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Non dipende tutto da noi

L’interruttore della luce della mia cantina è leggermente difettoso. Non s’accende quasi mai. O meglio, a volte sì, a volte no. Quando va a lui. Spingi, premi, imprechi, spingi a ripetizione, premi a lungo. Niente. Imprechi un’altra volta, ricominci a pigiare come un forsennato, neanche dovessi spostare una montagna. Niente. Lo prendi con le buone, provi qualche tocchettino leggero come se volessi provare una specie di convincimento psicologico. Niente.

Ti riprometti di chiamare l’elettricista, imprechi per la terza volta, perdi le speranze e ti accingi a proseguire al buio, quando, improvvisamente, inspiegabilmente, senza alcun motivo, lo stronzo decide di funzionare. E si accende la luce. A volte le cose accadono senza un motivo. Ti impegni, ti sforzi, ce la metti tutta. Eppure non ottieni un bel niente. A volte invece le cose vanno per il verso giusto senza che tu faccia nulla. Naturalmente.

Forse bisogna solo saperle prendere. O forse è solo questione di culo. Soprattutto bisogna rassegnarsi all’ineluttabile realtà che non tutto dipende da noi. Possiamo studiare strategie, lavorarci su, analizzare a fondo, approfondire cause, valutare conseguenze, possiamo impegnarci, spenderci del tempo, della fatica, delle risorse. Possiamo perfino mettercela tutta. Ma non dipende tutto da noi.

Allora possiamo rilassarci. Il mondo va avanti lo stesso. A volte, persino meglio.

 

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A proposito di figli, storie e camaleonti

La cosa più buffa che ti può capitare quando scrivi una storia è quando ti accorgi che ha preso una strada che tu non avevi previsto. Come se i personaggi andassero in una direzione scelta da loro, creando situazioni inaspettate. A me è capitato spesso. E’ come se io scrivendo gli avessi creato l’ambientazione, preparato la scena, ma poi loro autonomamente avessero deciso dove andare o cosa fare.

Questa cosa viene fuori in modo assolutamente chiaro quando poi qualcun altro legge quella storia. Perché ti accorgi che ognuno che la legge coglie sfumature a cui tu non avevi pensato, crea collegamenti che non avevi colto e trova significati nuovi. Che non erano esattamente quelli che tu volevi dire, ma hanno la stessa dignità dei tuoi. Perché, un po’ come i nostri figli, noi li mettiamo al mondo, gli diamo delle direttive, cerchiamo di metterci tutto il nostro impegno per passargli qualcosa che a noi sembra importante, ma poi la vita è la loro. Sono loro che devono camminare autonomamente.

Le nostre storie, come i nostri figli, in realtà non sono nostri. I significati che hanno sono i loro. Noi possiamo e anzi dobbiamo fare in modo che abbiano tutti gli strumenti per andare avanti, ma poi la strada che compieranno non dipende più da noi. E magari ci sorprenderanno, ci lasceranno confusi e perplessi come camaleonti dentro una scatola di smarties, perché prenderanno strade impreviste. Ma questa è la vita. E forse, per i figli come per le storie, la soddisfazione più bella è proprio sentir parlare di loro da altri. E ritrovarsi in quello che dicono di loro ed insieme rimanere sorpresi. Perdersi e ritrovarsi. Nelle storie, come nella vita.

 

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Questione di fiducia

Riprendendo il post dell’altro giorno qualcuno mi faceva notare che forse quegli estranei che vediamo in metropolitana con i loro tic e le piccole manie, chiusi nel loro scudo di difesa impenetrabile, non sono realmente così. Probabilmente si mostrano in un certo modo proprio per il contesto in cui si trovano.

Ma come siamo realmente? O forse, la domanda giusta è, con chi siamo disposti a mostrarci per quello che siamo realmente? Di chi ci fidiamo al punto da abbandonare maschere, scudi, corazze, tic e manie varie?

Già una volta (E tu quanto ti fidi?) avevo provato a buttare giù una classifica dei livelli di fiducia, ma qui la questione ritorna su un aspetto particolare. Se solitamente, di fronte al resto del mondo generico, appariamo in un modo che forse neanche noi conosciamo e governiamo fino in fondo, a che punto dobbiamo fidarci per mostrare veramente come siamo?

