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Ancora a proposito di meritocrazia

Ci sono cose giuste e cose sbagliate. E poi ci sono cose giuste fatte male. Ora sarà un caso, saranno state le circostanze avverse, la congiuntura sfavorevole, il destino cinico e baro, la pandemia, “ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette”…Fatto sta che i due provvedimenti creati, scritti e fortemente voluti dai 5 stelle, si sono rivelati fonti di truffe smisurate.

Dare un sussidio a chi è rimasto, spesso suo malgrado, fuori dal mondo del lavoro, dargli la possibilità di un’esistenza dignitosa in attesa di rimettersi in gioco, è un provvedimento sacrosanto. Non a caso presente, in varie forme, in tutti i Paesi occidentali, soprattutto (ma non solo) in quelli socialdemocratici, che ritengono fondamentale una funzione dello Stato, non solo come arbitro della partita del libero mercato, ma anche come equo riparatore delle storture del libero mercato stesso.

Altrettanto sacrosanto, soprattutto in un momento in cui va rilanciata l’economia, è un provvedimento che aiuta le imprese, accompagnando il Paese verso una gestione più efficiente delle risorse energetiche. Ma se uno vale uno e a scrivere le leggi ci va uno che fino a quel momento ha fatto tutt’altro nella vita, quale pensi sarà il risultato? Se il merito, le conoscenze, la professionalità non contano più, ci si può stupire di esiti come questo? Come si è potuto pensare che non fare selezione potesse essere la soluzione?

La sincera ingenuità di alcuni mi lascia sempre perplesso. Non so, è come se nel momento in cui scoppiasse una pandemia mondiale, la gente invece di affidarsi ai medici e alla scienza decidesse di seguire le cure del primo scemo che scrive sui social. No, mi sa che ho sbagliato esempio. (Il primo che indovina la citazione e lo scrive sui commenti vince un premio e una menzione speciale!)

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Del dormire sul pavimento, del cambiare l’ordine delle cose

Bisogna saper planare sulle cose con un cuore senza macigni (Italo Calvino)

C’è chi pensa di trasgredire simulando un Battesimo e chi si traveste da donna per dire cose troppo sagge (o troppo scontate) se dette da un uomo. Chi si stupisce del Papa che va in TV e chi si stupisce delle domande che gli fanno. C’è chi crede sia tutto un complotto, Mourinho se la prende con gli arbitri e qualcuno pensa addirittura che i 5 stelle dovevano ribaltare il sistema. Con le mani, con la testa, con i piedi, con il cu…ciaociao.

E’ chiaro che le cose e gli eventi, assumono un significato diverso a seconda del contesto in cui si svolgono: ci sono modi e tempi giusti per fare o per dire (quasi) qualsiasi cosa. E la notizia, la fonte della meraviglia di qualcosa, accade proprio quando, più o meno volutamente, si sbagliano questi modi o questi tempi. Quando si sbaglia contesto.

Lo si può fare per volontà di trasgressione o per sciatteria. A volte semplicemente per sbadatagine. Oppure sbagliando prospettiva. Perché la vita non è una formula algebrica. E a volte è sufficiente cambiare l’ordine delle cose, per avere esiti completamente differenti. Non ci credete?

e sarebbe molto semplice!

vivere

questo vorrebbe dire:

essere affannati, pieni di sensi di colpa

senza

colorare le giornate con tutta la bellezza

Dipende da noi. Siamo noi che scegliamo e nessuno può farlo al posto nostro. Possiamo prendere ogni cosa e fuggire, possiamo decidere di rinunciare a tutto, dormire sul pavimento per inseguire l’amore. Ad esempio possiamo scegliere di leggere quelle frasi dal basso in alto.


Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

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Il futuro che ci viene incontro

Siamo abituati a pianificare il nostro tempo. Ad organizzare il futuro, gli impegni, le cose da fare, riempiendo l’agenda di appuntamenti, incontri, luoghi, persone. Chi più, chi meno, ovviamente. Qualcuno ama allungare lo sguardo oltre l’orizzonte, altri hanno una visuale più circoscritta, preferiscono non fare il passo troppo lungo. Conosco persone che sanno (o forse meglio, pensano di sapere) cosa faranno fra dieci anni, altri che a mala pena ti dicono se sono libere il prossimo sabato sera.

