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Le 10 scene indimenticabili

Qualcuna delle mie esigentissime lettrici, mi faceva notare, neanche troppo sommessamente, che il blog negli ultimi tempi sta prendendo una piega un po’ troppo seriosa. Detto in altri termini, sta diventando più pesante di un piatto di peperoni ripieni con la cipolla. E dunque, cosa più di una bella classifica per ristabilire la leggerezza di questo luogo, ribadendo, laddove ce ne fosse ancora bisogno, il suo carattere autenticamente minchione?

In passato avete letto classifiche di facezie, di cose belle e cose brutte, di canzoni, di libri. Che manca? Una classifica dei film, direbbe qualcuno. Ma troppo facile! Invece, sempre per rimarcare quel carattere specifico di cui sopra, vi intrattengo sulle dieci scene di film che più mi sono piaciute, al di là del film in sé. Per il messaggio, per le implicazioni o solo per “come suonavano”. Ovviamente ne avrei volute mettere altre (manca il Marchese del Grillo, ad esempio, che di scena memorabili ne ha più d’una), ma queste secondo il mio insindacabile giudizio, sono quelle che vale la pena citare.

E cominciamo con un film che da solo forse potrebbe riempire questa classifica. Un capolavoro inarrivabile! Troppo facile citare il “could be worse, could be raining”. Piuttosto ne scelgo un’altra perché nella sua paradossalità indica esattamente come vanno le cose in questo mondo, dove ognuno vede solo quello che preferisce vedere. La realtà, in fin dei conti, è un punto di vista

Quest’altra la inserisco perché si presta a moltissime varianti. E infatti è una citazione che utilizzo (a sproposito, ovviamente) in tutti i contesti in cui c’è una sproporzione evidente fra una parte ed un’altra.

Il prossimo è un altro film pieno di scene e citazioni iperboliche. Sono stato molto indubbio fra “i nazisti dell’Illinois”, “siamo in missione per conto di Dio” e questa scena qui. Anche quelle altre fanno parte del mio olimpo culturale e chi mi conosce di più me le avrà sentite citare (sempre a sproposito), molto spesso. Comunque, alla fine ho scelto questa perché…perché come si fa a non sceglierla???

Qui, più che per il film in sé per sé, la citazione è per l’autore. Il numero uno, secondo il mio modesto parere. Potevo scegliere questa o qualsiasi altra. Veramente avevo in mente la scena in cui la “dea dell’amore” gli regala una cravatta giallo rossa perché lui non voleva un pompino., purtroppo su Youtube non l’ho trovata. Ma anche questa però ha il suo perché

Qui invece la scelta l’ha dettata il film, perché in assoluto, dovessi scegliere con la pistola puntata di dire un titolo, uno ed uno solo, direi questo. E poi perché sogno un giorno di questi (in fondo come tempi ci siamo, il prossimo giugno saranno 30 dalla maturità) di poter vivere una scena come questa con i miei amici di sempre

Anche qui la scelta è fatta per il film (eccezionale) e come omaggio ad un attore talmente bravo da lasciarmi spesso senza parole. Anzi solo una. Peccato!

La prossima è invece un mix: il film giusto, gli attori giusti, la scena giusta. What’else? al di là di tanti manuali, al di là di tante elucubrazioni sui rapporti uomo donna…ma quanto c’ha ragione questo film???

Anche qui il film è bellissimo, uno dei miei preferiti e avrebbe avuto anche altre scene da ricordare: “Stupid is as stupid does”, oppure il “ora sono un po’ stanchino”, fanno parte anche loro del mio bagaglio (pseudo)culturale. Ma questa scena però ha un qualcosa in più

Uno dei film più belli della storia del cinema italiano, pieno di scene e citazioni tali da rendere difficile la scelta. Difficile, ma non impossibile, perché secondo me questa scena rappresenta quel tipo di mentalità, inarrivabile, che racchiude l’essenza della comicità napoletana. Avrei potuto mettere una scena di Totò o di Eduardo, ma il modo in cui dice questa frase Troisi, supera tutto il resto.

Chiudo con quella che sempre più sta diventando la “mia” citazione. Il film, come tutti quelli di questa serie, è bellino senza pretese, ma la frase è eccezionale, perché ci sta sempre bene, in qualsiasi situazione.

