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Dell’Araba fenice o della supercazzola, che dir si voglia

E poi effettivamente capisci che non hai capito niente. Ma come hai fatto a non capirlo? Com’è stato possibile? Gli elementi c’erano tutti: i tempi coincidevano, i modi erano gli stessi. Come ho fatto a non riconoscerti?

Perché siamo esseri semplici, ingenui. Ma come dici tu, anche un po’ de coccio. Che poi tra tutti quanti proprio tu! Di nuovo? Non lo trovi bizzarro? Ci dev’essere un qualche fluido, una qualche alchimia particolare. A questo punto forse avevano ragione gli Smiths: se non sarà l’amore sarà la bomba che ci porterà via insieme!

Ma del resto, come potremo mai competere e sperare di vincere, contro individui che una volta al mese hanno un’emorragia e ogni volta ne escono indenni e più agguerrite di prima? Altro che Araba Fenice! Una resa senza condizioni, cos’altro?

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Apocalissauria

Con questo tempo un po’ così, con questa faccia un po’ così, che abbiamo noi, quando leggiamo il blog, mi andava di ripostarlo qui, a un anno dalla prima uscita, per i nuovi e i vecchi lettori. E buona fine del mondo a tutti!

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

“Is this the real Life, is this just Fantasy?”

E poi ci fu un gran botto. Fortissimo. Rimanemmo tutti perplessi, solamente i più coraggiosi, così tanto per darsi un tono, cominciarono a cantare cori da stadio. Qualcun altro invece preferì buttarsi su “Walk on the wild side”, perché il ritornello era facile “E du dudu dudu du du du du dudu”, faceva molto fico e poi, non sapendo l’inglese (mica l’avevano inventato l’inglese nel giurassico), non capiva tutte le porcate che stava cantando.

Il boato si protrasse a lungo, come un peto di brontosauro, che in effetti si chiama così mica perché brontola. Io però glielo dicevo che tutta quell’erba mica gli faceva così bene. “Dammi retta, Bronty! Fumatela, piuttosto”, ma lui niente, continuava imperterrito a ingurgitare, e rideva e toccava, sembrava lui il padrone.

Dopo il botto arrivò un lampo. Molto forte pure quello che accecò tutti, tranne quelli…

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Nel covo dei pirati

Nel covo dei pirati c’è poco da scherzare
chi non si arruola finisce in fondo al mare.
Finanche i più convinti, finanche i più decisi
a denti stretti si sono tutti arresi.

Eccoli i pirati, i cattivi pensieri, oscuri e malvagi che attraversano la mente. Possiamo non dargli confidenza, come in metropolitana, quando sale il bullo di turno. Possiamo continuare a leggere, fingendo noncuranza, ignorando il loro sguardo provocatorio su di noi. Possiamo sperare che scendano alla prossima fermata, che spariscano in fondo al vagone, che se ne stiano in un angolo senza disturbare più di tanto.

Tu invece sei la sola che va così sicura
sul trampolino di Capitan Uncino
Ma dimmi come fai a non aver paura
o sei incosciente oppure sai che è un sogno
che non dura! Come sei brava a raccontare
ad inventarti quelle avventure
sembrano vere, che fantasia che hai!

Possiamo sperare che la loro presenza nella nostra vita sia fugace e ininfluente, che domani non vi sia più traccia di loro e che il sole torni a splendere. Un ricordo senza memoria, ecco il massimo che possiamo concedere loro.

Continua il tuo racconto, mi sembra di vederti
al punto giusto lui arriverà a salvarti.
Tutte le tue avventure son belle da sognare
però nei sogni non ti puoi rifugiare.
Non vedi il tempo corre e non lo puoi fermare
diventi grande e ti vogliono cambiare.
e questo ti spaventa, i grandi sono strani
fanno paura più dei pescecani.
Ma proprio adesso ti vuoi fermare
non ti interessa di far vedere se
È proprio vero che non ti arrendi mai!

