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Tempo perso

Non è tempo perso coltivare progetti irrealizzabili, solo perché non avremo mai il coraggio o i mezzi economici sufficienti per metterli in pratica. D’altra parte non è che tutti abbiamo la fortuna di incontrare il Re di Spagna che ti finanzia il tuo progetto assurdo e periglioso di attraversare l’oceano per dimostrare che la terra è rotonda. Non tutti avranno la possibilità di verificare se la terra è tonda, ma ognuno potrà coltivare questa idea.

Non è tempo perso sognare ad occhi aperti, disegnando i contorni di un’idea, masticandola piano per ore come fosse un chewingum, vagliandone i se ed i poi, immaginando le conseguenze, facendosi le domande e dandosi le risposte. E poi magari lasciarla andar via, ringraziandola della compagnia, ma decidendo che no, forse non ne valeva la pena.

Non è tempo perso resistere alla corrente che incanala le opinioni e le fa diventare verità come ha fatto Ilaria. Non tutti hanno la forza e la tenacia di gridare al mondo per nove anni una verità diversa, ma alla fine poi, comunque fosse andata a finire, non sarebbe stato no tempo perso.

Non è tempo perso impegnarsi in alcune battaglie perse. E lo so cosa state pensando! Se perdere le battaglie serve a vincere la guerra certo che non è tempo perso. Ma non è così. Le guerre non si vincono con le battaglie perse. E nemmeno con le battaglie vinte.  Perdi tempo a fare le tue battaglie, se lo vuoi davvero, ma senza pensare al dopo. Perché alla fine le guerre in realtà non le vince nessuno.

Non è tempo perso aspettare il nostro personale Godot, anche se sappiamo bene che difficilmente arriverà. Ma in fondo non lo sappiamo mica, perché l’unica cosa che sappiamo per certo è quello che è già successo, ma su quello che deve ancora succedere un ragionevole (ma anche un irragionevole) dubbio possiamo sempre concedercelo.

Non è tempo perso stancarsi, se non altro per capire chi sarà lì a sostenerci piano, senza ingannevoli parole, per condividere la nostra fatica.

Non è tempo perso nemmeno perdere tempo, perché a volte è proprio quello di cui abbiamo bisogno. Anche solo il tempo di una canzone

“So take the photographs, and still frames in your mind, Hang it on a shelf of good health and good time. Tattoos of memories, and dead skin on trial. For what it’s worth, it was worth all the while.”

 

 

 

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Il termine ai paragoni

Il problema dell’autostima nasce sempre dai modelli con cui ci si paragona. O con cui ci paragonano gli altri. Può essere il fratello più grande secchione a scuola, il cugino più forte a calcio, la figlia della vicina grande gnocca. Per un certo frangente può anche essere utile, può essere una molla che ci spinge a fare meglio, a dare di più, ma alla lunga il termine di paragone è la nostra rovina. A un certo punto dovremmo mettere un termine ai paragoni.

Perché può anche essere normale a sei anni vedere chi riesce a pisciare più lontano o a quattordici fare collezione di fidanzati, per farsene uno più della vicina di banco. Ma poi si cresce. Si dovrebbe maturare. Si dovrebbe imparare ad apprezzare quello che siamo, a valorizzare quello che abbiamo, acquisendo quelle sicurezze e quall’autostima tale che i successi o le capacità altrui non dovrebbero toccarci più di tanto. Insomma, forse sarebbe il caso di prendere coscienza che continuare a guardare l’erba del vicino serve solo a diventare strabici. O al massimo a farsi il fegato grosso così.

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Il gambaletto color carne, secondo voi, è immorale?

Come scrivevo su FB, appena uscita quest’ennesima boutade del nostro fantastico governo pentafascioleghista sugli acquisti “morali” che andranno fatti con il Redditto di Cittadinanza, mi stava venendo l’acquolina in bocca. Già immaginavo un post con un bell’elenco di acquisti immorali da mettere ovviamente al bando, contrapposti invece ad acquisti giusti, da portare ad esempio per lo sviluppo delle italiche fortune.

Ma come scrivevo lì, la mia gemellina Chiara mi ha anticipato, scrivendo cose certamente più sagge e meno minchione di quelle che avrei scritto io. Proprio lei però insiste e mi stuzzica ad approfondire l’argomento. E dunque, a mio insindacabile giudizio nell’elenco degli acquisti immorali metterei senz’altro i gambaletti (e per gli uomini i calzini corti), o le ballerine. Ma anche le birre analcoliche, Tuttosport o gli hamburger vegani. Il problema però non è l’elenco. Ma come aggirarlo!

Sappiamo che il nostro è il Paese dell’arrangiarsi, sappiamo che la nostra fantasia è pari solamente alla voglia di non rispettare le regole, pensate che il genio italico si fermi di fronte a qualche divieto? Immaginate davvero che questo nuovo protezionismo possa ostacolare il libero sfogo della nostra capacità di aggirare le regole? Se qualcuno avesse che so, una passione sfrenata per uno di questi oggetti? Se la vista del gambaletto gli risvegliasse chissà quali reconditi (ed immorali) pulsioni erotiche?

E allora ecco cosa succederà. Al beneficiario del reddito di cittadinanza sarà sufficiente fare il giro del suo condominio, andare a trovare quanti più vicini di casa, aggiungere parenti, amici e conoscenti e redigere una bella lista della spesa: un chilo di prosciutto per la signora Gianna, due chili di arance per quella del terzo piano, il detersivo per i piatti per zia Maria. Raccolto il tutto potrà pagare con il suo redditto di cittadinanza e farsi dare soldi in cambio con cui comprarsi quel che più lo aggrada.

Certo mi direte: fare il giro di parenti e conoscenti, andare a fare la spesa, riportare ad ognuno quel che ha chiesto, farsi dare i soldi….ma allora ‘sto reddito di cittadinanza davvero crea un lavoro! Lo so, lo so. Però, volete mettere la libidine di farsi comprare da Salvini e Di Maio un’intera collezione di gambaletti? Color carne per giunta!

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Sei cose impossibili prima di colazione

Si impara dagli altri. Spesso lo si fa giorno per giorno e per questo sono fondamentale le persone che ci circondano, quelle che accompagnano la nostra quotidianità. Si impara dalle parole, dall’esempio, dalla testimonianza, dalle cose belle, ma anche dagli errori, anzi forse soprattutto da quelli, se siamo capaci di non ripeterli.

Sembra strano, ma a volte possiamo imparare anche leggendo un post su un blog. Possiamo imparare che il quotidiano può diventare straordinario e che possiamo far diventare possibile anche l’impossibile. Possiamo imparare dagli sconosciuti. Che poi sconosciuti non sono più. Non ci credete? Forse perché non avete ancora letto Ale.

Alice rise: È inutile che ci provi, non si può credere a una cosa impossibile. “Oserei dire che non ti sei allenata molto”, ribatté la Regina. “Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.”

 

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La quarta fase del rincoglionimento

“Gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perché il giovanotto e’ uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto, cioè sul collo.”

Mi chiedo e vi chiedo. Secondo voi, la notizia, uscita nei quotidiani questa mattina, che la deputata pentastellata Maria Pallini abbia depositato una proposta di legge che prevede «il divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici» può essere considerata:

  • il desiderio di essere citata nella rubrica “Strano ma vero” della Settimana Enigmistica
  • la logica conseguenza di un partito che ha come leader un bibitaro non laureato e come portavoce un partecipante al grande fratello
  • lo specchio di una società che rifugge il merito, avendone di fatto accettato la sua irrealizzabile valorizzazione
  • la conseguenza di un uso eccessivo di alcol a stomaco (e testa) vuoto
  • l’invito ai nostri giovani migliori, neanche troppo velato, a emigrare al più presto

Stamattina il mio amico Pank su FB ricordava le tre fasi del rincoglionimento: nella prima lo sai solo tu, nella seconda lo sai tu e lo sanno gli altri, nella terza lo sanno solo gli altri. Purtroppo temo che arriveremo ad una quarta. Quella in cui non lo saprà più nessuno.

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Ancora futili motivi di felicità

“Un momento sei felice e un attimo dopo è lunedì“: c’è una profonda verità in questa battuta che gira su FB in questi giorni. In effetti tra la situazione generale del Paese, le preoccupazioni di tutti giorni, lo spread che sale, l’umore che scende, essere felici sta diventando un’impresa complessa. Diventare ministro dei trasporti, tanto per dire, è senza dubbio più semplice e richiede molto meno impegno. Mantenere a lungo la felicità poi è un po’ come scalare l’Everest con le espadrillas.

