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Falsi profeti, il naso di Cleopatra e anniversari inutili. Ovvero il post che non c’è

Nel post che non c’è avrei dovuto scrivere di pecore e lupi. Di lupi che si mascherano da pecore e pecore che belano tutte in coro ad applaudire “oh che bel travestimento“. Ma del resto si sa, la realtà è un punto di vista. Magari il lupo non si traveste da pecora per chi sa quale ragione. No, lui forse, in cuor suo, pensa davvero di essere un pecora. Ma del resto anch’io chissà potrei passare per uno stalker. Non sempre quello che siamo (o che pensiamo di essere) è quello che riusciamo a far arrivare e allora forse c’ha ragione il lupo. Oppure, chissà boh!

Oppure nel post che non c’è avrei potuto trattare del naso di Cleopatra. Voglio dire, sì lo sappiamo, la storia è mossa dall’economia, l’uomo è quel che mangia, uno spettro si aggira per l’Europa, la dialettica e la sovrastrutture. E però invece, Cesare, Antonio, Roma, la guerra, tu quoque Brute…la storia, perché è la gente che fa la storia, se Cleopatra avesse avuto un naso diverso, avrebbe cambiato il suo corso. Forse ora eravamo tutti egiziani. E magari stavamo anche meglio, chi lo sa, boh!

In realtà nel post che non c’è avrei voluto festeggiare uno strano anniversario, di due che si riconoscono prima di conoscersi e le discese ardite e poi risalite. Magari, ingenuamente, avevano pensato che sarebbe stato sufficiente non innamorarsi e il resto sarebbe stato semplice. Ma niente è semplice a questo mondo. E quindi poi ci furono ipotetici venditori di fumo sul lungomare di Senigallia, strane citazioni di Grey’s Anatomy, musica, tanta musica: quella che viaggia con Amazon e quella che sta dentro le chiavette Usb. E poi risotti con i funghi e serate troppo alcoliche, racconti di stelle e radio libere e poi libri e treni, spesso insieme, puntuali come i chiarimenti dopo le incomprensioni. Grandi aspettative e forti delusioni, lunghe chiacchierate e tristi silenzi, con la voglia di ricominciare e la certezza che ne valeva comunque la pena. Sempre! Per questo come sottofondo del post sarebbe stato bello riascoltare Bridge over troubled water… All your dreams are on their way. See how they shine. If you need a friend, I’m sailing right behind. 

Ma questo post in realtà non c’è, perché chissà se c’ha ancora senso. E allora boh!

 

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Ricorda per sempre il cinque novembre

Non doveva andare così. No che non doveva.

Soldi facili pensavi. La siccità si era portata via anche l’ultima bestia e lavoro non ce n’era. C’erano invece due bocche da sfamare, un futuro da costruire. Soldi facili. Com’è facile morire. Anche se hai ventidue anni e a casa una moglie e un bambino che ti aspettano.

Non doveva andare così. Non è giusto perdere un padre prima ancora di conoscerlo. Hai idea di che cosa sia stato crescere da solo? Con i racconti che si mischiano e si confondono con i ricordi, fino a non capire più dove cominciano gli uni e dove finiscono gli altri. In realtà non è vero che sia cresciuto da solo. C’era sempre quest’odio insieme a me. L’odio che cresceva sempre più forte, che mia aiutava ad andare avanti, a rispondere ai bulli, a mandare via le lacrime. Ti avrei vendicato, lo sai che l’avrei fatto, l’avevo giurato.

Perché l’odio è come l’amore papà, hanno la stessa natura. Si alimentano e crescono da sé, trovano forze e vigore nelle difficoltà e vanno dritti alla loro meta come le luci delle stelle.

Gli anni passavano veloci, ormai era tempo di agire, avevo diciassette anni, ero un uomo e potevo finalmente affrontare l’uomo che mi aveva portato via mio padre, che si era portato via per sempre l’innocenza della mia fanciullezza, condannandomi a crescere troppo in fretta.