A me veniva in mente il barbiere. Perché per un miope come me, andare dal barbiere è un atto di fiducia estremo: una volta che mi ha tolto gli occhiali, con un paio di forbici in mano, potrebbe fare qualsiasi cosa. Potrebbe farmi diventare un mohicano. Potrebbe tirar fuori un ciuffo alla Little Tony, o una cresta tipo Billy Idol. Mi potrei ritrovare con i capelli verdi, oppure totalmente pelato. Ce l’abbiamo una persona così?

Non bisogna rispondere subito, però secondo me è bene pensarci. E soprattutto, se abbiamo un barbiere di fiducia, teniamocelo stretto.

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Fatti i tic tuoi!

Andare in metropolitana (attività che ho ripreso con continuità, arrendendomi all’assoluta ingestibilità del traffico cittadino) permette di leggere di più. E già questo è un bel vantaggio. In più, quando leggere è impossibile per la troppa gente o semplicemente perché vuoi fare una pausa, hai un punto di osservazione straordinario sulle persone. Perché la metro è uno di quei luoghi in cui una massa di persone riesce ad essere sola: chiunque viaggia in quel “trasporta poveri” che è la metropolitana, ha imparato che isolarsi è una necessità di sopravvivenza. Chi legge, chi ascolta la musica, chi dorme ad occhi aperti, ognuno ha il suo metodo per essere solo in mezzo a tanti.

Se per un attimo si esce dalla propria bolla e si comincia a guardarsi intorno, si possono osservare gli altri come se fossero in perfetta solitudine (la stessa cosa succede in macchina: per questo al semaforo vedi gente che si trucca o che va alla ricerca di tesori perduti dentro le proprie narici). E si possono vedere i piccoli tic o le manie che ognuno di noi ha, quei gesti inconsci che tendiamo a ripetere senza rendercene conto. Chi alza gli occhi o il sopracciglio, chi si gira i pollici, chi si aggiusta i capelli, chi si mangia le unghie e chi si tocca la barba. Senza accorgercene perché i tic sono come il solletico: su se stessi non funzionano, non esistono, solo gli altri possono farlo.

E non possiamo farci nulla, non possiamo nasconderli, perché fanno parte di quella modalità di presentarsi agli altri che non abbiamo scelto, ma che utilizziamo automaticamente. Forse per nascondere quello che siamo veramente? Perché noi siamo convinti di non avere tic (a parte Nadal, forse!) Ma allora chi siamo veramente? Forse, se riuscissimo a uscire da noi stessi e osservarci con gli occhi degli altri, stenteremmo a riconoscerci. Una volta di più le cose, le persone, la realtà, non sono quello che sembrano. Eliminati i tic, tolte maschere e scudi, almeno noi, lo sappiamo chi siamo realmente?

Troppe domande, mi sa che mi rimetto a leggere.

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Ninna nanna della guerra

Cent’anni fa si concluse (almeno per noi, in Europa durò qualche giorno in più), la più spaventosa carneficina della storia moderna. Una guerra insensata, crudele come e probabilmente più di altre, che si portò via 600 mila italiani e tra i 15 ed i 17 milioni di persone in generale. Con esiti disastrosi, sia in termini economici che politici, con conseguenze che portarono quasi inevitabilmente all’affermarsi di regimi totalitari, rossi e neri, dalla Russia alla Germania, passando per l’Italia. Insomma un disastro sotto ogni punto di vista, una pagina orribile, da ricordare solo e soltanto come monito alle generazioni future.

Nonno Romolo, classe 1883, partecipò personalmente a questa drammatica avventura. Morì che avevo due anni e mezzo, quindi non me lo ricordo per nulla, né posso ricordarmi suoi racconti in merito. Anche papà non è molto ciarliero su di lui: era un uomo molto duro, minatore con il vizio di alzare un po’ il gomito (e anche le mani). Sulla sua esperienza in guerra l’unica cosa che so è che si trovò nei guai nella rotta di Caporetto dove fu ferito alla testa e si salvò solo grazie all’aiuto di un compaesano di Fabriano che se lo caricò sulle spalle per un bel pezzo. Dalla guerra tornò con una medaglia al valore , forse proprio per quell’episodio (è quella al centro della foto) ed il titolo di invalido, che se non altro gli fece avere un posto all’Ina.

