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Il passo del compasso

Ciao ciao duemiladiciotto! In fin dei conti sei stato un bell’anno, non mi posso proprio lamentare. Buona fine e buon inizio! Ma davvero il 31 dicembre finisce qualcosa ed il 1 gennaio ne inizia una nuova? A parte che, come diceva l’altra sera la mia amica E. sa molto più di nuovo inizio il 1 settembre, è comunque utile che ad un certo punto dell’anno si azzeri tutto e si ricominci: la sosta aiuta a ricaricare le pile, a fare un po’ di bilanci di quel che è stato e qualche buon proposito per quello che sarà.

A fare bilanci non sono un granché capace. Sarà perché non ho mai studiato economia? Sarà perché sono del sagittario? Sarà quel che sarà, però sicuramente posso dire che l’anno che sta per finire per me sarà ricordato per essere riuscito a vincere la mia più grande paura. Come scrivevo qui, si può andare oltre i propri limiti, anche a cinquant’anni suonati. Si può ancora imparare, o forse bisogna semplicemente ricordare come si fa.

Come mio padre che a novant’anni subisce due interventi e ne esce meglio di prima, come il mio amato Tex che dopo settant’anni se ne esce in edicola con una nuova serie che riprende i tempi della sua giovinezza. Sì, questo 2018 mi ha ricordato che non è mai troppo tardi. Anche per i Muse, che dopo un cd orrendo com’era stato il penultimo, se ne escono con questo Simulation Theory che non fa rimpiangere i loro pezzi più belli.

E allora cosa augurarsi per questo 2019? Mi e vi auguro di meno e di meglio. Dormire, mangiare, bere, lavorare: di meno, ma meglio. Personalmente solo una cosa mi auguro di fare di più, molto di più, anche se so già che il fisico ormai è quello che è e forse non fa neanche bene oltrepassare certi limiti….no, ma che avete capito? Intendevo giocare a pallone! Mi e vi auguro leggerezza nei pensieri e profondità nei sentimenti, mi e vi auguro sguardo d’insieme per abbracciare le cose grandi e cura del particolare per cogliere quelle più piccole.

Soprattutto, se dovessi fare un augurio riassuntivo, mi e vi auguro, amici cari, di fare come il passo del compasso: trovare un punto fermo e tracciare linee intorno. Perché è solo partendo dai punti fermi, che puoi lanciarti per raggiungere nuovi obiettivi e fissare nuovi confini.

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Quando verrà Natale, tutto il mondo cambierà

Buon Natale a tutti. Proprio a tutti.

Buon Natale agli sciocchi che hanno creduto alle favole. Tanti auguri ai furbi, che hanno pensato che esistessero delle scorciatoie, che bastassero quattro slogan ripetuti fino alla noia per risolvere tutti i problemi.

Buon Natale ai duri e puri, che con il loro cupio dissolvi, con quell’irrefrenabile tendenza ad autorovinarsi hanno distrutto Sansone e tutti i filistei. E noi con loro. Tanti auguri a quelli che sognano sempre l’ottimo e non si accontentano del buono, anzi lo disprezzano, perché nelle loro menti distorte non capiscono, banalmente, che spesso l’ottimo è il peggior nemico del buono.

Buon Natale ai nazisti dell’Illinois de noantri, che si sono sentiti autorizzati ad uscire dalle fogne, che hanno smesso di vergognarsi guardandosi allo specchio e forse sono persino arrivati a pensare di essere nel giusto. Tanti auguri ai cattolici che vanno a messa, ma se ne dimenticano nel segreto dell’urna.

Buon Natale a quelli del PD, che forse non avranno tutte le colpe del mondo, ma certamente hanno la responsabilità di aver fatto diventare realtà il peggior governo nella storia della Repubblica.

Buon Natale soprattutto a questi poveretti che arrivano qui convinti di aver raggiunto la terra promessa. Pensiamo solo un attimo cosa debba essere casa loro, per potersi sbagliare così.

Buon Natale a tutti, perché ognuno festeggia la nascita di un bambino venuto a portare salvezza e redenzione a tutti. E speriamo davvero che ce la porti lui, perché da soli, ne sono sempre più convinto, nessuna redenzione è possibile.

