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Di musica e persone

Rispetto alla musica, alla musica di autori che mi piacciono, da sempre ho un tipo di ascolto che potrebbe essere definito compulsivo. Da quando comperavo i vinili, quando ho un nuovo disco fra le mani, mi metto lì e ascolto e riascolto per ore (adesso con spootify è molto più comodo e non rischi nemmeno di graffiare il disco!): perché il primo ascolto non è mai veritiero, devi dare tempo alla melodia di sedimentarsi, devi capire le parole, lasciargli il tempo di entrare dentro. Ovviamente questo, oltre ad urtare i nervi a chi ti sta vicino (ne sa qualcosa il mio povero fratellino…) si può fare soprattutto con i propri autori preferiti, perché quello che c’è di nuovo viene fuori sempre a partire da quello che invece si conosce già.

Perché quando ascoltiamo una canzone per la prima volta è probabile che ci troveremo di fronte a un qualcosa di già conosciuto ed un ché di completamente nuovo. Ma proprio il giusto mix di questi due aspetti ci attrae o ci allontana, ci fa apprezzare quello che stiamo ascoltando, oppure ci fa passare oltre senza interesse. Il nuovo, che ha qualcosa di mai ascoltato prima, ha radici in quello che è già stato scritto e suonato, come fosse un nuovo capitolo di un libro già iniziato. E così magari scopri un gruppo che non hai mai calcolato (in questo caso gli Smashing Pumpkins), che fa musica che conosci da sempre. E questa cosa mi piace!

Ma in fondo, non è così anche con le persone? Ci attraggono e ci sorprendono le persone che non conosciamo, se hanno con noi un terreno comune, degli ideali, dei modi di pensare, dei ricordi di fatti ed eventi che pur non avendoli vissuti insieme, sono i nostri. Fino ad oggi non ci conoscevamo, ma seppur lontani abbiamo vissuto insieme l’11 settembre, la vittoria del mondiale di calcio e domani la pandemia. C’è una base comune, un già noto pur essendo sconociuto. Su questa base possiamo sperare di veder nascere amicizie belle e autentiche anche domani. Altrimenti aveva ragione Guzzanti: nell’era della comunicazione globale possiamo arrivare a dialogare con chiunque, possiamo conoscere anche chi sta dall’altra parte del mondo, ma poi alla fine, io e te aborigeno, che se dovemo dì?

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Nel nome del padre

La piccola Maria Antonietta prese il cognome di mamma e papà e si registrò all’anagrafe come Maria Antonietta Sarti Burnich. Trent’anni dopo incontro Massimiliano che, avendo anch’esso preso i cognomi di mamma e papà, si chiamava Facchetti Bedin. Convolati a nozze diedero alla luce il piccolo Giovanni che fu registrato all’anagrafe come Giovanni Sarti Burnich Facchetti Bedin. Giovanni trent’anni dopo si sposò Veronica Guarneri Picchi Jair Mazzola, dando alla luce la piccola Angelica, che come tradizione fu registrata con i cognomi paterni e materni, come Angelica Sarti Burnich Facchetti Bedin Guarneri Picchi Jair Mazzola.

Fortuna volle che a nessuno venisse la malaugurata idea di dare ai propri pargoli anche dei doppi nomi.

Mater semper certa pater nunquam, dicevano i latini. Siamo sicuri che d’ora in poi aumenteranno le certezze? Ma soprattutto, in un Paese come il nostro che a volte fa fatica a riconoscere diritti sacrosanti della persona, sentivamo davvero il bisogno di una riforma del genere?

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L’Italia liberata e l’Italia da liberare

La retorica di parte, di qualsiasi parte, quella dei vinti, quella dei vincitori, quella di chi c’ha ragione e quella di chi c’ha torto.

La riproposizione di tesi e antitesi smentite dalla storia, superate dai fatti, cancellate dalla memoria di tutti i giorni e ritirate fuori la domenica come il vestito della festa.

Gli schieramenti, il senso di appartenenza del tifoso, noialtri e voialtri, la necessità del nemico.

Gli ideali traditi, strumentalizzati, usati per altri scopi e poi dimenticati, cancellati.

La rievocazione di un passato che in realtà non passa mai, che tutt’al più da dramma diventa farsa, che riempe le bocche e svuota i cervelli.