In famiglia non ci sono altri ricordi o aneddoti su di lui e sulla sua esperienza al fronte. E questo la dice lunga: evidentemente c’era poco da ricordare, anzi forse c’era molto da dimenticare, da lasciarsi alle spalle. Ad esempio ci sono molti più racconti dell’odissea di suo figlio più grande che nella seconda guerra mondiale fu uno dei pochi sopravvissuti dell’Armir. Zio Eolo tornò a piedi a Roma da Leopoli e si salvò dopo essersi nascosto in un campo di fichi per dieci giorni, mentre i russi scatenavano una vera caccia all’uomo. Per quanto terribile però penso che l’orrore delle trincee non abbia avuto eguali. Cosa ci sia da festeggiare cent’anni dopo, francamente proprio non lo capisco. Onoriamo i morti, certo, ricordiamo quei ragazzi mandati al massacro, soprattutto per ribadire che non ci sono guerre giuste, che non ci sono guerre sante, perché nessuno ne esce realmente vincitore.

Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vò la zinna, dormi dormi, cocco bello, se no chiamo Farfarello, Farfarello e Gujermone che se mette a pecorone Gujermone e Cecco Peppe che s’aregge co’ le zeppe: co’ le zeppe de un impero mezzo giallo e mezzo nero; ninna nanna, pija sonno, che se dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai che succedeno ner monno, fra le spade e li fucili de li popoli civili. Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che comanna, che se scanna e che s’ammazza a vantaggio de la razza, o a vantaggio de una fede, per un Dio che nun se vede, ma che serve da riparo ar sovrano macellaro; che quer covo d’assassini che c’insanguina la tera sa benone che la guera è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe li ladri de le borse. Fa la ninna, cocco bello, finché dura ‘sto macello, fa la ninna, che domani rivedremo li sovrani che se scambieno la stima, boni amichi come prima; so’ cuggini, e fra parenti nun se fanno complimenti! Torneranno più cordiali li rapporti personali e, riuniti infra de loro, senza l’ombra de un rimorso, ce faranno un ber discorso su la pace e sur lavoro pe’ quer popolo cojone risparmiato dar cannone. (Trilussa, 1914).

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Quando una stella muore

Non dipende sempre tutto da noi. Quello che ci circonda a volte è determinante più di quanto vorremmo. E se intorno a noi è buio pesto, possiamo anche avere una vista da aquile, possiamo avere dieci decimi di diottrie, comunque non vedremo nulla. Quando il buio ti avvolge è inutile mettersi gli occhiali, è inutile provare a strizzare gli occhi. E non vedrai nulla neanche se sei rinomato per la tua mira infallibile.

Sembra una banalità, sembra una cosa scontata, ma invece troppe volte quando siamo al buio invece di cercare di accendere una luce, proviamo a vedere sforzando la nostra vista. Soprattutto dobbiamo capire che quando è buio non è colpa nostra se non vediamo. Non abbiamo sbagliato niente e non c’entra nulla che davanti alla tabella dell’oculista riuscivamo a vedere anche l’ultima fila delle lettere. Se è buio vedere non dipende da noi. Come, d’altra parte, se viviamo nella luce e vediamo benissimo non è merito nostro.

Dopo averci provato in tutti i modi, dovremmo prendere atto che non è colpa nostra. Dovremmo accettare che vedere o non vedere non dipende sempre e solo da noi. L’unica speranza è che qualcuno accenda una luce per noi, altrimenti continueremo a sforzarci inutilmente. Ma come dicevo all’inizio, non dipende sempre tutto da noi.

In questa storia triste c’è una sola consolazione, al buio le stelle sono più luminose e ci guardano da lassù, più brillanti che mai.

“Quando una stella muore, che brucia ma non vuole. Un bacio se ne va, l’universo se ne accorgerà. Quando una stella muore, fa male, a metà tra il destino e casa mia, arriverà la certezza che non è stata colpa mia.”

 

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Si porrà un’alternativa

Più volte su questo Blog ho scritto che non sono un uomo da alternative radicali. Ho sempre pensato che l’aut aut sia riduzione di complessità ingiustificata, creata da chi non ha la fantasia di scoprire alternative diverse, le cosiddette terze vie, che senza scegliere l’uno e buttare al mare quell’altro riescono a contemperare le cose e gli obiettivi, salvando capra e cavoli. L’individuazione delle terze vie è un processo di vera e propria creazione delle cose: laddove la realtà ti pone di fronte un bivio, una strada a destra ed una a sinistra, il nostro spirito di intraprendenza a volte riesce a scovare un percorso diverso, che aggira l’ostacolo e quindi se lo lascia alle spalle.

