacciate” “Quelle grandi le ho finite, mi sono rimaste queste piccole” “Ma lo so che là dietro ce le hai, è che non me le vuoi dare!”

Cliente C. “Matteo, ce l’hai il pane azzimo, sai ho cominciato la dieta” “Ce l’ho, ma guardi che, non essendo lievitato, è più calorico di quell’altro” “Davvero? Va be’, ma tu dammelo lo stesso“.

Il cliente A praticamente gli ha appena detto che vende pane rifatto. Matteo ha un forno che, tranne il sabato, è aperto tutta la notte. Dalle 5 della mattina sale dalle scale un profumo per cui varrebbe la pena svegliarsi solo per una sniffata…perché dovrebbe vendere pane rifatto? Ma soprattutto, se è questo che pensi, caro Cliente A, perché continui ad andarci?

Il Cliente B invece, evidentemente, è convinto che Matteo non si alza ogni giorno alle 5 per vendere il pane che suo padre e suo zio fanno in piena notte. No! Chissà, forse pensa che lui in realtà stia lì per collezionarlo!

Sul cliente C non c’è molto da aggiungere. Io gli ho detto, “Matte’, ma il pane azzimo, non costa di più di quell’altro?” “Eh sì!” “Ma allora fatticazzituoi e daje ‘sto pane azzimo no!” Che, ammettiamolo, fra tutte le prelibatezze del forno di Matteo, non è che sia proprio il top. Ma sì, lasciamolo alle chiattone che pensano di dimagrire!

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Di scie chimiche, dinosauri scoreggioni e papere mute

Perché effettivamente c’è gente che crede che le compagnie aeree di tutto il mondo si siano messe d’accordo con chissà qualche organizzazione segreta (sicuramente giudaico-massonica e pure plutocratica) per spargere nel cielo sostanze atte a rincoglionire la gente. Ma quando mai! State tranquilli, la gente è rincoglionita da sé.

Certo, noi italiani, considerando i ritardi, gli overbooking, gli scioperi e la nebbia saremmo avvantaggiati rispetto al resto del mondo. Considerando però le scelte politiche degli ultimi vent’anni, hai voglia a scie chimiche.

Ma credere alle scie chimiche sarebbe come dare fiducia, che so, a un comico che improvvisamente decide di fondare un partito. No, mi sa che ho sbagliato metafora.

Sarebbe come se qualcuno pensasse che i dinosauri si sono estinti perché la loro aerofagia creò una nube tale da oscurare il sole e causare un abbassamento della temperatura della terra. Ah, c’è qualcuno che l’ha già detto? E non in un post minchione, ma in una rivista scientifica? Fico! Ma continuo a non azzeccare le metafore.

Però una metafora azzeccatissima ce l’ho! Perché io non credo alle scie chimiche, non credo ai dinosauri scoreggioni, non credo a quel minchione di Grillo, ma in compenso sono un devoto praticante, ma che dico devoto praticante, sono un bigotto osservante, ma che dico bigotto osservante, sono un seguace fondamentalista, ma che dico seguace fondamentalista, sono un talebano integralista del sugo di papera muta. Con cui condire le pappardelle che, com’è noto, sono un’iperbolica allegoria del regno dei cieli.

Ecco. E ora venitemi a dire che ho sbagliato metafora.

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La storia siamo noi

“Nessuno si senta escluso”

Leggendo i commenti all’ultimo post mi accorgo che effettivamente c’è un qualcosa ancora di non detto. La nostra parte nella Storia – non a caso scritta così – può essere più o meno rilevante. Possiamo essere comprimari o protagonisti, possiamo rubare la scena per un po’ o rimanere sempre sullo sfondo, ma niente e nessuno può eliminare il dato di fatto che noi ne facciamo parte.

Per questo mentre i grandi protagonisti decidevano i destini loro, nostri e di tutto il cucuzzaro, noi eravamo lì a svolgere il filo delle nostre storie. Senza dubbio poco appariscenti, frivole, con effetti impercettibili per altri, ma noi c’eravamo, con la nostra vita da vivere, con i dolori e le gioie, le noie e gli entusiasmi. Con quel pezzetto di storia che un domani possiamo raccontare o semplicemente ricordare mentre ripensiamo alla Storia più ampia. E per noi quel pezzetto è fondamentale!