Buona festa della liberazione a tutti.

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Praticare la gentilezza (sempre sul diffondere luce e dolcezza)

Perché dovremmo essere gentili? A parte il sottoscritto, che come già ampiamente scritto sulle pagine di questo Blog ha come suo compito specifico quello di diffondere luce e dolcezza, cosa ce ne viene a praticare la gentilezza?

Essere gentili non è di moda. Anzi. A volte può generare diffidenza ed incomprensioni: c’è chi ci vede sempre dietro un secondo fine, chi equivoca la cosa, pensando al possibile tornaconto. Abituati ormai all’indifferenza generale, al rimanere ognuno chiuso nei propri spazi, può persino dare fastidio, perché in una visione distorta potrebbe voler significare un ruolo subalterno per chi la riceve. Effettivamente la gentilezza non è di moda. Ma proprio per questo andrebbe praticata.

La gentilezza richiede tempo. Pensare ai bisogni degli altri, venire incontro alle difficoltà, prevenire i desideri e fare ciò che è possibile per realizzarli, potrebbe essere faticoso. Ci vuole impegno e a volte pazienza, insomma potrebbe significare togliere tempo e spazio alle nostre attività. Sì, essere gentili comporta anche questo. Ma proprio per questo andrebbe fatto.

Diffondere luce e dolcezza, ovvero praticare la gentilezza, fondamentalmente, è futile, nel senso che non è né utile, né inutile. Perché la gentilezza inizia dove finisce l’obbligo: tutto ciò che dobbiamo fare, che rientra nei nostri obblighi (non solo morali) non ne può far parte. Potremmo dire che la gentilezza è super-flua, laddove l’accento andrebbe messo sul prefisso “super”. Proprio per questo dovremmo sentirla come indispensabile.

D’altra parte, pensateci un po’, chi è un personaggio famoso che ci dà un esempio concreto di come fare a diffondere luce e dolcezza? Senza dubbio è il buon samaritano. Si trova lì a passare per caso e vede questo derelitto ai bordi della strada: non è tenuto ad aiutarlo, nessuno lo obbliga, nessuno glielo chiede, nessuno se lo aspetta. Eppure lo fa!

Ma al di là dell’insegnamento che ci vuole dare questa parabole, la cosa che mi ha sempre colpito di questa storia è che ci dice chiaramente che non siamo noi a scegliere a chi prestare aiuto. Potremmo dare per certo che il buon samaritano avrebbe preferito aiutare un riccone che poi lo avrebbe ricompensato. O magari una bella fanciulla con cui cominciare una storia d’amore. Al limite forse avrebbe aiutato più volentieri un altro samaritano. Ma non funziona così. Non siamo noi a scegliere. Luce e dolcezza volano dove vogliono loro, non si fanno rinchiudere negli interessi, negli obblighi o nelle necessità. E noi siamo semplicemente gli strumenti dove loro entrano ed escono per suonare la loro musica.

I looked at you all
See the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps…

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Analfabetismo emotivo

E’ appena iniziata la primavera e in questo momento il livello del Po è al di sotto della soglia più bassa fatta registrare in piena estate. Una situazione disastrosa. Alla foce il livello è talmente basso che l’acqua del mare entra indisturbata per chilometri, cambiando radicalmente l’abitat di piante e animali. Altro che siccità, qui rischiamo la scomparsa, un cataclisma climatico che potrebbe scolvolgere radicalmente tutto l’ambiente di quelle regioni.

Ormai siamo quasi rassegnati a questi grandi cambiamenti che in pochi anni arrivano a stravolgere i paesaggi a cui eravamo abituati da sempre. Sappiamo che sono le nostre azioni, le nostre scelte, le principali responsabili, ne conosciamo bene gli effetti nefasti, ma al di là di dichiarazioni preoccupate e proclami di principio cosa stiamo facendo? Cosa siamo realmente disposti a cambiare del nostro stile di vita per modificare questa situazione?

Le stesse domande che ci si pone oggi sulla necessità di staccarci dalla dipendenza del gas russo. Siamo disposti a sentire un po’ più freddo o a lasciare a casa la macchina? Quest’estate saremo disposti a non accendere i condizionatori?