Ecco perché ritorno sui futili motivi di felicità. Perché nonostante le moltitudini di sfracassamenti di zebedei a cui quotidianamente siamo sottoposti, non possiamo arrenderci. Non possiamo derogare da quell’imperativo categorico che dentro di noi ci impone di ricercare la felicità. Fosse anche temporanea nella sua durata, magari blanda nella sua intensità, ma non possiamo desistere. E quando ci troviamo a viverla, sarebbe cosa buona rendersene conto. E mai sottovalutarla! Che sia ritrovare 10 euro nella tasca di una giacchino o un bel piatto di spaghetti alla carbonara, i motivi per essere felici hanno sempre una loro dignità e un loro valore. Anche i più futili!

Per questo, dopo averne elencati alcuni in questo post ho pensato che fosse ora di fissarne degli altri, sempre rigorosamente futili, perché sono quelli che più facilmente possono sfuggire, annegando nel flusso degli eventi giornalieri. Comincerei con un’attività preparatoria che però è quasi più divertente ed appagante del fatto in sé: pianificare un viaggio. Forse, dovessi elencare uno degli aspetti della vita che più sono stati migliorati dall’avvento di internet, metterei proprio questo. Internet ci avvicina al mondo: con maps possiamo dare una sbirciata ad un parco in Nuova Zelanda, ad una spiaggia argentina e poi ad un ghiacciaio in Groenlandia. Con i siti che comparano i prezzi possiamo trovare biglietti aerei a tutti i prezzi, con quelli alberghieri trovare una sistemazione di qualsiasi tipo. Viaggiare resta secondo me il miglior modo di spendere soldi, ma quella è felicità seria. Costruirsi un itinerario, pianificare gli spostamenti giorno per giorno, individuando le diverse tappe e le cose da vedere, magari anche per altri, viaggi che prima o poi farai, chissà quando, resta un gran bel modo di impiegare il tempo.

Il secondo motivo di felicità, lascio a voi giudicare quanto futile, è tornare a casa la sera, a qualsiasi ora e fare l’ultima passeggiata con il cane. Avere un animale, ma soprattutto un cane, mette d’accordo tutti: chi non ce l’ha è contento di non averlo, chi ce l’ha spesso non ne può fare a meno. E ognuna delle due posizioni ha mille motivi che spiegano e danno serie motivazioni per la propria scelta. Io ho vissuto i miei primi trent’anni senza avere un cane, ma quando ho cominciato non ho più smesso. E penso che mai smetterò. Anzi, fatico a capire perché si dovrebbe rinunciare ad un tale carico di affetto incondizionato, immotivato, gratuito che un cane può portare nelle nostre vite. Ma non entro nel merito, anche perché la questione in sé rientra a pieno titolo per me nei motivi veri, seri, fondanti della felicità. E qui cerchiamo solo cose futili. Ecco, la passeggiata serale è proprio questo. Una scusa per uscire, per fare due passi, per chiarirsi le idee.

Collegata a questa, c’è poi un altro motivo di futile felicità: guardare la luna. Sì, certo, lo si può fare anche senza cane, ma per me le due attività sono strettamente connesse. Anche perché quante volte vi capita di stare lì a guardare la luna altrimenti? Una cosa che fino ad un centinaio di anni fa e soprattutto per alcune categorie di persone, aveva una sua grande utilità. Ma ora? Cosa c’è di più bello, ma anche di più futile di stare lì con il naso all’in sù a fissare la luna? A me piace proprio tanto.

Certo, mai come andarsi a comperare l’ultimo CD del tuo gruppo musicale preferito (mi chiedo come avessi potuto non inserirlo fra i primi 10 motivi, ma forse solo perché dentro di me già sapevo che avrei dovuto prima o poi continuare la lista). Amazon e il commercio elettronico hanno fatto perdere un po’ di poesia alla cosa: entrare in un negozio di musica, anche senza aver nulla da comprare, bighellonare fra gli scaffali, andando a controllare i soliti autori, facendo una sorta di appello (celò, celò, mi manca) è molto divertente. Ma anche avere la possibilità con un click di avere subito disponibile la musica non è per niente male. Un piacere forse più prosaico, ma comunque molto soddisfacente.