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Mancavano 4 giorni a Natale

In fondo cos’è il genio? Un ossimoro, una coincidenza degli opposti. La follia intelligente, la straordinarietà dell’ordinario e la semplicità della meraviglia. La ripetizione di un concetto assolutamente anonimo che diventa la surreale metafora della ciclicità degli eventi (non a caso le feste si chiamano “ricorrenze”, proprio perché ogni anno si ripresentano diverse, ma in fondo uguali a se stesse). E questa cosa fa ridere! Il modo in cui viene detto, l’alternanza dei toni, la mimica facciale, fa sì che quello che in altri contesti sarebbe un qualcosa di banale, di noioso, scatena invece l’ilarità.

Certo, di fronte alle vette dell’umorismo di un Woddy Allen con tutti i suoi riferimenti culturali piegati alla voglia di far ridere (“ogni volta che ascolto la Cavalcata delle Walchirie mi viene voglia di invadere la Polonia”), questa comicità potrebbe sembrare dozzinale, ma proprio questo secondo me indica la genialità. Anche io, anche voi, chiunque, riesce a strappare un sorriso con quella battuta, ma solo Albanese riesce a farci ridere semplicemente ripetendo una frase qualunque. Come Totò che fa finta di starnutire o Ollio che guarda sconsolato dentro la telecamera dopo l’ennesimo disastro di Stanlio, o un pugno in testa di Bud Spencer. L’umorismo diventa geniale quando fa ridere nella sua nudità, nel suo non aggiungere nulla al tutto del gesto o della parola. Infatti non la sappiamo spiegare, non riusciamo a motivare cos’è che ci fa ridere. Perché infatti non ridiamo più solo perché ascoltiamo o perché guardiamo. Ridiamo col naso, perché la traccia umoristica è talmente flebile, ma assolutamente concreta che forse possiamo riconoscerla solo come fosse un profumo nell’aria.

E allora, visto che oggi è il 21 dicembre, possiamo ben dire che mancavano quattro giorni a Natale…

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Che ti aspetti sotto l’albero?

Cosa c’era di più bello di quelle mattine di Natale, con la casa ancora addormentata, svegliarsi e sapere che sotto l’albero c’era il sacco di yuta dove Babbo Natale aveva lasciato i suoi doni, sempre solo dopo aver mangiato i biscotti e bevuto il caffè latte che gli avevamo preparato la sera prima? Per quanto mi sforzi non riesco ad individuare in mezzo a questi 52 anni delle sensazioni così piacevoli come le attese e le aspettative di quelle mattine presto. Avrei trovato quello che desideravo, quello che avevo chiesto nella letterina o ci sarebbe stata qualche sorpresa? E se non ci fosse stato nulla? Anche la paura di non trovare niente o di trovare cose non gradite facevano parte del pacchetto. Come in ogni bel film che si rispetti, prima del lieto fino, doveva esserci qualche ombra, qualche elemento di dubbio, che potenzialmente poteva mandare all’aria tutti i progetti.

Quella stessa sensazione l’ho riprovata poi qualche anno dopo, stavolta dall’altra parte della barricata, nel preparare i pacchetti da mettere sotto l’albero: anche lì oscillando fra il dubbio di aver scelto il regalo giusto e la certezza di aver esaudito il desiderio espresso. Ma con i bambini è tutto molto più semplice. Loro sanno esattamente cosa vogliono e quindi è facile farli felici, basta esaudire i desideri. E’ crescendo che le cose si complicano! C’è chi non sa cosa vuole, chi non vuole niente perché dice di avere tutto, chi non ama le sorprese, chi solo d’estate chi tutte le sere, come cantava Rino Gaetano. In occasione dei miei 50 anni avevo provato a buttar giù una lista dei desiderata, ma debbo riconoscere che era abbastanza irrealizzabile. E voi come vi regolate? Cosa aspettate sotto l’albero? E cosa regalate? Preferite andare sul sicuro chiedendo prima o vi buttate cercando di sorprendere? Siete fra quelli che hanno paura di sbagliare e si affidano ai “buoni acquisto” da spendere in tale o tal’altro negozio oppure siete così sicuri di conoscere quello che gli altri desiderano da fare di testa vostra?

Se non vuoi sorprese non fare sorprese, dice il vecchio adagio, ma come in quasi tutti gli ambiti, non credo che esistano regole universali. Fra il rischio di sbagliare regalo e la sicurezza di affidarsi ad un buono, per quanto mi riguarda, scelgo quasi sempre di rischiare: poi forse il regalo non sarà esattamente quello giusto, forse non esaudirà il desiderio della letterina scritta da bambini o quello sognato da grandi, ma almeno dirà qualcosa di noi, di quello che consideriamo buono e bello, di quello che siamo e che ci auguriamo di essere. Dirà “ci sono”. Forse non esattamente come mi immaginavi, forse non proprio come avresti voluto, ma ci sono. Se non siamo in grado di affrontare questo rischio, allora affidiamoci pure ai buoni acquisto. Che tutto sommato, sono sempre più utili dei buoni propositi!