Spesso hai provato a spiegare agli altri come si affrontano i pirati. Dall’alto della tua forza apparente o della tua reale faccia tosta, hai indicato la strada per sconfiggerli. Qualche volta ci sei riuscito, qualche volta no. Ma ce l’hai sempre messa tutta, perché a volte è più facile dare ascolto ad un estraneo, piuttosto che a se stessi.

Nel covo dei pirati c’è poco da scherzare,
chi non si arruola finisce in fondo al mare
Ma tu con i pirati già sai cosa fare
è un tuo vantaggio e non ci rinunciare!

Tu già lo sai cosa fare
è come nei sogni, è come nelle avventure
ma il principe azzurro stavolta forse non viene
e contro i pirati dovrai lottare davvero!

Sei inutile, ed è inutile provare a cambiare le cose. C’è sempre un tornaconto, non esiste la spontaneità. Anche la più grande generosità è una maschera dell’egoismo. Non puoi spiegarti, nessuno ti può capire, perché non c’è niente da capire e niente da spiegare. Ti illudi di vivere insieme, ma si muore da soli.

Ma ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?
Ti potranno insultare, minacciare, in fondo è il loro mestiere!
Ti faranno i versi, la boccacce, ti faranno le facce scure!
E’ per questo che si allenano davanti allo specchio
quasi tutte le sere! Ma lo fanno per cercare di vincere le
Loro stesse paure!

Mentre tu facevi finta di pensare ad altro quelli sussurravano il loro veleno. Ma non c’è antidoto. Li hai sempre ignorati, non gli hai dato peso, hai fatto finta che non ci fossero. Non gli hai mai rivolto la parola. Hai finto di non ascoltare, li hai lasciati entrare ed uscire come se tu non fossi lì, come se non stessero parlando con te. Il coraggio di combatterli non ti è mai mancato. Perché ci sono battaglie che vale la pena combattere, anche se sai che difficilmente riuscirai a vincere.

Ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?
Ma è proprio questo il tuo vantaggio e non ci rinunciare!
Ormai già lo sai dai pirati cosa ti puoi aspettare?

Peter Pan

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Jeeg Robot, io e i buoni propositi

Jeeg-Robot-Acciaio-Finale-66

E così finalmente ci siamo. 34 giorni dopo l’infausto evento domani mi toglieranno il gesso.

Da domani comincia una nuova vita. C’è un ché di metaforico e un ché di metafisico in questa cosa. Jeeg Robot aveva un cuore di acciaio, io avrò una caviglia al titanio. Vorrà pure dire qualcosa. Il cosa mi sfugge, ma sicuramente qualcosa vorrà dire.

Mi sento pronto a un nuovo inizio. Potrò rivedere la mia gamba, potrò lavarmi, potrò grattarmi. G R A T T A R M I! Ho un sussulto erotico al pensiero, ma non ci distraiamo. Da domani potrò ricominciare a camminare o almeno a provarci. E poi pian piano ricomincerò ad andare a lavorare, a guidare e poi a fare sport. Tornerò al prato con Rose e il sabato mattina tornerò al mercato a fare la spesa e poi a cucinare.

Riprenderò a correre, ad andare in bicicletta, a giocare a pallone. Se convinco Ale potremmo segnarci ad un corso di balli di gruppo. Chissà, potrei imparare il Dada unpa. E già che ci sono potrei segnarmi in piscina e imparare a nuotare. O forse potrei andare a cavallo. Oppure potrei aprire un allevamento di dromedari. O inventare un rimedio definitivo contro la forfora. O contro i malumori premestruali.

Se poi dovesse avanzarmi tempo, che dite, do una mano a Marino per la metro C o finisco la Salerno Reggio Calabria?

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Le mie 10 convinzioni

Effettivamente non sono poi molte le cose su cui possiamo essere certi.  Che la fila che ho scelto sarà quella più lenta, che la colpa è dell’arbitro e che il chiodo di garofano del ragù finirà nel mio piatto. Poche, ma abbastanza certe. E da questi dati di fatto ripetuti nel tempo che uno trae delle opinioni che poi si rafforzano. E da opinioni  diventano convinzioni, che pian piano prendono vita propria, diventano quasi autonome dalla realtà e anzi ci aiutano ad interpretarla. Non è detto che siano convinzioni scritte sul marmo. Però fino ad oggi, per questi primi 47 anni e spicci, queste 10 hanno funzionato. Domani chissà. Non mi innamoro delle mie idee e come scrivevo l’altro giorno, riconosco di non essere la persona più coerente di questo mondo, quindi magari tra un anno questo post lo scriverei in modo differente. Ma poi soprattutto…smetto quando voglio!