 

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Space Cow Boy

– Le vede signore?
– Quando sono apparse sui monitor?
– Esattamente 22 minuti fa.
– Non riusciamo ad inquadrarle meglio?
– Negativo signore. Arrivano dalla direzione di Alfa Centauri e si portano dietro detriti spaziali tali da impedire un’esatta identificazione.
– Ma da lì, che cosa possono essere?
– Forse faremmo meglio a chiederci chi possono essere…
– Quando entreranno nella nostra atmosfera?
– Calcolando una velocità costante direi tra 12 ore, 29 minuti e…
– Va bene. Ci risparmi i secondi tenente, temo siano importanti anche quelli.
Il colonnello Jackdogs, responsabile del Centro Unico di Osservazione Terrestre, era molto preoccupato. La polvere delle stelle non rendeva nitida l’immagine, ma dai radar era chiaro che tre veicoli sconosciuti si avvicinavano all’atmosfera terrestre a tutta velocità. E ora che doveva fare? Quanto avrebbe potuto tenere nascosta quella notizia prima che fosse di dominio pubblico? Doveva parlare con il presidente degli Stati Uniti Terrestri e doveva farlo al più presto.
– Ho terminato ora con il presidente e con tutti i responsabili della sicurezza. Non devono entrare nella nostra atmosfera: prima si spara, poi chiediamo chi è. Non possiamo correre rischi. E del resto se avessero intenzioni pacifiche non si sarebbero precipitati qui a quella velocità.
– D’accordo Colonnello, li affrontiamo con l’Air Force One e gli spariamo addosso delle testate nucleari. Non avranno nemmeno il tempo di dire buon giorno!
E così fu. Le bombe al plutonio gli andarono incontro, centrandoli con millimetrica precisione, non ne restò neanche il più piccolo detrito.
Di loro nessuno seppe più nulla.
Certo, questo era uno scherzo del destino! Proprio lui, il Cow Boy dello spazio, che aveva attraversato tutti i mondi conosciuti e le stelle più lontane, proprio lui che aveva sempre sognato di incontrare forme di vita aliene, doveva scontrarsi con degli extraterrestri lì, a due passi da casa e distruggerli prima ancora di conoscerli, di capire, di sapere. Che strano destino!
Ma ora che il pericolo era passato, quella era la prova inoppugnabile che esistevano altre forme di vita e bisognava andare a cercarle, capire da che pianeta venissero.
Così il colonnello Jackdogs riuscì ad ottenere fondi e permessi per organizzare una nuova missione spaziale. La Nina, la Pinta e la Santa Maria partirono in direzione Alfa Centauri in una fresca mattina di aprile. Jackdogs coronava il suo sogno: nuovamente in viaggio per scoprire i misteri dell’universo, in cerca di mondi sconosciuti, di cieli e terre nuove. Viaggiarono per giorni e giorni e i giorni divennero settimane, le settimane mesi, i mesi anni: il tempo correva ed insieme sembrava fermo per loro. Videro cose straordinarie, stelle bellissime e pianeti dai mille colori, ma nessun essere che in qualche modo potesse far pensare ad altre forme di vita. Fecero il giro intero della galassia, in cerca della nuova India da colonizzare, rischiando più volte di perdersi nell’oceano dell’infinito. Ma le apparecchiature di bordo non potevano sbagliare: concluso il giro automaticamente li avrebbero riportati a casa. Ed eccola Itaca, il pianeta azzurro, mai così bello, mai così familiare. Ma invece delle fanfare e delle bandiere a dargli il benvenuto, in quella fresca mattina di aprile, fu l’Air Force One. Che senza alcun avviso gli tirò addosso tre testate nucleari.
Di loro nessuno seppe più nulla.

 

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Leone ballerino balbuziente

If ev’rybody had an ocean across the U.S.A., then ev’rybody’d be surfin’ like Californ-I-A. You’d see ‘em wearin’ their baggies. Huarachi sandals, too. A bushy bushy blonde hairdo. Surfin’ U.S.A.

– Leo mi raccomando, cerca di non addormentarti eh!

– C c ci provo! E’ cccche…

E’ che sei un coglione! Anzi, io sono un coglione, che ancora, nonostante tutto, ti faccio lavorare. Ho capito, tranquillo stammi bene, ci vediamo domani mattina.

– Gr gr grazie signor Giulio! N n nnon si preoccupi. Ttttutto sotto controllo!

– Lo spero Leo…lo spero proprio.