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La strada delle 52 gallerie

La strada delle 52 gallerie, chiamata anche strada della Prima Armata, è una mulattiera militare costruita durante la prima guerra mondiale (dal febbraio al novembre 1917) sul massiccio del Pasubio, in Veneto. E’ lunga oltre 6 chilometri, dei quali quasi la metà è suddivisa in 52 gallerie scavate nella roccia. La sua realizzazione fu di grande importanza strategica, in quanto permetteva la comunicazione e il passaggio dei rifornimenti dalle retrovie italiane alla zona del fronte, al riparo dal tiro dell’artiglieria austro-ungarica. La strada, che ha un dislivello di circa 750 metri, è un percorso tuttora praticabile a piedi nel periodo estivo, e la salita fino al Rifugio Papa dura tra le 2,5/3 ore. È necessario avere con sé la torcia elettrica per poter agevolmente superare le parti maggiormente buie delle gallerie.

Le 52 gallerie hanno ognuna un nome, proprio per sottolineare che sono le tappe di un percorso. 52 come le settimane in un anno, oppure 52 come gli anni che compio oggi. La vita come un sentiero, costruito per una ragione specifica, magari non così strategica come quello, ma che può essere utile, un riparo dal fuoco dell’artiglieria per quelli che l’hanno percorsa e la stanno percorrendo insieme a me. Un sentiero da fare insieme, passo dopo passo, con la fatica e le grandi soddisfazioni che solo le camminate in montagna ti sanno dare, con i compagni di sempre e l’entusiasmo contagioso di un quadrupede scodinzolante. Fermandosi per ammirare le bellezze che ti circondano o solamente per farsi un goccetto rinfrancante.

Lo scorso anno mi domandavo come sarebbe stato se avessi fatto scelte diverse, se avessi preso strade alternative, insomma, come sarei stato se non fossi stato come sono. Domande bizzarre, devo ammettere: in fin dei conti ognuno è quel che è, ma non è detto che sarebbe stato diverso se i casi della vita ci avessero fatto imboccare altre strade. Anzi, sono sempre più convinto che alla fine, con un giro più largo, magari in maniera più tortuosa (o forse chi lo sa, più dritta!), saremmo comunque arrivati dove siamo.

E poi, sono davvero una persona fortunata: ancora una volta e pensate sono ben 52, il mio compleanno cade esattamente il giorno in cui sono nato. Non vi sembra una cosa incredibile?

And when you stop to let em know, you got it down…Its just another Town along the Road!

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Consigli (natalizi) di lettura non richiesti

E’ un po’ che non vi intrattengo con questa del tutto superflua rubrichetta in cui mi diletto a consigliarvi le letture che a mio modestissimo avviso vale la pena intraprendere. Ma del resto ci avviciniamo al Natale, e cosa c’è di meglio sotto l’albero, di un buon libro?

Facendo un bilancio delle letture dell’anno, oltre alle solite scontate, ma sempre affidabilissime conferme dei romanzi seriali (Lansdale con JackRabbit, il nuovo episodio della saga di Hap & Leonard e De Giovanni con il suo Commissario Ricciardi nella Confessioni dell’angelo), ho approfondito diversi autori di cui avevo già letto e consigliato altri libri, J. Irving (Le regole della casa del Sidro), E. Nevo (Soli e Perduti), J. Dicker (La scomparsa di Stephanie Mailer): tre romanzi molto godibili, che confermano quanto di buono avevo già scritto in precedenza su questi tre autori.

I miei consigli veri e propri però sono indirizzati a tre autori nuovi, mai segnalati prima. Iniziamo con Chris Offnut ed il suo Country Dark, storia ambientata nel Midwest americano, fra i bianchi emarginati, vittime della crisi economica e dei valori che ha portato quel bizzarro personaggio con i capelli improbabili ad essere l’uomo più potente del pianeta. Una storia molto cruda che narra però di un riscatto, umano e sociale, che riesce a far vedere una luce in fondo al tunnel.

