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La situazione è grave, ma non seria

Ricapitolando. I 5 Stelle sono riusciti nell’impresa di suicidarsi politicamente, mettendo su un piatto d’argento la possibilità al centro destra di staccare la spina al governo senza sporcarsi le mani. Nel contempo, così facendo, hanno anche sciolto il PD da qualsiasi eventuale vincolo di alleanza in vista delle ormai prossime elezioni.

Che dunque vedranno, verosimilmente, due schieramenti contrapporsi. Nel primo la pescivendola (con tutto il rispetto e la stima che ho per le mie pescivendole del mercato di Val Melaina) della Garbatella, il reparto geriatrico di Arcore e la razza padana si faranno portavoci del populismo più sfacciato, promettendo tagli di tasse, aumento degli stipendi, congiunture astrali favorevoli, tre volte Natale e festa tutto il giorno. D’altro il PD, libero dal mortifero abbraccio con i pentadementi, non dovrà far altro che affidarsi a Draghi e a tutti coloro che in Parlamento (ma soprattutto fuori da esso) vorranno appoggiare la sua linea politica. Saranno in grado di fare questa scelta, senza se e senza ma? Hanno in mano la carta vincente, ma non sarebbe la prima volta che se la fanno sfilare dalle mani.

Considerazioni a latere. Sarà un caso che abbiano fatto cadere il governo tutte le forze politiche che in passato hanno avuto rapporti più o meno stretti con Putin? Diciamo di sì. Un caso. Con la “s”. Anche se mi verrebbe di scriverlo piuttosto con due “z”.

Seconda considerazione. Una volta per tutte la finiranno con questa filastrocca dei governi non scelti dagli elettori: questa folle legislatura l’hanno scelta quell’oltre 30% degli elettori che votarono 5 stelle. Sarebbe facile dire io (come tanti altri) l’avevo detto, sarebbe facile ora dire che “uno vale uno” non vale neanche quando si scelgono le squadre di calcetto il giovedì sera. L’importante è che sia finita. E’ stato lungo, faticoso, un po’ come il Covid, ma speriamo di esserne usciti.

Terza ed ultima. Le elezioni non sono mai una sciagura: lo scenario oggi è più chiaro, non ci saranno più le contraddizioni e le ambiguità di un governo con dentro forze naturalmente antagoniste. O di qua o di là, non credo ci saranno terze vie: cosa sceglieranno gli Italiani? Una volta tanto voglio essere ottimista.

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare.

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Gli alibi e le ragioni

E confondo i miei alibi e le tue ragioni

Stiamo vivendo un periodo difficile. Sì, è vero, questa considerazione è un evergreen, l’abbiamo sentita ripetere un milione di volte, ma raramente abbiamo vissuto una pandemia mondiale e una guerra nel cuore dell’Europa, con una crisi economica che fa triplicare i costi dell’energia e rimanda indietro i livelli dell’inflazione a 40 anni fa. Insomma, viviamo sempre periodi difficili, ma questi penso oggettivamente siano più difficili di altri.

E come reagiscono i nostri politici? Come affrontano questa emergenza, questa concomitanza di eventi straordinari? Come sempre. Litigando per questioni di lana caprina, cercando di lucrare rendite di posizione e piccoli vantaggi da giocarsi a favore dei propri interessi di bottega. D’altra parte siamo stati noi ad eleggerli e non credo ci sia questa differenza radicale fra noi e loro.

Effettivamente in tante situazioni la linea di separazione fra alibi e ragioni è molto labile. E spesso anche artificiosa. Un po’ come quei confini disegnati sulla carta, dritti per dritti che vanno a dividere nazioni che in realtà fanno parte di un unico territorio. Quando invece esistono fiumi, montagne o qualsiasi altro dato concreto che separi due Stati, la situazione diventa molto più semplice. E più oggettiva.

La confusione nasce proprio dal fatto che è frequente il caso in cui non ci sono dati oggettivi. O meglio, ognuno di noi pensa di averne: siamo certi delle nostre convinzioni e quindi delle nostre ragioni. Quelli degli altri invece li giudichiamo solamente come alibi, scuse per fare o non fare qualcosa che in realtà non ha motivi.

