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Qualcosa da perdere

Se non diventassimo forti con quello che perdiamo, con ciò che ci manca, con quello che desideriamo e non abbiamo, non saremmo mai forti abbastanza.” (J. Irving, Hotel New Hampshire)

E’ vero che apprezziamo davvero qualcosa quando non è più in nostro possesso o nelle nostre disponibilità? Possibile che capiamo il valore della salute solo quando stiamo male? O la gioia di avere un amico quando non lo sentiamo più? Perdere qualcosa o qualcuno sarebbe dunque l’unico modo per capire quanto è importante? Sicuramente “abituarsi” a quello che si ha, pensare di aver acquisito ora e per sempre certe situazioni consolidate, ci fa correre il rischio di dare per scontate persone o cose al punto di non riuscire più ad apprezzarle.

Quando perdiamo qualcuno o qualcosa, tra l’altro, scatta quel naturale sentimento di rimpianto che ci fa rimpiangere cose, persone, situazioni che poi in realtà non è che fossero poi così realmente importanti. La nostalgia per “i bei tempi andati” ci fa ricordare con benevolenza quello che avevamo, aumentandone il valore al di là della realtà oggettiva. Nei ricordi capita di mettere gli occhi azzurri e i capelli biondi anche a qualche scarrafone! D’altra parte però, sarà stato pure uno scarrafone, però era il nostro! Stava sempre lì con noi, ci faceva compagnia, lo davamo per scontato e ora che non c’è ci manca.

E’ un rischio abbastanza frequente a cui tutti possiamo incorrere e forse è il motivo che spiega meglio di qualsiasi altro concetto perché in amore vince chi fugge: fuggire è determinare una mancanza, il modo migliore per capire quanto sia importante qualcuno. D’altra parte, come dice il papà della strana famiglia di Irving al figlio in Hotel New Hampshire (a proposito, libro straordinario, devo ricordarmi di  inserirlo nella prossima puntata dei consigli di lettura), se vogliamo essere forti dobbiamo imparare a perdere qualcosa o qualcuno. Qualcosa o qualcuno a cui teniamo, che ci mancherà nel momento in cui lo perderemo. Per essere forti abbastanza, dobbiamo essere forti con quello che perdiamo.

Vero, verissimo. Ma chi vuole essere forte? O meglio, cosa siamo disposti a perdere per diventare forti? Io nessuno. E non mi chiedete nulla al riguardo, perché non ho alcuna intenzione di essere forte. Tutt’al più lo posso essere per qualcuno, ma certamente non per me stesso. Posso essere forte per chi mi sta vicino e vuole appoggiarsi a me. Ma se diventare forte significa abituarsi a perdere qualcuno, resterò deboluccio come sempre. A fuggire poi non sono mai stato capace, forse per questo in amore non è che proprio abbia una collezione di successi. Pochi ma buoni direi e comunque, fossero anche pochi, ma farò tutto quello che è nelle mie capacità per non perderne proprio nessuno. Con la testa e con il cuore, proprio come questo gruppo di Seattle che ho scoperto da poco.

 

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Cose antiche e cose nuove

“Il regno dei cieli è come uno scriba che trae dal suo tesoro cose antiche e nuove” (Mt 13,52)

In fondo anche l’amicizia è così e anche l’amore. Imparare il modo giusto di voler bene forse significa proprio questo: trovare cose nuove, senza dimenticare quelle antiche e fare tesoro di entrambe.

Perchè, come sempre, non è un problema di quantità. Il problema è il come. Come voler bene, come essere vicini senza soffocare, come essere trampolini per crescere o scudi dietro cui ripararsi. Non quanto dare, quanto aprire, ma come farlo.

E così, pedalando fra i boschi del mio amato altipiano, mi imbatto in una strana costruzione. Che mi fa balenare un pensiero banale. Mentre uno (io, per esempio) è tutto impegnato a capire se e quanto aprire quella porta, spesso la realtà è molto più aperta di qualsiasi porta.

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Sorridi e il mondo ti sorride (solo in bicicletta però!)