E’ una strada faticosa, che richiede impegno, oltre che fantasia. E soprattutto richiede lungimiranza, perché la terza via spesso va creata prima di arrivare al bivio decisivo. Bisogna prevenire le situazioni per non arrivare poi al famoso giochino “chi butti giù dalla torre, mamma o papà”? Perché con domande come quelle non c’è una risposta esatta. Ad essere sbagliata è la domanda.

Resta il fatto però che ci sono situazioni in cui questo processo è davvero impossibile. Non sei stato bravo a prevedere le conseguenze, il destino cinico e baro ha indirizzato gli eventi in una certo modo, le circostanze della vita, nonostante tu ce l’abbia messa tutta, ti hanno portato lì. Sta di fatto che ora sei davanti ad un incrocio, un’alternativa senza possibilità di aggiramenti. E devi scegliere.

Secondo i più attenti analisti politici quest’alleanza di governo è destinata ad implodere. la resa dei conti è vicina e alle prossime elezioni, da una parte avremo il M5S e dall’altra la Lega riunita con tutto il centro destra. A quel punto si porrà l’alternativa:
si va in Portogallo o direttamente a Cuba e non ci si pensa più?
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Contra i leccaculo

Sarà l’entrata dell’ora solare, che mi mette sempre di malumore, sarà questo tempo schifido che ci ricorda che nonostante ancora faccia caldo in realtà novembre è ormai alle porte, sarà questo, sarà quello, oggi voglio proprio scrivere una bella invettiva! E la voglio scrivere conto gli adulatori, ben concretamente descritti come “leccaculo”.

Io non sono mai stato capace di adulare. Anzi. La paura di poter dare il sospetto di star adulando qualcuno, mi ha forse spesso reso non troppo simpatico alle persone di potere con cui ho avuto a che fare. Perché poi, in effetti, alle persone di potere piace essere adulate. Forse non a tutti, ma a buona parte sì. Piace avere il consenso, ma soprattutto essere rassicurati del consenso, avere conferme di essere nella strada giusta. Hai bisogno di qualcuno che ti dica “quanto sei bravo?” Non è abbastanza chiaro ed evidente se stai facendo bene o stai facendo una cacata?

Da che si deduce che non sono né sarà mai una persona di potere. E infatti mi sa che non sono mica tanto bravo ad esercitare il ruolo con quel minimo di autorità che le vicende personali e lavorative mi hanno portato a ricoprire. Ma questo è un altro discorso.

Gli adulatori mi hanno sempre dato molto sui nervi, fin dai tempi della scuola. Mi davano sui nervi loro, mi davano sui nervi quelli che si approfittavano di loro e come un circolo che si monta con una serie di rimandi, mi dava sui nervi che gli adulatori non si accorgessero che gli adulati non li tenessero nella benché minima considerazione, sotto sotto, considerandoli per quelli che erano: dei poveri Cristi in cerca di qualche tornaconto. Ma quali tornaconto pensate di ottenere? Come potete pensare che poi l’adulato di turno si ricordi delle vostre belle bugie e vi restituisca un qualche vantaggio?

Proprio quel ruolo di cui dicevo mi è toccato in sorte di interpretare, mi ha dato a volte la strana posizione di essere nelle condizioni di essere adulato. Raramente, grazie al cielo. Perché l’ho sempre vissuto con un enorme imbarazzo: un imbarazzo così evidente, che ben presto l’adulatore di turno se ne rendeva conto e girava a largo.

E quindi, se proprio avete una lingua lunga, datemi retta: la fate lessa con una bella salsa verde e andate sul sicuro. Buon appetito!

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Ma non cambiamo mai?

Eh no. Almeno, apparentemente è così. Stiamo lì dieci minuti di fronte ai gusti più insoliti, quelli con nomi esotici e accostamenti arditi e poi vai con crema e pistacchio e non ci pensi più. Come la pizza funghi e salsicce. Come quello stesso benzinaio o lo stesso banco della frutta al mercato, lo stesso barbiere per fare lo stesso taglio di capelli. Facciamo sempre gli stessi errori, ci innamoriamo delle stesse donne e ci incazziamo per le stesse cose. Andiamo negli stessi negozi, per comprare le stesse scarpe o lo stesso vestito, magari variando un po’ i colori (sempre e solo nella scala del blu, ovviamente).