Perché in fondo, come già ho raccontato altrove, è vero come disse un mio saggio amico, che la storia del mondo va avanti grazie alle singole storie degli uomini. E per questo, volenti o nolenti, grandi o piccoli, il nostro piccolo pezzetto, come fosse una tessera di un puzzle, sta lì e guardando l’insieme, non poteva non esserci. Può essere bello o brutto, ma visto a ritroso non possiamo non ammettere che quello è il suo posto e nessun altro avrebbe potuto prenderlo.

Poi certo possiamo divertirci a immaginare ciò che sarebbe potuto essere, nella Storia come nella nostra storia: se Baggio avesse segnato quel rigore, se le Brigate Rosse avessero avuto un sussulto di lucidità, se Kennedy non fosse andato a Dallas, se un cecchino qualunque avesse fatto fuori Osama. E se invece io quel giorno, se invece avessi detto, se forse fossi andato, se lei avesse…Ma  come dicono anche i proverbi, la storia non si fa con i se e con i ma. Poteva andare diversamente? Poteva avere altri sviluppi? Certo che sì. Ma è andata così e ora che il quadro è completato ed ogni tessera del puzzle ha il suo posto ben preciso possiamo dire di esserci stato.

Ma c’è un’altra considerazione collegata a questa. Il bello infatti è che questo quadro non è ancora finito. Che le tessere del puzzle possono ancora essere aggiunte. Non possiamo cambiare nulla della Storia e della storia. Ma la Storia e la storia da oggi in avanti dipende anche da noi.

Spesso ci facciamo trascinare dagli eventi, da quella catena infinita di cause ed effetti: noi che abbiamo la possibilità di scegliere praticamente qualsiasi cosa, che possiamo decidere di essere o di diventare qualsiasi cosa, spesso ci lasciamo condizionare dalla successione delle cose. Ma non è così, non è così! Se non è ancora successo, allora possiamo cambiarlo! Quello che avevamo deciso, quello che avevamo scelto, quello per cui avevamo lottato, ci eravamo impegnati, avevamo speso tempo e fatica. Ma anche quello che altri avevano deciso per noi, quello che le circostanze sembravano imporci, quello che il buon senso ci portava a scegliere. Tutto, tutto! Questo è il bello della Storia. E della nostra storia. Non esistono registi occulti, siamo noi i responsabili di quello che succede.

E così può anche darsi che sbagliamo. Può anche darsi che abbiamo torto ed è possibile che in questo modo stiamo commettendo il più grande sbaglio della nostra vita. Sicuramente però abbiamo ragione nel nostro diritto di avere torto. Nel nostro diritto di scegliere di cambiare. Perché se non è ancora successo, possiamo ancora cambiarlo.

Al di là di ogni considerazione politica, questo secondo me significa credere ancora oggi, che una rivoluzione è possibile.

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I ricordi e le generazioni

Una generazione si definisce anche in base ad un ricordo collettivo. I nostri nonni, tutti i nostri nonni, certamente avrebbero saputo raccontare dove si trovavano il 25 aprile del 1945, il giorno della liberazione. I nostri genitori ci sanno dire dov’erano il 20 luglio 1969, quando il primo uomo mise piede sulla luna. E noi?

Qui nella capitale, chi si intende di calcio saprà dire dov’era la sera del 30 maggio dell’84, quando la Roma perse la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool. Chi si occupa di politica avrà fisso nella memoria, dov’era il pomeriggio del 28 marzo del 1994 quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni. Tutti i credenti ricorderanno dov’erano il 2 aprile del 2005 quando morì papa Wojtyla.

Ma è inutile nascondersi, ragazzi del 66 (o giù di lì). Il nostro ricordo collettivo è datato 11 settembre 2001. E ovviamente non riguarda noi romani, né noi italiani. Neanche noi occidentali. I confini si sono allargati, il paese globale crea ricordi globali. E se John Lennon esagerava dicendo che i Beatles erano più famosi di Gesù Cristo, è possibile che il crollo delle Torri Gemelle sia un evento talmente conosciuto a livello mondiale da superare qualsiasi altra conoscenza.

Noi avevamo 35 anni, con le scelte più importanti già compiute, ma con il mondo ancora aperto ad ogni soluzione. Con qualche rimpianto e qualche rimorso. Con la coscienza di essere ormai grandi, ma la voglia di essere ancora ragazzi. Parecchi di noi erano già genitori, qualcuno aveva già perso mamma o papà. Avevamo tante prospettive davanti a noi, ma con i ricordi ancora freschi per non dimenticare quello che avevamo vissuto e quello che avevamo condiviso.

