- E’ tutta una questione di priorità. Si può provare ad essere, ad avere o a fare qualsiasi cosa. Ma alla fine bisognerà scegliere. E lì decidi cosa vuoi davvero.
- Quando vado in ufficio in macchina rimpiango spesso di non aver preso la metropolitana. Ma non così tanto spesso come quando prendo la metropolitana e rimpiango di non aver preso la macchina.
- Ho scoperto che, nonostante non tolleri il sapore dei fichi, la marmellata di fichi è buonissima.
- Il virologo Roberto Burioni, pur essendo nato a Pesaro, è tifoso della Lazio. Non solo per quello ultimamente lo proporrei come presidente del consiglio.
- Penso che Greys’Anatomy sia, fino ad oggi, la più bella serie mai andata in onda.
- Il mondo del calcio è malato. Dalle fondamenta. Dai più alti livelli a quelli più infimi. Riformarlo penso sia impossibile, oltre che inutile. Andrebbe raso al suolo e ricostruito da zero.
- A diciotto anni ero già assolutamente in grado di discernere la buona dalla cattiva politica, con una lungimiranza che ancora mi stupisce.
- Mi sto convincendo che il giorno in cui deciderò di attaccare gli scarpini al chiodo, la bicicletta potrebbe diventare un’alternativa.
- Curare il giardino e saper fuggire un cretino. Già solo per questi versi Battisti dovrebbe essere studiato nelle scuole.
- Se potessi tornare indietro probabilmente rifarei quasi ogni cosa, ma certamente non nello stesso modo.
Archivio dell'autore: romolo giacani
Ad esempio quelli che fanno la fila da Starbucks
Io non ho nulla contro quelli che fanno la fila da Starbucks per comperarsi un caffè americano e pagarlo 1,80, il 90% circa di più di quanto pagherebbero un buonissimo espresso italiano in qualsiasi bar nei dintorni. Non ho nulla neanche contro quelli che si mettono in fila alla Apple quando esce l’ultimissimo modello dell’Iphone, che costa su per giù quanto una settimana di vacanza in qualche bellissima isola greca. Ognuno spende i suoi soldi come crede.
Non ho nulla nemmeno contro quelli che non leggono un libro dai tempi delle medie ma non si perdono una puntata di Uomini e Donne o dell’isola dei famosi. Ognuno spende il suo tempo come vuole.
Niente da ridire neanche con chi si fa le sopracciglie a ali di gabbiano o si fa tatuare due ali di angelo dietro la schiena (giuro, li ho visti quest’estate!). Ognuno è libero di mostrificarsi fare del proprio corpo quello che vuole.
Non ho nulla perfino contro quelli che ascoltano Despacito o A Capoeira, ma poi credono che Pink Floyd sia una marca di deodoranti. Ognuno è libero di ascoltare quel che preferisce.
Con una qualche fatica debbo dire che non ho nulla nemmeno contro chi crede agli oroscopi ma non crede ai vaccini. Ognuno è libero di credere in quello che vuole (c’è pure chi crede che il goal di Turone era buono, figuriamoci un po’!).
Diciamo solo che ho qualche difficoltà ad accettare che il loro voto conti quanto il mio. Sono tempi difficili, come cantano i REM ma ci sto lavorando. D’altra parte la saggezza si acquisice con gli anni ed io sono solo un giovane cinquantenne. Datemi tempo!
P.S. Questo post nasce da un simpatico scambio di battute in quel di faccialibro con la mia carissima gemellina Chiara: evidentemente quando ci hanno separato alla nascita, da una parte è fluita la minchioneria e dall’altra la lungimiranza. Indovinate a me qualche parte è toccata?