Passeggiando in bicicletta sulla pista ciclabile, in questi giorni di agosto, capita di incontrare spesso altri ciclisti che corrono nel senso opposto. A volte ci si scambia un ‘giorno, altre volte la fatica, visibile fra le guance rosse e gli occhi sgranati, non permette di proferire verbo e si prosegue così, quasi ignorandosi.

Ho fatto un esperimento. Senza dire una parola, sorrido. Così, senza un perché, continuando a pedalare, incrocio lo sguardo di chi mi sfreccia accanto e gli faccio un bel sorriso. Come se non ci fosse un domani. E vi assicuro che nel 99% dei casi, le persone rispondono al sorriso. Ed è bellissimo

Un attimo prima sono lì con lo sguardo perso nell’acido lattico, semi affogato nel proprio sudore, un attimo dopo si sciolgono per rispondere al sorriso. Fantastico! Anche perché se ci provate normalmente per strada non è la stessa cosa. Quasi mai uno sconosciuto risponde ad un sorriso. Anzi, capita spesso che l’altro ti risponda con un’occhiata infastidita che esprime un insieme di “Cazzovuoi?” “nonticonosco” “nunceprovànontidounalira”.

Perché allora in bici è diverso? Qualcuno potrebbe dire che sia un riflesso automatico. E forse è così. Ma secondo me è perché in quel momento ci si sente complici. Stiamo condividendo una fatica, voluta, cercata, salutare. Ma sempre di fatica si tratta. E quindi siamo disposti anche a sorridere ad uno sconosciuto, perché dentro di noi sappiamo che anche lui sta faticando come noi. Siamo sulla stessa barca. E se ci sorride, si merita una risposta. Ecco, forse semplicemente, dovremmo capire che anche nella vita di tutti i giorni è così. Anche se non ce ne rendiamo sempre conto, in fondo la barca è sempre la stessa.

Ma ora mi è venuta voglia di ascoltare una vecchia canzone dei Queen.

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La lontananza

“La lontananza sai, e come il vento
spegne i fuochi piccoli, ma
accende quelli grandi…”

Ma chi l’ha detto? Chi l’ha solo pensato che la lontananza avvicina? Un cretino! La lontananza allontana, lo dice pure la parola. La lontananza può farti sentire la mancanza, può farti apprezzare quello che fin lì avevi avuto sottomano e non avevi mai valutato appieno. Ma per il resto state tranquilli, che stare lontani non avvicina per niente. Mi sembra come quei proverbi consolatori, che tentano di contraddire delle verità lapalissiane. Tipo “sposa bagnata, sposa fortunata”. Ma fortunata di ché? Ti sposi il 15 luglio perché speri nel sole, se no ti sposavi il 15 novembre. Se poi piove è una grandissima sfiga, altro ché!

Certo, si può stare lontani anche vivendo fianco a fianco, come compagni di banco a scuola che non si sopportano. E ci si può sentire vicini anche con chi sta dall’altra parte del mondo. Perché la lontananza non si misura in centimetri, ma in battiti. Però anche il battito più forte a grande distanza non si sente più.

Quindi mi dispiace per i poeti, per Modugno e per i romantici. La lontananza non avvicina. Tutt’al più ci può far rendere possibile guardare l’altro in tutta la sua figura, stagliato contro il cielo come una stella di notte. E così, da quella distanza possiamo capire davvero quant’è lontano o vicino al nostro cuore.

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Stupido è chi lo stupido fa

Tutti noi siamo circondati da stupidi. Un’affermazione tautologica, che si sostiene da sola, che non può essere dimostrata né contraddetta. Un atto di fede. Che sottende un atto di presunzione, perché chi la afferma, evidentemente, si autoesclude. Posto che anche la presunzione è un atteggiamento stupido però, nessuno può sentirsi escluso da quella affermazione, sia nella veste di chi è circondato, sia in quella di “circondatore”. Ma come fare per individuare in maniera chiaro lo stupido che ci circonda e che potremmo anche essere noi stessi?