Il problema vero però, sicuramente aumentato con la pandemia, è questa sorta di analfabetismo emotivo che sembra abbia contagiato tutti più del Covid: non sappiamo più nominare le nostre emozioni. L’emergenza climatica, la guerra a due passi da casa, prima ancora la pandemia: tutte situazioni che sfuggono al nostro controllo, sulle quali fondamentalmente possiamo fare ben poco, che ci portano a chiuderci sempre di più in noi stessi. Ci adagiamo sulle emozioni generali, sul comune sentire, ma sembra che nessuna di queste cose tocchi veramente le nostre corde, influenzi le nostre vite. Il distanziamento sociale rischia di diventare distanziamento emotivo che ci lascerà aridi come il grande fiume, in piena siccità di sentimenti.

Ma non possiamo rassegnarci all’impotenza. Né possiamo chiudere le emozioni solo per paura, sperando così di non soffrire più. Se vogliamo arrivare ad una svolta dobbiamo trovare il modo di reagire: dobbiamo sentire la necessità di intervenire. Sentire prima di tutto, non solo con l’udito. Sentire le emozioni sulla nostra pelle, perché tutto questo ci riguarda personalmente, molto più di quello che potremmo pensare. Per questo dobbiamo reimparare a sentire le cose che ci accadono. Sentire per intervenire.

Perché rendiamocene conto: non basterà aspettare che torni la pioggia.

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Consigli di lettura non richiesti. 28 / Ford, Lansdale, Towles

Nonostante tutti i sintomi siano andati via già da qualche giorno, i tamponi continuano a uscire positivi. Che dire? Pensiamo positivo! E speriamo che almeno per Pasqua questo cavolo di virus sia diventato un ricordo. Ma come dice una delle frasi più famose del mio amato This is us, “non esiste limone così aspro da non poterci tirar fuori una buona limonata” e quindi anche questa forzata permanenza domestica ha i suoi risvolti positivi. Per esempio la scorpacciata di libri che sono riuscito a fare!

E di conseguenza, in vista delle prossime festività pasquali, posso aggiornare la mia personalissima rubrichetta di consigli di lettura, rigorosamente non richiesti. Nel numero odierno mi concentro su un genere che mi piace moltissimo (infatti non nuovo su questo pagine), quello del romanzo di formazione. Che vi devo dire, Tom Sawyer e Huck Finn restano in assoluto i miei miti dell’infanzia e forse il loro influsso regge il passare degli anni. Più banalmente trovo le storie che raccontano la crescita dei personaggi nel tempo sempre stimolanti, capaci di coinvolgere il lettore più di qualsiasi altra. E arriviamo quindi ai consigli di oggi.

Comincio con Canada di Richard Ford, un gran bel romanzo, ambientato negli anni 60. E’ la storia un po’ surreale di due gemelli adolescenti alle prese con degli adulti (i genitori in primis) più adolescenti di loro, che li costringono a crescere prima del tempo, lasciandogli delle ferite che li condizioneranno per tutte le loro esistenze. Un romanzo psicologico, molto introspettivo, sulle responsabilità, dirette e indirette che abbiamo verso gli altri e sulle conseguenze che le nostre azioni possono avere anche per lungo tempo.

Proseguiamo con uno dei miei autori preferiti. Lasciati momentaneamente da parte i mitici Hap & Leonard, il mio amico Joe Lansdale ci fa immergere nelle atmosfere dark di Moon Lake. Se non conoscete l’autore qui c’è un piccolo compendio della sua arte: ironia, denuncia sociale, temi razziali, descrizioni accurate, thrilling, sangue e scazzottate, ritimi travolgenti. Lansdale è come i Rolling Stones o se preferite, come il ragù di mamma. E’ sempre quello, ma che altro vuoi di più dalla vita?

Il terzo consiglio è per Lincoln Highway di Amor Towles. Grandissima sorpresa, per un romanzo travolgente. Ci sono tutti gli elementi classici del romanzo di formazione/romanzo on the road americano: il mito della frontiera, la voglia di riscatto, la volontà di inseguire i propri sogni, ragazzi perduti e ritrovati. Il tutto raccontato magistralmente, dalle diverse voci narranti dei protagonisti, senza fronzoli, ma con un respiro profondo, nell’eterna antitesi fra il destino già tracciato e la volontà di costruirsi una strada alternativa. Personaggi memorabili, menzione speciale per Sally, l’unica fanciulla del gruppo, veramente straordinaria!