Qualcosa da perdere
“Se non diventassimo forti con quello che perdiamo, con ciò che ci manca, con quello che desideriamo e non abbiamo, non saremmo mai forti abbastanza.” (J. Irving, Hotel New Hampshire)
E’ vero che apprezziamo davvero qualcosa quando non è più in nostro possesso o nelle nostre disponibilità? Possibile che capiamo il valore della salute solo quando stiamo male? O la gioia di avere un amico quando non lo sentiamo più? Perdere qualcosa o qualcuno sarebbe dunque l’unico modo per capire quanto è importante? Sicuramente “abituarsi” a quello che si ha, pensare di aver acquisito ora e per sempre certe situazioni consolidate, ci fa correre il rischio di dare per scontate persone o cose al punto di non riuscire più ad apprezzarle.
Quando perdiamo qualcuno o qualcosa, tra l’altro, scatta quel naturale sentimento di rimpianto che ci fa rimpiangere cose, persone, situazioni che poi in realtà non è che fossero poi così realmente importanti. La nostalgia per “i bei tempi andati” ci fa ricordare con benevolenza quello che avevamo, aumentandone il valore al di là della realtà oggettiva. Nei ricordi capita di mettere gli occhi azzurri e i capelli biondi anche a qualche scarrafone! D’altra parte però, sarà stato pure uno scarrafone, però era il nostro! Stava sempre lì con noi, ci faceva compagnia, lo davamo per scontato e ora che non c’è ci manca.
E’ un rischio abbastanza frequente a cui tutti possiamo incorrere e forse è il motivo che spiega meglio di qualsiasi altro concetto perché in amore vince chi fugge: fuggire è determinare una mancanza, il modo migliore per capire quanto sia importante qualcuno. D’altra parte, come dice il papà della strana famiglia di Irving al figlio in Hotel New Hampshire (a proposito, libro straordinario, devo ricordarmi di inserirlo nella prossima puntata dei consigli di lettura), se vogliamo essere forti dobbiamo imparare a perdere qualcosa o qualcuno. Qualcosa o qualcuno a cui teniamo, che ci mancherà nel momento in cui lo perderemo. Per essere forti abbastanza, dobbiamo essere forti con quello che perdiamo.
Vero, verissimo. Ma chi vuole essere forte? O meglio, cosa siamo disposti a perdere per diventare forti? Io nessuno. E non mi chiedete nulla al riguardo, perché non ho alcuna intenzione di essere forte. Tutt’al più lo posso essere per qualcuno, ma certamente non per me stesso. Posso essere forte per chi mi sta vicino e vuole appoggiarsi a me. Ma se diventare forte significa abituarsi a perdere qualcuno, resterò deboluccio come sempre. A fuggire poi non sono mai stato capace, forse per questo in amore non è che proprio abbia una collezione di successi. Pochi ma buoni direi e comunque, fossero anche pochi, ma farò tutto quello che è nelle mie capacità per non perderne proprio nessuno. Con la testa e con il cuore, proprio come questo gruppo di Seattle che ho scoperto da poco.
Cose antiche e cose nuove
“Il regno dei cieli è come uno scriba che trae dal suo tesoro cose antiche e nuove” (Mt 13,52)
In fondo anche l’amicizia è così e anche l’amore. Imparare il modo giusto di voler bene forse significa proprio questo: trovare cose nuove, senza dimenticare quelle antiche e fare tesoro di entrambe.
Perchè, come sempre, non è un problema di quantità. Il problema è il come. Come voler bene, come essere vicini senza soffocare, come essere trampolini per crescere o scudi dietro cui ripararsi. Non quanto dare, quanto aprire, ma come farlo.
E così, pedalando fra i boschi del mio amato altipiano, mi imbatto in una strana costruzione. Che mi fa balenare un pensiero banale. Mentre uno (io, per esempio) è tutto impegnato a capire se e quanto aprire quella porta, spesso la realtà è molto più aperta di qualsiasi porta.

Sorridi e il mondo ti sorride (solo in bicicletta però!)
Passeggiando in bicicletta sulla pista ciclabile, in questi giorni di agosto, capita di incontrare spesso altri ciclisti che corrono nel senso opposto. A volte ci si scambia un ‘giorno, altre volte la fatica, visibile fra le guance rosse e gli occhi sgranati, non permette di proferire verbo e si prosegue così, quasi ignorandosi.
