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Roma ladrona

Egregi rappresentanti delle nazioni,

vi scrivo per certificare l’infimo livello e il degrado irrecuperabile in cui versa la città di Roma. Infestata dai ladri, sommersa dalla mondezza, incapace di gestire una mobilità degna di una capitale europea, destinata ad un fallimento irrecuperabile. Cosa volete che siano 8 anni? 96 mesi, 416 settimane, 2920 giorni. Insomma, è un attimo! Sì, forse per quel periodo sarò riuscita a trovare tutti gli assessori, ma mica lo so. E poi, pensate sul serio che noi, con le nostre forse, le nostre capacità, la nostra buona volontà, in questo nonnulla saremmo in grado di risollevare questa situazione? Saremmo diventati capaci di governare? Suvvia! Roma non si è fatta mica in un giorno.

E poi non abbiamo bisogno dei milioni di euro che volete metterci a disposizione. Abbiamo ben altro a cui pensare: faremo il GRAB, il grande raccordo anulare per biciclette, una cosa di cui veramente si sente la mancanza a Roma. Come anche la funicolare per Monte Mario. E poi ci sono le scie chimiche. Mica si può pensare di far venire tutti quei turisti qui, mentre sopra le nostre teste volano milioni e milioni di scie chimiche.

Io di sport non è che ne capisco molto, ma a voi sembra che noi romani siamo così sportivi? Lazio e Roma hanno vinto 5 scudetti in due! Ma allora, se proprio dobbiamo farla in Italia, questa benedetta Olimpiade organizziamola a Juventus. Non so bene dove sia, ma quelli sì che sono bravi nello sport. E’ un’idea, può piacere, può non piacere. Quasi quasi chiedo a Beppe se ci fa un bel sondaggio sul blog.

Comunque ve lo ribadisco, Roma non è pronta. E non lo sarà mai. Andate a Parigi, fanno delle brioche favolose. Certo, come sistemi di sicurezza hanno qualche lieve margine di miglioramento, ma cosa volete che sia! Se no Los Angeles… Hollywood, gli attori, sai che bello. Altrimenti  Budapest: avete mai assaggiato il gulash ungherese? Date retta a me, non ve ne pentirete. Del resto qui cosa potremmo offrirvi? I rigatoni con la pajata. E come diceva il compianto Albertone cos’è la pajata? Ecco, io oggi sto dicendo al mondo, che è questo quello che noi siamo in grado di offrirvi: Merda.

La vostra affezionatissima Virginia.

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Il bambino scoreggione

Dopo tanti anni, come un flash dal passato, un fatto accaduto ieri mi ha fatto tornare in mente F. un mio amico di quando eravamo piccoli. Amico in realtà è una parola grossa. Un ciccione che non mi era per niente simpatico. A dire il vero a nessuno era simpatico, perché era il classico ragazzino iracondo e sbruffone, presuntuoso e poco intelligente. Uno di quelli che cercano sempre la rissa, che non colgono al volo le cose e quindi, inevitabilmente, diventano i soggetti preferiti di scherzi e prese in giro da parte degli altri. Ma se le meritava tutte, perché era proprio insopportabile.

Aveva un’unica capacità. Oddio, probabilmente ne aveva anche altre, ma per questa era davvero famoso. Riusciva a scoreggiare a comando. Per tutto il resto era un disastro, ma in questo, bisogna ammettere, era proprio bravo. Riusciva anche a tenere il tempo, imitando i motivetti più famosi. Un vero e proprio virtuoso del peto. Ovviamente tutti ridevamo alle sue spalle, ma lui mica lo capiva. Anzi, era orgogliosissimo di questa sua dote. E quindi noi, nelle situazioni meno appropriate, andavamo lì a stuzzicarlo, invitandolo a mettersi in mostra, facendoci poi grasse risate alle sue spalle.

A pensarci oggi, eravamo proprio dei gran fetenti. Ma eravamo piccoli, non capivamo che così facendo aumentavamo il distacco dalla realtà di questo poveraccio, facendogli credere che quella che lui pensava fosse una dote, in realtà era solo il motivo per ridere alle sue spalle. Ieri, quando quei giornalisti, nel giorno in cui muore un galantuomo, un gigante della politica come Ciampi, sono andati a intervistare Salvini, mi è tornato in mente il mio amico scoreggione. Chissà che fine ha fatto. Con i tempi che corrono, si fosse buttato in politica, magari a quest’ora era diventato il leader di un partito.