Leone, un povero diavolo balbuziente. Portiere di notte nell’unico albergo del paese. Oddio, albergo è una parola grossa. Ma anche paese, se è per questo. Diciamo che Leo cerca di stare sveglio durante la notte, dietro al bancone dell’unico bar affittacamere, di quelle mucchietto di case sparse sulla statale che le cartine stradali neanche nominano come frazione di nessuno dei paesi limitrofi. Quattrocase infatti è il modo in cui gli abitanti del circondario chiamano quel posto dimenticato da Dio e spesso anche dagli uomini. Qualcuno ci si ferma ancora, di giorno per un panino, di notte per dormire. Ma è inutile negarlo, se non ci fossero le nigeriane agli incroci della statale, Quattrocase avrebbe perso da un pezzo quell’unico bar pensione in cui di notte lavora Leo. E nessuno lì intorno, se non appunto i frequentatori di quelle belle di notte, se ne avrebbe avuto a male. Certo belle lo sono davvero!

Alcune belle da morire, da togliere il fiato al povero Leo, che già di suo di fiato ne ha ben poco. Se parlare fosse facile come ballare il Rock ‘n roll, allora sì che tutto sarebbe più bello. Perché Leo a ballare è un vero drago! In pista non si deve parlare, non ci si deve far capire, basta seguire la musica, il ritmo. Salti, piroette, giravolte Leo si trasforma, sembra volare, come se lì la legge di gravità non esistesse. Le gambe vanno sciolte così come le parole sono legate.

– Ohi Leo, ma a te ti gustano i Beach Boys perché balbettano come te? Ba ba ba ba Barbara Ann!

Sì, sì ridete, ridete pure, ma nessuno sa ballare come me. Come vorrei che mi vedesse la mia pantera…io, il suo Leone, lei la mia pantera. Eccola, più bella che mai…

– Ciao Leo, mi dai la chiave?

– SSSì, ecco. Bbbbuona notte.

– Anche a te, caro

Sì, se mi vedesse ballare, forse nei suoi occhi non ci sarebbe più quello sguardo di pietà.

Finché una sera, mentre i Beach Boys messi al minimo cercano inutilmente di farlo restare sveglio, sente delle grida per la strada. Non dovrebbe allontanarsi, ma una voce di donna sta chiedendo aiuto, lì fuori il branco ha circondato la sua pantera. Leo non ha paura, l’ha fatto tante volte, come fosse sul suo Surf si precipita in mezzo, un salto e un calcio in piena viso, poi ancora una capriola e un altro e fuori gioco. Il branco arretra, sbanda è disorientato, resta solo lui, il capo, mostruoso e cattivo, il “Maiale Toro”, da affrontare. Non pensare Leo, non devi parlare, segui il ritmo… Ev’rybody’s gone surfin’. Surfin’ U.S.A., Ev’rybody’s gone surfin’. Surfin’ U.S.A.

Le gambe sono più veloci del pensiero, più veloci della parola, Leo prende velocità e poi salta, più in alto e ancora di più sopra l’onda che lo porta in cielo e poi giù per colpire. Un solo colpo, in mezzo al grugno e la bestia schianta al suolo in un grido che è insieme un grugnito. Anche Leo è stato colpito. E’ steso al suolo con la testa rotta e il sangue che cola.

– Leo, Leo, ti prego apri gli occhi!

Non c’è bisogno di parlare, Leo sente la sua pantera che lo prende fra le braccia e gli parla e un pensiero gli passa per la testa. Finalmente mi ha visto all’opera. Mi ha visto ballare. Solo per lei.

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Storia di una puttana per bene

Un’ altra svolta, un bivio sulla strada, il tempo ti afferra per il polso  e ti dirige per la strada da prendere. Quindi fai del tuo meglio per superare questa prova e non chiederti il perché, non è una domanda, ma una lezione imparata con il tempo.

Perché non era andata bene con lei? Non  lo so. Jenny era uno schianto. Erano mesi che non la vedevo e mentre mi parlava al telefono non riuscivo bene a concentrarmi sulle sue parole. Non ci riuscivo perché in realtà non la stavo ascoltando, perché volevo ricordarmi il motivo per cui era finita fra noi, forse prima ancora di cominciare. Allora? Me la dai una mano? Che avrei potuto rispondere? Non avevo assolutamente sentito quello che mi aveva detto, ascoltavo le sue parole, ma non riuscivo a metterle in fila in modo da fare un pensiero finito. Un po’ come quando ascolti una canzone inglese. Avevo seguito la musica, la melodia, il suono delle sue parole. Ma non avevo capito assolutamente nulla. Ma ad una domanda così, cosa avrei dovuto rispondere? Ma sì, certo che ti aiuto!