Chi pianifica non ama le sorprese, vuole avere sempre la situazione sotto controllo, non gli piace improvvisare. Nel momento del bisogno spesso ha pure un piano B a cui ricorrere, perché farsi trovare impreparato di fronte a quello che gli succede è la peggior cosa che gli può capitare. Chi vive alla giornata è più adattabile alle situazioni, più malleabile rispetto agli imprevisti. Probabilmente vive meglio!

Come chi vive senza orologio: sta sereno, alza gli occhi, si regola con la luce, quando ha fame mangia, quando ha sonno va a dormire. Io, ad esempio, non ne sono capace, perché invece sono uno a cui piace pianificare. Poi va anche bene l’imprevisto, a volte le sorprese possono anche rivelarsi piacevoli. Ma senza esagerare.

Perché per chi organizza il tempo il contrattempo raramente porta novità soddisfacenti. A volte sono le circostanze avverse, a volte (spesso) sono gli altri, che hanno altri progetti rispetto ai nostri. E tu ti devi adeguare, oppure andare allo scontro. Vale la pena resistere, tenere il punto, o forse è meglio abbandonarsi all’imprevisto? Mantenere i nostri progetti o aprirsi a strade nuove?

Che poi, a volte, possono anche essere strade già percorse. Come ad esempio quando hai terminato un lavoro, raggiungendo pure degli ottimi risultati, pianifichi un futuro senza problemi, pregusti il meritato riposo e invece magari ti ritrovi a dover rifare il Presidente della Repubblica.

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Abbracciando la leggerezza

E’ una notte senza luna, ubriaco canta amore alla fortuna…

Arriva un momento in cui capisci che il tempo è una variabile indipendente, che non puoi manovrare, sai quanto ne è trascorso, mai quanto ne deve ancora trascorrere. Devi fare un passo di lato, toglierti dal centro della scena e fare spazio. Devi scegliere, dividere il superfluo dal necessario. Soprattutto devi allegerirti. Me l’ha insegnato il nuoto. O meglio, sto faticosamente cercando di impararlo dal nuoto. Non ci devi mettere forza. Sì, è vero, devi sforzarti, ma per restare a galla, per non andare a fondo, devi farti leggero, devi imprimerti nella testa che tu sei leggero.

Non è più tempo dell’attimo che fugge. Non fugge proprio nulla, sta tutto qui, ho tutto il tempo che voglio. E non è neanche più vero che il meglio debba ancora venire. Il meglio potrebbe essere questo, potrebbe essere proprio ora: viverlo bene è un dovere, oltre che un diritto. Abbracciare la leggerezza, farne un’abito, una regola e così restituirla agli altri. Che poi, effettivamente, cos’altro potrebbe fare uno che si è dato come compito quello di diffondere luce e dolcezza su questa terra?

Magari con la Bandabardò come musica di accompagnamento…

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L’albergo della memoria

Non mi innamoro delle cose. E se è per questo nemmeno delle case. Sono luoghi in cui abito o in cui ho abitato. Mi piacciono, ho bellissimi ricordi in tutte quelle in cui ho vissuto, ma non avrei nessun problema a cambiare anche domani. Solo a Roma sono stato 28 anni in una casa, circa dieci in un’altra e 18 in quella attuale. Nella prima sono nato e cresciuto ed è indissolubilmente legata ai ricordi della mia infanzia, dell’adolescenza, delle feste quelle belle quando arrivava Babbo Natale. Lì dentro c’è il ricordo di mia madre. Nella seconda c’è il diventare uomo, il primo lavoro e poi il secondo, c’è la nascita dei figli. In questa qui c’è la mia vita di oggi e tutte le mie cose.