Ho fatto un esperimento. Senza dire una parola, sorrido. Così, senza un perché, continuando a pedalare, incrocio lo sguardo di chi mi sfreccia accanto e gli faccio un bel sorriso. Come se non ci fosse un domani. E vi assicuro che nel 99% dei casi, le persone rispondono al sorriso. Ed è bellissimo
Un attimo prima sono lì con lo sguardo perso nell’acido lattico, semi affogato nel proprio sudore, un attimo dopo si sciolgono per rispondere al sorriso. Fantastico! Anche perché se ci provate normalmente per strada non è la stessa cosa. Quasi mai uno sconosciuto risponde ad un sorriso. Anzi, capita spesso che l’altro ti risponda con un’occhiata infastidita che esprime un insieme di “Cazzovuoi?” “nonticonosco” “nunceprovànontidounalira”.
Perché allora in bici è diverso? Qualcuno potrebbe dire che sia un riflesso automatico. E forse è così. Ma secondo me è perché in quel momento ci si sente complici. Stiamo condividendo una fatica, voluta, cercata, salutare. Ma sempre di fatica si tratta. E quindi siamo disposti anche a sorridere ad uno sconosciuto, perché dentro di noi sappiamo che anche lui sta faticando come noi. Siamo sulla stessa barca. E se ci sorride, si merita una risposta. Ecco, forse semplicemente, dovremmo capire che anche nella vita di tutti i giorni è così. Anche se non ce ne rendiamo sempre conto, in fondo la barca è sempre la stessa.
Ma ora mi è venuta voglia di ascoltare una vecchia canzone dei Queen.
Emozioni ferragostane
Come può una bruschetta, arginar la fame, anche se non voglio torno già a mangiare, pappardelle al sugo e l’abbacchio arrosto e poi le patate, anche quelle a posto.
Domandarsi perché quando cade il parmigiano sulle fettuccine, non fa rumore. E mangiare a quattro palmenti per vedere, se poi è così difficile digerire. Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi, cosce di pollo.
In un pranzo che, non finisce più, il mio digestivo, sei tu. Grappa barricata, la mia preferita, poi un sorso di limoncello, e va! Li bevo alla salute della gente a tutti i sorrisini indifferente, sorretto da un anelito di Averna, di amaro Averna…e digerisco te. Pe pe, perepè!
Meno vaccini, più code alla vaccinara!
Mangiate merda! Milioni di mosche non possono essersi sbagliate (Marcello Marchesi)
E’ giunta l’ora miei arditi, che ci si riappropri della nostra libertà. Liberiamoci del giogo internazionale, delle bugie e delle costrizioni a cui siamo soggetti, riprendiamoci la possibilità di essere padroni della nostra vita. Cancelliamo imposizioni inique, figlie di false ideologie, che impediscono alle nostre vite di essere libere ed autentiche. In poche parole, “famo come cazzo ce pare”.
Soros, il miliardario cattocomunista, si è insinuato nelle nostre tavole e con la scusa di combattere la flautolenza, il colon irritabile e l’alitosi ha messo in commercio il pesto senza aglio. Allarmi, allarmi fratelli! Ridacci il nostro aglio o te ne faremo pentire! Onestà, onestà, onestà!
Il PD di Renzi e della Boschi, schiavo dell’internazionale comunista, ci ha imposto la guida a sinistra: è ora di tornare a guidare a destra. O al centro. Oppure la mattina facciamo una consultazione on line e decidiamo in che verso andare.
Gli immigrati, con i loro numeri arabi, hanno deciso che ogni giorno deve avere ventiquattro ore. Ma chi l’ha detto? Ma dove sta scritto? Facciamo un giorno di 23 ore, perché poi a Roma il ventitre porta anche bene e poi il fine settimana facciamo un giorno di trenta ore, così lavoriamo di meno e stiamo in vacanza di più.
Un’iniqua credenza popolare, fin da piccoli al mare, ci impedisce di fare il bagno dopo pranzo. Ribelliamoci a questa imposizione! Noi la parmigiana la digeriamo nuotando! E se ci impegniamo possiamo anche organizzare una gara di rutti sul bagnasciuga, per dimostrare quanto si digerisce bene in acqua!
Le democrazie plutocratiche hanno infettato i nostri giochi fin da bambini. Una prova? Quando eravate piccoli vi hanno mai coinvolto nel “ruba bandiera”? Ecco la dimostrazione di come si è cercato fin dall’infanzia di creare dei possibili terroristi, attentando al tricolore. Ma noi diciamo, prima gli italiani, sì al nascondino, no al ruba bandiera!
Le potenze giudaico massoniche ci hanno fatto credere che il quadrato costruito sull’ipotenusa fosse uguale alla somma dei quadrati costruiti sui catetti. Falso! Chi è questo Pitagora? Chi l’ha eletto? Anche lui è stato imposto dai governi dei vari Renzusconi. E poi si sa che il triangolo è una forma geometrica, un simbolo massonico.
Goldmann Sachs e le altre banche d’affari hanno imposto al mondo le previsioni del tempo per decidere le nostre vacanze e creare il traffico nel fine settimana. Noi diciamo no a queste falsità di stato: torniamo ai fondi del caffè per stabilire le previsioni del tempo. Chi l’ha detto che non sono efficaci?
La destra e la sinistra non esistono più. Sono categorie superate, appartengono allo scorso millennio ed ora sono usate solo per mascherare le malefatte dei governi. Da oggi in poi le scarpe saranno tutte uguali, niente destra e sinistra, retaggi del passato e delle false idee cattocomuniste!
Le multinazionali del cuoio ci hanno obbligato a montare in tutte le macchine le cinture di sicurezza. Diciamo basta a quest’assurda imposizione che ostacola la nostra libertà: chi l’ha detto che dobbiamo mettere le cinte? Da oggi nelle macchine vogliamo la possibilità di mettere le bretelle di sicurezza!
Il piano Kalergi prevede la sotituzione dei popoli europei con quelli africani. Una volta vuotata l’Africa ci vanno i cinesi e quindi in Cina ci vanno i Brasiliani. In Brasile ci mettiamo gli eschimesi, mentre al polo nord ci vanno gli abruzzesi, ma solo quelli di montagna che non soffrono il freddo. Quando finisce la musica, il popolo che rimane con la scopa in mano dice “e allora il PD?”, oppure viene eliminato. Condividi se sei indignato anche tu!
La lontananza
“La lontananza sai, e come il vento
spegne i fuochi piccoli, ma
accende quelli grandi…”
Ma chi l’ha detto? Chi l’ha solo pensato che la lontananza avvicina? Un cretino! La lontananza allontana, lo dice pure la parola. La lontananza può farti sentire la mancanza, può farti apprezzare quello che fin lì avevi avuto sottomano e non avevi mai valutato appieno. Ma per il resto state tranquilli, che stare lontani non avvicina per niente. Mi sembra come quei proverbi consolatori, che tentano di contraddire delle verità lapalissiane. Tipo “sposa bagnata, sposa fortunata”. Ma fortunata di ché? Ti sposi il 15 luglio perché speri nel sole, se no ti sposavi il 15 novembre. Se poi piove è una grandissima sfiga, altro ché!
Certo, si può stare lontani anche vivendo fianco a fianco, come compagni di banco a scuola che non si sopportano. E ci si può sentire vicini anche con chi sta dall’altra parte del mondo. Perché la lontananza non si misura in centimetri, ma in battiti. Però anche il battito più forte a grande distanza non si sente più.
Quindi mi dispiace per i poeti, per Modugno e per i romantici. La lontananza non avvicina. Tutt’al più ci può far rendere possibile guardare l’altro in tutta la sua figura, stagliato contro il cielo come una stella di notte. E così, da quella distanza possiamo capire davvero quant’è lontano o vicino al nostro cuore.