Mi è capitato di leggere un divertentissimo saggio di Carlo M. Cipolla, uno storico economico dotato di un geniale umorismo. Nel 1976 scrisse questo libello intitolato “Le cinque leggi fondamentali della stupidità umana“. Un testo che andrebbe secondo me inserito d’imperio in ogni programma scolastico di qualsiasi indirizzo. Queste a suo avviso le leggi:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
Terza Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Secondo Cipolla gli uomini si dividono in quattro grandi macro categorie:

  • gli Intelligenti che fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
  • gli Sprovveduti che danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri
  • gli Stupidi che danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi
  • i Banditi che danneggiano gli altri per trarne vantaggio.

Gli stupidi, secondo Cipolla, si qualificano quindi da due caratteristiche peculiari, differenti dalle altre categorie: l’assoluta coerenza e l’altrettanto assoluta inconsapevolezza. Secondo lui la maggior parte delle persone non agisce coerentemente: uno intelligente può compiere azioni da sprovveduto o scegliere comportamenti banditeschi. Persino un bandito a volte può fare scelte intelligenti. L’unica eccezione di rilievo, l’unico sempre coerente a se stesso, tende ad essere lo stupido che “mostra una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”.

Riguardo invece alla consapevolezza è abbastanza evidente che “la persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario (…) lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita e il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività – e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente.

Sull’autoconsapevolezza sono assolutamente d’accordo. Quanti idioti conoscete che sono sicuri di essere dei gran ficoni? Sulla coerenza ho qualche dubbio. Sì, certamente un cretino tenderà ad essere cretino in ogni circostanza, ma (fortunatamente) la coerenza assoluta non è di questo mondo. C’è chi è contro i vaccini (dannoso per sé e per gli altri), ma magari ha sprazzi di intelligenza in altri contesti. C’è chi beve o chi fuma (altro danno per sé e per gli altri) e però in alcune circostanze riesce ad usare il cervello. C’è chi è razzista e però. No, ho sbagliato esempio. Insomma, in fine dei conti ha ragione il mio amico Forrest: “Stupid is as Stupid does” o forse qualcuno di più autorevole che prima di lui ha detto “li riconoscerete dai frutti”. La stupidità non è una malattia incurabile, né infettiva, non ha segni evidenti, non impedisce di esprimere opinioni sui social, né di votare e neanche di essere eletti in Parlamento. E forse proprio per questo resta dannosa, anzi dannosissima, per sé e per gli altri.  Quindi facciamoci un bell’esame di coscienza e soprattutto valutiamo bene quelli che ci stanno intorno.

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E poi c’è chi guarda lo smalto

Imbarbarimento. Se dovessi trovare un unico sostantivo, un titolo riassuntivo, per definire l’Italia del duemiladiciotto non ne vedo uno migliore. Mi sembra un fenomeno di una evidenza lampante. Da quello che succede nelle strade, nelle scuole, in ogni luogo di aggregazione, gli stadi, le discoteche, le spiagge, per finire alla rete.

Quest’ultima forse è il caso più emblematico. Da strumento di libertà di espressione, di condivisione dei saperi, di democratizzazione della conoscenza, si è di fatto trasformata nel suo esatto contrario. Soprattutto i cosiddetti social sono diventati la fogna che diffonde i miasmi dell’intolleranza, dell’odio e della falsità. Ogni giorno mi tocca leggere pseudo notizie che trent’anni fa non avrebbero avuto spazio neanche nei muri dei cessi del mio liceo. Dare la possibilità di esprimersi a tutti ha tirato fuori il peggio della società, la feccia dell’umanità si è sentita autorizzata a dire la sua sulla qualunque: dalla politica all’economia, dall’etica alla medicina, la rete ha sdoganato e dato pari dignità allo scienziato e al caprone.

E così quello che per strada parcheggia in doppia fila bloccando il traffico, in discoteca fa il bullo con i più deboli, in spiaggia ascolta la musica a tutto volume, su internet scrive “finalmente crepa” al un figlio di carabiniere che prende 3 lauree e diventa un supermanager mondiale, salva un’azienda tecnicamente fallita e in 14 anni la fa diventare il sesto gruppo mondiale. Che poi tutto questo l’abbia fatto calpestando diritti dei lavoratori, con un atteggiamento arrogante e comportamenti spietati verso chi non era funzionale al suo progetto è un altro discorso.