E certo, se ogni generazione ha il ricordo che si merita, dobbiamo tristemente constatare che i nostri nonni e i nostri genitori ne avevano costruiti di ben più belli dei nostri. Il nostro è il ricordo di una catastrofe, di una strada che come cantavano le teste parlanti, non porta in nessun luogo. Quindi la domanda non è, dov’eravate l’11 settembre, cosa facevate o cosa pensavate. La domanda che nessuno si fa, ma che mi piacerebbe fare, se qualcuno avesse risposte sensate (o non avesse troppa paura delle risposte più probabili), in un mondo come quello che gli stiamo lasciando, quale sarà l’evento e quindi il ricordo che accomunerà i nostri figli?

 

 

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10 sgradevoli sensazioni

In effetti era un po’ che non vi intrattenevo con un bel post minchione sulle “dieci cose che”. E anche se già qui, vi avevo raccontato le cose che mi urtano i nervi, oggi parlo esclusivamente di sensazioni, al di là dei ragionamenti: la reazione causa effetto che alcune specifiche situazioni mi danno in automatico.

Cominciamo con l’apertura della porta della doccia. Premetto che io sono generalmente caloroso (la mia dolce metà dice che comincio ad avere le vampe dell’andropausa, ma in realtà il caldo non l’ho mai sopportato, anche quando ero più giovane e non mi scrociavo i peroni giocando a calcetto), ma l’ondata di freddo mentre sei nudo, bagnato e cerchi a tentoni l’accappatoio, è davvero molto sgradevole.

La pasta sciapa. Potevo dire il caffè amaro o la pasta scotta (o cruda), ma scelgo questa perché è veramente spiacevole. E soprattutto senza soluzione. Avete provato ad aggiungere il sale alla pasta dopo che l’avete scolata e condita? Bleah!

La puzza di sudore. Sì, lo so, questo già l’ho detto. Ma è davvero forse in assoluto la cosa più sgradevole che posso immaginare. Più di pestare la cacca di cane con le scarpe con il carrarmato?  Sì, peggio.

Mio padre che fa lo spiritoso. Del resto la minchioneria la dovevo pur aver ereditata da qualcuno. In particolare la situazione più sgradevole avviene nei negozi, dove lui cerca sempre di avere uno sconto e comincia ad inventarsi i motivi più improbabili per cui lui ne avrebbe avuto diritto. E così comincia ad improvvisare, sparando minchiate a casaccio. E si diverte un mondo! Quando ero più piccolo avrei voluto morire, così fulminato all’istante. Oggi alzo il sopracciglio, cercando la complicità del commesso e cerco di fargli capire la mia assoluta estraneità alla faccenda, manco fossi San Pietro al sinedrio prima che canti il gallo.

Le persone prive di senso dell’umorismo, che quindi non capiscono le battute e magari prendono per vere le minchiate che dico (anche se, debbo riconoscere, che in certe situazioni, questa sensazione può invece ribaltarsi e diventare molto, ma molto divertente!). Solitamente però la sensazione di aver detto una battuta fantastica e guardare il vuoto siderale negli occhi dell’interlocutore è molto deprimente.

Non essere capace ad aiutare gli altri. Già ho confessato altre volte di essere inguaribilmente afflitto dalla sindrome del genio della lampada: si dice pure che non tutte le ciambelle riescono col buco. Ma il senso di frustrazione quando non riesco ad avere la parola giusta, quando capisco quale sia il problema, ma capisco pure che la soluzione non c’è, è una cosa davvero insopportabile.

Il tinticarello alla gola. Uno con il fisico con il mio, da autentico lanciatore di coriandoli, è inutile dire che al primo alito di vento si ammala. Sono anche un bel po’ ipocondriaco, quindi ogni minimo doloretto mi fa subito scattare l’escalation al male incurabile. Ma la sensazione più sgradevole è quel leggero bruciore alla gola, quasi impercettibile, che so già il giorno dopo diventerà un raffreddore catastrofico. Raffreddore che solitamente inizia a metà ottobre e finisce a fine marzo. Un po’ peggio dell’ora solare.