L’essere convinto che ogni volta bisogna chiedersi, “ma ne vale davvero la pena?”. Che poi dicono, se te lo chiedi è perché sai la risposta, ma siccome non ti piace, allora ti ripeti la domanda. Come se il ripetere la domanda riuscisse a far cambiare la risposta. Io in effetti me lo chiedo spesso: sia quando so che è così e devo insistere, sia quando so che invece sarebbe meglio evitare. Mi serve a capire a che punto sono, un po’ come quando ci si ferma per vedere quanto manca ad un determinato traguardo.

L’essere convinto che, comunque, in ogni caso…ma sì, dai! Altrimenti detto ottimismo della volontà. Non so bene come, non so neanche perché: la fortuna, lo stellone, il destino, la Provvidenza, i casi della vita. Ad ogni modo, se dovessi scommettere un euro, certamente lo scommetterei sempre sula fatto che sì, ce la faremo.

L’essere convinto che in effetti…ma anche no! Altrimenti detto pessimismo della ragione. Perché invece, se mi fermo a ragionare, allora no. Certo che no. Moriremo tutti. Anche perché il cielo prima o poi ci cadrà in testa. E su questo non ci piove (e se dovesse piovere, senza dubbio avremmo dimenticato l’ombrello).

L’essere convinto che tutti possano cambiare. Ma certo! chi vuoi che non impari dai proprio errori! Chi vuoi che persista sempre a fare i soliti sbagli? Come fai a pensare che le esperienze accumulate non servano a migliorarci, a progredire, a renderci più forti, più saggi, più maturi, più attenti a quello che succede intorno a noi? Ovviamente, se ci riescono gli altri, perché non dovrei farcela io? Se tutti gli altri si fanno furbi, che solo io rimango l’unico cojone? (ecco, questa forse è la convinzione di cui sono meno convinto!)

L’essere convinto che le vere soddisfazioni siano quelle che non si vedono. Quelle che non hanno prezzo, che non possono essere misurate. Quelle che magari nessuno coglie o che solo pochi sanno vedere. Quelle che non valgono nulla, che non ti portano in tasca una lira (ops, so antico!), quelle fatte tanto per fare, ma che proprio per questo hanno un gusto unico e un profumo inebriante.

L’essere convinto che “meglio rimorsi che rimpianti“. perché sempre meglio aver fatto una cosa in più che una cosa in meno. Sempre meglio rimproverarsi di aver fatto troppo che troppo poco. Meglio averci provato, aver fatto un disastro, piuttosto che  rinunciare. Meglio morire per coraggio, che per paura.

L’essere convinto che si possa scherzare su qualsiasi cosa. Non ci sono limiti, né tabù. E questo non perché la vita non sia una cosa seria. Al contrario. Ma per prendere la vita sul serio, bisogna imparare a riderne. Corollario di questa cosa è il fatto che non si possa essere permalosi. O almeno, certo che si può, sono circondato da persone permalose. Le capisco pure, ma non c’è nulla di più lontano dal mio modo di pensare.

Collegato a quello appena detto, l’essere convinto che bisogna, ascoltare tutti, ma decidere con la propria testa. Forse per questo non riesco ad essere permaloso. Non riesco a prendermela veramente per i giudizi altrui, perché poi, alla fine della fiera, quel che conta è quello che penso io. Il giudizio altrui, nel bene o nel male, va tenuto in considerazione, ma non può avere la parola definitiva.