Buona lettura!

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Ma siete proprio sicuri che volete integrarvi a noi?

Per cercare di distrarmi un po’ dalle notizie drammatiche che arrivano dall’Ucraina, oggi sfogliando le cronache, leggevo la storia di Ahmed, giovane operaio tunisino, che ha trovato 600 euro in un postamat e li ha restituiti all’ufficio postale.

Ahmed, ma come dobbiamo fare con te? Allora dillo! Non c’è niente da fare: non ce la fate, non ci riuscite, non è nelle vostre corde. E quindi seppur a malincuore bisogna ammettere che Salvini ha ragione: voi non volete integrarvi!

P.S. Sarà che sto a casa con il Covid (fortunatamente solo con i sintomi influenzali). Sarà che appunto dobbiamo cercare di toglierci dalla mente quelle immagine orribili che ci martellano ogni giorno, in ogni notiziario, in ogni programma. Ma quando leggo che la Lega ha proposto centinaia di emendamenti contro lo Ius Scholae, pretendendo di introdurre vincoli come il merito scolastico o la conoscenza di usi e tradizioni popolari, mi viene in mente quella domanda iniziale che farei a questo Ahmed e a tanti altri come lui: siete proprio sicuri che volete integrarvi, che volete diventare come noi? Ci avete pensato bene?

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In quasi tutte le domeniche mattina

Insieme alla mia cara amica E. assidua vaggiatrice ermeneutica, si discuteva sui recenti casi di condivisione della malattia da parte di personaggi pubblici. In modi molto differenti fra loro, seguendo non proprio una moda, quanto piuttosto un modello culturale che ormai ha abbattuto i confini di pubblico e privato, Fedez e Mihajlovic hanno deciso di raccontare a tutti dello loro lotta contro il tumore.

Dicevo in modi differenti. Fedez ci ha raccontato passo dopo passo malattia, intervento chirurgico e conseguente cura, Sinisa si è limitato a rendere pubblico il ritorno della malattia, lanciandogli un pubblico guanto di sfida: “ha coraggio questa malattia a ripresentarsi contro uno come me”. Ognuno ha la sua modalità di reagire e se da una parte la condivisione passo passo, dall’altra il paragone della lotta, sono due atteggiamenti che aiutano e rincuorano nella difficoltà, allora niente da dire.

Ma non farei mia nessuna delle due. Non credo mi sarebbe d’aiuto la “socializzazione” di un percorso difficile com’è quello delle cure. Ma ancora di più, non mi piace questa retorica del guerriero, della lotta alla malattia come fosse un nemico da sconfiggere con coraggio ed ardore. Perché poi non vorrei sottintendere che la guarigione sia una vittoria conquistata sul campo. E chi invece non ce l’ha fatta? Significa che era debole? Che non era capace o peggio che non si è meritato di guarire?

Che la malattia – e questa come e più di altre – non sia una punizione mi sembra assodato. Non vorrei però che si pensasse che la guarigione sia un premio. Caro Sinisa, bravo tu se riesci a fare la voce grossa contro il tumore e se è quello che ti serve e che ti aiuta ad affrontarlo, bene così. Ma non vale per tutti. E soprattutto, non è che questo ti renda “migliore” (più bravo, più capace, più meritevole) di altri. Malattia e guarigione dipendono certo dai nostri comportamenti, ma solo fino ad un certo punto. Un punto che la medicina sposta sempre più avanti, grazie alla prevenzione e alle cure. Ma guarire non è meritocratico, non è la medaglia per chi è stato bravo, perché altrimenti sai quanti ce l’avrebbero fatta!

Purtroppo non è così invece e non sappiamo come o perché si guarisca. E’ come una domenica mattina: speri ci sia il sole e (almeno a Roma) per fortuna quasi sempre è così. A volte invece piove e scombina i nostri piani e non ci possiamo fare nulla. Per quanto lo avremmo voluto, non ci possiamo proprio fare nulla. Ma come dicevo con F. (altro amico fraterno anche di E.) un giorno il Principale lassù ce ne dovrà di spiegazioni!

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Mo te la do ‘na pizza!

