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Spingendo un elefante su per le scale

A volte facciamo cose senza senso. E perché le facciamo? Forse perchè all’inizio sembravano fichissime e sembrava che un senso ce l’avessero. Magari nascosto, magari che sarebbe venuto fuori col tempo. Oppure perché ognuno di noi è un po’ Don Chichotte e lottare contro i mulini a vento ci piace un casino. Perché saranno anche mulini a vento però vuoi mettere correre a per di fiato con la lancia dritta contro il bersaglio e corri, corri…ma ‘ndo cazzo corri?

Facciamo cose senza senso perché le abbiamo sempre fatte. O forse perché altri le hanno sempre fatte prima di noi. E siccome abbiamo visto altri farle, ci è sembrato giusto proseguire nella scia. Il problema è il tempo che passa, che non è una variabile indipendente. Magari quando le facevano gli altri quelle cose un senso ce l’avevano. Un senso che ora non esiste più. E noi come quei Giapponesi negli atolli del Pacifico continuiamo la nostra guerra contro un nemico che non esite più.

A volte continuiamo a fare cose senza senso semplicemente per non ammettere che stiamo facendo una cazzata. La costanza nell’errore è un male generalizzato. Molto spesso, troppo spesso, chiamiamo coerenza quella che è semplice testardaggine: la dote dei somari.

Perché come i somari ci impuntiamo senza motivo e ci rifiutiamo di andare avanti. Tutto intorno a noi ci dice che sarebbe meglio procedere, che voltare pagina non è solo utile, ma anche sano. Il problema, come sempre, è che siamo bravissimi a capire le cose senza senso che fanno gli altri…Ma ora vi lascio. Devo ancora riportare al piano di sopra l’elefante. In ascensore non c’entra, mi toccherà rifare le scale.

I’m pushing an elephant up the stairs
I’m tossing up punchlines that were never there
Over my shoulder a piano falls
Crashing to the ground
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Frugando nelle tasche

Ogni sera a frugare nelle tasche del vestito, tirando fuori sempre le stesse cose, ma anche oggetti inaspettati, nascosti e dimenticati lì negli angoli più lontani. Oggetti preziosi, che hanno avuto un peso, un’importanza che poi è evaporata via nei giorni che passano lenti o negli anni che volavano veloci. In quelle tasche ci sono i tuoi oggetti quotidiani con la loro presenza costante, silenziosa o illuminata, ma sempre rassicurante, come un percorso noto, di cui conosci l’inizio e la fine.

Ma proprio per questo ti ritrovi stupito a chiederti come ci sia finito, in quelle stesse tasche, quell’oggetto lì, che non ricordavi più di avere, che forse ti stupisci di aver mai avuto, tanto è ormai distante da te. Al punto da chiederti se sei stato davvero tu ad infilarlo nelle tasche o non sia stato piuttosto lo scherzo di un bambino dispettoso, che annoiato durante un lungo pranzo di famiglia si è divertito a mettere oggetti strani nelle tasche dei vestiti dei commensali.

Rigiri fra le mani quel che trovi nelle tasche, come quell’album con un fenicottero rosa in copertina che avevi comprato in un pomeriggio di sole da Ricordi a via del Corso. E ti ritrovi a ridere da solo, ripensando a quel pomeriggio e a quel tipo che somigliava tanto a un personaggio di Verdone che ti aveva attaccato un bottone parlando di cose inutili e noiose e alla fine, per divincolarti e fuggire via, avevi fatto finta di essere tedesco e avevi tirato fuori dalle tasche quel vocabolarietto italiano tedesco. Ma come c’era finito nelle tasche?

Ah sì, studiavi il tedesco o almeno ci provavi, perché ti eri invaghito di quella fanciulla teutonica con gli occhi verdi come una foresta illuminata dalla luna. Ma è possibile quindi che dentro quelle tasche ci trovi anche un pezzo di luna?

Forse è proprio così. Perché in realtà non stavi frugando nelle tasche, ma dentro i tuoi ricordi.

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Speranza e nostalgia

C’è sempre qualcuno che sceglie di restare, quando tutti se ne vanno e qualcuno che sceglie di andarsene sul più bello, quando tutti restano. Perché alla fine di fondo ci sono sempre buoni motivi per rimanere e altrettanti per muoversi e ogni volta che scegliamo siamo convinti di guadagnare o comunque di non perdere qualcosa.