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Il condottiero, il professore e la secchiona

Barbara luna rosso scudo, il re degli Unni guardava Roma. Uomo di poca fantasia, lui la scambiò per una stella. Quando gli uomini giunsero in collina aveva sciolto l’armatura. E fu per ignoranza o per sfortuna, che perse il treno, il treno per la luna.

Il primo ci mise cinque anni, il secondo due, la terza tre mesi.

C’era una volta il grande condottiero, ordine e disciplina. Parlava alla pancia della gente, risvegliava le loro paure, così da offrirgli poi la sua protezione. Ma poi arrivò la nevicata. Grande condottiero, perché non ci hai protetto? La gente si risvegliò. Come da un sogno, che era diventato un incubo, lungo 5 anni.

Poi arrivò il professore antipatico, quello che si divertiva a bocciare gli alunni somari. Ma anche quelli bravi. Anzi, soprattutto quelli bravi, perché nessuno doveva essere bravo come lui. Odiava tutti, nessuno escluso, nessuna eccezione, tutti uguali, tutti bocciati. Andate a studiare, non siete preparati, non siete all’altezza. Non mi capite e io me ne vado. E infatti dopo neanche due anni se ne andò.

Allora arrivò la secchiona. Aveva studiato, le sapeva tutte. O almeno così diceva. Era tutta seria, non dava confidenza. Non la dava a nessuno! O almeno, così diceva. In verità qualcuno lì per lì si accorse dei fili che aveva dietro la schiena. Ma fece finta di non vederli, perché se anche fosse stata una favola, era bello, almeno per un po’, far finta di crederci. Magari avrebbe anche potuto dura di più, se solo quei fili non si fossero ingarbugliati in quel modo, alla prima volata di vento. Ma lei che sapeva tutto, doveva saperlo però, che qui soffia il ponentino.

E il ponentino, cari miei, non lo ferma nessuno.

Quando i carri gli volsero le spalle Leone levò il calice al cielo. E fu per ignoranza o per sfortuna che questa stella figlio è ancora a Roma. Che questa stella figlio è ancora a Roma

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La presa della Bastiglia

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Dopo la lettura dell’ultimo post, la mia amica cazzeggiante poneva una domanda non da poco: “tu dici che sia possibile andare a prendere la Bastiglia?” Me la sono cavata con una battuta, ma se devo per un attimo fare la persona seria è ovvio che la risposta è assolutamente no!

Non siamo un popolo adatto alle grandi gesta, per fortuna o per sfortuna giudicate voi. Forse una volta, gli antichi romani, gli unici così fichi che erano fichi anche con un paio di sandali, ma poi dopo? Non abbiamo mai fatto una rivoluzione vera e propria, non siamo riusciti a liberarci delle varie dominazioni straniere se non grazie ad altri stranieri. Abbiamo una staterello ben impiantato proprio all’interno del centro vitale del Paese, che nel bene o nel male (anche qui, sospendo il giudizio) influenza quello che facciamo. Noi siamo il popolo che non è popolo. Che riscopre l’identità nazionale solo per una partita di calcio, anzi neanche più lì. Forse non è un dettaglio che siamo forse l’unica nazione che ha per colore identificativo (l’azzurro) un colore che non compare nella bandiera. Il blu Savoia: ma se i Savoia stanno sul cazzo a tutti? Ma lasciamo stare va!

Siamo il paese dei mille campanili: Pisa e Livorno, Potenza e Matera, Rocca di sopra contro Rocca di sotto, meglio un morto dentro casa che Tizio, Caio e Sempronio alla porta. Il paese delle contrade, dei Pali, dei derby. Altro che i Savoia, in realtà ci stanno sul cazzo tutti! Abbiamo questa singolare attitudine ad innamorarci del primo minchione che si atteggia a capetto, promettendo mari e monti, mentendo sapendo di mentire. Insomma no, ma quale Bastiglia vorremmo andare a prendere?

Siamo il popolo che si arrangia. Quelli delle regole da interpretare, delle norme da aggirare, senza senso civico, privi di qualsiasi senso del bene comune. Viviamo in una striscia di terra in cui si trovano il 70% delle opere d’arte di tutto il mondo e non siamo capaci non dico di valorizzarle, ma almeno di evitare che vadano in malora. Come dice la mia saggia amica Frà Squadra, “la magra consolazione è che qui da noi per le stragi non c’è bisogno del terrorismo islamico. Basta un binario unico, qualche politico corrotto e ce la caviamo benissimo anche da soli“.