Come la volta scorsa, ce ne sarebbero ancora molti, il mare a fine settembre, le domeniche di sole di ottobre, le castagne a novembre e il ponte dell’immacolata, preludio delle feste natalizie, i giri in bici a Villa Ada, una birra artigianale il sabato sera e la lezione di nuoto, una pizza a Testaccio e andare nei campi di calcio la domenica mattina e sentire “proprio bravo quel sette” realizzando che parlano di tuo figlio, ma non voglio tediarvi oltre. Ne cito solamente un altro perché è diverso dagli altri, più che futile lo definirei immaginifico. Uno di quei motivi che riescono ad illuminare anche le giornate più nere, che squarciano il velo della quotidianità e ti rimangono addosso come l’odore di fritto della sera prima. Ecco la scena: sei in fila per l’imbarco, in piedi senza motivo, perché tanto i posti sono già assegnati, sei lì stanco e senza pensieri, insieme ad una folla di sconosciuti. Squilla un cellulare, lei risponde distratta, senza neanche vedere il numero, ma appena capisce chi è, le si illuminano gli occhi. Non senti cosa dice, ma il suo volto si è trasfigurato, non sente più la stanchezza, non è più lì in fila con gli altri, chissà dove sta! E così, ti viene naturalmente da sorridere anche a te e ti rendi conto che un futile immaginifico motivo di felicità è pensare a chi possiamo illuminare con una semplice telefonata.

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Analisi di un disastro. E una previsione

Questo vorrebbe essere un post serio (o quasi). E lo so che la natura fondamentalmente minchiona del blog fa sì che quando mi avventuro in discorsi seri nessuno se ne accorge. Anzi, sono quasi certo che siate convinti che stia comunque cazzeggiando. Però una volta ogni tanto permettetemi una divagazione seria (o quasi). Il post nasce da una domanda semplice semplice: com’è stato possibile arrivare a questo punto? Sì d’accordo, abbiamo avuto Cicciolina in Parlamento, Berlusconi presidente del Consiglio, ma….Salvini??? Di Maio??? Toninelli???

Posto quindi che siamo all’anno zero, al punto più basso di 70 anni di Repubblica, la domanda è: com’è stato possibile? Come ci siamo arrivati? Quali e quanti danni hanno fatto i precedessori per far sì che la maggioranza degli italiani scegliesse questi mentecatti per governarci? Ecco quello che penso, in estrema sintesi.

1. Prima i denti, poi i parenti. E’ un’illusione pensare che puntare sui diritti civili sia una priorità per chi non sa come sbarcare il lunario. Testamento biologico, unioni civili, battaglie portate avanti da anni, ma quanti voti fanno guadagnare se non dai una prospettiva a chi non arriva a fine mese?

2. Precario non è bello ed è pure litigarello. Dare flessibilità alle aziende sperando di incentivare il mercato del lavoro è stata una illusione che non aveva illuso nessuno. Globalizzazione, delocalizzazione, liberalizzazione estrema, questo è il contesto mondiale su cui ci si muove: essere di sinistra significa inventarsi una strada diversa. Forse non i dazi, ma qualche vantaggio fiscale sul made in Italy è proprio impossibile? Punire chi delocalizza o premiare chi resta è così irrealizzabile? Ma soprattutto, doveva venir giù un ponte per capire che liberalizzare reti e servizi significava vendere i gioielli di famiglia, senza portare benefici a lunga scadenza né al Paese, né ai cittadini?

3. “Gli immigrati piacciono a quelli di sinistra perché tanto non sono loro ad averceli come vicini di casa”. In questa frase un po’ paradossale di Pif (guarda un po’ chi siamo ridotti a dover stare a sentire!) c’è una verità indubitabile. E’ facile fare gli accoglienti con i vicini di casa degli altri! Nei nostri bei quartieri residenziali, gli spacciatori o le prostitute di colore non si vedono. Aver lasciato il tema sicurezza – che solo la spocchia di qualcuno poteva ritenere essere un tema marginale – in mano alla destra è stata una stronzata enorme. Quando hai paura ad uscire di casa o che i tuoi figli facciano brutti incontri, è più facile dar retta al primo cialtrone che ti promette paradisi terrestri.

4. E così arriviamo al populismo. Certo che i pentaleghisti al governo sono populisti, certo che il 99% di quello che dicono è semplice propaganda irrealizzabile, ma non sono stupidi. Sono ignoranti, brutti, sporchi e cattivi, ma non stupidi. Faranno in modo di scaricare su altri i loro insuccessi, le promesse non mantenute: i poteri forti, la stampa, la magistratura, l’Europa, il destino cinico e baro, le democrazie plutocratiche…è un film già visto. Insultarli per aver confuso una data o la regione di appartenenza di una città, rischia paradossalmente di farli sembrare simpatici. Lo so, preculeggiarli per gli sfondoni che dicono ogni giorno è anche divertente, ma non credo ci farà recuperare consensi.