Come quel giocatore che ha vinto la prima manche e deve decidere se ritirarsi dal gioco o rilanciare, rimanere coerenti a se stessi o cambiare strada è sempre una scommessa. Perché qualsiasi scelta facciamo dobbiamo essere consapevoli che comunque sia il tempo passa e il mondo intorno a noi cambia, quindi anche scegliere di restare non ci libera dai cambiamenti. Né dagli sforzi, perché ci si può lasciare andare, trascinati dalla corrente o si può decidere di rimanere, contrastando la corrente con tutte le forze.

A volte invece restare o andare è una questione di tempi: come essere in anticipo o in ritardo. A volte non siamo noi a scegliere, ma è il tempo che sceglie per noi. Quando tutto si ferma intorno e noi diventiamo inutili ed incompresi precursori oppure al contrario quando tutto comincia a correre in maniera vorticosa e ci lascia inesorabili ed imperdonabili ritardatari.

Ma sia che scegliamo la coerenza dello status quo, sia che optiamo per la novità del cambiamento, una sola cosa è sempre inutile e deleteria: rimpiangere la scelta fatta. La nostalgia per quel che avrebbe potuto essere e non è stato è la vera malattia mortale, che avvelena ogni scelta. Restare o cambiare quindi alla fine forse non è neanche l’alternativa determinante. La vera determinante è amare la propria scelta o rimpiangere la scelta non fatta. La vera alternativa è fra la nostalgia di quel che non è stato e la speranza di aver fatto la scelta giusta.

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Come un salice che ride

Se chiudete la porta a tutti gli errori, anche la verità ne rimarrà fuori.” (Rabindranath Tagore)

Una notte come questa, passeggi senza fretta con l’aria fresca dell’estate che ancora non c’è. E ti trovi a ragionare sui traguardi raggiunti e quelli sfumati, i tuoi e quelli degli altri. Fai un bilancio e valuti dove potevi dare di più e dove invece hai fatto il massimo, quando la fortuna ti ha dato una mano e quando invece ti ha voltato le spalle. In una notte come questa, ogni stella che brilla nel cielo sembra il capitolo della storia.
E tu vorresti essere un salice che ride. Fra tutti quelli con la chioma all’ingiù sarebbe bello se qualcuno passando distrattamente lungo la strada fosse sorpreso dal notare un albero uguale, ma nello stesso tempo diverso dagli altri, perché invece la sua chioma va dritta all’insù.
In effetti poi, l’altro o il basso sono punti di vista, un po’ come il vento che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene né dove va. Gli alberi sono tutti uguali perché è la stessa la terra dove sono piantati, così come è la stessa la pioggia che gli cade addosso. Eppure sono tutti diversi. E tu non puoi farci niente, oppure puoi fare ogni cosa. La tua chioma, dipende da te.
Sotto la curva del cielo, in un applauso di stelle,
ho salutato la mia gioventù per ritornare bambino. 
Procedendo in avanti, senza passare dalla saggezza,
masticando una gomma al gusto di bicicletta.
Che non finisce mai, neanche se te ne vai.
E lo ridico ancora, per impararlo a memoria,
in questi giorni impazziti di polvere di gloria.
E lo ripeto ancora, fino a strapparmi le corde vocali.
Ora che siamo qui, noi Siamo gli Immortali.
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Un tuffo indietro nell’adolescenza

Il calcio è davvero un fenomeno strano. Non è solo uno sport, non è solo uno spettacolo, la più futile fra le cose serie o la più seria fra quelle futili, troppo invadente e pervasivo, esageratamente identitario, sembra davvero aver preso il posto della religione, almeno nel senso deleterio che descrive Marx , quando la definisce l’oppio dei popoli. Eppure.

Eppure fra le moltissime cose negative che si possono dire del calcio è innegabile che accompagnando così da vicino le nostre giornate, costruisce storie che riescono a toccare nel profondo le nostre vite. Già in questo post sui ricordi dell’adolescenza vi ho raccontato che cosa significò la partita che si giocò la serata del 30 maggio del 1984. Quel Roma Liverpool segna una tappa fondamentale della mia adolescenza, per tutto quello che gli girava intorno, per quello che avrebbe potuto succedere e non successe, per le paure ed i sospiri di sollievo non solo calcistici che si tirava appresso.

Ed ecco che a distanza di 34 anni (quasi la stessa distanza d’età che c’è tra me e mio figlio), il caso rimette di fronte la Roma ed il Liverpool, stavolta in una semifinale, con i cugini che hanno finalmente la possibilità di saldare i conti. Di nuovo mi divido tra l’ansia dei sicuri sfottò dei vincitori e l’ammirazione per una squadra che certo non amo, ma che obiettivamente è arrivata al di là delle sue possibilità, fino a sfiorare il tetto del mondo. Come allora il mio amico Dario è allo stadio, stavolta accompagnato dai figli (anche il più piccolo ha quasi la stessa età che avevamo noi allora). E come allora la Roma va ad un passo dall’impresa, ma alla fine si ritrova con un pugno di mosche in mano.