Avevo conosciuto Jenny in una discoteca a Testaccio una calda estate di un paio d’anni prima. Ci frequentammo molto per qualche mese, poi la storia finì, senza un motivo. O forse sì, ma quella sera non me ricordavo. E non era certo perché lei fosse una puttana. No, non era quello. Da cliente ero diventato amico, uscivamo insieme quando non lavorava, stavamo bene. Certo, pensavo che avrebbe meritato di meglio. Una con la sua testa e con il suo corpo avrebbe assolutamente meritato qualcosa di meglio. Ma allora perché ci eravamo allontanati? Forse, banalmente, perché non ci avevo creduto. E del resto, come si fa a fidarsi di una così?

E comunque la mano che mi chiedeva era molto più semplice e molto più complicata di quello che mi ero immaginato. Non si trattava di picchiare nessuno, non dovevo difenderla da chissà quale maniaco. Jenny non aveva protettori, se la cavava egregiamente da sola. Quindi, ho capito bene: devo venire a pranzo con te e fare finta di essere…tuo marito?  Mi guardava con quell’espressione dolce ed irritata insieme, come una maestra che deve ripetere la lezione all’alunno un po’ tonto. Adesso non esageriamo. Basta che fai capire che sei il mio compagno. I miei sono all’antica, ma non credo se la berrebbero che sono addirittura sposata. Ah, a proposito, il mio nome vero è Carla. Vedi di non sbagliarti!

I suoi, due simpatici vecchietti abruzzesi, la vedevano poco. Da quanto mi aveva raccontato lei li andava a trovare al loro paese un paio di volte l’anno, ma loro non erano mai venuti a Roma. Lei gli aveva detto che lavorava in un call center che gli imponeva orari assurdi, con turni notturni che non le consentivano una vita normale. Ma quel fine settimana lei compiva trent’anni e non aveva potuto impedire loro di venire. Anche per fargli finalmente conoscere questo misterioso Michele. Che poi sarei stato io. E così mi trovai a passeggiare per il lungomare di Ostia, mano nella mano con Carla che se fosse stato possibile era ancora più bella di quanto ricordassi. E mi piaceva molto quella scena. Mi piaceva prendere l’aperitivo in quel baretto con il sole di maggio che già abbronzava e il profumo del mare portato dal vento. Mi piaceva chiacchierare con suo padre e mi piaceva il modo in cui ci guardava sua madre.

Stava andando tutto alla grande. Finito il pranzo la madre di Carla si alzò per andare in bagno, quando si avvicinò al nostro tavolo un coatto che forse avevo anche già visto da qualche parte. Quel che è certo è che lui avevo già visto la mia improvvisata fidanzata e con fare mellifluo cominciò a fare allusioni, neanche troppo velate, alle presunte abilità di Jenny. In altre situazioni avrei risposto a muso duro, pretendendo delle scuse. O forse avrei fatto qualche battuta ironica, consigliando il tipo di evitare l’alcol, se gli provocava dei palesi fraintendimenti come quello lì. Il problema è che non avrei potuto pretendere delle scuse, né mi venne alcuna battuta ironica. Così mi limitai ad alzarmi e a colpirlo con una capocciata sul naso, facendolo stramazzare al suolo. Nel parapiglia seguente Carla prese i suoi e uscì in fretta e furia, mentre io allungai un po’ di soldi al proprietario del ristorante per calmare la cosa.

Scusatemi, ho perso la calma. Mi dispiace che quest’episodio ci abbia rovinato questa bellissima giornata, dovevano essere le mie scuse, mentre in macchina riportavamo i suoi alla stazione dei pulmann. Michele, non devi scusarti. Anzi, oggi sono più tranquilla perché abbiamo visto quanto ci tieni a nostra figlia, rispose la mamma, chissà quanto convinta di quello che aveva appena detto. E se già non avessimo avuto dubbi sulla reale percezione di quella giornata, l’ultima pulce la piazzò il papà, al momento dei saluti, Carla hai notato che quell’ubriaco, scambiandoti con chissà chi, ti ha chiamato Jenny. Ma non era il soprannome che usavi a scuola? Che strana combinazione.