Ma quindi ha fatto bene o no, il prode Willbur a schiaffeggiare l’oltraggioso comico che aveva fatto dell’ironia sulla sua dolce metà? E voi, nei suoi panni, che avreste fatto?

Ho letto varie opinioni al riguardo. C’è chi sta col marito vendicativo, chi dice che la consorte avrebbe dovuto difendersi da sola, chi in ogni caso ritiene deprecabile il ricorso alla violenza e c’è pure chi non è neanche a conoscenza dell’accaduto. Per costoro riepilogo rapidamente i fatti. Alla notte degli oscar il comico Chris Rock, presentando gli ospiti ha fatto una battuta di dubbio gusto sul fatto che la moglie di Will Smith è affetta da alopecia. Per tutta risposta l’attore si è alzato, l’ha raggiunto sul palco e gli mollato uno schiffone in diretta mondovisione, intimandogli di non provare più a nominare la consorte.

Come sa chi mi conosce non sono incline alla violenza. Non credo che avrei reagito allo stesso modo. Magari avrei provato a rispondere per le rime. In fondo la lingua sa essere più affilata della spada e poi la battuta era davvero squallida che forse si commentava da sé. Ovviamente non conosco che tipo di relazione ci sia fra i due contendenti, magari c’erano dei trascorsi, forse non è stato un episodio isolato. Non conosco nemmeno come la signora Smith stia vivendo questa sua malattia: probabilmente non molto bene, considerata appunto la reazione del marito.

Qui ritorna il tema della libertà d’espressione, della presunta liceità del comico che non deve sottostare alle regole: qualcuno è convinto che non ci debba essere censura, che si possa e in un certo senso si debba ironizzare su qualsiasi cosa. Ma resta il fatto che colpire chi è debole, colpirlo nella sua fragilità, su una cosa che gli procura dolore, esattamente nel suo punto debole, non si fa. E fosse stata mia moglie, uno dei miei figli, un amico, non cambia la sostanza. Mi sarei sentito coinvolto. E una bella pizza, con la lingua forse più che con le mani, gli avrei data sicuramente anche io!

“Arzete, arzete, a cornuto arzete!” j’ho detto!… (Willbur Smith che cita Borotalco imitando il mitico Mario Brega)

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Hacker russo nun te temo

Amici servizi segreti bulgari, non sparate più al Papa ma dedicatevi al Pipppero.”

Questa settimana, come ampiamente documentato da giornali e televisioni, il sistema informatico delle Ferrovie dello Stato ha subito un attacco informatico che ha messo temporaneamente in tilt la biglietteria ed anche i sistemi di informazione nelle stazioni. Dietro l’attacco sembrerebbe esserci un gruppo di pirati informatici russi che avrebbe chiesto un riscatto di 5 milioni di euro. La richiesta di riscatto per sbloccare il sistema sarebbe stato inviato attraverso il canale Telegram ai tecnici delle ferrovie. Fin qui la notizia ufficiale.

Sembra però che questa notizia, che ovviamente avrebbe dovuto rimanere riservata, sia stata, non si sa come, non si sa da chi, resa pubblica e qualche smanettone informatico abbia cominciato ad inviare messaggi agli hacker russi. Qualche insulto, qualche incoraggiamento all’Ucraina, ma ad un certo punto lo spirito umoristico italico, reso forse più pungente dalle recenti disavventure calcistiche, ha alzato il livello.

Ma non ti vergogni all’età tua a stare tutto il giorno a giocare con il computer?”

Fatti una vita, segaiolo che non sei altro”

Ti piace vincere facile? Te la prendi con le Ferrovie Italiane, perché non provi ad hackerare la CIA?

Peccato che gli hacker russi non sembrino avere un grande senso dell’umorismo e l’abbiano presa così male da raddoppiare la richiesta da 5 a 10 milioni, incolpando le povere FS di aver divulgato la notizia. Ma tutto è bene quel che finisce bene: le FS hanno assicurato di non aver versato neanche un euro, ristabilendo la funzionalità del sistema grazie al lavoro dei propri tecnici informatici.

Una risata vi seppellirà! Saremo pure fuori dal mondiale, abbiamo i sistemi informatici impenetrabili come la difesa della nazionale, dovremo ritirare fuori le candele per illuminarci, ma almeno la soddisfazione di spernacchiare i pirati russi ce la siamo tolta!