Il secondo è un romanzo ambientato invece in quella striscia di terra che va oltre Manhattan e che congiunge New York al mare, luogo di villeggiatura e buen ritiro per ricchi newyorker. Christophen Bollen con il suo Orient costruisce un giallo molto articolato, che fino all’ultimo tiene il lettore con il fiato sospeso, con un esito del tutto imprevedibile.

Il podio lo assegnerei a Brian Panowich che con Bull Mountain (e forse anche più con il seguito Come leoni), costruisce una saga epica, anche questa ambientata nell’America rurale degli stati centrali, dove la violenza di una famiglia di contrabbandieri che tiene sotto scacco una comunità per tre generazioni. E’ una storia complessa, che ricorda le saghe di mafia di casa nostra, con parentele e vincoli di sangue che tengono uniti ed insieme separano in maniera drammatica i vari personaggi. Non mi stupirei se ne tirassero fuori dei film, perché la trama si presta assolutamente. Un libro (anzi due) che non riuscirete a smettere di leggere fino alla fine. Ho letto in giro che probabilmente ci sarà anche un terzo ed ultimo capitolo della saga, che ovviamente sarà assolutamente da non perdere.

Se poi proprio vi avanzasse tempo per leggere qualcos’altro…

 

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Sfera? E basta!!!

Flussi e riflussi. Navigando su internet e sui social network in questi giorni, dopo la tragedia di Corinaldo, si vedono chiaramente queste correnti che partono piano, poi si montano, crescono e quindi tornano indietro, facendo nascere correnti uguali e contrarie. E tutti dietro la corrente.

Prima quello che era successo era colpa di quel mezzo scemo del cantante e delle cagate che cantava: l’esaltazione del nichilismo, il nulla cosmico e dove stanno i genitori? Signora mia, la società non ha più valori e dove andremo a finire. Poi invece no. Non capite? Il Trap è il nuovo linguaggio, esprime il disagio giovanile, è una forma di arte che comunica la rabbia e le attese dei ragazzi che non hanno prospettiva.

Ma non sempre uno più uno fa due. Quello che è successo in quel garage mascherato da discoteca poteva succedere ovunque, in un cinema, in un teatro, alla Rinascente, in qualsiasi posto al chiuso dove si trova troppa gente rispetto a quanto deve essercene. E anche questa polemica sullo spray al peperoncino mi sembra molto strumentale, dall’una e dall’altra parte.

In ogni caso,con quello che è successo, Gionata Boschetti (mamma mia che nome, te credo che si concia in quel modo!) e quello che canta non c’entra né tanto, né poco. Possiamo semplicemente dire che fa musica di merda? Che al di là di quello che vorrebbe comunicare (rabbia? disillusione? voglia di rompere gli schemi?) è un incapace, che invece di cantare dovrebbe andare ai mercati generali a scaricare la frutta?

Il rock, la musica in generale, va giudicato secondo canoni estetici, non è (quasi) mai stato uno strumento di buone maniere o grandi ideali. Certo, grazie a Dio abbiamo Bruce Springsteen o Bob Dylan, ma loro sono unici, perle rare. Solitamente i messaggi trasmessi sono tutt’altro che educativi, da sempre è così. Ma al di là del messaggio, la differenza vera è fra belle canzoni e canzoni di merda. I radical chic che si arrampicano sugli specchi per difendere l’incompreso Sfera tralasciano un dettaglio fondamentale: le sue canzoni sono orripilanti, un insieme di suoni inascoltabili. E questa è la sua vera colpa imperdonabile.

Per avvalorare quello che dico mi viene in mente Lou Reed. Avete presente “Take the Walk on the Wildside”? Una canzone che ha segnato un’epoca, un capolavoro del 1972 che è bello ancora oggi e sarà bello domani, con quel motivetto simpatico dudu dududu. Ecco, avete mai letto quello che diceva quella canzone? Magari poi il povero Boschetti vi sembrerà un’educanda…

Holly è venuta da Miami, Florida
ha attraversato gli Stati Uniti in autostop
si è fatta le sopracciglia lungo la strada
si è depilata le gambe ed è diventata una lei
e ha detto, ehi tesoro
fatti un giro sul lato selvaggio
ha detto, ehi tesoro
fatti un giro sul lato selvaggio

Candy è arrivata da Long Island
nella stanza sul retro era carina con tutti
Ma non ha mai perso la testa
neanche quando succhiava cazzi
e ha detto, ehi tesoro
fatti un giro sul lato selvaggio
ha detto, ehi tesoro
fatti un giro sul lato selvaggio
e le ragazze di colore fanno
Doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo
doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo

Little Joe non l’ha mai dato via per niente
tutti dovevano pagare e pagare
Una botta qui e una botta là
New York City è il posto dove dicono
Ehi tesoro, fatti un giro nel lato selvaggio
ho detto, ehi Joe
fatti un giro sul lato selvaggio

Sugar Plum Fairy è venuto qui a battere
in cerca di cibo per l’anima e un posto per mangiare
è andato all’ Apollo
avresti dovuto vederlo come ci dava dentro
dicevano, ehi Sugar
fatti un giro sul lato selvaggio
ho detto, ehi tesoro
fatti un giro sul lato selvaggio
ok, huh

Jackie è strafatta di anfetamine
ha pensato di essere James Dean per un giorno
allora ho capito che le sarebbe calata la botta
il valium avrebbe potuto frenarla
disse, ehi tesoro
fatti un giro sul lato selvaggio
ho detto, ehi dolcezza
fatti un giro sul lato selvaggio
e le ragazze di colore dicono
Doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo

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Sunshine Blog Award 2018

Era un po’ che non venivo insignito di uno di questi premi che girano per WordPress. Ringrazio quindi la cara Laura, che mi ha coinvolto in questo giochino e passo subito a rispondere alle sue domande.

1) Perchè un blog e quanto ti lega?

Il blog è la scatola dove metto dentro tutto quello che mi passa per la testa. Non mi lega per niente: quando ho qualcosa da dire (ovvero da scrivere) aggiungo post, quando non ho nulla da dire, taccio.

2) Cosa ti aspetti da chi ti segue?

Che si diverta a leggermi

3) Cosa ti attrae da un libro o da un blog, e cosa preferisci leggere e perchè?

Preferisco leggere fumetti, romanzi e blog che raccontino emozioni reali. No poesie, no ricette, no fantascienza

4) Il tuo Hobby a parte scrivere

Giocare a pallone

5) Cosa cambieresti se fossi un giorno al potere? (Ovviamente non nel mio blog 😂😂)

Abolirei il suffragio elettorale, il debito fra le nazioni e l’aglio nella carbonara

6) Quale canzone canticchi più volentieri?

Sicuramente il dadaunpa

7) Essere un umano ha degli svantaggi?

Parecchi. A volte vorrei essere il mio cane

8) L’amore cos’è per te e secondo te ha età?

L’amore non ha età, non ha scadenza, non ha obiettivi, né motivi. Ed è l’unica, l’unica cosa che conta

9) Costretto a scegliere tra andare al cinema, alla partita o a ballare, cosa scegli?

Senza dubbio alla partita (sono abbonato allo stadio!)

10) Qual’è il luogo e la stagione che preferisci?

La montagna d’estate

11) Se non ti avessi nominato, avresti partecipato lo stesso?

Penso di no. O forse sì. Chi lo sa?

E passiamo ora alle nomination. Per questo prestigiosissiamo award nomino, https://suzieq11.wordpress.com/, https://alemarcotti.wordpress.com/, https://redbavon.wordpress.com/, https://donnaemadre.wordpress.com/, https://unapasteisperbene.wordpress.com/, https://lucythewombat.com/, https://esetidicessiche.wordpress.com/, https://diariodiunascrittricefallitaeinnamorata.wordpress.com/, https://traitaliaefinlandia.com/, https://parolealacoque.wordpress.com/, https://shockanafilattico.wordpress.com/

Lor signori dovranno rispondere alle seguenti domande:

  1. Il libro che porteresti in un’isola deserta
  2. La canzone che porteresti in un’isola deserta
  3. Se non avessi un blog dove scriveresti?
  4. Come ti vedi tra 10 anni
  5. Saresti soddisfatto del tuo blog se
  6. Perché hai aperto il blog
  7. Il tuo ricordo più bello
  8. Il tuo più grande rammarico
  9. Ti regalano 10 mila euro, ma devi spenderle entro 24 ore
  10. Con una bacchetta magica ti danno la possibilità di cambiare un evento della storia
  11. Ora mi spieghi cosa ti ha spinto a rispondere a queste domande

E buon divertimento!