Forse per questo le grandi imprese eroiche non fanno per noi. Siamo troppo poco tragici e troppo poco eroici. Ma forse siamo anche troppo saggi per pensare che basti prendere una Bastiglia per poter cambiare le cose. Perché la verità è che ci salva il buon senso, la capacità di saperci adattare, di stare con gli occhi asciutti nella notte scura: né santi, né eroi, forse navigatori, senza dubbio paraculi. Da noi vale il detto “non dire gatto se non c’è l’hai nel sacco“. Ma io soprattutto aggiungerei, mai e poi mai e per nessun motivo, non dire “mulo“.

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La città dei sogni

Va be’ certo, a sparare minchiate sei bravo, ma se dovessi invece proporre qualcosa tu? Troppo facile perculeggiare tutti i candidati, tu al posto loro che faresti?

Premesso che odio la democrazia partecipativa, le proposte dal basso, il suffragio universale, tutto ciò che solo lontanamente puzza di demagogia e di volgo profano e che invece sarei per una tirannide illuminata (insomma sono davvero un gran minchione, non è che faccio finta), mi sento di buttare lì una sola ed unica proposta per trasformare radicalmente la situazione di Roma e salvarla da gran parte dei suoi mali.

Una sola, semplicissima. Basta togliere di mezzo tutti i romani. Ma no, che avete capito? Non intendo invadere la Polonia al suono della cavalcata delle Valchirie. Semplicemente prenderei tutti i ministeri, la Camera, il Senato, il tribunale, l’anagrafe, il comune, la telecom, l’eni, l’enel, le poste, le ferrovie, insomma tutti gli uffici con più di 20 dipendenti e li sposterei fuori dalla città.

Roma è il più grande museo a cielo aperto del mondo, il centro della cristianità e la capitale d’Italia. Una cosa è di troppo. Le prime due sono difficilmente spostabili, ma la terza no. Certo, prima bisognerebbe costruire una città solo di uffici a una trentina di chilometri a nord o a sud lungo l’autostrada del sole, con un servizio di treni navette continui, dalle stazioni della metro e dalla stazione ferroviarie e il gioco sarebbe fatto. Che ce vo?

A quel punto Roma diventerebbe una città a misura di turista, valorizzando il più straordinario insieme di opere d’arte esistenti al mondo. Senza traffico, senza smog, dove i mezzi pubblici sarebbero finalmente funzionanti. Anche perché dalle 8 alle 20 vieterei l’uso delle macchine private dentro il raccordo anulare. Poi, già che ci sono, vieterei pure gli scioperei nei servizi pubblici. Solo scioperi virtuali: vai a lavorare, ma non prendi lo stipendio. Contemporaneamente l’azienda, per ogni dipendente che sciopera, versa il corrispettivo di tre volte lo stipendio, devolvendo il tutto ad un fondo gestito direttamente dai sindacati per iniziative a favore dei lavoratori.

Dite che è un’utopia irrealizzabile? Può darsi. Anche se i palazzinari romani avrebbero una città da costruire, quindi forse…ma poi io scrivo minchiate su un blog, che volete da me? Mica faccio il politico! Anzi, come Peter Pan/Bennato, posso assicurarvi che…

Mai nessuno mi darà, il suo voto per parlare o per decidere del suo futuro. Nella mia categoria, tutta gente poco seria di cui non ci si può fidare!

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Quod non fecerunt barbari…

Premessa. Volevo scrivere un post minchione, l’avevo promesso al mio amico Topper, ma invece mi è venuto fuori un post sulle minchiate. Quelle che stiamo ascoltando in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Almeno noi qui nella capitale (ma temo che anche altrove non sia tanto diverso).

Eppure, con tutte le emergenze che ci sono, non dovrebbe essere difficile. Tre cose, le prime tre che farai. E già dalla scelta si dovrebbe capire qualcosa. Perché la politica (ma forse la vita in generale) è fatta di priorità. Dimmi quali sono le tue priorità e ti dirò chi sei. O almeno capirò se sei in un modo o in un altro. Di destra o di sinistra, ad esempio (detto per inciso: chi dice che destra e sinistra non esistono più, chi dice che sono categorie superate, è di destra. State tranquilli, è così. Magari lui non lo sa, ma è così, fidatevi). Criminalità, traffico, rifiuti, emarginazione, integrazione, istruzione, verde. Che pensate di fare? Ed ecco le alternative a nostra disposizione.

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La Meloni è alleata con Salvini. Devo aggiungere altro?