L’essere convinto che “non m’annoio, io no che non m’annoio, non m’annoio“. In effetti la noia è una sensazione che mi è abbastanza estranea. Sarà che in fin dei conti amo stare in compagnia, ma comunque sto bene anche da solo. Sarà che c’è sempre qualche cosa da leggere (e da scrivere), qualche canzone da ascoltare, qualche vino da assaggiare. No, non c’ho tempo per annoiarmi. Resta semmai la paura di annoiare gli altri. Ma quello è un altro discorso.

L’essere convinto che “anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone” (cit). Ho molta fiducia nelle persone, tendo istintivamente a fidarmi e a pensare nell’altrui buona fede. Ma solamente nelle singole persone, perché invece qualsiasi tipo di maggioranza mi spaventa. O meglio, più che mi spaventa, mi rende estraneo. Per questo chiudo con questa immagine, che mi sembra sintetizzi bene il motivo di quest’ultima affermazione.

 

 Voto

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La forza dell’abitudine

L’abitudine è un abito. Un vestito su misura che ci cuciamo addosso. Le spalle, le maniche, il giro vita, il cavallo, la lunghezza delle gambe. L’abitudine ci calza a pennello, comoda ed elegante a seconda delle necessità. Nostra, soprattutto.

L’abitudine è come una vecchia canzone che conosci a memoria. Ti ritrovi a canticchiarla quando non hai altri pensieri. Ha accompagnato le tue giornate, l’hai sentita quando eri giù e quando eri felice. Magari per un po’ ti era passata di mente, ma in realtà era sempre lì, in un angolino della mente, perché lei fa parte di te, della tua storia.

L’abitudine ha dalla sua, la forza del già vissuto. Non ti sorprenderà, ma sai che su di lei puoi contare. E’ affidabile come un vecchio amico di infanzia. E’ rassicurante, anche se a volte può diventare scontata. Capita allora che si voglia uscire fuori, per vedere se c’è un fuori. E dopo la prima sensazione di disorientamento, scopri che ne puoi anche fare a meno. Che per quanto comoda, magari ti accorgi che appartiene al passato, ma non più al tuo presente, né tanto meno al tuo futuro.

E allora l’abitudine potremmo dire che è come una cabina del telefono. Esistono ancora? Funzionano? Ma soprattutto, interessano ancora a qualcuno? Eppure quanta storia, quanto tempo, emozioni, ansie, incazzature, gioie che abbiamo passato lì dentro. Semplicemente un giorno ti accorgi che non servono più.

(per lo spunto finale ringrazio gli amici blogger Rideafa e a Ammennicoli)

 

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Chiedimi se sono felice

Ormai sapete quanto mi piacciono le classifiche e tutti i post un po’ minchioni che elencano cose, anche un po’ arbitrariamente. Sapete pure che in questi ultimi tempi non è che le mie giornate siano così piene di impegni e così saltellando da un sito ad un altro mi è capitato questo articolo dell’Huffington Post in cui vengono elencate le 15 cose che le persone felici farebbero in maniera diversa dagli altri poveri mortali. E no, “trombare come ricci” non c’è (e già questo in effetti non depone molto a favore di questo articolo). Ma neanche, che so, saper scegliere il Gratta & Vinci vincente  oppure ubriacarsi senza avere poi mal di testa e senso di vomito. Secondo questo articolo i sintomi della felicità sarebbero ben altri. La felicità è una pistola fumante cantava John, (proprio lui, ironia della sorte): forse voleva dire che è pericoloso essere felici, o forse intendeva che la felicità colpisce nel segno, non lascia indifferenti. Se c’è si vede e forse è inutile star lì a cercarne le tracce.

Le persone felici sono consapevoli di ciò che le rende felici e di cosa no, e impostano la propria vita di conseguenza.

Che sarebbe un po’ come dire: è meglio andare in Ferrari decapottabile in una giornata di sole piuttosto che in un autobus affollato in un giorno di pioggia. Certo, sapere cosa rende felici è un primo passo importante, ma non è mica detta che il solo sapere cosa ci rende felici ce la fa anche essere. O no? (a me ‘sta cosa già me sembra una mezza stronzata)

Le persone felici imparano dai propri errori e dalle difficoltà che superano.