Stupido è chi lo stupido fa
Tutti noi siamo circondati da stupidi. Un’affermazione tautologica, che si sostiene da sola, che non può essere dimostrata né contraddetta. Un atto di fede. Che sottende un atto di presunzione, perché chi la afferma, evidentemente, si autoesclude. Posto che anche la presunzione è un atteggiamento stupido però, nessuno può sentirsi escluso da quella affermazione, sia nella veste di chi è circondato, sia in quella di “circondatore”. Ma come fare per individuare in maniera chiaro lo stupido che ci circonda e che potremmo anche essere noi stessi?
Mi è capitato di leggere un divertentissimo saggio di Carlo M. Cipolla, uno storico economico dotato di un geniale umorismo. Nel 1976 scrisse questo libello intitolato “Le cinque leggi fondamentali della stupidità umana“. Un testo che andrebbe secondo me inserito d’imperio in ogni programma scolastico di qualsiasi indirizzo. Queste a suo avviso le leggi:
Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
Terza Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.
Secondo Cipolla gli uomini si dividono in quattro grandi macro categorie:
- gli Intelligenti che fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
- gli Sprovveduti che danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri
- gli Stupidi che danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi
- i Banditi che danneggiano gli altri per trarne vantaggio.
Gli stupidi, secondo Cipolla, si qualificano quindi da due caratteristiche peculiari, differenti dalle altre categorie: l’assoluta coerenza e l’altrettanto assoluta inconsapevolezza. Secondo lui la maggior parte delle persone non agisce coerentemente: uno intelligente può compiere azioni da sprovveduto o scegliere comportamenti banditeschi. Persino un bandito a volte può fare scelte intelligenti. L’unica eccezione di rilievo, l’unico sempre coerente a se stesso, tende ad essere lo stupido che “mostra una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”.
Riguardo invece alla consapevolezza è abbastanza evidente che “la persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario (…) lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita e il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività – e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente.”
Sull’autoconsapevolezza sono assolutamente d’accordo. Quanti idioti conoscete che sono sicuri di essere dei gran ficoni? Sulla coerenza ho qualche dubbio. Sì, certamente un cretino tenderà ad essere cretino in ogni circostanza, ma (fortunatamente) la coerenza assoluta non è di questo mondo. C’è chi è contro i vaccini (dannoso per sé e per gli altri), ma magari ha sprazzi di intelligenza in altri contesti. C’è chi beve o chi fuma (altro danno per sé e per gli altri) e però in alcune circostanze riesce ad usare il cervello. C’è chi è razzista e però. No, ho sbagliato esempio. Insomma, in fine dei conti ha ragione il mio amico Forrest: “Stupid is as Stupid does” o forse qualcuno di più autorevole che prima di lui ha detto “li riconoscerete dai frutti”. La stupidità non è una malattia incurabile, né infettiva, non ha segni evidenti, non impedisce di esprimere opinioni sui social, né di votare e neanche di essere eletti in Parlamento. E forse proprio per questo resta dannosa, anzi dannosissima, per sé e per gli altri. Quindi facciamoci un bell’esame di coscienza e soprattutto valutiamo bene quelli che ci stanno intorno.

E poi c’è chi guarda lo smalto
Imbarbarimento. Se dovessi trovare un unico sostantivo, un titolo riassuntivo, per definire l’Italia del duemiladiciotto non ne vedo uno migliore. Mi sembra un fenomeno di una evidenza lampante. Da quello che succede nelle strade, nelle scuole, in ogni luogo di aggregazione, gli stadi, le discoteche, le spiagge, per finire alla rete.
Quest’ultima forse è il caso più emblematico. Da strumento di libertà di espressione, di condivisione dei saperi, di democratizzazione della conoscenza, si è di fatto trasformata nel suo esatto contrario. Soprattutto i cosiddetti social sono diventati la fogna che diffonde i miasmi dell’intolleranza, dell’odio e della falsità. Ogni giorno mi tocca leggere pseudo notizie che trent’anni fa non avrebbero avuto spazio neanche nei muri dei cessi del mio liceo. Dare la possibilità di esprimersi a tutti ha tirato fuori il peggio della società, la feccia dell’umanità si è sentita autorizzata a dire la sua sulla qualunque: dalla politica all’economia, dall’etica alla medicina, la rete ha sdoganato e dato pari dignità allo scienziato e al caprone.