Perché ormai non si entra più nel merito delle questioni. Il linguaggio da curva dello stadio si è diffuso ovunque. Non importa se si parla di vaccini o di economia: la parola d’ordine è dagli al nemico! Anche perché coloro che dovrebbero dare l’esempio sono i primi che si lasciano andare all’insulto, anzi ne fanno un programma elettorale, un modus operandi. E così poi ci troviamo con oltre il 60 % dei voti a movimenti razzisti, con in Parlamento persone a cui non farei amministrare neanche la paghetta di 15 euro che do a mio figlio ogni settimana.

«Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». A dirlo è Davide Casaleggio, che in una frase sola riesce a riassumere esattamente il contrario di quello che penso. Io abolirei il suffragio elettorale, darei il diritto di voto solo a laureati con master, innalzerei la soglia a 25 anni e la chiuderei con la pensione. Stesso discorso per internet: prima di avere un profilo sui social farei passare un esame per verificare la capacità di intendere e volere.

Intanto c’è questa massa di disperati, che nessun blocco riuscirà a fermare, che inevitabilmente travolgerà l’Europa ed i suoi privilegi se non saremo capaci di accogliere ed integrare. E di fronte a questo, di fronte ad immagini drammatiche di donne e bambini morti annegati, qualcuno riesce ad indignarsi per uno smalto. I barbari siamo diventati noi. E forse dobbiamo sperare che proprio questa massa di disperati, insieme ai loro problemi, ci riporti un po’ di umanità.

“Noi in Iran viviamo malissimo ma c’è una cosa della nostra cultura che adoro, ed è quella di avere una lingua bellissima, una letteratura meravigliosa. In persiano, per esempio, i profughi si chiamano PanahJou (پناهجو).
Panah non ha un equivalente in italiano 
Quando eravate piccoli, vi era mai capitato di perdervi nel parco? Ricordate la sensazione di terrore quando con gli occhi spalancati, cercavate la vostra mamma? E quando lì, da lontano, la vedevate correre verso di voi, vi ricordate la sensazione di immensa pace e felicità?
Quella sensazione è Panah.
Siete mai stati lontani da casa per tanto tempo? Avete presente quella sensazione di nostalgia e felicità quando con la macchina girate nella vostra strada e da lontano vedete la vostra casa e sapete che tra pochi minuti, abbraccerete la vostra famiglia e tutti i vostri cari che vi aspettano con gioia e impazienza?
Quella sensazione si chiama Panah.
Avete perso una persona molto cara? Immaginate di essere lì, al funerale, qualcuno vi chiama, vi girate e vedete un vecchio amico, molto caro, che non vedevate da tantissimo tempo e che non pensavate di rivedere mai più. Lo abbracciate piangendo, piangendo forte.
Quella sensazione di sfogo e di tristezza si chiama Panah.
Invece “Jou” vuol dire “una persona alla ricerca di…”
Noi chiamiamo i profughi PanahJou: persone alla ricerca di quell’abbraccio, di quella sensazione.
Forse non servirà a guarire questa malattia di odio e di intolleranza che si sta diffondendo nella società italiana, ma forse smettere di chiamarli i “migranti”, “naufraghi”, “clandestini”, “quelli lì” potrebbe essere un inizio.”

(tratto dal sito Alba Persiana)

 

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Anch’io sono un ipocrita

La mia amica Chiara ha fatto outing. E’ un’ipocrita. E mi ha convinto al punto che non posso non essere d’accordo con lei e non posso quindi non fare anch’io un’autodenuncia, confessando le mie ipocrisie.

Sono un ipocrita ambientale, faccio la raccolta differenziata, ma poi vado in ufficio in macchina invece di usare i mezzi pubblici. Sono un ipocrita in politica, perché parlo male di tutti, ma impegnarmi personalmente per cambiare le cose mi costa una fatica immane. Sono un ipocrita come cattolico, per un milione di motivi, ma soprattutto perché accetto di vivere e di far vivere i miei figli nei privilegi economici, nati certamente dalla fatica e dal lavoro, ma anche da ingiustizie sociali che solo una bella bugia mi fa dire non dipendere da me.