Quel 5 novembre era una giornata di una bellezza sconvolgente, quelle giornate quando il sole è ancora caldo come fosse primavera e il cielo è di un azzurro imbarazzante. Il giorno giusto per ristabilire la giustizia, per far tornare finalmente i conti.

Mi ero procurato una pistola, la stringevo nella tasca, neanche avessi paura che potesse fuggire via. Avevo studiato il percorso, controllavo l’orologio, lo sapevo che tra qualche istante sarebbe uscito di casa ed ero lì a riprendermi quello che mi aveva tolto dodici anni prima.

Il tempo e lo spazio sono concetti strani. Ad esempio, la vedi quella stella laggiù? Noi continuiamo a vedere la sua luce, ma forse lei è morta da tempo. La sua luce continua a viaggiare nello spazio per chilometri e chilometri, viaggia nel tempo per anni e anni e noi continuiamo a vederla, ma forse lei non c’è più, è sparita nel nulla senza che noi possiamo saperlo.

Quel giorno l’uomo che ti aveva ucciso non era solo. Uscì di casa ed io arrivai silenziosamente dietro di lui, con il dito sul grilletto della pistola che urlava nelle tasche. Non era solo perché aveva in braccio un bambino, ancora mezzo addormentato. Camminava avanti a me, eravamo a due metri di distanza, il bambino ha tirato su la testa, mi ha guardato, ha fatto un sorriso e mi ha fatto ciao con la mano.

L’amore e l’odio sono come la luce delle stelle, continuano a viaggiare, ma forse la loro origine non c’è più da tempo. E noi dobbiamo solo rendercene conto.

 

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Della dignità del vivere e del morire

Tutto ciò che si può dire lo si deve dire chiaramente. su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.  (L. Wittgenstein)

Leggevo la notizia di questa Brittany Maynard, una ragazza americana, malata di tumore, che ha deciso di togliersi la vita, scegliendo, come ha detto in un ultimo tragico video, “di morire dignitosamente”.

A parte il fastidio per la spettacolarizzazione mediatica che questa notizia ha (direi inevitabilmente) suscitato, mi veniva una riflessione, condivisa anche da Chiara di Squarcidisilenzio. Perché morire in quel modo sarebbe più dignitoso di morire lasciando che la malattia segua il suo corso?

Lungi da me dare una valutazione su questa vicenda. Non ho gli elementi per giudicarlo e se anche li avessi non vorrei assolutamente dare un giudizio: come diceva il saggio Ludwig, su ciò di cui non si può parlare sarebbe meglio tacere. Il gesto di questa ragazza potrebbe essere stato di grande coraggio o di grande viltà, di grande egoismo o di altrettanto grande altruismo. Purtroppo, come spesso accade in queste occasioni, si perde di vista la persona, la sua sofferenza e si prende spunto da qui per schierarsi, per alzare il sipario su un circo mediatico che specula sulla vicenda, portando acqua al mulino di una tesi, piuttosto che di un’altra. Senza dubbio, per averlo passato sulla pelle, posso dire che c’è altrettanta dignità nel morire seguendo il corso delle cose. La malattia ti toglie tante cose, purtroppo, ma non certo la dignità.

Come dicevo nel post dell’altro giorno, per il lavoro che faccio (ma anche probabilmente per come sono fatto) sono un negoziatore, sono sempre portato a cercare una soluzione condivisa, a conciliare quello che apparentemente è conflittuale. Proprio partendo da questo però sono assolutamente convinto che ci siano principi, ma soprattutto valori, che non siano affatto negoziabili. Uno di questi è che siamo responsabili, ma non padroni della nostra vita. Della nostra, come di quella di nessun altro. Sono responsabile, non padrone, della vita di chi amo. E della mia. Da questo discende un altro principio non negoziabile: ci sono motivi, principi, valori per cui vale la pena dare la vita. Non credo ce ne siano di validi per toglierla. Quella degli altri, ma conseguentemente, la propria.

Detto questo, a questa povera ragazza ai suoi genitori che l’hanno accompagnata in questa scelta difficile, vorrei arrivasse questa antica Benedizione Irlandese, che si scambiavano i viandanti prima di un lungo viaggio.