Mi dispiace, provai a dire quando rimanemmo soli. E di cosa? Devo ringraziarti invece, non capita spesso che qualcuno sia disposto a prendere le mie difese, sei stato un fidanzato perfetto. Anzi, in questa recita sei stato un attore perfetto per i miei, ma almeno ora loro sono tranquilli. Peccato fosse solo una recita... Mi piaceva come mi guardava mentre lo diceva, mi piaceva da morire e improvvisamente capii perché  la nostra storia si era interrotta.  Non era vero che non avevo avuto fiducia di lei. Jenny, anzi Carla meritava qualcosa di meglio di quella vita. Ma finché si accontentava di essere una puttana, probabilmente si sarebbe accontentata anche di uscire con me. Il salto di qualità che l’avrebbe portata via da quel locale, inevitabilmente l’avrebbe anche portata via da me. Ero scappato perché non mi fidavo. Ma non di lei. Non mi fidavo di me.

Ma tu domenica prossima ci torneresti al mare con me?

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The perfect day

Tenere stretti

Il giorno perfetto cominciò con il cielo azzurro e l’aria ancora tiepida di fine estate.

A dire il vero cominciò con un nodo ad una cravatta grigia, così bella che faceva quasi sembrare bello anche me. Un viaggio in macchina nel verde della Sabina con tanto di fratello autista e dolce accompagnatrice (che, guarda un po’, sarebbe diventata la madre dei miei nipoti!).

Nel giorno perfetto c’erano proprio tutti: amici, parenti e conoscenti. Lei arrivò puntualmente con un’ora di ritardo e così cominciammo nell’ora più breve, ma più intensa, quando il tempo si fermò mentre i miei amici cantavano così bene che avrebbero fatto impallidire Gen rosso e Gen verde messi insieme.

C’erano molti preti e tutti dissero cose carine (a parte forse Paolo, che deve sempre fare lo spiritoso, ma noi gli vogliamo bene per quello), Giancarlo disse la cosa più bella. Disse che nel giorno perfetto, proprio in quel giorno lì, la storia del mondo andava avanti e acquistava un pezzetto in più. Perché la storia quella vera, non quella che si studia a scuola, è fatta di tutte le storie d’amore che si susseguono nella scena del mondo.

E poi, nel giorno perfetto, ce ne andammo io e lei da soli (la fotografa sembrava lì per caso, quasi facesse parte della coreografia) in un paesino quasi disabitato, tra vecchi casolari, fiori e scale in pietra. Tornati indietro tutti ci aspettavano con i bicchieri in mano: si mangiò e si bevve a profusione, altrimenti che giorno perfetto sarebbe stato? E poi il viaggio di ritorno con l’amico fraterno a fare da autista (che fico avere l’autista!) per preparare gli ultimi dettagli per il viaggio. Il viaggio perfetto, ovviamente.

C’erano tutti quel giorno, tutte le persone importanti, tutti quelli che dovevano esserci, parecchi dei quali non ci sono più. Ma c’erano nel giorno perfetto e questo non potrà togliercelo nessuno. C’erano ed erano felici. Sì, non credo proprio di sbagliare dicendo che erano davvero tutti felici nel giorno perfetto. E sì, va be’, poi arriveranno i figli, altre gioie, lo scudetto della Lazio, ce ne sarebbero stati di altri giorni felici. Ma oggi, esattamente vent’anni dopo, posso essere certo che quello, lui e solo lui, fu il giorno perfetto.

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Quando la tempesta sarà finita

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Rompersi un osso è – lapalissianamente – un’esperienza traumatica.

Già quando era appena successo, sotto i fumi della morfina, avevo buttato giù qualche considerazione che andava al di là del mero fatto fisico (se ve l’eravate persi, esattamente qui). Perché in effetti la rottura ha in sé dei significati che vanno al di là, che metaforicamente alludono a situazioni diverse.

Quando qualcosa si rompe, rimani sempre senza parole. Fino a quel momento ci contavi, pensavi di poterci fare affidamento. Lo davi per scontato. Per questo può succedere che tu abbia esagerato, che anche involontariamente l’abbia caricato di troppi pesi, troppe responsabilità. In questi casi la rottura è preceduta da qualche scricchiolio, da qualche segnale di insofferenza. Che dovresti essere bravo a cogliere (se solo fossi meno distratto da tutto il resto, se solo fossi capace di concentrarti su quello che il mondo ti vuole dire).