Quando confondiamo alibi e ragioni rischiamo di rovinare un’amicizia, un rapporto di fiducia, una relazione. Ma quando questo succede a chi ha una carica ufficiale, il guaio può essere ben peggiore: chi ha obblighi nei confronti della collettività dovrebbe avere la capacità di andare oltre. Proprio perché alibi e ragioni possono essere facilmente confusi, ci vorrebbe un’assunzione di responsabilità, l’abilità e l’intelligenza di andare sopra ed oltre. E forse, quando saremo dentro la cabina elettorale, dovremmo cominciare a valutare i politici proprio a partire da questa capacità.

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Abbiamo bisogno di eroi?

Ieri sera ho visto con piacere un docufilm (termine bizzarro, una via di mezzo tra un film e un documentario) sugli azzurri vincitori del Mondiale spagnolo, esattamente 40 anni fa. Correva l’estate dei miei 16 anni, con Miguel Bosè che cantava i Bravi ragazzi (tutti poeti noi del 66, come modificavamo la canzone a nostro uso e consumo) e i primi amori sul lungomare fra Anzio e Lavinio. Ma ancor prima di aver rivisto quelle immagini, come penso tanti della mia stessa età, sarei in grado di raccontare perfettamente ognuna di quelle partite della nazionale.

Ricordo esattamente dov’ero e con chi vedevo le partite, le ansie prima di ogni incontro e i festeggiamenti dopo. Ricordo lo scetticismo e le cattiverie giornalistiche che accompagnarono le prime gare, salvo poi mutarsi rapidamente nella santificazione dei giocatori: la corsa a salire sul carro dei vincitori è sempre stato uno degli sport più praticati, in qualsiasi epoca. Ricordo che qualche lupacchiotto giallorosso (come sempre, i figli stupidi di Roma) tifava Brasile perché c’era Falcao e quel cattivone di Bearzot non aveva convocato Pruzzo. Ricordo mia mamma felicemente sbronza dopo la finale, a sventolare una bandiera sulla litoranea, affollata di macchine festanti.

Nel servizio della Rai condotto da un grande Marco Giallini, ritornavano tutte queste cose e si inquadrava quella manifestazione nello scenario del Paese dell’epoca, sottolineando le difficoltà economiche e sociali in cui ci trovavamo. “Abbiamo bisogno di eroi” ha detto Giallini alla fine del documentario, perché quella vittoria può considerarsi come il riscatto dell’Italia, che proprio in quel gruppo di ragazzi era riuscita a ricompattarsi, a ritrovare uno spirito unitario dopo i veleni del periodo di piombo. La cosa mi ha fatto pensare, perché in realtà non sono molto d’accordo con questa ricostruzione.

In realtà nell’82, almeno dai miei ricordi, c’era un’altra atmosfera nel Paese. Gli anni duri, Moro, Ustica, la stazione di Bologna, erano ormai alle spalle. Ovviamente ancora c’erano degli strascichi, le BR facevano ancora paura, ma l’aria era cambiata, eravamo già andati avanti. Non c’è paragone con l’oggi. Siamo appena usciti da una pandemia mondiale, siamo nel pieno di una guerra dentro i confini dell’Europa e dentro una crisi economica che è ben lontana dall’essere superata. E siamo pure fuori dal mondiale, quindi nessun eroe potrà salvarci. Ma neanche risollevarci il morale.

E poi, seppure non ci avessero eliminati prima ancora di partecipare, con i problemi che abbiamo e il disincanto diffuso, a cosa sarebbe servita un’ipotetica vittoria al mondiale di calcio? E’ vero, sono il primo ad essere convinto che “il calcio è la cosa più importante fra le cose meno importanti“, può essere terapeutico (la Lazio continua ad essere il termometro del mio umore non solo domenicale). Ma nonostante tutta la retorica di cui possiamo caricarlo, davvero stavolta non credo che ci avrebbe potuto salvare. Forse, proprio come successe oltre 40 anni fa, dovremo sbrigarcela da soli. Ripartiremo anche senza eroi: ce la facemmo allora e ce la faremo adesso.

Loro arriveranno dopo e magari ci regaleranno un altro mondiale.

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Resoconto semiserio di 7 giorni a Maiorca

Perché spendere 900 euro per affittare una panda per una settimana invece di spenderne 300? Perché spendere 350 euro di volo invece di spenderne 150? E potrei continuare così anche per l’affito di un villone con piscina e altre cose. Quando venti giorni fa ci hanno cancellato il volo per Sharm El Sheik (ebbene sì, anche noi ci eravamo invaghiti della classica vacanza a 4 di bastoni sotto il sole per una settimana di nullafacenza in un villaggio all inclusive) dovevamo decidere rapidamente una meta alternativa. E quelle differenze di prezzo ci hanno fatto desistere da un ritorno in Sardegna per dirigerci invece verso un’altra meta. Scelta molto azzeccata!

Qualche anno fa eravamo stati a Minorca (ve l’avevo raccontato qui https://viaggiermeneutici.com/2017/07/21/resoconto-semiserio-ovvero-minchione-di-7-giorni-a-minorca/) e ci era piaciuta molto. Verso la più grande delle Baleari avevo qualche riserva con l’idea che fosse troppo affollata, con un turismo di massa legato alla movida e alle notti brave. Niente di tutto questo! O meglio, quest’idea in effetti si sposa bene con quello che c’è intorno al capoluogo: Palma e il suo circondario in effetti sono una specie di Rimini un po’ più caciarona, ma il resto dell’isola invece è tutt’altra cosa, molto più simile alle atmosfere che già avevamo trovato e apprezzato a Minorca.

Es Trenc

Abbiamo affittato una villa dalle parti di Felanitx, nella parte centro orientale dell’isola, da lì ogni giorno abbiamo girato nelle spiagge più belle che stavano tutte ad una mezz’ora di macchina. Forse la differenza più grande con Minorca sta proprio qui: il tipo di spiagge è molto simile, ma Maiorca oltre ad essere decisamente più grande, ha collegamenti migliori. Nella parte nord est ci sono spiagge molto belle e molto ampie (Cala Mesquida e Cala Agulla), ma spesso molto ventose: per questo ci siamo piuttosto concentrati in quelle a sud est. Spiagge piccole, ma comunque agevoli, all’interno dei parchi naturali, tutte facilmente raggiungibili e con parcheggi comodi (spesso a pagamento).

Cala Blava
Cala S’Amarador
Cala Sa Nau

Il maiorchino è un dialetto catalano (in una settimana ho visto solo bambini e adulti con le maglie del Barcellona). Capisco poco lo spagnolo, figuriamoci il catalano. Per questo forse siamo rimasti un po’ perplessi di fronte al cartello posizionato proprio nel terreno di fronte alla villa…

Che divieto sarà? Ci è rimasto il dubbio…

Una bella vacanza, con i figli al seguito (e questo ormai non è così scontato) e gli amici di viaggio di sempre. Non abbiamo visto la barriera corallina, come avevamo preventivato, ma le spiagge di questa Isla Bonita non hanno davvero nulla da invidiare a quelle dei caraibi!

Cala Mondragò
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Proprio come uno sbadiglio

Gli atteggiamenti non sono sempre univoci, non tutti li valutano allo stesso modo. Ma neanche gli eventi. Come la pioggia: per qualcuno è una calamità, per qualcun altro una benedizione. E così le lacrime. C’è chi piange dalla disperazione e chi dalle risate. La natura delle cose può essere ambigua, può significare una cosa e a volte l’esatto contrario.

Una gentilezza può nascondere piaggeria, una battuta ironica può essere in realtà una cattiveria, come un rimprovero anche duro può avere dentro un affetto smisurato verso chi viene fatto. Le intenzioni non sono sempre allineate ai comportamenti e cosa conta veramente, le cose che facciamo o i motivi per cui le facciamo? Quante volte poi siamo portati ad equivocare i comportamenti degli altri per dei preconcetti che abbiamo verso di loro. Anche con le migliori intenzioni a volte si combinano disastri e se combini un disastro davvero allora poco importa con quali motivazioni la hai compiuto.

Ad esempio uno sbadiglio, come dobbiamo interpretarlo? Stiamo annoiando il nostro interlocutore? O ci tiene così tanto ad ascoltarci che, nonostante la stanchezza, il suo corpo gli chiede nuovo ossigeno così da poterci seguire meglio? Anche gesti involontari ed inconsapevoli come questo possono nascondere motivazioni diverse, persino opposte fra loro. Insomma, la confusione è tanta e non ci sono grandi soluzioni: dobbiamo imparare a conviverci!

Con i cani è più facile, perché i cani non fingono: se scondinzolano sono contenti, se ringhiano meglio girare al largo. Amano in maniera incondizionata e senza secondi fini. Amano e basta. Niente interpretazioni, niente doppi sensi: azioni e intenzioni sono perfettamente allineate. Per questo andranno in paradiso molto prima e con maggior merito di noi. Come dite? Anche loro sbadigliano? Eh sì! E anche per loro la cosa non è facilmente interpretabile. Sembra che sbadiglino per allontanare una situazione spiacevole, a volte per fame, altre per cercare attenzioni. Forse anche loro stanno diventando umani. Speriamo non troppo umani!

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Il referendum è bello, ma non ci vivrei

Se ho un problema con l’impianto elettrico non faccio un’assemblea di condominio per stabilire che tipo di intervento va fatto per risolvere. Così pure se mi si rompe la macchina, non indico una consultazione pubblica per verificare come intervenire. E se mi fa male un dente o la pancia, non mi metto a chiedere il parere di gente incontrata per strada per stabilire che debbo fare. Non faccio così e nessuno, che mi risulti, si comporta così. Chiamiamo un esperto, ci affidiamo a chi ne sa di più, magari ne sentiamo più d’uno, ma alla fine dei conti cerchiamo le competenze, perché sono quelle che contano. Non mi interessa l’opinione della signora Maria del terzo piano, perché l’opinione di cento, mille, un milione di incompetenti non varrà mai l’opinione di una sola persona colta, che ha studiato le materia, che sa per filo e per segno di cosa si parla e cosa si deve fare.

Per questo, tendenzialmente, la democrazia diretta mi fa orrore. I referendum in generale penso siano l’estrema ratio a cui si debba far ricorso in via del tutto eccezionale e per questioni semplici, che riguardino in modo diretto la vita di ognuno, ma soprattutto che non comportino competenze specifiche. Altrimenti si fanno disastri, come per le scelte energetiche che stiamo pagando ora, oppure si buttano i soldi: quante cose belle potevamo fare con questi 400 milioni di euro che abbiamo buttato dalla finestra? Sul serio non c’era un modo più intelligente di spenderli?

Ma la cosa che deve far riflettere di più è lo scollamento sempre più netto, sempre più evidente, fra le persone normali e chi ci governa. Qualcuno ha pure il coraggio di scandalizzarsi o di stupirsi che sia andato a votare il 20% degli aventi diritto? Usciti da una pandemia, spaventati da una guerra alle porte, fiaccati da una crisi economica, chissà mai perché l’80% degli italiani ha deciso che dei 5 referendum gliene importava meno di un fico secco. Chissà, chissà perché…davvero un mistero!

Io avrei tre proposte semplici semplici (che ovviamente non saranno prese in considerazione, ma io le dico lo stesso): stabiliamo una volta per tutte quali sono le (pochissime) materie che vanno sottoposte a referendum; alziamo, anzi decuplichiamo il numero di firme necessarie; introduciamo un fidejussione per i proponenti che vada eventualmente a ripagare i costi se non si raggiunge il quorum. Ma soprattutto mandiamo in Parlamento persone che legiferino, che si riprendano la responsabilità di fare quello per cui sono pagate, senza tirare per la giacchetta la povera signora Maria, che ha (giustamente) altri pensieri per la mente (e comunque è senza dubbio più saggia di loro).

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I’m too old for this Shit

Si sa che l’età è un fatto relativo. Mio padre a 94 anni, non va più al circolo anziani a giocare a carte, un po’ per gli strascichi della pandemia, un po’ perché, a detta sua “è pieno di vecchi“. Sempre lui, parlando con mio fratello, gli ha detto recentemente “speriamo di non diventare vecchi“. Già…speriamolo davvero, anche se l’alternativa non è poi così allettante.

Quando si smette di essere giovani? Quando non si ha più la curiosità di imparare cose nuove, quando non vuoi più metterti in gioco per nuove imprese, quando pensi di avere più cose insegnare che da imparare. Non è un fatto anagrafico, non solo almeno. Per questo c’è gente che nasce vecchia ed altri che con il passare degli anni ringiovaniscono. Io ad esempio vorrei avere esattamente gli anni che ho, solo con trent’anni di meno. Ma questo è un altro discorso.

Un elemento che mi fa riflettere, nel confronto generazionale, è l’accorgersi che (forse inevitabilmente) verso i figli si ripercorrono esattamente le stesse strade e analoghi atteggiamenti che contestavi duramente a tuo padre quando il figlio eri tu. Non tanto il fare o non fare una cosa: sono ancora abbastanza lucido da fare un passo indietro e lasciare ai figli la responsabilità di decidere quello che fanno. Ma il modo in cui fanno le cose: lì è quasi inevitabile voler dire la propria, voler mettere il becco. Ecco, forse uno smette di essere giovane quando ha la pretesa di sapere quale sia il modo giusto di fare le cose.

Continua a dirti, ma non esci mai? Perché non provi a divertirti!” Così cantava Venditti 40 anni fa, certificando il fatto che almeno non è un problema odierno: anche nel modo in cui passano il tempo libero ci sentiamo in diritto (anzi forse, in dovere) di dire la nostra. Certi modi ci sembrano inconcepibili, semplicemente perché non sono i nostri. Ma da saggio genitore a vecchio trombone scassaminchioni è un attimo!

In ogni caso è vero che alla resa dei conti, più che la carta di identità, ognuno ha l’età che si sente. E’ vero però che non si può non essere influenzati dal confronto con gli altri, che inevitabilmente ti porta a misurare te stesso in relazione al contesto. Quindi da una parte è un fatto incontestabile che io continui imperterrito a giocare a calcetto il giovedì sera con gente che ha la metà dei mie anni, ma è altrettanto vero che ieri al Todis un cassiere – che poteva avere l’età dei miei figli – mi ha chiesto a bruciapelo, “maggiore di sessant’anni“? Ero indeciso se ridere, piangere o voltarmi dietro (magari è strabico e sta parlando con qualcun altro). “Sa, il martedì c’è lo sconto anziani“.

Va be’ è stato bello finché è durato, vi voglio bene lo stesso. Arrivederci.

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Ritorno a Gerusalemme

Ci sono luoghi del cuore, che vanno al di là della geografia e più in generale della dimensione spaziale. Possono essere luoghi della memoria o delle prospettive, concrete ed insieme irreali, utopie o progetti, promesse e ricordi. Come già sapranno i più affezionati viaggiatori ermeneutici, salvo rare eccezioni, questo non è un blog di viaggi: non lo è soprattutto se intendiamo per questo i classici resoconti con itinerari, suggerimenti o riferimenti utili per visitare qualche luogo esotico.

Salvo rare eccezioni dicevo, perché invece qualche resoconto (molto poco attendibile) di luoghi in cui mi capita di andare lo avete letto fra queste righe (per chi volesse approfondire sono tutti i post catalogati come “Diari di viaggi”). Finita l’emergenza Covid, quasi tre anni dopo, avevo davvero bisogno di tornare a viaggiare. E il primo desiderio che volevo realizzare era quello di tornare a Gerusalemme.

Ci ero stato circa tre anni fa e ve lo avevo raccontato in questo post https://viaggiermeneutici.com/2019/03/13/resoconto-semiserio-di-4-giorni-a-gerusalemme-prima-parte/ e poi in quest’altro https://viaggiermeneutici.com/2019/03/15/resoconto-semiserio-di-4-giorni-a-gerusalemme-seconda-parte/. Gerusalemme però non è solo un luogo geografico.

Puoi essere credente o ateo, puoi appartenere ad una o all’altra delle grandi religioni, oppure ad una delle diverse confessioni cristiane, chiunque tu sia, qualsiasi sensibilità tu abbia, non puoi non subire il fascino di quel luogo. Nonostante o forse anche di più, per le sue enormi contraddizioni ed i suoi conflitti irrisolti: quel posto è sacro, in qualsiasi modo tu possa cogliere o vivere questa sacralità. Il cristiano inginocchiato, il mussulmano steso a terra, l’ebreo ortodosso dondolante o persino l’ebreo ateo che festeggia lo Shabat facendo un girotondo. Ognuno, a modo suo, esprime e riconosce di essere di fronte a qualcosa (o forse meglio a Qualcuno) che va oltre, che trascende la realtà.

Datemi retta, andateci! Da soli o in gruppo. Qualcuno mi chiede se sia pericoloso. Sì, lo è, ma ne vale la pena, ne vale assolutamente la pena. Ed è per questo che ci sono tornato oggi ed per questo che farò di tutto per tornarci domani.

La Basilica del Santo Sepolcro

La Moschea della Roccia, edificata esattamente nel punto dove si trovava il Tempio di Israele, sulla roccia dove Abramo stava per sacrificare Isacco e dove Maometto è stato assunto in cielo (con tanto di cavallo)

La sala del Cenacolo, trasformata in moschea per un certo periodo, nel piano di sotto gli scavi avrebbero ritrovato la tomba di Davide, primo Re di Israele

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La sindrome Nimby e la ricerca dell’Altrove

Che cos’è sarà mai la sindrome Nimby, si chiederano i miei affezionati viaggiatori ermeneutici: il solito uragano estivo che flagella le coste degli Stati Uniti? Un nuovo elettrodomestico che prepara risotti, lava i piatti e stira i pantaloni? Un nuovo social media che supera Tik Tok, che ha superato Instagramm, che ha mandato in pensione Facebook, così tanto per farci sentire vecchi e superati anche a noi?

Niente di tutto ciò. Nimby è l’acronimo che sta per “Not In My Back Yard“, che da noi potremmo tradurre “non nel mio cortile”. Ovvero quell’atteggiamento, quella presa di posizione, per cui qualsiasi cosa potrebbe anche essere positiva, l’importante è che non si faccia nelle nostre vicinanze spazio temporali. L’accoglienza ai profughi può anche essere giusta, anzi sicuramente lo è: basta che non ci sia un campo di accoglienza dietro casa nostra. E il termovalorizzatore o una linea ferroviaria ad alta velocità? Idem, non si discute se siano più o meno utili, l’importante è che non stiano da qualche altra parte. La riforma delle pensioni o gli interventi per la salvaguardia del clima? Vanno benissimo, più che giusti. Però magari rimandiamoli di qualche anno.

La questione si ripropone ciclicamente ed è impressionante come, anche riguardando temi diversissimi tra loro, segue sempre lo stesso schema: fate come volete, ma fatelo lontano da qui, fatelo altrove. Un altrove che diventa un luogo e un tempo metafisico, una specie di al di là, che non ci riguarda più. Un atteggiamento comprensibile, “umano troppo umano”, direbbe il mio amico Nietzsche che però ovviamente porta alla stasi. Sia nel tempo che nello spazio infatti è impossibile trovare un punto che non sia vicino a qualcuno.

Ma perché proprio vicino a me? In un Paese come il nostro, con una spiccata assenza di sensibilità riguardo i “beni comuni”, con quella domanda si scatenano vere e proprie guerre civili, pronte ad essere cavalcate dal politico populista di turno, ben felice di passare per paladino dei poveri cittadini vittime della calamità di turno o di riforme impopolari: no tav, no tap, no triv, no expo, no mose, no profughi, e via dicendo. Ultimo solo in ordine cronologico il termovalorizzatore annunciato da Gualtrieri.

Non se ne esce: ci vorrebbe un sussulto di dignità, una presa di coscienza individuale, che metta da parte il cortile per guardare l’intero circondario. Altrimenti questo Altrove non bene identificato (guai ad identificarlo!) diventa un “da nessuna parte”: in inglese suona meglio, da somewhere a nowhere.

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La libertà di sbagliare

L’altro giorno la mia dolce e problematica sorellina mi poneva un quesito non da poco: è giusto rispettare la libertà degli altri quando stanno palesemente sbagliando oppure è necessario intervenire, anche limitando questa libertà, per evitare di farli cadere?

Questione complicata. Presupponiamo innanzitutto che sia possibile in modo chiaro ed evidente sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato per qualcuno: non è facile saperlo per se stessi, figuriamoci per altri! Ma poniamolo come presupposto. Di fronte ad un’alternativa, una strada ti consente di arrivare al traguardo ed una è senza uscita, siamo nelle condizioni di saperlo con certezza e quindi possiamo indicarla all’altro evitando che vada in quella sbagliata. Ci ascolterà? E se non ci ascolta fino a che punto dobbiamo fare in modo che ci dia retta? Può capitare con i figli, con gli amici, con il partner, con chiunque ci sentiamo legati al punto da essere (o da sentirci) responsabili della sua scelta.

Io penso che senza dubbio dobbiamo metterlo sull’avviso, dobbiamo cercare di fargli aprire gli occhi, di farlo ragionare, di spiegare le ragioni. Invece a volte possiamo essere tentati di compiacere, più che di fare la cosa giusta, creandoci degli alibi. Potremmo voler evitare lo scontro, cercare di non essere sgradevoli o insistenti, giustificando le scelte (sbagliate) altrui dietro il paravento della loro libertà. Non poche volte mi sono trovato in situazioni simili, come penso chiunque altro. Si arriva ad un punto per cui si dice: io te l’ho detto, ho fatto il mio dovere, tu non vuoi capire, pazienza a questo punto peggio per te.

D’altra parte, continuare ad insistere, arrivare persino a prevaricare le scelte altrui, può essere una soluzione? Ripeto, sempre dando come presupposto di essere in possesso della verità, di avere quindi la certezza di quale sia la scelta giusta (che per esempio uno presuntuoso come il sottoscritto ha spesso la sensazione di avere!). Anche in questo caso però non credo che questa possa essere la soluzione. Sbagliando si impara, dice il proverbio. Ma finché non si sbaglia in prima persona, difficilmente si impara. Perché purtroppo gli sbagli altrui possono non essere significativi.

Che fare dunque? Sperare che questa via sbagliata non porti conseguenze irreparabili, cercare di limitare i danni e poi, soprattutto, essere lì accanto a quella persona anche quando sta sbagliando. Perché lì sta tutta la differenza del mondo, fra coloro che amiamo e tutti gli altri. Senza compiacimenti, senza indulgenze a buon mercato, senza giustificazioni astruse e soprattutto senza i “te l’avevo detto”, che tanto non servono a un fico secco. Se non riusciamo, pur con tutti gli sforzi del mondo, a fargli vedere il mondo con i nostri occhi, allora, seppur a malincuore, seppur con fatica e un dolore che sembra insopportabile, dovremmo calarci insieme a lui per vedere il mondo con i suoi occhi, vivere con lui i suoi errori, così da aiutarlo a venirne fuori. Perché solo a partire da lì possiamo dargli la speranza che una redenzione è possibile.

Delle ali e un altro apparato per respirare che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sensi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto delle cose della Terra tutto quello che potremo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri cento occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è. (Marcel Proust, La prigioniera)