Mai più le mani sul fuoco, le dita nella presa della corrente, i concerti di musica classica quando si ha sonno e la frittata con le cipolle per cena. E poi? Basta questo per essere poi felici?

Le persone felici non badano a quello che gli altri pensano di loro.

Non ti curar di lor, ma guarda e passa. Sempre detto! Ad esempio, io e il mio amico Dario mica badavamo a quello che pensava di noi quella di fisica. A lui però lo seccò ed io mi salvai per miracolo. Naaaa, mica basta questo per essere felici.

Le persone felici sono grate per quello che hanno.

Sì, è probabile che le persone felici siano grate. Ma qui la felicità è lo scopo, il fine non l’inizio della storia. Allora chiediamoci, è vero anche il contrario? Tutte le persone grate sono felici?

Le persone felici non provano ad accontentare tutti.

Sarà per questo che non sono poi così felice? Ma poi va be’, mica vorrei accontentare tutti, tutti. La maggior parte però sì, dai!

Le persone felici non si preoccupano delle cose che sono al di fuori del proprio controllo.

Infatti. Ad esempio, che il cielo ci cada sulla testa, mica possiamo fermarlo. I Genesis non si rimetteranno più insieme ed è altamente improbabile che Lotito venda la Lazio a un miliardario sfacciatamente ricco. Lo so che sono cose fuori dal mio controllo. E allora com’è che non sono mica tanto felice lo stesso?

Le persone felici sanno come liberarsi dalla rabbia.

Da che se ne deduce che anche le persone felici si arrabbiano. Forse come le formiche, nel loro piccolo. Be’, dai almeno questa numero 7 è consolante.

Le persone felici sanno di non essere il centro dell’universo.

Va be’, proprio il centro no. Diciamo allora un quartiere residenziale ben collegato e pieno di verde?

Le persone felici non fanno le vittime.

Certo. Ma non fare le vittime son bravi tutti (o quasi): il problema è che a volte si diventa carnefici. E allora lì sì che nascono i problemi.

Le persone felici si circondano di persone positive.

Gran bei paraculi insomma, questi felicioni! E con gli amici sfigati che ne facciamo? Con quelli noiosi? Li buttiamo tutti al mare?

Le persone felici hanno uno stile di vita sano.

Niente sesso, droga e Rock’n roll? Sicuri, sicuri? Perché io, soprattutto dopo aver visto l’ultimo concerto dei Rolling Stones a giugno, qualche piccolo dubbio ce l’avrei.

Le persone felici non sono così ossessionate dal guadagno da dimenticarsi di vivere.

Certo “siamo una famiglia povera, ma onesta” e poi “il denaro non porta la felicità”. Figuriamoci la miseria.

Le persone felici non rimuginano sul passato.

Qui concordo. Infatti mica sto qui a rimuginare che ad esempio a giugno prossimo saranno trent’anni dalla maturità. I vent’anni di matrimonio quasi non li abbiamo festeggiati. E a maggio scorso i festeggiamenti per i quarant’anni dal primo scudetto della Lazio è stato giusto un caso. Ah dite che rimugino?

Le persone felici non perdono tempo a confrontarsi con le altre persone.

Insomma, sotto sotto, anche ‘sti felicetti so’ un po’ stronzi. E dai, ammettiamolo. Così allora so’ boni tutti!

Le persone felici sono propositive.

Ma per questo anche gli sfigati. Anche i scassaminchioni. Sono propositive le suocere impiccione, i colleghi d’ufficio troppo zelanti, i vicini di casa che ti dicono come e quando buttare la mondezza. No, la propositività non mi sembra di per sé un sintomo automatico di felicità, soprattutto per chi subisce queste proposte.

Alla fine del discorso penso che tutto sommato, non abbia poi tanto torto il caro vecchio Charlie Browne, quando in una famosa vignetta, si chiedeva…ma se provassimo tutti quanti ad essere felici, così, senza un motivo vero e proprio?

 

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Mirror, mirror on the wall…

Le persone possono essere suddivise in mille modi. Destra, sinistra, nord, sud, passionali e razionali, guardie e ladri, giorno e notte, Però effettivamente, come scrisse una volta quel vecchio trombone di Scalfari esistono due macrocategorie antropologiche, che comprendono e fanno comprendere molte persone e molti atteggiamenti ricorrenti. Chi si sente in credito e chi si sente in debito con la vita.