5. C’eravamo tanto amati (mica tanto). In un contesto diverso, con una legge elettorale maggioritaria, aver creato un blocco democratico aveva un senso: l’Ulivo è stata un’idea vincente, una grande esperienza democratica, il famoso partito di centro che guarda a sinistra vagheggiato già da De Gasperi. Ma ora che senso ha continuare a stare insieme? L’anima popolare centrista e quella più propriamente socialista faticano a convivere. A sinistra nei diritti, a destra sul lavoro, iscritti al gruppo socialista in Europa, ma liberisti in economia: quella dell’ultimo governo non era una logica maggioritaria, ma bipolare! L’attuale crisi del PD non è colpa di Renzi. Lui era già stato una possibile soluzione alla crisi (in effetti forse l’unico che avrebbe potuto tenere insieme le due anime, non essendo veramente né dell’una, né dell’altra): ma la crisi viene prima di lui e nasce esattamente quando cade Berlusconi, l’unico motivo reale per continuare a stare insieme. Qualcuno farà fatica ad ammetterlo, ma morto (politicamente) il nemico, bisognava capire che la santa alleanza non aveva più un futuro.

Mi avventuro in una previsione: fra cinque anni (qualcosa in più, qualcosa in meno), l’esperienza dei cinquestelle sarà un bizzarro ricordo della nostra storia politica, un fenomeno folcloristico da studiare per capire su quali derive può deragliare la democrazia rappresentativa. Ci sarà un partito di destra, populista, antieuropeo come ce ne sono in tutti i Paesi e una volta scomparso definitivamente Berlusconi (mica deve morire…se ne andasse ad Antigua a fare cene eleganti!), dalle ceneri del PD ci saranno due partiti, uno di sinistra ed uno di centro, che continueranno a litigare come Sandra e Vianello, ma mi auguro troveranno il modo di governare.

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Ahi settembre

Settembre è il vero inizio dell’anno. Il mese in cui tutto ricomincia, in cui vengono al pettine tutti i “questo lo vediamo a settembre” accumulati nei mesi della gran calura. Settembre si volta pagina, settembre dei buoni propositi e delle promesse al vento, delle energie ritrovate e delle spinte costruttive, dei tanti compleanni dei figli di capodanno, delle prove di riparazione. Ma è anche il mese delle formiche.

Quelle piccole, laboriose formiche che hanno faticato tutta l’estate, accumulando giorni di ferie, che si godranno ora, mentre noi povere cicale torniamo a sgobbare. Che poi i colleghi che si tengono le ferie per settembre li vedi e hai subito un deja vu:  sono i compagni di scuola che durante la ricreazione rimanevano in classe per avvantaggiarsi dei compiti del giorno dopo. Chi fa le ferie a settembre non ama la calca, preferisce le spiagge deserte, adora rimanere a Roma ad agosto, con le strade libere e i negozi chiusi. Sono quelli proiettati nel domani, che vivono il presente con sopportazione, pregustando le gioie future.

E va bene aspettare il futuro, immaginare il domani, per carità, ma senza dimenticare di vivere l’oggi. Che a tenersi tutto per dopo, può capitare che poi a settembre piova. E se piove, che ci fai con tutti quei giorni di ferie?

 

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Nuntereggaepiù (duemiladiciotto version)

Abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU’)
abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU’)
abbasso e alè con gli antivax, con le ex e con la flat tax,
chi parla di razz mi imbarazz, allora mi metto una corazz
ma soprattutto mi incazz (NUNTEREGGAEPIU’)
Reddito di cittadinanza (NUNTEREGGAEPIU’)
Vegetariani, vegani, fruttariani, pastafariani
amo gli animali, ma non disdegno il filetto,
non è colpa mia se amo il pistacchio,
ma non disdegno l’abbacchio (NUNTEREGGAEPIU’)
sovranisti, populisti, fascioleghisti, pentafascisti
tutti razzisti  ( NUNTEREGGAEPIU’)                                                                                                                          la superiorità dell’uomo bianco nord europeo                                                                                                              come la faccia di Trump (NUNTEREGGAEPIU’)                                                                                                           mi provoca il reflusso esafageo
non sanno fare neanche un cruciverba                                                                                                                      con l’espressione compita e le facce cattive,
ma sono solo merda                                                                                                                                                         Tutti a casa loro (NUNTEREGGAEPIU’)
Feisbuc
Tuitterbuc
Instanbuc
Uozbuc
Ai cellulari preferisco il ragù
ci tengono informati
ma sono la nuova schiavitù (NUNTEREGGAEPIU’)
PD PDL PD senza ELLE (NUNTEREGGAEPIU’)
PD 5 ELLE, Lega ELLE, Fratelli di ELLE, ci cascano le palle
cascano pure i ponti e anche gli orizzonti
ai ragazzi rimangono solo bei tramonti (NUNTEREGGAEPIU’)
Metto Renzi, Matteo Salvini, Matteo Di Maio
Matteo Toninelli, dribla Ronaldo che passa a Balotelli,
che ha tatuaggi molto belli (NUNTEREGGAEPIU’)
(NUNTEREGGAEPIU’)
Maurizio Belpietro col sorriso a sonagli (NUNTEREGGAEPIU’)
e Vittorio Feltri che fa fare sbadigli
Marco Travaglio e i suoi poveri figli
Roberto D’agostino e le sue tante mogli
Mario Giordano e la sua voce tenorile
tutti gradevoli come un attacco addominale
NUNTEREGGAEPIU’
Il contratto di governo (NUNTEREGGAEPIU’)
Il lunedì mattina (NUNTEREGGAEPIU’)
il traffico sul raccordo anulare (NUNTEREGGAEPIU’)
La connessione lenta (NUNTEREGGAEPIU’)
chissà se Rino apprezzerebbe
secondo me gli piacerebbe
quarant’anni dopo siamo messi così
forse neanche lui ci crederebbe
che la nostra Italia è ancora all’abc
volevamo andare in Europa
ma sogniamo ancora il venerdì
e mi scappa la pipì
la cistite mi colpì
mi si risveglia quando vedo la De Filippi in TV (da leggere “ti vi”, se no non fa rima. Nota del redattore)
NUNTEREGAEPIU’
Amore mio, dammi retta, fuggiamo via
in macchina, in monopattino o in bicicletta
scappiamo via senza fretta
il domani non c’aspetta
in montagna c’abbiamo sempre la nostra casetta
voglio fare l’asociale, prendiamo solo l’essenziale
solo tu, io e la cana
giusto per il fine settimana
chiudiamo fuori il mondo
gli facciamo vedere chi comanda
così nessuno ci potrà dire più
Nun te regghe più!
NUNTEREGGAEPIU’
NUN-TE-REGGAE-PIU’

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Un lustro di blog

WordPress ci teneva molto a farmi sapere che Viaggi Ermeneutici ha compiuto cinque anni. Chi l’avrebbe detto, era un pupetto in fasce e ora è pronto per la scuola! 782 follower, quasi 600 articoli, oltre 90 mila visualizzazioni. Certo meno di un video di youporn, ma più degli spettatori di una partita dell’Italia, tanto per dire.

La domanda quindi è: cinque anni sono un lustro o danno lustro? Se quando è nato era una cosa ora che ha cinque anni ne è diventata un’altra? Un po’ come il vino che migliora invecchiando? Non saprei dire, cinque anni sono molti per un blog? Non ne ho idea, essendo questo il primo per me. In ogni caso, resta il posto più comodo dove infilare dentro pensieri, emozioni, insulti, minchiate, ricordi, insomma tutto quello che mi smuove le sinapsi.

E ora che succede? Dopo 5 anni di solito anche le garanzie più lunghe scadono. Sarà quindi un blog scaduto? Chissà, speriamo non sia scadente. Certamente continuerà ad essere futile, perché questo è il suo compito precipuo (ho sempre sognato poter utilizzare “precipuo” in una frase di senso compiuto): futile perché non utile. Futile ma spero non inutile. E per rendere più chiaro questo concetto mi viene in aiuto un altro ricordo (in questo caso di FB), stavolta di 4 anni fa, quando ero un po’ depresso a casa con una gamba ingessata e un mio amico cercò di tirarmi su il morale.

  • Il problema di questo incidente è che non riesco a fare nulla. Stare bloccato a casa in questo modo mi fa sentire totalmente inutile!
  • Ma no, dai. Ognuno può rendersi utile!
  • Tipo?
  • Potresti cospargerti la testa di porporina viola e rosa, così ci daresti informazioni quando cambia il tempo!

Quindi, se un giorno tornando tra queste pagine le trovaste puntinate di rosa e di viola saprete il motivo. Perché anche le cose futili possono non essere inutili. E in fondo cosa c’è di più futile di una previsione del tempo, che basta una nuvola o un soffio di vento a rendere inutile?