Prevedere qualcosa di negativo prima che succeda che in effetti è il generale della situazione particolare precedente. E’ quella sensazione che hai ad esempio quando vedendo una partita capisci che gli altri stanno per segnare un goal alla tua squadra. Oppure (ricordo scolastico), quando quell’infamona della professoressa sta lì con quel suo ditino che scorre la lista dell’elenco e zac! Sai che si fermerà su di te. Poi magari gli altri si mangiano il goal, e l’infamona interroga il tuo vicino di elenco, ma quegli istanti che precedono il verdetto, sono tra le cose più sgradevoli che si possa provare.

Le situazioni incompiute, le storie irrisolte, le occasioni sprecate. Non sai se vuoi davvero sapere come si compirà quella situazione, non sai se vuoi davvero cogliere quell’occasione o se ti piacerà il finale di quella storia. Ma rimanere appesi è proprio brutto. Non sono del partito dell’occhio non vede, cuore non duole. No! E anche se non mi piace quel libro che sto leggendo, difficilmente lo lascerò a metà. Magari il finale mi sorprenderà.

Il particolare della situazione precedente sono i telefilm che finiscono sul più bello. Sei all’ultimo episodio della serie, l’hai seguita tutta, dall’inizio alla fine, sai già che passeranno mesi prima di vedere il seguito, ma speri comunque in un finale roboante, che chiarisca almeno le situazioni aperte. E quelli se ne escono con quei finali a pene di segugio che ti lasciano perplesso ed attonito , che ti chiedi…ma chi me l’ha fatto fare di vedere ‘sto polpettone senza né capo, né coda per tutto ‘sto tempo? In assoluto penso che Lost sia il prototipo di questa sensazione. Il fatto che abbia continuato a seguirlo per tutte e sette le serie, quando ero assolutamente certo che il finale dei finali sarebbe stata l’iperbole della supercazzola, dimostra alcune cose di me. Lo so, lo so, non tutte positive.

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Elogio del Coppedé. E poi di cortili e facciate

Il preambolo è dato dal fatto che l’altro giorno passeggiavo per il quartiere Coppedè. A mio insindacabile giudizio il quadrilatero tra via Nomentana, corso d’Italia, via Salaria e piazza Istria è la zona più bella di Roma. Villa Ada (ma anche Villa Torlonia), il Giulio Cesare, il Piper, ma soprattutto le strade, le piazze, i palazzi. Ecco i palazzi. Mi piacciono quelle facciate imponenti, con quei portoni altissimi, le balconate, i fregi. Mi piacciono quelle lunghe scritte in latino e quelle file interminabili di finestre coperte dalle persiane verdi o marroni. Sarà che tra quelle strade ho passato gli anni dell’adolescenza, sarà che ancora mi sembrano esenti dalle cafonate che si vedono in giro nel resto della città, ma quella è davvero una Roma particolare, lontana dai giri turistici. In cui puoi girare la domenica pomeriggio e godere in silenzio la grande bellezza della città eterna. Signorile, ma non snob, aristocratica e popolare insieme, ironica e sognatrice. Elegante come una canzone dei Depeche Mode. Biancoazzurra come il suo cielo. Fine del preambolo.

La facciata è l’aspetto di un palazzo, è quel che appare, quello che te lo fa giudicare ed è su quello che ti fai un’idea delle persone che ci abitano. Non è solo un discorso “di facciata”, perché non è solo esteriorità. Non è solo ornamento, se questo fosse solo una cosa esteriore e dovesse in qualche modo essere contrapposto ad un monumento. E’ piuttosto il portamento, lo sguardo, i lineamenti. Quando si dice, “ci metto la faccia”, per un palazzo si dovrebbe dire la facciata.

E’ indubbio però che se vuoi conoscere davvero un palazzo, se vuoi immergerti nelle sue storie, toccare le sue viscere, sentire le vene e le arterie sui quali scorre il sangue che lo rende vivo, allora devi entrare dentro, devi vedere cosa c’è dietro la facciata. L’anima del palazzo è nel cortile. E’ lì che si consumano le storie più autentiche, la vita vera. Nell’ombra dei suoi alberi, sulla pietra dei gradini, fra la terra delle aiuole. Nelle cose vive, perché no, anche fra i bidoni dei rifiuti.

Qualcuno potrebbe obiettare che ci sono palazzi senza cortile. Certo, esistono persone senz’anima.

Ma perché, sul serio pensavate che stavo parlando di architettura?