Ma non mi innamoro delle cose, l’ho già detto. Oggi ci sono, domani potrebbero non esserci più, me ne farei una ragione. Ce ne saranno delle altre. Magari più belle o semplicemente più adatte a quel momento. Non mi innamoro delle macchine. Giro la chiave e si muovono, questa è la cosa che conta, di tutto il resto me ne importa il giusto, ovvero poco meno di nulla. Non mi innamoro neanche più dei libri da quando ho il kindle. E nemmeno dei dischi, ora che c’è spotify. Questo un po’ mi dispiace, inutile negarlo, ma i vantaggi sono maggiori dei rimpianti e quindi, avanti così.

Non mi innamoro delle idee. Anche di quelle più belle, anche di quelle più riuscite. Bisogna saper tagliare i ponti, voltare pagina, ricominciare da capo, magari da una nuova prospettiva, da un punto di vista diverso. Anzi, ho proprio il terrore e il fastidio delle idee che non si evolvono, che restano attaccate al passato, a quelle condizioni irripetibili che le hanno create e rese importanti. La nostalgia è sempre una malattia mortifera.

Mi innamoro delle persone. E anche senza troppa fatica. Poi ovvio, ci sono innamoramenti che durano di più, altri che si esuriscono in breve tempo. E alcuni non finiscono mai. Ma tutti sono travolgenti, appassionanti, valgono la pena di essere vissuti.

Le cose, le case, le idee, le persone sono come inquilini nelle stanze di un albergo. Vanno e vengono, alcune lasciano un buon ricordo, altri li dimentichi subito. Alcune periodicamente ritornano, altri li hai visti una sola volta e non li vedrai mai più. Qualcuno ti fa piacere averlo avuto, ma non lo rimpiangi, qualcun altro lascia una vuoto che riuscirai a riempire con qualche difficoltà. Qualcuno invece decide di fermarsi a lavorare nell’albergo, si avventura nell’impresa di gestirlo insieme a te.

Potrebbe essere l’albergo della memoria, perché in qualche modo, più o meno profondamente, tutto contribuisce a costruire la storia, la mia, la nostra storia. Ogni ricordo è un pezzetto del puzzle, tutti importanti, tutti interconnessi fra loro per creare il disegno complessivo.

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Sogno il mio Paese infine dignitoso

A volte i sogni sono lontani dalla realtà. E a volte con i sogni si possono individuare obiettivi irraggiungibili, irrealizzabili. Ma se smettessimo di sognare, se smettessimo di avere traguardi che vanno al di là delle possibilità concrete, forse non saremmo mai arrivati sulla luna. Non avremmo scoperto l’America al di là dell’Oceano, non avremmo trovato la soluzione a malattie inguaribili, non avremmo raggiunto i record nello sport.

Avere la voglia di inseguire un sogno che la logica ci dice irrealizzabile sposta il confine fra quello che possiamo e quello che non possiamo raggiungere. Inseguire un sogno significa progredire, gettare il cuore oltre l’ostacolo e creare un nuovo capitolo nella storia del mondo.

Lo so che è anziana. Che forse non ha più l’energia, le forze e la voglia o le competenze per ricoprire un ruolo così importante. Ma fosse solo per un anno, per un mese, fosse solo per un giorno, io penso che ne varrebbe la pena. Per quello che è, per quello che rappresenta, per quello che potrebbe significare per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Per mettere la parola fine ai deliri di qualcuno, per chiudere una storia, anzi un incubo durato troppo tempo. Io sogno Liliana Segre Presidente della Repubblica.

C’è chi guarda le cose come sono e si chiede “perché”. Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?” (Robert Kennedy)

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Cambiano cielo, non animo, coloro che corrono al di là del mare

Cosa è più stupefacente, il cambiamento o ciò che non cambia mai? Le cose bianche che diventano nere o quelle che come diamanti, continuano a brillare con la loro luce identica come il primo giorno?

Non sopportavo la marmellata. Di qualsiasi tipo, di qualsiasi gusto: quella roba viscida e gelatinosa mi inquietava solo a guardarla. Ora non riesco a fare colazione senza, mi sembra di essere un tossicodipendente, che ha bisogno della sua dose giornaliera di zuccheri.