Mentre anche la Citroen mi fa rituffare indietro con i Supertramp, il MIO gruppo di quegli anni, mi rendo conto che alla fine vincere o perdere non è poi così determinante. Una vittoria o una sconfitta non ci avrebbero restituito la primavera dell’84, i nostri diciassette anni, la spensieratezza e le mille possibilità aperte di fronte a noi. E allo stesso tempo però, al di là della vittoria o la sconfitta, per una notte il calcio ci ha dato la possibilità di riassaporarla, di rivivere paure e sogni di allora, come forse nient’altro potrebbe fare allo stesso modo.

Questa è la magia di quel rettangolo verde e di quei 22 che corrono appresso ad una palla. Chissà, magari tra altri 34 anni, a 86 anni suonati, ci sarà un’altra partita che ci riporterà indietro un’altra volta. E forse allora i cuginastri riusciranno pure a vincere. Ma mica ne sono poi così convinto!

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più. (Bill Shankly)

 

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La festa del lavoro

C’è chi lo va a cercare dall’altra parte del mondo e chi fa lo stesso di suo nonno. C’è quello perfetto e quello sporco che però qualcuno dovrà pur fare. Per qualcuno significa ballare o cantare, per qualcun altro addirittura tirare calci ad un pallone. Per molti è noioso e ripetitivo, per qualcuno è l’unica ragione per alzarsi dal letto la mattina. Chi non lavora non fa l’amore, ma quindi chi fa l’amore lavora?

Il lavoro è un diritto. Ma lavorare è un obbligo. Il lavoro nobilita, ma tutti desiderano le vacanze. Non lavorare è una maledizione, ma per alcuni un privilegio. I giovani lo sognano, i vecchi lo rimpiangono. E’ la base su cui si fonda la nostra costituzione, ma è anche la maledizione di Dio per l’uomo cacciato dall’Eden.

Ma in fin dei conti, il fatto che la festa del lavoro si festeggia senza lavorare, non dovrebbe già di per sè farci capire tante cose?

Io ho sempre l’impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmene seduto a guardarlo per ore.” (Jerome K. Jerome, “I pensieri oziosi di un ozioso”)

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Manda anche tu un attestato-di-stima© (This little light of mine, I’m gonna let it shine)

La mia amica nonché socia (anni fa scrivemmo insieme un romanzo, esattamente quello che vi raccontavo qui) Letizia,  con la brillantezza e l’intuito che la contraddistinguono, ha istituito per sabato scorso “la giornata mondiale della stima”, invitando tutti quanti a telefonare o scrivere a una persona a cui non abbiamo mai detto che la stimiamo per qualcosa che sa fare o per quello che è, offrendole così un attestato-di-stima©.

L’iniziativa è talmente lodevole che non poteva finire in una giornata e quindi con un atto di imperio assolutamente arbitrario, ho deciso di estendere la cosa nominando questa Settimana mondiale della stima. Non servono grandi attestati, non serve premiare azioni stratosferiche. Anzi, il bello è individuare l’eccellenza nel quotidiano, la cura con cui qualcuno fa qualcosa che gli altri fanno in modo automatico. Perché ognuno di noi ha un’attenzione particolare nel fare o nell’essere qualcosa che può sembrare insignificante. Ma che invece insignificante non è. Un qualcosa che noi amiamo, a cui ci siamo affezionati, perché sappiamo che fa parte di quella persona, ma che magari non abbiamo mai riconosciuto.

Troppo facile dare attestati di stima per chi sa suonare, ballare, cantare o ha una cultura straordinaria. No! Nella settimana mondiale della stima dobbiamo trovare l’essenza, la sostanza profonda. E quella, paradossalmente, la si trova nei particolari apparentemente futili. Nella cura per gli abbinamenti cromatici, nel gusto per l’accostamento fra il cibo ed il vino, nel modo di guardare le cose, nella capacità di ascoltare, nella memoria di chi non si dimentica, nell’abilità del dire la cosa giusta nel momento giusto, nella sapienza dei silenzi che testimoniano la presenza, nella saggezza del dare il giusto peso alle cose, nella larghezza di vedute di chi non giudica, nell’ironia di chi ha sempre la capacità di farci sorridere.