Che la strada ti esca incontro,
che il vento soffi sempre alle tue spalle,
che il sole brilli forte sul tuo viso,
che le piogge cadano dolcemente sui tuoi campi,
e fino a che non ci incontreremo di nuovo,
che Dio ti custodisca nel palmo della Sua mano.

 

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Chi è Stato alzi la mano

Riporto su questo vecchio post, perché purtroppo mi sembra quanto mai attuale. Le sentenze si rispettano, non c’è dubbio. Ma non c’è dubbio nemmeno su una cosa: se in primo grado stabiliscono una cosa e in appello l’esatto contrario, una delle due sentenze è sbagliata. Ma la vergogna è un sentimento che esiste ancora in questo paese, qualcuno che dica, “sì ho sbagliato,” c’è ancora da qualche parte?

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Ma se invece tornassimo, ognuno per parte sua, a ridiventare responsabili di quello che facciamo? Come si fa a dire “non odio nessuno, ma ero disperato”. Eri disperato? Embè? Questo giustifica l’andare in piazza a sparare al primo che passa? E vogliamo parlare dei giornalisti che vanno ad intervistare il figlio undicenne di questo poveraccio? Diritto di cronaca? Ma che razza di Paese siamo diventati? Un Paese in cui 101 deputati votano contro l’elezione a presidente del fondatore del proprio partito, senza ovviamente avere il coraggio poi di dirlo. Un Paese governato da 20 anni da un uomo che ha innalzato la ricerca delle attenuanti a metafora dell’esistenza. Un Paese in cui la novità politica è un movimento fatto di portavoce, più che di individui, ambasciatori della volontà della rete. E come si sa ambasciator non porta pena. Né responsabilità.

Sì, professoressa, è vero, non sono preparato, ma ieri dovevo…

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Dell’attesa, del tempo e dello spazio

Che l’uomo di oggi abbia una percezione del tempo e dello spazio diversa da quella che aveva 50 o 100 anni fa penso sia un dato assodato. La velocità e la disponibilità dei mezzi di comunicazione e di interconnessione fra le persone, tende ad annullare le distanze. Se voglio vedere una persona non ho bisogno di aspettare chissà quanto, se ci voglio solo parlare mi basta un click.

E come diceva Guzzanti, la possibilità di essere in contatto con l’aborigeno australiano (senza ovviamente avere una mazza da dirsi) è diventata ormai una realtà assodata. Ma come giustamente faceva notare Suprasaturalanx in questo post, abbiamo annullato le distanze anche della conoscenza. Grazie a Internet, a Google, a Wikipedia, possiamo in un secondo controllare che sì, Orazio è nato in Basilicata (sempre ammesso e non concesso che la Basilicata esista per davvero) e che quel tal pittore milanese ha fatto quel quadro e anche quell’altro.

Il rischio della perdita del senso di meraviglia è effettivamente reale. Se posso sentirti ogni giorno, ogni momento, non ci sarà il rischio che non avremo più niente da dirci? La possibilità di sapere tutto e subito, non ci toglierà il piacere di cercare? Perché poi è vero che come diceva Pascal si gusta più la caccia della preda. La semplice “possibilità di”, ovvero la disponibilità assoluta ad avere o a sapere tutto, siamo sicuri sia un vero arricchimento?

Ma soprattutto l’annullamento delle distanze, mi sembra nasconda un rischio ben maggiore. Il tutto e subito (che in fondo è la vera regola del modo di vivere attuale, in ogni campo) ha un’implicazione connaturata che difficilmente può essere superata. La sua caratteristica intrinseca è la superficialità. E così possiamo credere che Wikipedia sia la fonte del sapere, che essere amici su FB significhi conoscere le persone, che sia inutile viaggiare quando basta vedere un video su youtube, che chattare su What’up significhi aprire il cuore alle persone.

Non sono un nostalgico, non credo che senza telefonini o senza internet si stesse meglio. Ricordo che mia mamma diceva che “chi ha la comodità e non se ne serve, nemmeno il confessore lo può assolve”. Però ai miei figli spero di far capire che a volte l’attesa non è tempo perso. Che è bello camminare ore per arrivare in cima alla montagna perché per certi traguardi vale anche la pena sforzarsi. Che per quanto bella possa essere la musica, a volte è bello anche il suono del silenzio. E soprattutto, che per quanto belli, comodi, utili, la vera vita è altrove. Fuori da qualsiasi schermo.

Fiori e frutti sono maturi quando cadono; gli animali si sentono e si trovano l’un l’altro e sono soddisfatti. Ma noi, che ci siamo prefissi Dio, non possiamo essere pronti. Spostiamo in avanti la nostra natura come le sfere dell’orologio. Abbiamo ancora bisogno di tempo (R.M. Rilke)

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Talvolta anche un vaffanculo ha un suo perché

Mi scuso anticipatamente del linguaggio scurrile di questo post. Se il turpiloquio urta la vostra sensibilità cambiate canale. Del resto, nessuno vi obbliga a leggermi.E poi, le parole sono importanti. Già l’ho detta questa cosa e mi ci sono intrattenuto qui.

Io sono una persona molto tollerante. Qualcuno una volta diceva troppo (chissà se lo pensa ancora?) Per carattere e poi anche per lavoro sono l’uomo della mediazione. Cerco sempre un compromesso,  mi sforzo per trovare le ragioni degli altri, per calarmi nei loro panni così da cogliere il loro punto di vista sulle vicende. Ma nella settimana in cui il presidente dei senatori del secondo partito italiano si mette ad insultare un’adolescente su twitter, il presidente di una squadra di calcio dà dal “filippino” al presidente di un’altra squadra, il capocomico dice che la mafia aveva un suo codice d’onore, mi veniva in mente quella grandissima, iperbolica, pluricitata frase di Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”.

Ma un par di cazzi! Ma proprio no! Gli stronzi, i razzisti, i nazisti dell’Illinois de noantri, gli arroganti, i maleducati, gli integralisti, quelli che picchiano le donne, chi si ubriaca e investe i poveri cristi, chi manipola gli altri per i suoi comodi, chi si approfitta delle persone ingenue. E anche quelli che non si lavano! Perché? Perché diamine dovrei farli esprimere? Rispetto? Tolleranza? Ma perché no un bel vaffanculo? Un gagliardo, vigoroso, liberatorio, MAVATTENAFFANCULO!

State zitti, sparite dalla faccia della terra, chiudetevi in convento. Anzi, ho un’idea: morite. Ecco, sì! Una bella morte magari, da raccontare ai posteri, “eh sì, era un po’ stronzo, però è morto per…” per quale causa vorreste immolarvi? La cura dell’Ebola? La fame nel mondo? L’uguaglianza fra i popoli?  Scegliete voi. Su, avete una bella occasione di riscatto. In questo paese basta morire e santifichiamo tutti. Anche Berlusconi vedrete che qualcuno riuscirà a recuperarlo. L’hanno fatto con Mussolini, con Craxi, vedrete quante vedove lascerà il povero Silvio.

Non volete morire? Ma io lo dicevo per voi….Va be’, allora almeno, intervistate Nanni Moretti

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Toda joia, toda beleza

Cioè, vorresti dirmi che c’è gente talmente esaurita che passa la domenica pomeriggio a mandare messaggi anonimi sul blog insultandoti perché scrivi delle minchionerie?

Regina

 

P.S. Toda joia, toda beleza. E’ tempo di castagne. I boschi, le passeggiate, magari qualche fungo. E poi ci sono un sacco di belle cose da vedere in tv, ci sono tanti libri, riviste, comprati la Settimana Enigmistica! Oppure iscriviti ad un corso di cucina. Potresti segnarti in palestra, si conoscono tante persone, sai? Comunque, avessi ancora dei dubbi, voglio tranquillizzarti: nessuno ti obbliga a leggere le cazzate che scrivo! Peace & Love

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Senza voltarsi indietro

Le chiavi gliele lascio al solito posto, dietro il vaso di rose bianche. Grazie eh! Grazie di tutto.