Nel 1979 per il mio compleanno mi regalarono Discovery degli ELO: penso di averlo consumato a furia di ascoltarlo e tutt’ora dovessi scegliere una musica da qui all’eternità, quella sarebbe la mia colonna sonora.

Poi ci sono le cose che negli anni sono cambiate, ma in realtà sono sempre le stesse. Razionalizzi, cerchi e spesso riesci, a gestirle, ma poi tornano ad essere loro. Nel 1979 (ritorna quell’anno, chissà perché) cominciai a portare l’apparecchio per i denti. Per due anni, quasi tre, mi sottoposero a delle torture degne dell’inquisizione, con elastici, ferri, apparecchi strani da portare la notte e ogni volta andare dal dentista significava il terrore. Adesso è diverso, ma poi mica tanto.

Certe cose non cambiano mai. E altre, inaspettatamente, senza una ragione vera e propria, si trasformano e a volte si rivoluzionano. Ma cos’è più strano, che abbia imparato a nuotare a cinquant’anni suonati, io che avevo sempre avuto una fifa terribile dell’acqua, o che sono innamorato da 35 anni della stessa donna? Che in questi anni sono riuscito (più o meno convintamente) a dare il voto praticamente a tutto l’arco costituzionale o che la stessa squadra di calcio riesca ad illuminare o a far sprofondare nella depressione le mie domeniche?

Come possiamo sapere se quello che vale oggi varrà anche domani? Magari tra vent’anni mi piacerà ascoltare la musica trap (non ci credo, ma chi lo sa) oppure non leggerò più i fumetti di Tex (ci credo ancora meno). Ma soprattutto, è così importate saperlo? In fondo la cosa più bella è avere la possibilità di scegliere: se scegliamo sempre le stesse cose oppure scegliamo di cambiare, non muta la sostanza delle cose. Dipende sempre da noi. E’ questo quello che conta veramente.

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A proposito di cani, gatti e opinioni papali

Hanno suscitato molte polemiche le parole del Papa riguardo cani, gatti e figli: si fanno pochi figli, le adozioni sono complicate dalla burocrazia, molti hanno dubbi e mentre ci sono moltissimi bambini senza famiglia, qualcuno pensa di surrogare l’affetto per un figlio con quello per cani e gatti. Questo in sintesi quello che ha detto.

Premetto che a memoria mia non mi sono mai sentito così in sintonia con un Papa come con Francesco. Ma questo non significa sottoscrivere in bianco tutto quello che dice. L’infallibilità del magistero papale (che è stata introdotta nel 1870) non riguarda qualsiasi opinione del Papa, su qualsiasi argomento: avere opinioni, idee, valutazioni differenti non è reato, né peccato. E penso che questo Papa sarebbe il primo ad essere d’accordo su questa banalità.

Detto questo, per quanto amore posso avere per la mia Rose e per i cani avuti in passato, non ho mai pensato potessero essere paragonati ai miei figli. Come scrivevo qui (https://viaggiermeneutici.com/2020/03/18/non-siamo-mamma-e-papa/), lei potrà anche pensare che noi siamo i suoi mamma e papà, ma lei non è nostra figlia. E non potrebbe esserlo neanche se non ne avessimo già due figli. E neanche i miei amici cinofili e gattofili penso che confondano l’amore, a volte sconfinato, che hanno per i loro amici pelosi con quello per i figli. Ma l’uno non esclude l’altro.

Questo direi a Francesco. Non abbiamo un cuore limitato: possiamo amare alla follia i nostri figli e insieme amare da impazzire i nostri amici a quattro zampe. Preoccupati al limite, di chi non è capace di amare. Perché chi ama, chi ama veramente, non si pone limiti.

Detto questo però, leggendo commenti in giro, mi rimane un dubbio relativo ai miei amici non credenti: ma a voi, esattamente, di quello che dice il Papa, ma che ve ne importa?

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Wake up, Everybody!

Svegliamoci tutti, non restiamo più a letto, non pensiamo più al passato, il mondo è cambiato, è il momento di andare avanti.