I primi hanno sempre da recriminare presunti torti subiti, hanno la sindrome della persecuzione, si sentono sempre defraudati, vittime di chissà quali complotti, oppressi da ingiustizie immeritate. Ovviamente, sentendosi in credito, si sentono anche autorizzati a richiedere, anzi a pretendere quanto dovuto. Per questo si sentono legittimati ad andare fuori dalle regole, ma anche dei principi generalmente accettati nell’umana convivenza. Il fatto che il mondo esterno non riconosca le loro sacrosante recriminazioni, li fa convincere sempre più del torto subito, aumentando la propria autostima, ingrossando un ego già di per sé ipertrofico, incapace di ascoltare la minima critica, neanche la più piccola voce discordante.

Il più delle volte c’è un nemico. Concreto, individuabile, ma allo stesso tempo metafisico, che è ovviamente colpevole di tutte le nefandezze del mondo, ma soprattutto di aver rubato la marmellata al povero cocco di mamma: le democrazie plutocratiche, le lobby giudaico massoniche, i servizi segreti bulgari, la Spectre, gli extraterrestri, Luciano Moggi. Davanti al loro specchio si pongono le domande fondamentali dell’esistenza, perché gli altri mica la vogliono riconoscere questa lapalissiana verità che loro e solo loro sono i più belli, i più forti, i più meritevoli del reame. E il loro specchio gli dà sempre ragione!

A questi si contrappone chi dalla vita si sente sempre in debito. Chi capisce che ha avuto tanto e quindi è disposto a restituire. Chi ringrazia anche quando non dovrebbe, chi è contento di quel che ha e per questo accetta quello che arriva senza pretendere nulla. Non è detto che sia completamente soddisfatto perché l’essere in debito non toglie la legittima aspirazione a migliorarsi. Non ha specchi al muro a cui domandare lumi del futuro, non ha rassicuranti risposte preconfezionate sulle quali adagiarsi. Ma come le onde di un fiume non ritornano indietro, così chi si sente in debito, guarda avanti, non sapendo se avrà ancora da ricevere, ma con la sicurezza che avrà ancora molto da dare.

Sail away, away, ripples never come back, gone to the other side, sail away, sail away

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Il mistero di More than a feeling, ovvero la fenomenologia dell’idiota

E così siamo arrivati a 200 post. E state ancora qui? Una prova incontrovertibile dell’umana pazienza! Per festeggiare il traguardo, come già altre volte è accaduto, prendo spunto da un bel post di quel gattaccio di Gintoki (questo), che si interrogava sull’insostenibile leggerezza dell’ebete.

In effetti, dai, ammettiamolo: siamo circondati da idioti! In macchina, in ufficio, allo stadio, al supermercato, al ristorante, in spiaggia, negli ufficio postali, a scuola, ai concerti, sulle piste da sci, sui sociale network, al cinema (gli idioti brillano anche al buio!). Programmi idioti in tv, elettori idioti alle urne, la mamma degli idioti…E meno male che il più delle volte l’idiota è innocuo. E’ fastidioso,  anche molto fastidioso, ma fortunatamente per lui e per chi lo circonda, non è così dannoso come altre categorie (che so, per esempio, gli stronzi. L’idiota spesso non riesce ad arrivare ad essere stronzo: ci prova, però che vuoi, in fondo poverino, è idiota).

Ma qual è il segno distintivo? Cos’è che contraddistingue un idiota? E poi, si è idioti in toto o l’idiozia è legata ad un qualche singolo contesto? Chi è idiota al volante automaticamente sarà idiota anche con un carrello della spesa o in fila allo sportello? E poi, ci si redime o è incurabile? In ogni caso, una caratteristica peculiare dell’idiozia, secondo me, è la velocità. L’idiota è lento. E’ lento di riflessi, è lento a calarsi nel contesto, è lento a comprendere il prossimo, è lento a capire le circostanze. E’ come se avesse qualche ingranaggio inceppato, che stenta a mettersi in moto e quindi lo fa arrivare tardi nelle situazioni, lo fa essere inopportuno. L’idiota è rallentato dalle sue convinzioni, dai suoi pregiudizi, da un orizzonte mentale ristretto, che non riesce ad andare alla stessa velocità del mondo che lo circonda.