Altre volte invece la rottura avviene in modo del tutto inaspettato. Senza alcun avviso. Dal tuo punto di vista anche senza alcuna ragione. Ma chi l’ha detto che ci debba sempre essere una ragione? In ogni caso sei lì, perso in tutt’altri pensieri, e lui si rompe. A quel punto è chiaro che forse la tua fiducia era stata mal riposta e sarai costretto a rivedere qualcosa. La miglior cosa di una giornata sbagliata è sapere che non sarà passata invano. Sapere che quando sarà finita tu avrai un giorno in più, non sarai più lo stesso e soprattutto ne avrai preso coscienza. Da domani saprai meglio su chi e su cosa contare.

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Piovono estrogeni (test-minchionfemminista)

Lo so, lo so! Avevo detto basta test. Avevo detto che ormai l’estate era finita. Pensavo che nessuno (a parte il solito Zeus che dall’alto del suo Olimpo non ha una beneamata cippalippa da fare) avesse più tempo per Settimane Enigmistiche o test minchioni. Ma come rimanere indifferente al grido che come un sol uomo (?), le mia amiche blogghettare mi hanno lanciato, per avere una versione femminile del test per scoprire la propria personalità nascosta? No, non potevo rimanere indifferente a cotante richieste. E quindi ora, beccatevi anche questo (poi però basta eh!)


1. Per fare colpo gli racconti:

A – Che da piccola giocavi a pallone e ti eri innamorata di Burnich

B – Che conosci tutti i testi delle canzoni di Baglioni a memoria

C – Che su What’up sai scrivere 380 caratteri al minuto, compresi gli smile

 

2. Lui è in macchina sotto casa tua. Stai scendendo, la tua preoccupazione:

A – Oddio, mi si sono smagliate le calze

B – Oddio, mi sono scordata gli assorbenti

C – Oddio, ho finito il fondo tinta

 

3. A prescindere dalla risposta precedente, come superi la preoccupazione che hai avuto?

A – Lo chiamo e gli dico di andare subito a comprarli, mentre finisco di prepararmi, giusto due minuti e scendo, sicuro sono quasi pronta

B – Ho un mal di testa lancinante ed improvviso. Ci vediamo domani.

C – Sticazzi, tanto non gliela do

 

4. Omo de panza…

A – Deve andare in palestra

B – Poverino, avrà avuto un trauma infantile che insieme riusciremo a superare

C – Sai quanto suda…per carità!

 

5. Il tuo ideale di uomo

A – Ama il sapone

B – Ama farti regali

C – Ama starti a sentire

 

6. Ti fa arrabbiare se

A – Non si accorge che sei stata dal parrucchiere

B – Si scorda il tuo compleanno

C – Non apprezza la tua cucina

 

7. La tua scusa più improbabile

A – Certo che mi è simpatica tua madre, è solo che sono allergica al suo profumo

B – Certo che ero pronta, solo che mi sono arrivate quelle 7 o 8 telefonate e allora…

C – Certo che non ha salutato me, non hai visto che era strabico?

 

8. Devi conquistarlo, lo inviti a casa tua e

A. Gli apri la porta vestita come Crudelia De Mon

B. Gli fai trovare un maxi schermo per vedere la finale di Champions

C. Gli prepari una cena con i fiocchi

 

9. La tua paura più grande

A – Le sue ex

B – La sua squadra di calcio

C – Sua madre

 

10. La tua fantasia proibita

A – Vestito da Batman

B – Vestito da topolino

C – Vestito da Orso Yoghi

 

A. Cat Woman. Ammaliatrice. Sei una Femme Fatale, sicura di te e delle tue capacità. Tendi a prendere l’iniziativa, convinta che oramai non esistono più i ruoli tradizionali. Da piccola ascoltavi Cindy Lauper e non hai più smesso di darle retta. La tua più grande paura è la noia. Ma anche il brutto tempo nel week end riesce a metterti di cattivo umore. 

B. Crocerossina. Ambivalente: da una parte ritieni gli uomini esseri inferiori, deboli e soggetti a malattie. Creature da accudire e coccolare. D’altra però c’è una vena di irrequietezza, di passione, di film erotici anni 60, che scorre sotterranea dentro di te. E quando le lasci libero sfogo, allora riesci a stupire, perfino te stessa. 

C. Cedrata Tassoni. Tradizionale, affidabile, ma nello stesso tempo effervescente. Inutile nasconderlo, il tuo ideale è la villetta con giardino, da riempire di bambini. Prima, ovviamente, un bel matrimonio in bianco. Adori i particolari, tutto dev’essere fatto esattamente nei modi e nei tempi che stabilisci tu. Ascolti anche le opinioni altrui. Soprattutto quando collimano con le tue!