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Attenti all’argenteria

Se quest’estate andremo al mare, solo i soldi e tanto amore e vivremo nel terrore che ci rubino l’argenteria, è più prosa che poesia (R. Gaetano, 1978)

Io mi ricordo quando andavo alle elementari e a Piazza Talenti c’era fissa una camionetta dei carabinieri, mi ricordo gli scontri fra i rossi del Nomentano e i neri dell’Orazio, fra i rossi dell’Orazio e i neri del Nomentano, l’odore acre dei lacrimogeni. Mi ricordo le cariche della polizia, le scritte di odio sui muri, mi ricordo Angelo Mancia, Valerio Verbano, Paolo Di Nella, solo qualche anno più grandi di me e i fiori per strada lasciati a ricordo di dove sono stati ammazzati.

Mi ricordo quando andando al prato con i cani dovevamo stare attenti a non farci pungere dalle siringhe lasciate in bella mostra per terra o attaccate sugli alberi. Mi ricordo i tossici sbandati per strada, gente che vomitava alla fermata degli autobus, che ti si avvicinava con aria sconvolta, “che c’hai cento lire?“, senza speranza né convinzione.

Mi ricordo i telegiornali, con le facce impaurite degli stessi telecronisti che raccontavano i nuovi sviluppi della guerra allo Stato proclamata dai brigatisti, le lettere con i pezzi di orecchio o con le dita delle vittime dell’anonima sequestri. Mi ricordo che sparavano al Papa, che rapivano presidenti del consiglio, che mettevano bombe sui treni, sulle piazze, sulle stazioni e non passava giorno che non incontravi posti di blocco con la polizia con i mitra spianati.

Mi ricordo andando allo stadio il clima di odio e di paura, il dover nascondere la sciarpa, il guardarsi intorno per capire la mala parata e di nuovo, le cariche della polizia, i lacrimogeni, le corse a per di fiato. Mi ricordo al concerto degli Spandau Ballet al Palaeur quella banda che rubava catenine e piumini Moncler e chi fiatava prendeva anche gli schiaffi.

Succedeva 40 anni fa o giù di lì. Ma me lo ricordo solo io? Certo, di stranieri in giro se ne vedevano molti di meno. Ma pensate sul serio che eravamo più sicuri? Eppure nessuno aveva mai fatto una campagna elettorale e vinto le elezioni promettendo un’arma per tutti. Forse perché i pericoli erano talmente reali, concreti, quotidiani, che nessuno avrebbe puntato a cavalcare le paure ataviche ed irrazionali dell’altro, del diverso. Nessuno aveva mai pensato di scrivere un Decreto Sicurezza, perché la sicurezza per decreto non te la garantisce nessuno.

Chi non vorrebbe vivere sicuro? Anche l’uomo primitivo si univa ad altri uomini per difendersi dagli attacchi dei nemici e proteggere i suoi cari. Ma ci siamo evoluti e già gli antichi romani avevano capito che si è più sicuri includendo i vicini, piuttosto che combattendo i nemici. E la storia, in qualsiasi epoca, ci insegna che per essere sicuri bisogna costruire alleanze, allargare le comunità, sostenere lo sviluppo altrui, non per buonismo, ma proprio per migliorare la sicurezza. Vive più sicuro chi non ha nemici di chi costruisce muri.

Non credo sia difficile capirlo. Invece mi sembra che qui si preferisca stabilire i turni per difendere i confini della propria caverna. Visto mai, dovessero rubarci l’argenteria.

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Interviste con laziali notevoli/5. Romolo Giacani

Grazie a Pank per questa bella intervista sulla nostra comune passione per i colori biancocelesti!

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Una delle manie di molti, nel raccontare le storie romane legate al tifo, è attribuire a romanisti e laziali alcune caratteristiche storiche, sempre accollando al “vincente” la parte del romanista, che in effetti, poi, non vince mai niente, sul campo. Per questo a prima vista sembra quasi strano che uno che si chiama Romolo sia tifoso della Lazio, che alcuni associano a Remo, al quale viene affibbiata l’immagine di perdente. Senza entrare nel merito del mito, possiamo tranquillamente rivendicare il nome di Romolo alla Lazio, che è la più antica squadra di Roma, fondata a Piazza della Libertà, come dicono i documenti storici. Certezze inesistenti di là dal Tevere. Romolo Giacani è un innamorato della penna: ha scritto 4 romanzi, e tiene da anni un blog molto seguito, Viaggi ermeneutici, in cui si diletta a scrivere gustosi post minchioni, come li definisce lui. Uomo dalla penna delicata…

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