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L’eterodiretta Raggi, fra le altre perle, ha detto che per risolvere il traffico di Roma, proporrà la costruzione di una funivia a Montemario. Una funivia. Ma già che ci sei perché no un bello skylift su per i sette colli? E un’ ovovia fra Montesacro e Monteverde? Daje Virgì, sei sulla buona strada per realizzare un’impresa che qualcuno potrebbe pensare al di là delle tue forze. Ma tu ce la puoi fare, me lo sento: tu e solo tu forse, se proprio ti impegni, riuscirai nella titanica impresa. Quella di farci rimpiangere Marino.

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Ah dite che questo non è Marchini? Ho sbagliato foto? Sì, effettivamente Ridge è molto più espressivo. E soprattutto più vero, perché Arfio, nipote di una famiglia di palazzinari romani mi dicono di sinistra (calce e martello chiamavano il nonno) è autentico come una moneta di tre euro. Ecco, andasse lui al ballottaggio forse sarebbe l’unico motivo per andare a votare. Per l’altro candidato, ovviamente.

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Che, a parte la faccia un po’ così, a parte essere il candidato del partito (quello per cui di solito voto, detto per inciso) che, avendo dalla sua, il governo, il presidente della regione, 20 presidenti su 20 Municipi, il sindaco precedente, non è riuscito a risolvere nemmeno uno dei problemi della città (anzi, è riuscito a ridar fiato e credibilità (?) a delle opposizioni di per sé impresentabili). A parte questo, ha detto che per risolvere il problema delle periferie, chiederà consiglio a Totti. A Totti. Va be’, lasciamo stare va.

Uno di questi sarà il prossimo sindaco di Roma…poveri noi. Ma tanto passerà anche lui. E se siamo sopravvissuti ai barbari e ai Barberini, se siamo ancora qui dopo Alemanno e Marino, penso che ce la possiamo fare. Io però stavolta salto un turno. Non ce la faccio, non ce la posso fa. Uno di voi sarà il sindaco. Not in my name.

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A proposito di referendum

E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.

Dopo l’ennesimo referendum che non raggiunge il quorum, non sarebbe il caso di rivedere qualcosa? O vogliamo continuare a buttare soldi dalla finestra, così per sport? Non sarà il caso, ad esempio, di aumentare il numero di firme necessarie per richiederlo? E non mi venite a parlare di disaffezione della gente. Quando la gente è coinvolta e interessata ci va a votare, così come infatti successe nel 2011, su una questione seria, comprensibile a tutti, ma che soprattutto non richiedeva conoscenze tecniche specialistiche da addetti ai lavori. Volete che la gestione dell’acqua sia pubblica o privata? Semplice, immediato, ma soprattutto vicino alle esigenze delle persone.

La gran parte dei quesiti degli ultimi 20 anni invece hanno riguardato questioni molto specialistiche, che richiedevano conoscenze che l’uomo comune non ha e non è nemmeno legittimo chiedergli. Questioni che poi regolarmente sono state strumentalizzate dall’una o dall’altra parte, aumentando la confusione, alimentando la disaffezione, svilendo lo strumento referendario. Esempio lampante quest’ultimo. Ho letto critiche feroci contro chi non sarebbe andato a votare. Una profusione di demagogia, una campagna che grondava populismo, senza far capire nulla di cosa si andava realmente a votare. Chi è che realmente svilisce il ruolo del referendum, chi non va a votare o chi stravolgendo il significato dei quesiti, li strumentalizza per le sue opinioni?

Il referendum, chiamando ad esprimersi direttamente le persone, può facilmente diventare uno strumento demagogico, che parla alla pancia della gente, che fa una chiamata alle armi semplificando tutto e creando schieramenti elementari: buoni e cattivi, fascisti e comunisti, laici e clericali. Ma la realtà è quasi sempre molto più complessa, più articolata, più profonda. Ci sono i pro ed i contro, ci sono costi e benefici da calcolare, per i singoli e per le comunità. E spesso l’uomo comune non ha le conoscenze e gli strumenti per decidere.

Avremmo dovuto esprimerci sulla durata delle concessioni di impianti di estrazione (il 90% di gas, non di petrolio), che stanno a una certa di distanza dalla costa, decidendo se fossero le regioni a stabilire la data o altri organi…ma chi poteva essere in grado non dico di decidere, ma semplicemente di capire la questione? Chi sapeva esattamente le conseguenze ambientali, quelle sull’occupazione, le relazioni con altri impianti analoghi posti magari dall’altra parte dell’Adriatico? Leggendo qua e là su internet, sentendo l’amico saputo che “n’amico mio m’ha detto che“, oppure semplicemente lasciandoci trasportare dai proclami che, stravolgendo il significato dei quesiti, ti dicevano, “se voti così allora sei contro il mare pulito“, oppure “se voti cosà allora sei contro i Marò e Regeni“.