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Che uomo sei? Test minchion-sciovinista

L’estate sta finendo, domani se ne va…ma oggi, nonostante questo tempo di merda che sembra di essere a Bankok, nonostante questo gesso sia sempre più insopportabile, oggi ragazzi è ancora estate. E S T A T E!!! E state lieti allora! Andate a ballare, ubriacatevi, fate l’amore. Ma soprattutto, sparatevi quest’ultimo test minchione (Zeus, io la mantengo le promesse!) che poi se ne riparlerà l’anno prossimo!

 

1. Per fare colpo gli racconti:

A – Il finale del Signore degli anelli

B – La formazione dell’Italia che vinse i mondiali nell’82

C – Che i maiali hanno un orgasmo che dura 30 minuti

 

2. Tu sei in macchina sotto casa sua. Lei sta scendendo, la tua preoccupazione:

A – Oddio, mi sono ho scordato i soldi!

B – Oddio, mi sono scordato il roll on per le ascelle

C – Oddio, mi sono scordato i preservativi

 

3. A prescindere dalla risposta precedente, come superi la preoccupazione che hai avuto?

A – Sticazzi, ce li avrà lei

B – Sticazzi, l’omo ha da puzzà

C – Sticazzi, tanto non me la dà

 

4. Ogni lasciata…

A – E’ persa

B – E’ da consolare

C – E’ una scassaminchioni

 

5. Il tuo ideale di donna

A – Non teme parcheggio

B – Non teme ceretta

C – Non teme alcol

 

6. Siamo tutti sportivi

A – Con i tuoi sbalzi d’umore batteresti il record di salto in alto della Simeoni

B – No, non sei permalosa e chi dice il contrario non sa distinguere Fiona May da una ragazza di colore

C – Ma no, non hai i piedi freddi. Solo se li avesse così anche la Kostner eviterebbe di mettersi i pattini

 

7. La tua scusa più improbabile

A – No, non sono miei, quei peli sul bidet li avrà portati il vento

B – Avevo buttato la mondezza, lo giuro: casa nostra è infestata dai Gremlins e l’hanno riportata su per dispetto

C – Ma no che non ha salutato me, non hai visto che era strabica?

 

8. Devi conquistarla, organizzi sotto casa sua una serenata e le canti

A. L’inno dei Boy Scout

B. Sono un pirata e un signore di Julio Iglesias

C. Gli stornelli romani (magari evitando i numeri delle osterie)

 

9. La tua paura più grande

A – L’eiaculazione precoce

B – Il preservativo bucato

C – L’alito pesante

 

10. La tua fantasia proibita comincia con la C

A – Vestita da Crocerossina

B – Vestita da Catwoman

C – Vestita da Cedrata Tassoni

 

A. L’Orso Yoghi. Un orsacchiotto tenero e coccolone, premuroso e un po’ letargico. Sei un diesel, hai bisogno di tempi lunghi, conquisti con tenacia, senza lasciarti scoraggiare dalle difficoltà del percorso e da qualche buca imprevista. Sei Yoghi, ma ricordati che in fondo dentro di te batte un cuore da orso! E allora coraggio. Anche perché, lo dice pure il proverbio, quando l’orso bramisce, ogni resistenza svanisce!

B. Batman. Intrepido e tenebroso. Te ne vai in giro in calzamaglia, vestito da pipistrello e ti credi di essere un eroe. Ma che te fumi? Con te di certo non ci si annoia. Tutto nasce quando da piccolo ti dissero “Americà, facce tarzan” e tu ti buttasti in quella fontana. Insomma, vedi troppo film. Ti salva solo un fatto: le donne amano gli uomini che le fanno ridere. Anche se tu le fai ridere a tua insaputa.

C. Topolino. Brillante, erudito, affidabile. Un po’ scassaminchioni a dire il vero, ma insomma, nessuno è perfetto. Su di te ci si può contare e questo le donne lo sanno. Inoltre anche la cultura ha il suo fascino. Ma siamo sicuri che recitare versi del Kamasutra in sanscrito originale sia il miglior uso che si possa fare di quel libro?

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Doveri dov’eri? (reprise by Gintoki)

(questo post nasce e proseguo da qui http://shockanafilattico.wordpress.com/2014/09/19/obbligo-dopo-il-semaforo-doveri-doveri/)

Doveri dov’eri? Ma dove vuoi che fosse? Il signor Doveri se ne sta in quella torre isolata in un angolino del cranio in cui lo releghiamo. Chiuso tutto il giorno gira e rigira in quella stanza due metri per due e urla, urla (che cazzo ti urli? mi verrebbe da chiedergli). Il suo intento è quello di svegliare quell’orso del Senso di Colpa.