Sono un ipocrita con chi non sopporto, perché mi trattengo, perché le buone maniere e l’educazione a volte fanno dire e fare cose contrarie a quelle che uno pensa. D’altra parte chi non si trattiene dal mandare catarticamente affanculo tutti gli approfittatori, i leccaculi, gli imbecilli, i maleducati, i prepotenti che si incontrano tutti i giorni?

Ma sono un ipocrita anche con chi amo, perché tendo a proteggere e a scusare troppo, al di là forse di quanto sarebbe opportuno. Sono un ipocrita quando sbuffo e impreco, quando dico di no e poi so già che sarà sì, perché non so dire di no. Sono un ipocrita quando metto condizioni che so già che non rispetterò. Quando il tempo di un caffè diventa una vita intera. Ma chi è che non prova a farsi una faccia allegra anche nelle giornate storte? Chi non dice (prima di tutto a se stesso) delle belle bugie per nascondere delle brutte verità?

Penso che ognuno di noi combatta una battaglia più o meno quotidiana fra l’essere ed il voler essere, tra quello che è e “quello che vede in lui il proprio cane” (cit.). In questo senso forse anche lo sforzo di migliorarsi, il nascondere le ombre ed il provare a mettere in evidenza le luci potrebbe essere considerato un’ipocrisia. Ma del resto, se non possiamo diventare migliori, non dovremmo almeno cercare di diventare la migliore versione di quello che siamo?

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Della stessa sostanza dei sogni

Il volto di un amico che non senti più, quella foto in cui quasi non ti riconosci, il primo bacio di cui non riesci a ricordare i lineamenti, il suo profumo che ti restava nella pelle, quella canzone che non riuscivi a smettere di ascoltare, le carezze del tuo cane che veniva a far compagnia alla tua malinconia, i titoli di coda di quel film che ti fermavi a rivedere un’altra volta e un’altra e un’altra ancora.

L’entrata del garage di quella strada dove aspettavi che il giorno diventasse notte, la paura di non riuscire a passare quella prova, il senso di liberazione e l’orizzonte aperto dopo che l’avevi superata. Le gioie e i traguardi, le delusioni e le arrabbiature, le ansie e le speranze, le attese e le dimenticanze.

Per dire quello che siamo non basta rimettere insieme tutti i pezzi di noi. Per dire quello che siamo servirebbe raccogliere anche quello che non siamo stati, ma saremmo potuti essere. Servirebbe anche recuperare tutto ciò che siamo stati e non siamo più. Perché quello che ci tiene insieme non sono solo tessuti, fibre, composti chimici. Ci tengono insieme le emozioni, il sentire, il sognare, tutto ciò che in realtà continua far parte di noi, perché ha fatto sì che siamo diventati quello che siamo. Tutto ciò che pensavamo di aver dimenticato, tutto ciò che pensavamo di aver perduto. Ma che non perderemo mai. Davvero anche noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

E improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto. E io ti sento amore, ti sento nel mio cuore, stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai. Che non avevi perso mai, che non avevi perso mai.”

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Scusate, avete visto per caso Jatzia?

Che buffo mondo la blogosfera! Più di un social, meno della realtà. Ti dà la possibilità di mettere in piazza quel che ti passa per la mente, come fosse una lavagna appesa ad un muro. E proprio perché sta così esposta chiunque passa di lì, può leggere, ma anche scrivere sotto un commento. Può dare una virile pacca sulla spalla all’autore o lasciargli una dolce carezza (lo so sono all’antica. Dai maschi accetto pacche virili e dalle fanciulle dolci carezze). Così almeno interpreto i “mi piace” lasciati dai lettori.

Più di un social perché lo spazio è maggiore, dà la possibilità di esprimere in modo più chiaro i nostri pensieri, di approfondire gli argomenti, cosa che normalmente nei social è difficile fare. A differenza dei social poi non bisogna essere “amici”: bastano semplici conoscenti o anche illustri sconosciuti. Il profilo FB è il giardino di casa, il blog, appunto, la piazza.

Meno della realtà, perché alla fine dei conti, puoi esprimere al meglio quello che ti passa per la mente, ma certo mancherà sempre la fisicità del contatto reale, tutto rimarrà appeso come un vento di primavera. Non meno autentico, ma certamente non esattamente concreto. E infatti, molto più che su un profilo FB, qui nella blogosfera ci si può nascondere dietro una maschera. Che a volte serve ad esprimere con più libertà quello che siamo realmente, a volte può servire per giocare, liberandoci dalle inibizioni che ci bloccano nella quotidianità. E così magari conosciamo meglio dei perfetti sconosciuti di quanto sappiamo dei nostri vicini di casa o di colleghi di ufficio che vediamo tutti i giorni.

Io mi presento qui con il mio nome e la mia faccia. Ma forse solo perché non ho abbastanza fantasia per crearmi una maschera credibile. O forse solo perché sono troppo pigro per pensarla e poi realizzarla in forma coerente. Certamente non per una scelta valoriale. Chi riesce a crearsi un personaggio qui dentro ha tutta la mia ammirazione! E alcuni “personaggi” sono talmente ben riusciti, che ci si affeziona, ci si diventa amici, senza sapere che faccia abbiano, il loro nome, da dove vengano. Perché pur non sapendo nulla di loro, in fondo li conosciamo bene, quasi fossimo davvero amici.

Ma proprio perché è una piazza aperta, c’è anche chi passa senza lasciar traccia, chi legge e passa oltre. E come in tutte le cose, fra i quasi amici e i lettori di passaggio, fra le più varie tipologie di frequentatori del blog, ci sono anche dei frequentatori abituali che però rimangono anonimi. Mai un commento, nessun profilo per dare qualche informazione, solo una traccia del loro passaggio. Come qualcuno che passa per la piazza, si ferma per un aperitivo al volo e poi scappa via, senza dire una parola, avvolti nella loro aria di mistero. Sai che c’è, ma non sai nient’altro di più.

Ecco, questo per me è stata/o Jatzia: una lettrice (o lettore?) che ha lasciato un “mi piace” per mesi a qualsiasi cosa io scrivessi nel blog. Senza un commento, senza una foto per capire chi fosse. E poi è sparita/o. Ma questa è la libertà infinita di questo spazio. Nessun vincolo, nessun obbligo, nessun legame. Eh sì, è proprio buffa la blogosfera. Ma è bella soprattutto per questo.

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Siamo soli

“….Come un sole e una stella, siamo luce che cade dagli occhi”

A volta è proprio una sfumatura. Anche solo un accento, chiuso o aperto, può cambiare tutto. Le parole spesso hanno significati ambigui, possono dire tutto ed il contrario di tutto. Lo sapevano già i latini: una virgola messa prima o dopo una parola, può stravolgere il significato di una frase. A volte l’ambiguità la cancelli solo se metti per iscritto il tuo pensiero, perché se lo dici solo a voce mantiene mille significati diversi. Come quelle cose che si leggono su FB: meglio vivere d’istinti e di istanti che distinti e distanti.

Ma a volte si arriva al paradosso, che sia che lo leggi, sia che lo scrivi, sia che metti una virgola, sia che non la metti, quello che dici può essere frainteso, può essere interpretato in un modo o in un altro. Chi decide allora? Ma è ovvio. Decidiamo noi! Perché alla fin fine, da noi dipende come vogliamo essere, come vogliamo vivere, cosa vogliamo raggiungere, quali sono i sogni che vogliamo realizzare. E gli altri c’entrano e non c’entrano. Non c’entrano perché la decisione ultima è la nostra e invece c’entrano perché qualsiasi cosa decidiamo avrà delle conseguenze su chi ci sta intorno.

Dipende da noi quindi se vogliamo essere soli, oppure essere soli. Se vogliamo essere soli come un cane o soli come una stella.