E di cosa? Mi dispiace solo che…

La guardo, le sorrido, non ho la forza di aggiungere altro. E che altro c’è poi da aggiungere? Il dispiacere mi divora. Lasciare questa casa, lasciare questa città, cancellare gli ultimi cinque anni della mia vita. Prendere atto che quella strada che mi ero costruito giorno per giorno, asfaltandone un pezzo alla volta, alla fine si è rivelata un vicolo cieco.

Mi dispiace che va via, ecco. Ora però basta, altrimenti mi metto anche a piangere

Mi guarda, mi sorride, non ha la forza di aggiungere altro. E pensare che quando sono arrivato…il terrone, con i capelli lunghi, quella strana musica e quel fumo con quello strano odore. Posso solo immaginare quante me ne ha dette dietro! E se sono riuscito a conquistarla è solo perché non ha mai saputo che insieme al basilico, al rosmarino e alle rose, mi ha annaffiato anche la Maria!

Ma è vero che vai via? Non mi dire che finalmente inizierai a lavorare? Comunque mi mancherai, barbun!

E mi mancherai anche tu, vicino stronzo, non l’avrei detto! Ma del resto, quando sono arrivato qui com’è che dicevo? La cosa più bella di questa città è il treno che ti riporta a casa…e invece mi mancherà. E’ stata la mia scommessa, doveva essere il mio riscatto, il voltare pagina per scrivere un capitolo nuovo della storia, ma non si scrive mai nulla di veramente nuovo. E se anche ho perso la scommessa, questo non vuol dire che era sbagliato provarci.

No, l’errore non è stato provare. Non confondo i miei alibi con le tue ragioni. L’errore è stato confondere i desideri con la realtà, negando l’evidenza. E infatti, ora che questa storia è finita, quello che mi manca di più, quello di cui ho questa nostalgia struggente  è ciò che non è stato, quello che poteva essere, che avrei voluto che fosse. Non mi manca certo quello che è stato realmente. E forse questo farà sì che tra qualche tempo i ricordi saranno più belli della realtà.

In mezzo a questi scatoloni, aspettando che arrivi la ditta con il camion che porterà via tutto, mi manca quasi il fiato. Non sono stato fortunato, ma d’altra parte non ho mai creduto nella fortuna. Perché mai lei dovrebbe credere in me? Mi fa impressione pensare che domani è primavera. Domani ricomincia una nuova stagione. Dopo questa notte, domani ci sarà un nuovo mattino perché in fondo, come dice il saggio cinese, quello che per il baco è la fine del mondo, per il resto del mondo è una farfalla.

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I torti, le ragioni e le cose della vita

“Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati” (S. Beckett)

In effetti la realtà è esattamente come la dice Beckett. La parte della ragione ha sempre un sovraffollamento, una densità demografica persino superiore a quella delle carceri italiane. E proprio come nelle carceri non è che ci stai tanto comodo, ma sei costretto a starci.

La ragione ti costringe dalla sua parte con tutta la ragionevolezza delle sue argomentazioni e ti imprigiona con la consequenzialità dei suoi collegamenti causa effetto. Sono gli altri che non ti capiscono, che si approfittano di te e della tua buona fede. Sono gli altri che quando gli servi allora sì, ma poi invece. Sono gli altri che tradiscono le tue aspettative, che fuggono di fronte alle responsabilità.

“La ragione non sta mai da una parte sola”, “i torti e le ragioni si dividono”…in realtà questi sono solo modi di dire. La parte della ragione è un tiranno, non ammette dubbi o tentennamenti. La parte della ragione fagocita le regioni vicine, allarga il suo campo di azione. Ti fa invadere la Polonia a cuor leggero e al suono della Cavalcata delle Valchirie. Perché quando sei dalla sua parte, quando ti senti di farne parte, la sua musica ti avvolge e ti coinvolge, ti stordisce con il suo ritmo, con la melodia e alla fine non riesci più ad ascoltare altro.