A volte quello si gira dall’altra parte, lo manda affanculo e si rimette a dormire. O almeno ci prova, ma il più delle volte ormai il sonno è passato e quindi si tira su, prende la sua mazza e comincia a picchiare forte sul suo disco di bronzo. Sbrang, sbrang, sbrang…e così si presentano all’appello del gong quella baffona della signora Opportunità, accompagnata dalla sua amica zitella, Buone Maniere e da sua sorella la pelosissima Riconoscenza.

Tutti insieme prendono il neonato – che in realtà ancora forse deve nascere – e lo rapiscono. Lui se ne stava lì beato sulla spiaggia, ingenuo ed incosciente affacciato al mare della spontaneità, pronto a prendere il largo, ma il signor Doveri urlava, il Senso di colpa si è svegliato, e quelle tre grandissime zoccole se lo sono portato via, con intenti non proprio casti.

Sorrido pensando alla mia zingarella che in questi giorni, all’angolo fra via Statilia e Via Emanuele Filiberto, si chiederà che fine io abbia fatto. Va be’ dai, lava ‘sto vetro! Lo vedi anche tu che è già pulito, ma tanto lo sai che con me non devi neanche chiedere. Penso a lei e a me e mi viene un po’ da piangere. Ma come cantano i Cure, i ragazzi non piangono.

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Nessuno mi può giudicare

E così l’altra sera ci siamo rivisti “Nessuno mi può giudicare”. Al di là della bravura degli interpreti (la Cortellesi mi fa morire, la adoro), al di là che conosco lo sceneggiatore dai tempi della scuola, il film è una simpatica favola metropolitana, che però lancia un sasso, senza neanche nascondere la mano.

La questione è vecchia come il mondo. Le situazione avverse, la necessità di dover provvedere a persone care che dipendono da te, la dura legge della sopravvivenza…quali sono le circostanze che giustificano l’abbassamento dell’asticella che regola ciò che è lecito, da ciò che non lo è? Detto in altri termini, quale fine giustifica l’utilizzo di mezzi disonesti o comunque scorretti? E non parliamo di cose leggere. Non pensate che so, se sia lecito segnare con una mano come Maradona, oppure se sia permesso soffiare la fidanzata a qualcuno inventando chissà che storia. No, qui la protagonista si ritrova vedova in mezzo ad una strada, piena di debiti, con un figlio da mantenere. Così decide di prostituirsi. Il resto se vi va vedetelo!

Anche perché, in maniera un po’ piaciona, un po’ paracula, alla fine il film sposta l’attenzione (come già si dice nel titolo) sul fatto del giudizio. Sul perbenismo, di fronte alla sincerità dei sentimenti. E su questo penso si possa raggiungere una certa uniformità di opinione. Giudicare è sempre sbagliato. Sempre. In assoluto quando non conosciamo a fondo le situazioni (e chi può essere certo di conoscerle a fondo?), ma direi anche quando le conosciamo per bene in tutti i risvolti. Asteniamoci dai giudizi. Se non altro perché non si sputa in cielo, senza che…

Ma tralasciando quest’aspetto. Mettiamo conto che nessuno sia lì a giudicarti. Il problema è tuo. Tuo e della tua coscienza. E’ con lei che devi valutare la giusta causa, devi capire se c’è un buon motivo, che ti porti a compiere un’azione sbagliata. E in questo (non che avrebbe dovuto), il film non mi ha mica convinto. Come scrivevo in un post precedente (non lo cito se no la Pellona mi strilla, che dice che mi autocito troppo spesso) continuo a pensare che il perché (i motivi, la cause, le intenzioni) delle azioni sia sopravvalutato. I perché se le porta via il vento. Quello che resta sono le cose che fai e soprattutto le conseguenze di quello che fai.

Potrò comprenderlo il tuo perché. Potrò forse anche giustificarlo (io poi sono un cultore della materia, un giustificatore nato). Potremo valutare insieme quanto fossero dure, spietate, insensate le alternative. Potrò addirittura condividerne con te il peso, facendo sì che sia anche un po’ mio. Potrò astenermi da ogni tipo di giudizio. Ma questo non cambierà di una virgola la questione. Perché le cose sbagliate restano sbagliate. E nessun “perché” le rende meno sbagliate.

 

Nessuno_mi_puo_giudicare_2011