E così quello che per strada parcheggia in doppia fila bloccando il traffico, in discoteca fa il bullo con i più deboli, in spiaggia ascolta la musica a tutto volume, su internet scrive “finalmente crepa” al un figlio di carabiniere che prende 3 lauree e diventa un supermanager mondiale, salva un’azienda tecnicamente fallita e in 14 anni la fa diventare il sesto gruppo mondiale. Che poi tutto questo l’abbia fatto calpestando diritti dei lavoratori, con un atteggiamento arrogante e comportamenti spietati verso chi non era funzionale al suo progetto è un altro discorso.
Perché ormai non si entra più nel merito delle questioni. Il linguaggio da curva dello stadio si è diffuso ovunque. Non importa se si parla di vaccini o di economia: la parola d’ordine è dagli al nemico! Anche perché coloro che dovrebbero dare l’esempio sono i primi che si lasciano andare all’insulto, anzi ne fanno un programma elettorale, un modus operandi. E così poi ci troviamo con oltre il 60 % dei voti a movimenti razzisti, con in Parlamento persone a cui non farei amministrare neanche la paghetta di 15 euro che do a mio figlio ogni settimana.
«Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». A dirlo è Davide Casaleggio, che in una frase sola riesce a riassumere esattamente il contrario di quello che penso. Io abolirei il suffragio elettorale, darei il diritto di voto solo a laureati con master, innalzerei la soglia a 25 anni e la chiuderei con la pensione. Stesso discorso per internet: prima di avere un profilo sui social farei passare un esame per verificare la capacità di intendere e volere.
Intanto c’è questa massa di disperati, che nessun blocco riuscirà a fermare, che inevitabilmente travolgerà l’Europa ed i suoi privilegi se non saremo capaci di accogliere ed integrare. E di fronte a questo, di fronte ad immagini drammatiche di donne e bambini morti annegati, qualcuno riesce ad indignarsi per uno smalto. I barbari siamo diventati noi. E forse dobbiamo sperare che proprio questa massa di disperati, insieme ai loro problemi, ci riporti un po’ di umanità.
“Noi in Iran viviamo malissimo ma c’è una cosa della nostra cultura che adoro, ed è quella di avere una lingua bellissima, una letteratura meravigliosa. In persiano, per esempio, i profughi si chiamano PanahJou (پناهجو).
Panah non ha un equivalente in italiano
Quando eravate piccoli, vi era mai capitato di perdervi nel parco? Ricordate la sensazione di terrore quando con gli occhi spalancati, cercavate la vostra mamma? E quando lì, da lontano, la vedevate correre verso di voi, vi ricordate la sensazione di immensa pace e felicità?
Quella sensazione è Panah.
Siete mai stati lontani da casa per tanto tempo? Avete presente quella sensazione di nostalgia e felicità quando con la macchina girate nella vostra strada e da lontano vedete la vostra casa e sapete che tra pochi minuti, abbraccerete la vostra famiglia e tutti i vostri cari che vi aspettano con gioia e impazienza?
Quella sensazione si chiama Panah.
Avete perso una persona molto cara? Immaginate di essere lì, al funerale, qualcuno vi chiama, vi girate e vedete un vecchio amico, molto caro, che non vedevate da tantissimo tempo e che non pensavate di rivedere mai più. Lo abbracciate piangendo, piangendo forte.
Quella sensazione di sfogo e di tristezza si chiama Panah.
Invece “Jou” vuol dire “una persona alla ricerca di…”
Noi chiamiamo i profughi PanahJou: persone alla ricerca di quell’abbraccio, di quella sensazione.
Forse non servirà a guarire questa malattia di odio e di intolleranza che si sta diffondendo nella società italiana, ma forse smettere di chiamarli i “migranti”, “naufraghi”, “clandestini”, “quelli lì” potrebbe essere un inizio.”
(tratto dal sito Alba Persiana)