Se vuoi bene a qualcuno, se l’affetto si fonde con la stima, devi sottolineargli queste particolarità, perché devi aiutarlo a tirar fuori la migliore versione di sé. Prima di tutto deve stimare se stesso, deve volersi bene per quello che è. E questo si può fare partendo da quello che dovremmo saper fare meglio di chiunque altro: essere noi stessi! Chi fa piccole cose belle potrebbe pensare che il mondo non se ne accorga e potrebbe scoraggiarsi nel farle, arrivando a ritenere che sia tutto inutile, che non ne valga la pena. E invece non è così, non è affatto così! Ecco perché il nostro attestato-di-stima© è fondamentale. Arriverà luminoso ed inaspettato come il fiorire del ringosperma, come un goal al 71, come una nuova canzone di Springsteen e renderà speciali queste giornate primaverili, risollevando l’umore di quella persona che stimate.

This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, Let it shine, let it shine, let it shine

 

 

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Sotto un cielo di stelle mentre guardiamo precipitare una stazione spaziale

Dopo una grande paura, alla fine di un lungo periodo di fatica, quando tutti i pezzi del puzzle sono andati al loro posto e tu sei stanco, stanco ma soddisfatto. Ti siedi sui gradini della porta, fa ancora freddo, ma per un po’ si può stare, la notte è limpida. Hai un bicchiere con un sorso di rhum e un sigaro appena acceso. Arriva anche lei, si siede e si accoccola vicino a te, appogiando la testa sulla tua spalla.

È in quel momento che ti rendi conto che poteva andare meglio. Ma poteva andare anche peggio. Mentre una stazione spaziale precipita lontano, in sottofondo Etta James canta il ritorno della primavera.

Finalmente il mio amore è arrivato
I miei giorni di solitudine sono finiti
e la vita è come una canzone

oh, finalmente
I cieli lassù sono blu
e il mio cuore è stato ben chiuso
la notte in cui ti ho guardato

Ho trovato un sogno a cui potevo parlare
un sogno che posso chiamare mio
ho trovato un brivido contro il quale premere la mia guancia
un brivido che non ho mai provato prima
tu hai sorriso, tu hai sorriso
e dopo l’incantesimo è stato lanciato
Ed eccoci qui in paradiso
perchè tu sei mia… finalmente.

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A proposito di verbi deponenti

Sarebbe bello ogni tanto poter essere l’inviato speciale. Poter avere quel placido distacco dell’analista che guarda le cose in modo asettico, interessato il giusto, coinvolto, ma non troppo. I latini, che ne sapevano forse più di noi, accanto ai verbi attivi e passivi, avevano questa strana mescolanza dei verbi deponenti: una di quelle cose che mi facevano odiare il latino, quelle complicazioni che a scuola ritenevo assolutamente inutili, anzi pretestuose, fatte solo per il gusto sadico di seviziare noi poveri studenti. Un’azione o si fa (e allora è attiva) o si subisce (e allora è passiva): che bisogno c’è di inventarsi una strana mescolanza, una cosa che non è né l’una, né l’altra o insieme tutt’e due?

Invece crescendo ti accorgi che le cose non sono mai così semplici e le possibilità sono quasi sempre più di due. Ti accorgi che le sfumature sono importanti e che quindi, a volte, non puoi essere circoscritto dentro l’alternativa attivo/passivo. A volte sei deponente, come gli inviati speciali. Che stanno lì in mezzo alle bombe e le raccontano, un po’ attivi e un po’ passivi, un po’ coinvolti ed un po’ al di fuori. Ma proprio per questo capaci di essere obiettivi e di vedere realmente come stanno le cose. Perché quando stai troppo dentro o troppo fuori le situazioni non le riesci a valutare per bene. Invece dovremmo viverle, ma senza lasciare che ci tocchino. Se sei troppo vicino diventi presbite e se sei troppo lontano miope. Dovremmo essere deponenti.

E forse allora riusciremmo a fare un bilancio sereno di quel che ci capita, delle situazioni che ci succedono, delle persone che ci stanno intorno. Persino di noi stessi. Essere deponenti servirebbe per non prendere di petto le situazioni, per cercare di cogliere punti di vista differenti, avendo un orizzonte più ampio, che tenga conto delle situazioni del qui e ora, ma anche quelle di ieri che le hanno determinate e quelle di domani che ne saranno conseguenza. Essere deponenti potrebbe essere utile per trovare nuove soluzioni, che quando sei (troppo) vicino o (troppo) lontano non ti accorgi di avere sotto mano, pronte per essere adottate. Essere deponenti farebbe trovare il modo, anche quando si è stanchi.

Difficile? Eh sì. Ma infatti, com’è noto, io in latino ero una vera capra.