Come dicevo qualche post addietro, chi sta dalla parte della ragione vanta dei crediti, più o meno esigibili, comunque sempre sacrosanti.

Io preferisco essere dalla parte del torto. Preferisco sentirmi in debito, ascoltare le ragioni degli altri e continuare a cantare le cose della vita. E se ho sbagliato a viverle, come cantava Venditti, non è finita. Non è mai finita. Tutt’al più significa che c’è ancora da imparare.

 

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Le stelle sono tante, milioni di milioni

Quello che diceva il mio amico Topper qui merita una qualche riflessione, perché mi sembra interpelli un po’ tutti quelli che presumono di avere qualcosa da dire al punto da aprire un blog e scriverci sopra. Chi presume è presuntuoso? Forse sì. Forse sarebbe meglio tacere. In fondo su cosa si basa questo pre-giudizio, di avere qualcosa di intelligente, di interessante, di spiritoso da raccontare agli altri? Perché certo, possiamo anche pensare di scrivere per noi stessi (e certamente è anche così). Ma se scrivi su un blog non scrivi solo per te stesso. Scrivi con la possibilità che qualcuno legga. Qualche volta questa possibilità è un’attesa, qualche volta una certezza. Qualche volta è un accessorio, qualche volta il vero motivo per cui hai scritto quella cosa.

La nostra pre-visione è che qualcuno legga perché pre-sumiamo che quello che scriviamo sia degno di attenzione da parte di qualcuno. E i commenti, i like, sono come delle piccole (o grandi) dosi di alimento per questo pre-giudizio. E’ probabile che abbiamo qualcosa da dire, come qualsiasi persona dotata di cuore e cervello, istinti e ragione. Ma se non sappiamo ascoltare, se il nostro scrivere si basa solo sulla presunzione di avere in tasca qualcosa da elargire agli altri (che ovviamente presumiamo non vedano l’ora di essere lì per raccogliere i frutti di tanta sapienza), allora rischiamo di perdere il contatto con la realtà. Rischiamo di ritenerci addirittura delle stelle! Rischiamo di essere talmente presuntuosi da dare consigli non richiesti, di esprimere opinioni non cercate. Con le migliori intenzioni, per carità, con tutto l’affetto del mondo, ma l’effetto è catastrofico e presunzione chiama presunzione. Il consiglio non richiesto giustifica il non ascolto e il dialogo fra sordi a quel punto diventa una realtà di fatto.

Non mi consola il fatto che questa presunzione sia molto diffusa e certo non circoscritta a chi ha un blog (in fondo sarebbe presunzione anche questa!). Scrivere è parlare, leggere è ascoltare. E come chi scrive, a volte anche semplicemente chi parla non sa ascoltare, non sa leggere gli altri e la realtà che lo circonda e quindi parla (o scrive) a vanvera. Scambia opinioni personali per fatti acclarati, scambia interpretazioni soggettive per spiegazioni razionali. Scambia l’amore per un calesse, magari anche con una ruota ammaccata. E pensa di poter fare a meno degli altri.

Al contrario, se il nostro scrivere è un mettersi in gioco, un condividere un pezzo (grande o piccolo poco importa) di noi con chi avrà la voglia di farlo, allora i ruoli possono invertirsi. Chi scrive e chi legge, chi parla e chi ascolta si alternano per creare un dialogo. E allora scopri che il vero arricchimento è proprio questo gioco di dare ed avere.

Per  questo il blog è un luogo, uno spazio, anche se solo virtuale, in cui si può creare il dialogo. Si può imparare ogni giorno qualcosa, dai propri errori (di comunicazione e non solo). Abbandonando ogni presunzione: quella di avere in tasca la verità, quella che non ti fa perdonare, quella che non ti fa ascoltare, che non ti fa capire i punti di vista degli altri. La presunzione di pensare che non ci siano alternative, che non valga neanche la pena cercarle. Perché magari pensiamo di non saper dare più nulla. Oppure (che poi forse è una presunzione ancor maggiore) che gli altri non abbiano più nulla da darci.

 

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