Ma io non lo so chi ha ragione e chi no e neanche lo voglio sapere. Io eleggo delle persone in Parlamento e voglio che decidano loro e pretendo che decidano per il meglio del Paese. Altrimenti la prossima volta ne voto altri. Così funziona la democrazia rappresentativa e per questo si va a votare alle elezioni: per delegare chi ha più strumenti, più conoscenze, più risorse mentali, per decidere. Democrazia che, contrariamente a quanto pensa qualcuno, non è un’assemblea di condominio, né la curva di uno stadio. Per fortuna.

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Della pietas e della satira

Secondo me la vignetta di Vauro sulla morte di Casaleggio, di cui si discute molto in questi giorni, è il classico esempio di come la satira possa scadere di tono e diventare di cattivo gusto.

Scherzare con la morte si può, anzi forse si deve (se ci si riesce) quando si riesce a scherzare con la propria morte o se volete con la morte dei “propri”. Si può e si deve (quando ci si riesce) perché è forse il modo migliore per esorcizzarla, per far sì che quella non sia l’ultima parola nella vita di un uomo. Ma scherzare con la morte di un altro, soprattutto quando l’altro è di un avversario politico, non è eticamente corretto. La pietas ed il rispetto per i defunti dovrebbe andare al di là della voglia di fare una battuta. O almeno, io la penso così.

Tra l’altro, oltre ad essere fuori luogo, secondo me è anche brutta. Non è divertente, perché vorrebbe far passare per grande rivelazione, quello che bene o male tutti hanno sempre detto. In realtà è un attacco a Grillo, non certo a Casaleggio, che anzi ne viene fuori come gran burattinaio e vero leader del Movimento 5 Stelle. Ma il fatto che abbia scatenato tutte queste polemiche è indicativo del clima avvelenato in cui viviamo. Del clima da stadio continuo, in cui bisogna sempre essere tifosi di qualcuno e ma soprattutto contro qualcun’altro.

Un clima che, effettivamente, proprio Grillo e Casaleggio, hanno utilizzato ed anzi alimentato al massimo perché è stato l’alimento principale del loro Movimento. Movimento che anche in questo, è il sintomo dei problemi dell’Italia, non certo la soluzione. Come è sintomo del problema l’uno vale uno, il non selezionare la classe dirigente, perché ogni selezione è clientelare. L’onestà (vera o presunta che sia) non può essere l’unica caratteristica dei governanti, così come l’insulto all’avversario, il parlare solo e sempre alla pancia della gente, non può essere l’unico linguaggio politico.

Detto questo resta una vignetta brutta e fuori luogo, come quelle di Charlie Hebdò, come molte cose che si trovano nel blog di Grillo. Continuare a scambiare la libertà di insulto, con la libertà di espressione non renderà certo migliore la società in cui viviamo.

 

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Ma la colpa di chi è?

Con gli occhi aperti nella notte triste…quando succedono fatti come quelli di Bruxelles, la cosa più saggia sarebbe tacere. Cosa pensi di poter dire di intelligente, di originale, di non scontato su tragedie come queste? Ci si potrebbe limitare a pregare, per chi ci crede, o a cantare Immagine di John Lennon. Ma quella domanda, comunque, ti risuona dentro e non ti lascia in pace.

Quella domanda è il problema ed insieme la soluzione di tutte le questioni. Il problema è che c’è sempre una colpa, la soluzione è trovare di chi sia. Che siano gli integralisti islamici, le politiche immigratorie o i servizi segreti belgi. Qualche anno fa avremmo detto bulgari (quelli che non dovevano più sparare al papa, ma piuttosto dedicarsi al pippero), ma del resto qualche anno fa chi avrebbe mai immaginato che il problema sarebbe stato l’islam? Con la guerra fredda, i russi brutti e cattivi e il patto di Varsavia, i carrarmati a Praga, i ragazzi di Buda e quelli di Pest, Fidel Castro e Mao Tze Tung, i khmer rossi e Tito. Chi mai avrebbe pensato che la minaccia all’occidente sarebbe venuto dal deserto?