Diciamo le stesse battute, nello stesso ordine, ridendo nello stesso modo, con gli stessi amici. Ascoltiamo la stessa musica, andando al concerto degli stessi cantanti, che fanno la stessa scaletta dal principio alla fine. Bis inclusi. Beviamo la stesse birra, leggiamo gli stessi autori e guardiamo i film degli stessi registi. E ci disturba un po’ se non ci sono gli stessi attori. Dev’essere un virus di noi del 66. Ho scoperto che anche Rocco Schiavone, personaggio nato dalla penna di Antonio Manzini, interpretato in tv da Marco Giallini, è nato nel 66. E anche lui si ostina a portare le Clarks ad Aosta, a portare lo stesso cappotto e a farsi le canne come se avesse ancora 20 anni. Noi facciamo fatica a cambia l’immagine del profilo di FB. Figuriamoci se dovessimo cambiare prospettiva.

In ogni caso cambiare ci disturba. E ci disturba in massimo modo la massima gattopardesca, avete presente? Tutto cambi perché tutto resti uguale. Ecco, le cose che fanno finta di cambiare ci urtano più di ogni altra cosa. Le false ed insulse novità, il cambiare tanto per cambiare ci rafforzano nell’idea che facciamo bene noi a non cambiare proprio. Perché per noi non cambiare è una scelta. Non è una necessità e neanche coerenza. Non è per paura o per pigrizia. Noi non cambiamo semplicemente perché ci piaciamo così. E allora la pizza con l’ananas mangiatevela voi, il giappobrasiliano datelo al cane. I pantaloni stretti con l’orlo a “zompafosso” ci fanno cagare, mentre i nuovi rapper italiani usciti dai talent li manderemmo volentieri in miniera.

Oppure sorprendeteci. Trovateci qualcosa che sia radicalmente nuovo, che sia diverso e soprattutto che sia bello. Proponeteci un’alternativa reale, concreta, stimolante. Se siete gattopardi lasciateci in pace, ma se vi sentite novelli Cristofori Colombo allora indicateci la nuova via per le indie. E magari saremo noi a sorprendervi, decidendo di venire con voi. Magari sempre con le Clarks ai piedi.

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Abbiate pietà!

Abbiate pietà dei timidi che spesso vengono confusi con i maleducati. Pietà di chi non saluta perché non riesce a guardare gli altri negli occhi e quando cammina di fronte vedi che vorrebbe diventare invisibile, galleggiando nell’aria come un palloncino.

Abbiate pietà di chi è stonato e nonostante tutto continua a cantare. Forse lo sa anche lui che farebbe meglio a sussurrare la melodia fra sé, ma è anche vero che non possiamo essere tutti Luciano Pavarotti e invece dobbiamo essere convinti che abbiamo bisogno della voce di tutti.

Abbiate pietà di chi è stanco. Certi pesi che porta tutto il giorno sulle spalle non si vedono: non sono visibili, non per questo non sono pesanti. Se noi non siamo in grado di vederli, non siamo in grado di aiutare a portarli. Non vediamo le cause, almeno cerchiamo di non ignorare le conseguenze.

Abbiate pietà del ragazzino che non è capace a giocare a pallone. Ognuno segue i miti del suo tempo e se è vero che non possiamo essere tutti Cristiano Ronaldo, è altrettanto vero che a volte la voglia, la tenacia ed i polmoni possono sopperire ai piedi buoni.

Abbiate pietà del vecchietto col cappello che cammina a trenta all’ora in mezzo alla carreggiata. Lo so, lo so, questo è proprio un fioretto, una di quelle cose che poi magari, ripensandoci alla fine della giornata ci fa guardare allo specchio e pensare che in fondo non siamo poi così male.

Abbiate pietà delle incomprensioni, perché sono quasi inevitabili. La comunicazione è un processo complesso, pensiamo tutti di essere in grado di capire e di spiegarci con gli altri, ma mica è sempre vero.

Abbiate pietà delle paure, anche se a volte nascono solo dalle ombre. Forse dietro quelle ombre ci sono ricordi che non conosciamo. E poi soprattutto, noi vediamo le ombre, ma non le montagne che le hanno proiettate.

Abbiate pietà di tutti, perché come scrive giustamente Eskhol Nevo, in fondo non siamo noi a suonare la musica, noi al massimo possiamo scegliere come ballarla. E su questo dovremmo essere giudicati.

Infine, soprattutto, abbiate pietà di me. Lo so, a volte sono insopportabile, ma d’altra parte spesso sono io il primo a non sopportarmi!

“C’è un amore che non muore mai, più lontano degli dei, a saperverlo spiegare che filosofo sarei!”

P.s. Per Suzie…c’è un limite a tutto!