“Quando poi, saremo stanchi, troveremo il modo, quando poi, saremo stanchi, troveremo il modo….”

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Duecentosettantadue volte grazie. E una specie di analisi del voto

Duecentosettantadue vi sembran pochi? Per essere eletti alla Regione decisamente sì!

Ma in generale, duecentosettantadue persone che ti danno fiducia scrivendo il tuo nome su una scheda elettorale, non sono poche affatto. Soprattutto se sei un “absolute beginner” in questo genere di contesti, se non hai speso (quasi) niente per  andare a cercare il loro voto, se non hai fatto (quasi) nulla per averlo. Per massima trasparenza e a scanso di equivoci chiarisco i quasi. Per quanto riguarda le spese elettorali ammontano a 48 euro per fare i certificati al Tribunale, 60 per retribuire i due ragazzi amici di mia figlia che hanno distribuito un migliaio di lettere per il quartiere e il costo di un paio di Vance per lei che mi ha dato una mano anche a stampare, piegare, imbustare. Per quanto riguarda poi nello specifico la campagna elettorale, ho semplicemente fatto presente a (quasi) tutte le persone che conoscevo della mia candidatura chiedendo quindi il voto. C’è un quasi anche qui, perché ad alcuni proprio non ce l’ho fatta. E lo so che è sbagliato, che bisognerebbe essere persuasivi ed invadenti con tutti, senza distinzione, ma questa cosa non è proprio nelle mie corde. Se non ho stima delle persone non riesco a chiedergli di fidarsi di me, di appoggiarmi e quindi di darmi il voto. Insomma, mi sa che come politico dovrei andare a ripetizione da qualcuno.

Ai titoli di coda di questa strana avventura, son d’obbligo i ringraziamenti. Prima di tutto alla mia dolce metà, che mi ha come sempre sostenuto ed appoggiato nei modi e nei tempi migliori, che solo lei sa individuare. Alla famiglia nella sua interezza a cui ho sottratto ulteriore tempo a quello già (sempre troppo) poco che riesco a dedicare loro. Poi a tutti gli amici che mi hanno sostenuto, a volte con inspiegabile quanto immotivato entusiasmo, facendo campagna elettorale per me. Ovviamente ringrazio poi uno per uno questi 272: pochi o tanti che siano, avere una prova concreta di fiducia fa sempre molto piacere. E se non avrò modo di dimostrare loro di averla ben risposta nel consiglio regionale, spero bene di continuare a farlo in tutti gli altri contesti. Poi ringrazio gli amici che mi hanno detto con somma franchezza che non mi avrebbero votato: lo considero un segno di amicizia autentica, che va al di là di altre considerazioni. Infine ringrazio chi mi ha dato questa opportunità, Amedeo, Massimiliano e Rita a cui ho provato, per quel che potevo, a dare il mio sostegno.

A chi mi chiedeva all’inizio di questa avventura quale fosse il risultato che pensavo di raggiungere ho sempre risposto, che con le mie forze sarei potuto arrivare fra i 200 ed i 300 voti. Una volta tanto non mi sbagliavo. L’unica variabile che avrebbe potuto non far tornare (positivamente) i conti, poteva essere il ruolo delle Associazioni dei consumatori. Ma al di là del sincero appoggio personale di molti rappresentanti, una volta di più si è dimostrato che il consumerismo non ha una sua influenza politica. Non è una valutazione di merito (e se lo fosse non sono sicuro che gli darei una connotazione negativa), quanto una fotografia dell’esistente. Almeno nel nostro paese resta legato alla tutela individuale di diritti, ma non è (e ripeto, forse è bene che sia così) l’espressione di una rappresentanza politica.

Chiudo brevemente con una riflessione generale su queste elezioni. Si dice che gli italiani abbiano votato con la pancia: la paura degli immigrati, l’incertezza economica, l’insoddisfazione che diventa astio verso i partiti tradizionali. Tutto vero, ma offenderemmo l’intelligenza delle persone se pensassimo che a nord ha vinto la lega per la paura degli immigrati ed al sud hanno vinto i 5Stelle perché la gente vuole il reddito di cittadinanza. Ma soprattutto, in particolare il partito democratico, non avrebbe capito quale sia la strada per riconquistare la fiducia e di conseguenza i voti delle persone. Al contrario l’esperienza della regione Lazio, deve far riflettere. Dove la sinistra si presenta unita, con una candidatura credibile, che ha saputo governare nei limiti di quel che è fattibile, senza ingenerare false speranze o mirabolanti illusioni, riesce a vincere perché riesce a convincere. Anche la pancia, oltre che il cervello. Ma forse, soprattutto il cuore.