In ogni caso una colpa ci dev’essere, qualcuno se la deve prendere, non ci sono dubbi. I demagoghi populisti pronti alle dichiarazioni piene di sdegno e di ferma condanna, con viva e vibrante costernazione, scendono in campo. Sotto a chi tocca, di qualcuno dev’essere. Ma non ci facciamo ingannare: questa non è una guerra di religione. E infatti (spero di non essere smentito domani) non c’è stato un solo attentato contro una chiesa o un luogo di culto. E’ una guerra all’occidente (che di cristiano ormai ha giusto qualche tradizione) o come dicono questi grandi strateghi, è una guerra al nostro stile di vita. Esattamente quello che si diceva quando la colpa era dei comunisti. Ma non sarà allora che banalmente, il colpevole è proprio questo stile?

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A proposito di stepchild adoption

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Lo capisco, per carità, “adozione del figliastro” suonava male (che è un po’ come dire la chiamavano “bocca di Rosa” perché “mignottone” pareva brutto), ma anche stepchild adoption non è che sia proprio una gran ficata. Potremmo chiamarla “Ernesto”, ma per comodità invece la chiameremo “essea”.

Capisco pure che forse in un blog minchione come questo, certi argomenti seri non dovrebbero avere dirito di cittadinanza. D’altra parte siamo un Paese in cui i comici fanno i politici, i politici fanno ridere e mandiamo a rappresentarci in Europa uno come Salvini (no, voglio dire, Salvini…). Quindi perché mai un blog minchione come questo, invece che so, di raccontarvi come si cucina il pollo con i peperoni, non dovrebbe arrogarsi il diritto di parlare di cose serie?

Tutto ciò premesso vi dico che io sono favorevole alla essea. E lo sono per lo stesso motivo per cui sono contrario all’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Il motivo è che invece di ragionare sulla rava e la fava del diritto (e pure del rovescio), se si guarda l’interesse del bambino non si può non essere a favore. Allo stesso modo in cui non si può non essere contrari invece all’adozione per le coppie gay.

Lo so, ora starete pensando, ecco il solito minchione che si contraddice. Ma invece no (cioè, sì, sono un gran minchione, ma non credo di contraddirmi). Purtroppo c’è molta ipocrisia e molta ideologia su questi argomenti. Si diventa tifosi, neanche stessimo parlando di calcio: la lobby gay contro la lobby cattolica, il Vaticano  e i cattocomunisti. E così, come in tutte le dispute fra tifosi, si perde di vista il cuore della questione, per schierarsi con la propria squadra. E il cuore della questione sono i bambini.

Parto da un presupposto. Secondo me avere un figlio non è e non può essere un diritto. Per nessuno. Dovrebbe essere un diritto avere un padre e una madre. E per questo che penso non sia giusto che due uomini o due donne possano adottare un bambino. Non perché lo travieranno, non perché non potrebbero dargli tutto l’amore, le attenzioni, l’educazione di cui avrà bisogno. Semplicemente perché hanno già deciso prima, che quel bambino crescerà senza un padre o senza una madre. E non è giusto. Per lui, non è giusto. Tralascio qui altri motivi che mi fanno essere contrario, ma che non c’entrano con questo discorso.

Ma allo stesso tempo, se le circostanze della vita (e ce ne possono essere milioni) ti portano a crescere in un contesto diverso da quello naturale (che è e resta quello dove c’è un padre e una madre), in un contesto che potrebbe anche essere migliore di quello naturale (perché a volte c’è chi avrebbe dovuto fare di tutto nella vita, tranne il padre o la madre), mi sembra logico che la persona che ti ha accudito e cresciuto, possa fare (anche ottimamente) le veci di un genitore naturale. Può essere una nonna, uno zio o il compagno (o la campagna) del genitore naturale. Perché il genitore è chi ti cresce, chi ti addormenta la sera, chi ti misura la febbre, chi ti insegna le filastrocche e ti asciuga le lacrime quando cadi e hai le ginocchia sbucciate. Può essere chi ti mette al mondo, ma non è detto.

Detto questo, prendete un pollo e fatelo a pezzetti (io preferisco solo cosce e sovracosce perché il petto non mi piace, ma voi fate come ve pare), fatelo rosolare con olio, aglio e peperoncino. Dopo di ché aggiungete i peperoni, a cui avrete tolto i semini dopo averli tagliati a strisce. Per una questione di buongusto cromatico evitate di mischiare quelli gialli a quelli rossi: o li mettete gialli o li mettete rossi. Ma ci sono anche quelli verdi. Aggiungete sale, salsa di pomodoro, lasciate cuocere e buon appetito!