Per questo, salvo qualche notevole eccezione che non manca mai, solitamente c’è chi è bravo a fare il sudoku, chi i rebus, qualcuno i cruciverba, insomma non è detto che si debba essere idioti in tutto. Il fatto che so, che i Boston (avete visto che facce avevano? Ma poi un gruppo che si chiama come una città…mah!) abbiano scritto More than a Feeling, porterebbe a pensare che davvero anche un orologio rotto una volta al giorno segna l’ora esatta.

Questo da una parte è un pensiero consolante. Dall’altra però ci dovrebbe far riflettere che, in fondo in fondo, nessuno è totalmente immune dall’idiozia. E anche noi che non guidiamo col cappello, che non parcheggiamo in doppia fila. Noi che stiamo attenti a non urtare i carrelli altrui, che non tagliamo la fila sulle seggiovie, noi che evitiamo di postare commenti inopportuni su FB, che abbassiamo il volume della radio in spiaggia, guardiamo History Channel e cerchiamo di tenerci informati su quel che succede nel mondo. Noi che ci vantiamo di comprendere gli altri, o almeno che ce la mettiamo tutta per capire e per farci capire, insomma noi che ci riteniamo reattivi, svegli, anche noi possiamo avere delle improvvise quanto catastrofiche frenate, che azzerano qualsiasi velocità.

E questo è il motivo per cui non ho paura dell’idiota in sé. Molto di più dell’idiota in me.

 

 

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Smetto quando voglio

Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini (Walt Withman)

(se vi va, questo post prosegue, approfondisce e quindi, ovviamente, confonde, quello che avevo scritto qui)

Non ho dubbi al riguardo: volere è potere.  E poi bisogna saper cambiare, bisogna sapersi adattare alle situazioni. Perché le situazioni cambiano, i rapporti evolvono e tu, necessariamente, evolvi con loro. Ho letto da qualche parte che il nostro corpo in due anni cambia totalmente tutte le sue cellule. L’io di oggi, fisicamente, è totalmente diverso dall’io di due anni prima. Quello che è valso fino ad oggi, quello che avevi ritenuto vero, giusto, quello che avevi dato per scontato, domani potrebbe non essere così. Per questo io, smetto quando voglio.

Non sono mica schiavo delle situazioni Decido io se come e quando. Perché io sono l’unico a cui debbo dare conto. Mi va, lo faccio, non mi va, non lo faccio. Voglio dormire, dormo, voglio stare sveglio, sto sveglio. Voglio guardare, guardo, voglio girarmi dall’altra parte, mi giro. E poi tanto…smetto quando voglio.

Non sono schiavo delle convenzioni. Si è sempre fatto così? E chissene importa. Si cambia, si evolve. Non è detto che quello che pensavamo, quello che si è sempre pensato, quello che ha funzionato nel migliore dei modi, non possa essere cambiato, non possa essere migliorato. O forse no, forse cambiando lo peggiori. Ma tanto…smetto quando voglio.

Non sono schiavo dei rapporti. Aria, soffoco, lasciatemi respirare. Tutti sono importanti, nessuno è indispensabile. Che è tutta quest’ansia di condivisione? Non sarà semplicemente frutto della paura della solitudine. O forse della noia. Io sto tanto bene da solo, sapeste quanta compagnia che mi faccio! Posso fare a meno di tutto e di tutti. E che in realtà, se potessi dirti addio, ti chiamerei. E se guardandoti negli occhi, sapessi dirti basta, ti guarderei. Se poi rivedendoti fossi certo che non soffri, ti rivedrei. Per questo, smetto quando voglio.

Ora però mi vado a fumarmi una bella sigaretta. Ho il vizio? Ma no. Smetto quando voglio.