Svegliatevi insegnanti, è ora di parlare in modo nuovo, perché solo così vi potranno ascoltare. Il mondo è nelle loro mani, di coloro che stanno arrivando e dobbiamo insegnargli il meglio che sia possibile per renderli capaci di costruire un futuro diverso.

Svegliatevi medici, avete la possibilità di far stare meglio coloro che soffrono, quelli che non hanno più tempo, per rendere questo tempo migliore di così. Stiamo affrontando un male sconosciuto che ci ha piegati come fuscelli, che ha scardinato ogni sicurezza, ma ce la possiamo fare.

Svegliatevi costruttori, è tempo di realizzare una casa nuova e se tutti diamo una mano sicuramente ce la faremo. Ogni storia, ogni relazione, ogni legame è un mattone in più e tutte insieme costruiscono la storia del mondo: siamo solo un piccolo mattone, ma senza di noi la storia del mondo avrebbe un mattone in meno.

Svegliamoci tutti, non lasciamo le cose come stanno, se ci crediamo fino in fondo le cose funzioneranno, ma se lasciamo tutto com’è il mondo non avrà niente di meglio. Svegliamoci tutti perché siamo più che consumatori, più che lavoratori e la vita è una sola: sta a noi far sì che il prossimo sia un anno migliore, non succederà per caso o per magia. Dipende solo da noi, svegliamoci tutti!

Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi (Filippesi 4,4)

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Di foglie vecchie e foglie verdi

L’altra notte c’è stato un bel nubifragio. Bello per modo di dire, ha piovuto tutta la notte e come al solito ha allagato mezza città: rami caduti, traffico in tilt, insomma il solito caos. Fortunatamente a Roma non piove mai, ma quando piove ce la fa scontare con gli interessi.

Il giorno dopo nella solita passeggiata al prato con Rose c’era un mare di foglie cadute. Foglie secche, ma anche foglie verdi, che probabilmente, se non ci fosse stato quell’uragano notturno, sarebbero rimaste attaccate agli alberi. Magari sarebbero cadute la settimana prossima, o fra due mesi. E questo mi ha fatto pensare alla situazione che stiamo vivendo. La pandemia ha rivoluzionato le nostre vite? Sì e no. Gli ha dato un’accelerata improvvisa, sicuramente ha velocizzato dei processi che avrebbero avuto un’altra maturazione. Ma non possiamo dire che le abbia stravolte.

In fondo tutte le rivoluzioni sono così: accelerano processi che comunque prima o poi sarebbero venuti fuori. Evoluzioni che fanno cadere le foglie vecchie, i retaggi del passato, le false sicurezze che si poggiano sulle tradizioni, ma che nella realtà già sono morte e sepolte. Ma che inevitabilmente fanno cadere anche le foglie verdi, quelle che avrebbero avuto ancora un futuro, delle possibilità, ma che hanno avuto la ventura di essere al momento sbagliato nel posto sbagliato.

Si poteva evitare la pandemia? Allo stesso modo in cui si può evitare un nubifragio notturno. Potevamo essere più preparati? Forse, anzi probabilmente sì. Ma le foglie verdi sarebbero cadute lo stesso, insieme a quelle vecchie, inutile star lì fra recriminazioni e rimpianti. Spunteranno nuove foglie, più forti e più belle, ci vorrà un po’ più di tempo, magari non saranno quelle che pensavamo, magari non spunteranno dove le avevamo immaginate. Perché se una cosa possiamo dire di aver imparato con certezza in questi due anni è che non sappiamo cosa ci riserva il futuro. Anzi forse una cosa la sappiamo, che non sarà come ce l’eravamo immaginati. Ma forse è meglio così.

Rabbia, stupore, la parte, l’attore. Dottore, che sintomi ha la felicità? Evoluzione, il cielo in prigione, questa non è un’esercitazione. Forza e coraggio, la sete, il miraggio, la luna nell’altra metà, lLupi in agguato, il peggio è passato. Forse fa male eppure mi va, di stare collegato, di vivere di un fiato, di stendermi sopra al burrone, di guardare giù. La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare…