Avatar di Sconosciuto

Sorridi e il mondo ti sorride (solo in bicicletta però!)

Passeggiando in bicicletta sulla pista ciclabile, in questi giorni di agosto, capita di incontrare spesso altri ciclisti che corrono nel senso opposto. A volte ci si scambia un ‘giorno, altre volte la fatica, visibile fra le guance rosse e gli occhi sgranati, non permette di proferire verbo e si prosegue così, quasi ignorandosi.

Ho fatto un esperimento. Senza dire una parola, sorrido. Così, senza un perché, continuando a pedalare, incrocio lo sguardo di chi mi sfreccia accanto e gli faccio un bel sorriso. Come se non ci fosse un domani. E vi assicuro che nel 99% dei casi, le persone rispondono al sorriso. Ed è bellissimo

Un attimo prima sono lì con lo sguardo perso nell’acido lattico, semi affogato nel proprio sudore, un attimo dopo si sciolgono per rispondere al sorriso. Fantastico! Anche perché se ci provate normalmente per strada non è la stessa cosa. Quasi mai uno sconosciuto risponde ad un sorriso. Anzi, capita spesso che l’altro ti risponda con un’occhiata infastidita che esprime un insieme di “Cazzovuoi?” “nonticonosco” “nunceprovànontidounalira”.

Perché allora in bici è diverso? Qualcuno potrebbe dire che sia un riflesso automatico. E forse è così. Ma secondo me è perché in quel momento ci si sente complici. Stiamo condividendo una fatica, voluta, cercata, salutare. Ma sempre di fatica si tratta. E quindi siamo disposti anche a sorridere ad uno sconosciuto, perché dentro di noi sappiamo che anche lui sta faticando come noi. Siamo sulla stessa barca. E se ci sorride, si merita una risposta. Ecco, forse semplicemente, dovremmo capire che anche nella vita di tutti i giorni è così. Anche se non ce ne rendiamo sempre conto, in fondo la barca è sempre la stessa.

Ma ora mi è venuta voglia di ascoltare una vecchia canzone dei Queen.

Avatar di Sconosciuto

Emozioni ferragostane

Come può una bruschetta, arginar la fame, anche se non voglio torno già a mangiare, pappardelle al sugo e l’abbacchio arrosto e poi le patate, anche quelle a posto.
Domandarsi perché quando cade il parmigiano sulle fettuccine, non fa rumore. E mangiare a quattro palmenti per vedere, se poi è così difficile digerire. Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi, cosce di pollo.
In un pranzo che, non finisce più, il mio digestivo, sei tu. Grappa barricata, la mia preferita, poi un sorso di limoncello, e va! Li bevo alla salute della gente a tutti i sorrisini indifferente, sorretto da un anelito di Averna, di amaro Averna…e digerisco te. Pe pe, perepè!

Avatar di Sconosciuto

Meno vaccini, più code alla vaccinara!

Mangiate merda! Milioni di mosche non possono essersi sbagliate (Marcello Marchesi)

E’ giunta l’ora miei arditi, che ci si riappropri della nostra libertà. Liberiamoci del giogo internazionale, delle bugie e delle costrizioni a cui siamo soggetti, riprendiamoci la possibilità di essere padroni della nostra vita. Cancelliamo imposizioni inique, figlie di false ideologie, che impediscono alle nostre vite di essere libere ed autentiche. In poche parole, “famo come cazzo ce pare”.

Soros, il miliardario cattocomunista, si è insinuato nelle nostre tavole e con la scusa di combattere la flautolenza, il colon irritabile e l’alitosi ha messo in commercio il pesto senza aglio. Allarmi, allarmi fratelli! Ridacci il nostro aglio o te ne faremo pentire! Onestà, onestà, onestà!

Il PD di Renzi e della Boschi, schiavo dell’internazionale comunista, ci ha imposto la guida a sinistra: è ora di tornare a guidare a destra. O al centro. Oppure la mattina facciamo una consultazione on line e decidiamo in che verso andare.

Gli immigrati, con i loro numeri arabi, hanno deciso che ogni giorno deve avere ventiquattro ore. Ma chi l’ha detto? Ma dove sta scritto? Facciamo un giorno di 23 ore, perché poi a Roma il ventitre porta anche bene e poi il fine settimana facciamo un giorno di trenta ore, così lavoriamo di meno e stiamo in vacanza di più.

Un’iniqua credenza popolare, fin da piccoli al mare, ci impedisce di fare il bagno dopo pranzo. Ribelliamoci a questa imposizione! Noi la parmigiana la digeriamo nuotando! E se ci impegniamo possiamo anche organizzare una gara di rutti sul bagnasciuga, per dimostrare quanto si digerisce bene in acqua!

Le democrazie plutocratiche hanno infettato i nostri giochi fin da bambini. Una prova? Quando eravate piccoli vi hanno mai coinvolto nel “ruba bandiera”? Ecco la dimostrazione di come si è cercato fin dall’infanzia di creare dei possibili terroristi, attentando al tricolore. Ma noi diciamo, prima gli italiani, sì al nascondino, no al ruba bandiera!

Le potenze giudaico massoniche ci hanno fatto credere che il quadrato costruito sull’ipotenusa fosse uguale alla somma dei quadrati costruiti sui catetti. Falso! Chi è questo Pitagora? Chi l’ha eletto? Anche lui è stato imposto dai governi dei vari Renzusconi. E poi si sa che il triangolo è una forma geometrica, un simbolo massonico.

Goldmann Sachs e le altre banche d’affari hanno imposto al mondo le previsioni del tempo per decidere le nostre vacanze e creare il traffico nel fine settimana. Noi diciamo no a queste falsità di stato: torniamo ai fondi del caffè per stabilire le previsioni del tempo. Chi l’ha detto che non sono efficaci?

La destra e la sinistra non esistono più. Sono categorie superate, appartengono allo scorso millennio ed ora sono usate solo per mascherare le malefatte dei governi. Da oggi in poi le scarpe saranno tutte uguali, niente destra e sinistra, retaggi del passato e delle false idee cattocomuniste!

Le multinazionali del cuoio ci hanno obbligato a montare in tutte le macchine le cinture di sicurezza. Diciamo basta a quest’assurda imposizione che ostacola la nostra libertà: chi l’ha detto che dobbiamo mettere le cinte? Da oggi nelle macchine vogliamo la possibilità di mettere le bretelle di sicurezza!

Il piano Kalergi prevede la sotituzione dei popoli europei con quelli africani. Una volta vuotata l’Africa ci vanno i cinesi e quindi in Cina ci vanno i Brasiliani. In Brasile ci mettiamo gli eschimesi, mentre al polo nord ci vanno gli abruzzesi, ma solo quelli di montagna che non soffrono il freddo. Quando finisce la musica, il popolo che rimane con la scopa in mano dice “e allora il PD?”, oppure viene eliminato. Condividi se sei indignato anche tu!

Avatar di Sconosciuto

La lontananza

“La lontananza sai, e come il vento
spegne i fuochi piccoli, ma
accende quelli grandi…”

Ma chi l’ha detto? Chi l’ha solo pensato che la lontananza avvicina? Un cretino! La lontananza allontana, lo dice pure la parola. La lontananza può farti sentire la mancanza, può farti apprezzare quello che fin lì avevi avuto sottomano e non avevi mai valutato appieno. Ma per il resto state tranquilli, che stare lontani non avvicina per niente. Mi sembra come quei proverbi consolatori, che tentano di contraddire delle verità lapalissiane. Tipo “sposa bagnata, sposa fortunata”. Ma fortunata di ché? Ti sposi il 15 luglio perché speri nel sole, se no ti sposavi il 15 novembre. Se poi piove è una grandissima sfiga, altro ché!

Certo, si può stare lontani anche vivendo fianco a fianco, come compagni di banco a scuola che non si sopportano. E ci si può sentire vicini anche con chi sta dall’altra parte del mondo. Perché la lontananza non si misura in centimetri, ma in battiti. Però anche il battito più forte a grande distanza non si sente più.

Quindi mi dispiace per i poeti, per Modugno e per i romantici. La lontananza non avvicina. Tutt’al più ci può far rendere possibile guardare l’altro in tutta la sua figura, stagliato contro il cielo come una stella di notte. E così, da quella distanza possiamo capire davvero quant’è lontano o vicino al nostro cuore.

Avatar di Sconosciuto

Evolversi

Secondo le teorie evoluzionistiche, per milioni di anni una linea di protozoi ha combattuto guerre chimiche con altri enzimi per affermarsi e proseguire la linea della propria discendenza. Gli esseri protocellulari, le piante, le amebe, i pesci, gli anfibi, i rettili e dopo chissà quante migliaia di generazioni, i nostri antenati mammiferi, nascosti nel cavo degli alberi per sopravvivere a zanne ed artigli, ad alluvioni e frane, il freddo, la fame, le malattie.

Fra questi primi mammiferi alcuni hanno continuato la linea evolutiva, hanno assunto la posizione eretta, il pollice opponibile, hanno perso peli e acquistato vestiti, hanno sviluppato la capacità di creare strumenti e sistemi per comunicare fra loro, per tramandare i saperi e far sì che le esperienze del singolo diventassero patrimonio genetico della specie. La creazione riflette su stessa, nasce l’autocoscienza

Tutto per portare attraverso il tempo e lo spazio un filamento di dna che si è evoluto in milioni di anni, attraverso milioni di individui. Uno dopo l’altro, generazione dopo generazione, per modificare e migliorare la specie, selezionando i geni, scegliendo quelli più adatti e più capaci, portando avanti i migliori.
E poi, alla fine di quest’odissea immane, una parte di noi, una buona parte, ha fatto sì che il duo comico Salvini Di Maio guidasse il nostro Paese.

Darwin, ma eri proprio sicuro sicuro?

Avatar di Sconosciuto

Stupido è chi lo stupido fa

Tutti noi siamo circondati da stupidi. Un’affermazione tautologica, che si sostiene da sola, che non può essere dimostrata né contraddetta. Un atto di fede. Che sottende un atto di presunzione, perché chi la afferma, evidentemente, si autoesclude. Posto che anche la presunzione è un atteggiamento stupido però, nessuno può sentirsi escluso da quella affermazione, sia nella veste di chi è circondato, sia in quella di “circondatore”. Ma come fare per individuare in maniera chiaro lo stupido che ci circonda e che potremmo anche essere noi stessi?

Mi è capitato di leggere un divertentissimo saggio di Carlo M. Cipolla, uno storico economico dotato di un geniale umorismo. Nel 1976 scrisse questo libello intitolato “Le cinque leggi fondamentali della stupidità umana“. Un testo che andrebbe secondo me inserito d’imperio in ogni programma scolastico di qualsiasi indirizzo. Queste a suo avviso le leggi:

Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
Terza Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Secondo Cipolla gli uomini si dividono in quattro grandi macro categorie:

  • gli Intelligenti che fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
  • gli Sprovveduti che danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri
  • gli Stupidi che danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi
  • i Banditi che danneggiano gli altri per trarne vantaggio.

Gli stupidi, secondo Cipolla, si qualificano quindi da due caratteristiche peculiari, differenti dalle altre categorie: l’assoluta coerenza e l’altrettanto assoluta inconsapevolezza. Secondo lui la maggior parte delle persone non agisce coerentemente: uno intelligente può compiere azioni da sprovveduto o scegliere comportamenti banditeschi. Persino un bandito a volte può fare scelte intelligenti. L’unica eccezione di rilievo, l’unico sempre coerente a se stesso, tende ad essere lo stupido che “mostra una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”.

Riguardo invece alla consapevolezza è abbastanza evidente che “la persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario (…) lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita e il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività – e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente.

Sull’autoconsapevolezza sono assolutamente d’accordo. Quanti idioti conoscete che sono sicuri di essere dei gran ficoni? Sulla coerenza ho qualche dubbio. Sì, certamente un cretino tenderà ad essere cretino in ogni circostanza, ma (fortunatamente) la coerenza assoluta non è di questo mondo. C’è chi è contro i vaccini (dannoso per sé e per gli altri), ma magari ha sprazzi di intelligenza in altri contesti. C’è chi beve o chi fuma (altro danno per sé e per gli altri) e però in alcune circostanze riesce ad usare il cervello. C’è chi è razzista e però. No, ho sbagliato esempio. Insomma, in fine dei conti ha ragione il mio amico Forrest: “Stupid is as Stupid does” o forse qualcuno di più autorevole che prima di lui ha detto “li riconoscerete dai frutti”. La stupidità non è una malattia incurabile, né infettiva, non ha segni evidenti, non impedisce di esprimere opinioni sui social, né di votare e neanche di essere eletti in Parlamento. E forse proprio per questo resta dannosa, anzi dannosissima, per sé e per gli altri.  Quindi facciamoci un bell’esame di coscienza e soprattutto valutiamo bene quelli che ci stanno intorno.

Avatar di Sconosciuto

E poi c’è chi guarda lo smalto

Imbarbarimento. Se dovessi trovare un unico sostantivo, un titolo riassuntivo, per definire l’Italia del duemiladiciotto non ne vedo uno migliore. Mi sembra un fenomeno di una evidenza lampante. Da quello che succede nelle strade, nelle scuole, in ogni luogo di aggregazione, gli stadi, le discoteche, le spiagge, per finire alla rete.

Quest’ultima forse è il caso più emblematico. Da strumento di libertà di espressione, di condivisione dei saperi, di democratizzazione della conoscenza, si è di fatto trasformata nel suo esatto contrario. Soprattutto i cosiddetti social sono diventati la fogna che diffonde i miasmi dell’intolleranza, dell’odio e della falsità. Ogni giorno mi tocca leggere pseudo notizie che trent’anni fa non avrebbero avuto spazio neanche nei muri dei cessi del mio liceo. Dare la possibilità di esprimersi a tutti ha tirato fuori il peggio della società, la feccia dell’umanità si è sentita autorizzata a dire la sua sulla qualunque: dalla politica all’economia, dall’etica alla medicina, la rete ha sdoganato e dato pari dignità allo scienziato e al caprone.

E così quello che per strada parcheggia in doppia fila bloccando il traffico, in discoteca fa il bullo con i più deboli, in spiaggia ascolta la musica a tutto volume, su internet scrive “finalmente crepa” al un figlio di carabiniere che prende 3 lauree e diventa un supermanager mondiale, salva un’azienda tecnicamente fallita e in 14 anni la fa diventare il sesto gruppo mondiale. Che poi tutto questo l’abbia fatto calpestando diritti dei lavoratori, con un atteggiamento arrogante e comportamenti spietati verso chi non era funzionale al suo progetto è un altro discorso.

Perché ormai non si entra più nel merito delle questioni. Il linguaggio da curva dello stadio si è diffuso ovunque. Non importa se si parla di vaccini o di economia: la parola d’ordine è dagli al nemico! Anche perché coloro che dovrebbero dare l’esempio sono i primi che si lasciano andare all’insulto, anzi ne fanno un programma elettorale, un modus operandi. E così poi ci troviamo con oltre il 60 % dei voti a movimenti razzisti, con in Parlamento persone a cui non farei amministrare neanche la paghetta di 15 euro che do a mio figlio ogni settimana.

«Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». A dirlo è Davide Casaleggio, che in una frase sola riesce a riassumere esattamente il contrario di quello che penso. Io abolirei il suffragio elettorale, darei il diritto di voto solo a laureati con master, innalzerei la soglia a 25 anni e la chiuderei con la pensione. Stesso discorso per internet: prima di avere un profilo sui social farei passare un esame per verificare la capacità di intendere e volere.

Intanto c’è questa massa di disperati, che nessun blocco riuscirà a fermare, che inevitabilmente travolgerà l’Europa ed i suoi privilegi se non saremo capaci di accogliere ed integrare. E di fronte a questo, di fronte ad immagini drammatiche di donne e bambini morti annegati, qualcuno riesce ad indignarsi per uno smalto. I barbari siamo diventati noi. E forse dobbiamo sperare che proprio questa massa di disperati, insieme ai loro problemi, ci riporti un po’ di umanità.

“Noi in Iran viviamo malissimo ma c’è una cosa della nostra cultura che adoro, ed è quella di avere una lingua bellissima, una letteratura meravigliosa. In persiano, per esempio, i profughi si chiamano PanahJou (پناهجو).
Panah non ha un equivalente in italiano 
Quando eravate piccoli, vi era mai capitato di perdervi nel parco? Ricordate la sensazione di terrore quando con gli occhi spalancati, cercavate la vostra mamma? E quando lì, da lontano, la vedevate correre verso di voi, vi ricordate la sensazione di immensa pace e felicità?
Quella sensazione è Panah.
Siete mai stati lontani da casa per tanto tempo? Avete presente quella sensazione di nostalgia e felicità quando con la macchina girate nella vostra strada e da lontano vedete la vostra casa e sapete che tra pochi minuti, abbraccerete la vostra famiglia e tutti i vostri cari che vi aspettano con gioia e impazienza?
Quella sensazione si chiama Panah.
Avete perso una persona molto cara? Immaginate di essere lì, al funerale, qualcuno vi chiama, vi girate e vedete un vecchio amico, molto caro, che non vedevate da tantissimo tempo e che non pensavate di rivedere mai più. Lo abbracciate piangendo, piangendo forte.
Quella sensazione di sfogo e di tristezza si chiama Panah.
Invece “Jou” vuol dire “una persona alla ricerca di…”
Noi chiamiamo i profughi PanahJou: persone alla ricerca di quell’abbraccio, di quella sensazione.
Forse non servirà a guarire questa malattia di odio e di intolleranza che si sta diffondendo nella società italiana, ma forse smettere di chiamarli i “migranti”, “naufraghi”, “clandestini”, “quelli lì” potrebbe essere un inizio.”

(tratto dal sito Alba Persiana)

 

Avatar di Sconosciuto

Resoconto semiserio di 7 giorni a Creta

Anche quest’anno, sulla scorta anche di quanto ci eravamo trovati bene lo scorso anno a Minorca, abbiamo deciso di programmare la vacanza con la triplice opzione estero/mare/isola. Così siamo atterrati a Creta. Una scelta che si è rivelata nient’affatto cretina (va be’, lo so, non dite nulla), perché abbiamo potuto apprezzare un mare davvero fantastico, per certi aspetti anche più bello di quello delle spiagge minorchine, che pure ci avevano affascinato lo scorso anno.

Abbiamo affittato una villa a due passi da Chania (La Canea, come la chiamavano i veneziani, di cui rimangono varie tracce), la seconda città dell’isola, piena di locali, ristoranti e negozietti vari e una vita notturna effervescente. Da lì avevamo a due passi diverse spiagge molto belle, ma in particolare la nostra preferita è stata Kalathas, che coniugava al meglio le comodità di una spiaggia attrezzata, le bellezze di un mare incantevole e una taverna che con meno di dieci euro ti permette di pranzare a base di pesce.

Così abbiamo alternato giorni sedentari lì a gite in giro per la zona più occidentale dell’isola, che è decisamente la più bella: Balos, Falasarna e soprattutto Elafonissi, un vero e proprio paradiso. Balos è una spiaggia raggiungibile a piedi dopo un percorso accidentato (strada sterrata per diversi chilometri e poi lunga camminata, non troppo comoda), oppure molto più comodamente imbarcandosi in un traghetto a Kissamos come abbiamo fatto noi. Il pacchetto comprendeva anche l’isoletta di Grambousa, sede di un forte veneziano che però ci siamo ben guardati di andare a visitare, visto che è proprio sul pizzo di una montagna. Forse sarebbe anche stato molto bello, ma abbiamo preferito guardarlo da lontano, accontentandoci di un bel bagno nella spiaggia sottostante. Da lì poi abbiamo ripreso il traghetto e siamo stati il pomeriggio a Balos, dove c’è una spiaggia simile ad una laguna, con l’acqua molto bassa, calda e trasparente come fosse la vasca di casa.

Elafonissi, che si trova a sud ovest, è decisamente la spiaggia più bella dell’isola, con dei colori che non hanno nulla da invidiare ai Caraibi. Peccato che ci sia spesso un vento terribile: il giorno in cui siamo andati noi era quasi impossibile rimanere in spiaggia, il vento era talmente forte che non si riusciva a fare qualsiasi cosa. Il posto però è talmente bello che proprio non si può non andare.

Infine la terza spiaggia da segnalare assolutamente è quella di Falasarna. Spiaggia molto lunga, ben attrezzata, anche qui con un mare dai colori da far invidia alle mete più esotiche.

Insomma, la vacanza ci è piaciuta davvero tanto. Una settimana forse è un po’ poco, ma è comunque sufficiente per apprezzare un mare da sogno in un’isola facilmente raggiungibile dall’Italia, con un costo della vita di gran lunga inferiore a quello delle nostre località più rinomate.

P.S. C’è poco da fare, ovunque si vada non si può non notarlo. E passi se vai in Germania o in Svezia, ma possibile che anche in Grecia ti salta all’occhio la pulizia della strade? Possibile che il nostro senso civico sia talmente infimo che in qualsiasi altro Paese si vada, ti sembra di stare su Marte in confronto alla mondezza di casa nostra?

 

Avatar di Sconosciuto

Che ne è stato delle estati?

E così mi attacco anche io a questa catena, lanciata dal mitico Barone Rosso e proseguita dall’altrettanto mitologico Zeus, per raccontare quel che succedeva qualche tempo addietro, quando le estati duravano quattro mesi e noi rientravamo in classe agli inizi di ottobre, non prima di aver tolto gli ultimi granelli di sabbia dai polpacci. Ovviamente non seguirò assolutamente nessuna delle regole del tag, ma mi limiterò a seguire la traccia dei miei illustri predecessori, con qualche piccola personale variazione (anch’essa molto arbitraria).

Gioco in cortile

Giocavamo in cortile? Mah! In realtà no, non in senso stretto. E così chiariamo subito la location delle mie vacanze infinite. Tra i 6 ed i 14 anni, per otto estati consecutivamente le nostre vacanze si svolgevano in una località senza nome, fra Santa Severa e Santa Marinella. Una manciata di case, palazzine, villette lungo il litorale a nord di Roma, comprese fra l’Aurelia e il mare, una striscia di terra lunga e stretta, fra prati e strade non asfaltate. Mio padre e mia madre, entrambi impiegati, si costringevano a ferie separate pur di lasciarci lì due mesi interi, anche con il supporto di zie e nonne. Un posto abbastanza selvaggio allora (chissà ora com’è diventato, sono più di trent’anni che non ci vado più), che però dava a noi ragazzi una libertà infinita. Quindi altro che cortile, noi giocavamo in questi spazi aperti dove scorazzavamo in bicicletta senza vincoli né confini. Anzi, all’interno di due confini precisi, come già detto, il mare e la statale Aurelia, entrambi invalicabili. Su quelle stradine bianche giocavamo a qualsiasi cosa, dal nascondino, al pallone, muovendoci sempre in bicicletta da una casa all’altra. Organizzammo anche una specie di Olimpiadi un anno, con tutte le discipline, dalle corse, ai lanci e ai salti con tanto di medaglie di premiazione. Poi c’erano ben due campetti di calcio, creati in due prati incolti sopravvissuti al cemento, dove si svolgevano delle sfide clamorose, che potevano durare ore ed ore.

Gioco in spiaggia

la particolarità di quel posto è che la spiaggia non ha sabbia. O meglio la sabbia c’è, ma sotto uno strato di sassi, che rendono l’acqua del mare trasparente, ma impediscono qualsiasi gioco di movimento. Infatti l’unico modo di spostarsi in spiaggia erano quelle scarpette di gomma dai colori fluo, dette “ragnetti” perché davano un’abbronzatura variegata ai piedi, simili a ragni. Anche i famosi castelli di sabbia per noi avevano l’insolita variante di essere fatti di pietre, non facilmente assemblabili fra loro. A cosa giocavamo quindi in spiaggia? Andavamo a pesca, sia con la canna, sia con le fiocine per prendere i polpi. Ce n’erano molti, anche vicino alla riva, nascosti appunto sotto i sassi, insieme ad una quantità sproporzionata di granchi. Con la canna invece si prendeva ben poco. Mi ricordo che come esca preparavamo un pappone con la mollica del pane ed il pecorino che ti lasciava le mani puzzolenti per giorni e secondo me faceva schifo anche ai pesci, visto che non prendevamo praticamente mai nulla.

Fumetto

In quell’epoca (ma perché ora invece?) ero un vero patito, sia dei super eroi della Marvel, all’epoca pubblicati dall’editoriale Corno, sia soprattutto degli eroi di casa Bonelli. I pomeriggi dopo pranzo, quando c’era l’obbligo materno del coprifuoco, almeno fino alle 4, divoravo volumi e volumi di Tex, Zagor, Mister No, Comandante Mark, e poi l’Uomo Ragno, Capitan America, I Fantastici 4, Thor. Quelle letture mi rapivano totalmente e a volte quasi non volevo uscire per finire qualche storia in sospeso. A Santa Severa poi c’era un’edicola che aveva molti arretrati di Tex (il mio preferito!) e quindi ogni occasione per andare in paese diventava tappa obbligata per acquistare qualche vecchio numero. Ce li ho ancora, la collezione completa dal numero 1 all’attuale 693, tutti belli stipati dentro scatole di Ikea sotto al letto, unico posto consentito dalla dolce metà e dalle dimensioni della casa!

Cibo

La particolarità ed uno dei ricordi più belli di quelle vacanze erano i picnic organizzati dai parenti. Noi in effetti eravamo arrivati in quel posto perché avevano acquistato delle case una sorella ed un fratello di mia madre, che passavano le vacanze lì con le rispettive famiglie. Famiglie molto numerose, quindi capitava anche abbastanza spesso che ci trovavamo insieme ad uno stuolo di zii, cugini, affini e andavamo sui prati delle colline di Tolfa (un paesino che sta nell’entroterra di quel litorale), organizzando dei barbecue pantagruelici. Il piatto forte era la carne alla brace, preparata all’argentina, il cosiddetto “asado”, retaggio degli anni passati dall’altra parte dell’oceano dai nonni materni (ma chi ha letto il mio ultimo romanzo qualcosa dovrebbe sapere!). Un’altra particolarità di queste gite in collina era la raccolta di more: ce n’era una quantità industriale, di tutte le dimensioni e ne mangiavamo fino a sentirci male. Un ultimo ricordo legato al cibo erano le lumache. Si sa, quando piove al mare, non c’è da essere felici, però noi già pregustavamo sia la raccolta (comunque divertente), sia soprattutto la mangiata successiva. La moglie di uno zio, originaria di Foligno, cucinava queste lumache in una maniera divina, con un sugo dal sapore impareggiabile.

Libro

Mi ricordo quelli di Salgari, l’epopea di Sandokan, tornata d’attualità con la serie televisiva di Kabir Bedy ed anche i gialli per ragazzi, una serie di libricini che si trovavano anche in edicola. Ricordo che ce n’erano di diversi tipi: a me piacevano in particolare quelli della serie dei Tre Detective. Ne leggevo parecchi, ma certo non regge il paragone con i fumetti

Film

A Santa Severa c’era un arena all’aperto, ma ci andavamo poco. Mi ricordo però l’estate che uscì Grease, che praticamente rimanemmo dalle 15 fino all’ora di cena, rivedendolo tre volte di seguito. Allora era consentito. Saremmo ancora rimasti lì, incantati da Sandy, che da quel momento sarebbe diventato l’ideale della bellezza femminile, etereo ed irraggiungibile.

Gioco da tavolo

Nelle già ricordate giornate di pioggia due giochi ci tenevano incollati al tavolino per ore ed ore: Monopoli e Risiko, in rigoroso ordine cronologico, perché il primo, più antico, fu poi soppiantato dal secondo. E soprattutto quelle grandi sfide a Risiko sono un ricordo piacevole, perché in fondo chi è che non ha mai sognato di invadere la Kamtchaka? L’altro gioco da tavola che ci appassionava molto, anche nelle belle giornate, era il ping pong. Lì emergeva una delle distinzioni ontologiche più significative fra noi: i pallettari e gli schiacciatori. I primi difensivisti giocavano sull’errore dell’avversario, gli altri votati all’attacco, volevano chiudere il punto con acrobatiche schiacciate. Possiamo dire che era la trasposizione sportiva della distinzione fra formiche e cicale, fra  chi affronta la vita cercando di adeguarsi alle situazioni e chi vuole prenderla per le corna e domarla ai suoi voleri.  Inutile dire che se questi ultimi non erano particolarmente bravi, pur essendo sicuramente più esteti e belli da vedere, erano destinati alla sconfitta.

Televisione

Semplicemente non esisteva, non era contemplata nelle mie giornate. A parte qualche partita dei mondiali di calcio e qualche epica partita di tennis del torneo di Wimbledon che allora (incredibile a dirsi ora) era mandata in onda dalla Rai. Mi ricordo bene la finale del 74 Germania Olanda, dove a parte il sottoscritto tifavano tutti per gli “orange”, belli e perdenti. Un altro ricordo nitido erano le sfide Borg McEnroe, anche se il mio campione preferito era Jimbo Connors, un mancino pazzo e spericolato, forse meno forte dei primi due, ma sicuramente più simpatico. Altre cose in TV non me ne vengono in mente

Canzone

Qui si potrebbe scrivere un post a parte. Il ricordo nitido che ho si riferisce al venerdì verso mezzogiorno e mezzo quando immancabilmente ci sintonizzavamo alla radio per ascoltare la Hit Parade e poi commentavamo la classifica, chi era cresciuto, le nuove entrate, le uscite, neanche fosse la classifica del campionato del mondo. Mi ricordo il riepilogo dal 10 al 2 posto e poi la proclamazione del vincitore della settimana e il brivido quando si trattava di una new entry che in soli 7 giorni aveva scalzato tutti, entrando direttamente al primo posto. Era l’epoca delle radio libere, ma sicuramente Radio 1 con quella trasmissione penso abbia fatto dei record di ascolto mai più raggiunti in seguito. Se devo ricordare qualche canzone in particolare, non posso non citare Heart of Glass dei Blondie, che ancora oggi appena la sento mi fa ritornare lì nella spiaggia dei sassi di Santa Severa. Poi ci sarebbe da citare il mitico Umberto Tozzi, che ogni anno arrivava inevitabilmente al primo posto con il suo “giro di do” e qualche parola buttata lì a caso: Ti amo, Tu, Gloria, Stella stai, hanno scandito le estati di una generazione.

Life

E che life poteva esserci secondo voi? Non c’era neanche una bar, se volevi comperare una rosetta o un litro di latte, un giornale o semplicemente un gelato dovevi comunque prendere la macchina ed arrivare a Santa Severa. Per noi ragazzi era precluso qualsiasi contatto con il mondo al di fuori. Qualche ardito si avventurava di nascosto sull’Aurelia in bicicletta, la distanza non era molta, non più di un paio di chilometri, ma obiettivamente il pericolo era davvero reale, perché si tratta di una statale trafficatissima. Infatti quel posto da paradiso per ragazzini diventò inevitabilmente una prigione per adolescenti. Infatti ricordo l’estate del passaggio fra le medie ed il liceo, con grande insofferenza. Non a caso, non solo per le mie intemperanze, fu l’ultima che passammo lì. Era l’estate delle Olimpiadi delle polemiche, quella senza gli Americani, che le boicottarono per l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS. L’estate della strage di Bologna. Ricordo perfettamente quel 2 agosto, eravamo in spiaggia, quando arrivò quella notizia terribile. Fu un’estate strana, con tante inquietudini anche per vicende familiari e così l’anno dopo decidemmo per un posto diverso e per una serie di circostanze non tornammo più lì.

Potendo tornare indietro, che cosa porteresti oggi? 

Che ne è stato di quelle estati? Tanti bei ricordi, alcune amicizie che durano ancora oggi, la consapevolezza acquisita con gli anni, di riuscire a vivere ogni momento come irripetibile. Perché poi la vita va avanti, cambiano i periodi, le situazioni, la percezione stessa delle cose, le persone che ci stanno intorno e purtroppo corriamo il rischio di vedercele sfilare via come un treno in corsa, senza apprezzarle veramente. Non ho nostalgie particolari, ma se potessi mi piacerebbe recuperare l’espressione curiosa del me stesso ragazzino di questa foto. Se ben ricordo risale all’estate del 79, alla premiazione di quelle Olimpiadi di cui dicevo prima. A rivederlo ora mi sembra proprio l’espressione soddisfatta, un po’ ironica ed un po’ interrogativa di uno che è curioso. Ecco, se potessi tornare indietro, mi porterei oggi la curiosità di allora.

E concludiamo così con i tag. Mi piacerebbe proprio leggere i ricordi di LucyIomeTiffanyFlò, ma chiunque altro voglia collegarsi alla catena è ben accetto!

Avatar di Sconosciuto

Anch’io sono un ipocrita

La mia amica Chiara ha fatto outing. E’ un’ipocrita. E mi ha convinto al punto che non posso non essere d’accordo con lei e non posso quindi non fare anch’io un’autodenuncia, confessando le mie ipocrisie.

Sono un ipocrita ambientale, faccio la raccolta differenziata, ma poi vado in ufficio in macchina invece di usare i mezzi pubblici. Sono un ipocrita in politica, perché parlo male di tutti, ma impegnarmi personalmente per cambiare le cose mi costa una fatica immane. Sono un ipocrita come cattolico, per un milione di motivi, ma soprattutto perché accetto di vivere e di far vivere i miei figli nei privilegi economici, nati certamente dalla fatica e dal lavoro, ma anche da ingiustizie sociali che solo una bella bugia mi fa dire non dipendere da me.

Sono un ipocrita con chi non sopporto, perché mi trattengo, perché le buone maniere e l’educazione a volte fanno dire e fare cose contrarie a quelle che uno pensa. D’altra parte chi non si trattiene dal mandare catarticamente affanculo tutti gli approfittatori, i leccaculi, gli imbecilli, i maleducati, i prepotenti che si incontrano tutti i giorni?

Ma sono un ipocrita anche con chi amo, perché tendo a proteggere e a scusare troppo, al di là forse di quanto sarebbe opportuno. Sono un ipocrita quando sbuffo e impreco, quando dico di no e poi so già che sarà sì, perché non so dire di no. Sono un ipocrita quando metto condizioni che so già che non rispetterò. Quando il tempo di un caffè diventa una vita intera. Ma chi è che non prova a farsi una faccia allegra anche nelle giornate storte? Chi non dice (prima di tutto a se stesso) delle belle bugie per nascondere delle brutte verità?

Penso che ognuno di noi combatta una battaglia più o meno quotidiana fra l’essere ed il voler essere, tra quello che è e “quello che vede in lui il proprio cane” (cit.). In questo senso forse anche lo sforzo di migliorarsi, il nascondere le ombre ed il provare a mettere in evidenza le luci potrebbe essere considerato un’ipocrisia. Ma del resto, se non possiamo diventare migliori, non dovremmo almeno cercare di diventare la migliore versione di quello che siamo?