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Frugando nelle tasche

Ogni sera a frugare nelle tasche del vestito, tirando fuori sempre le stesse cose, ma anche oggetti inaspettati, nascosti e dimenticati lì negli angoli più lontani. Oggetti preziosi, che hanno avuto un peso, un’importanza che poi è evaporata via nei giorni che passano lenti o negli anni che volavano veloci. In quelle tasche ci sono i tuoi oggetti quotidiani con la loro presenza costante, silenziosa o illuminata, ma sempre rassicurante, come un percorso noto, di cui conosci l’inizio e la fine.

Ma proprio per questo ti ritrovi stupito a chiederti come ci sia finito, in quelle stesse tasche, quell’oggetto lì, che non ricordavi più di avere, che forse ti stupisci di aver mai avuto, tanto è ormai distante da te. Al punto da chiederti se sei stato davvero tu ad infilarlo nelle tasche o non sia stato piuttosto lo scherzo di un bambino dispettoso, che annoiato durante un lungo pranzo di famiglia si è divertito a mettere oggetti strani nelle tasche dei vestiti dei commensali.

Rigiri fra le mani quel che trovi nelle tasche, come quell’album con un fenicottero rosa in copertina che avevi comprato in un pomeriggio di sole da Ricordi a via del Corso. E ti ritrovi a ridere da solo, ripensando a quel pomeriggio e a quel tipo che somigliava tanto a un personaggio di Verdone che ti aveva attaccato un bottone parlando di cose inutili e noiose e alla fine, per divincolarti e fuggire via, avevi fatto finta di essere tedesco e avevi tirato fuori dalle tasche quel vocabolarietto italiano tedesco. Ma come c’era finito nelle tasche?

Ah sì, studiavi il tedesco o almeno ci provavi, perché ti eri invaghito di quella fanciulla teutonica con gli occhi verdi come una foresta illuminata dalla luna. Ma è possibile quindi che dentro quelle tasche ci trovi anche un pezzo di luna?

Forse è proprio così. Perché in realtà non stavi frugando nelle tasche, ma dentro i tuoi ricordi.

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Potrebbe essere peggio?

Non potranno certo fare peggio di quelli che li hanno preceduti.

Un po’ quello che si diceva dei nazisti dopo la Repubblica di Weimar. O quello che dicevano di Berlusconi dopo tangentopoli. Probabilmente pensavano così anche i polacchi quando i russi li liberarono dai tedeschi. E a proposito di russi, ho letto che morto Lenin in occidente furono sollevati nel sapere che gli sarebbe successo il moderato Stalin, invece del radicale Trotsky.

Perché in fondo è un sentimento normale. Ognuno di noi spera sempre che le cose non possano andare peggio di come vanno. Siamo naturalmente portati a sperare che le cose miglioreranno o che comunque domani non potranno andare peggio di come vanno oggi.

Ma non è sempre così: purtroppo le cose possono anche andare peggio. Un proverbio dice che solo quando hai toccato il fondo, puoi risalire. Mica sempre però. A volte, quando hai toccato il fondo, puoi cominciare a scavare.

– Che lavoro schifoso
– Potrebbe essere peggio
– E come?
– Potrebbe piovere…
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Speranza e nostalgia

C’è sempre qualcuno che sceglie di restare, quando tutti se ne vanno e qualcuno che sceglie di andarsene sul più bello, quando tutti restano. Perché alla fine di fondo ci sono sempre buoni motivi per rimanere e altrettanti per muoversi e ogni volta che scegliamo siamo convinti di guadagnare o comunque di non perdere qualcosa.

Come quel giocatore che ha vinto la prima manche e deve decidere se ritirarsi dal gioco o rilanciare, rimanere coerenti a se stessi o cambiare strada è sempre una scommessa. Perché qualsiasi scelta facciamo dobbiamo essere consapevoli che comunque sia il tempo passa e il mondo intorno a noi cambia, quindi anche scegliere di restare non ci libera dai cambiamenti. Né dagli sforzi, perché ci si può lasciare andare, trascinati dalla corrente o si può decidere di rimanere, contrastando la corrente con tutte le forze.

A volte invece restare o andare è una questione di tempi: come essere in anticipo o in ritardo. A volte non siamo noi a scegliere, ma è il tempo che sceglie per noi. Quando tutto si ferma intorno e noi diventiamo inutili ed incompresi precursori oppure al contrario quando tutto comincia a correre in maniera vorticosa e ci lascia inesorabili ed imperdonabili ritardatari.

Ma sia che scegliamo la coerenza dello status quo, sia che optiamo per la novità del cambiamento, una sola cosa è sempre inutile e deleteria: rimpiangere la scelta fatta. La nostalgia per quel che avrebbe potuto essere e non è stato è la vera malattia mortale, che avvelena ogni scelta. Restare o cambiare quindi alla fine forse non è neanche l’alternativa determinante. La vera determinante è amare la propria scelta o rimpiangere la scelta non fatta. La vera alternativa è fra la nostalgia di quel che non è stato e la speranza di aver fatto la scelta giusta.

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Come un salice che ride

“Se chiudete la porta a tutti gli errori, anche la verità ne rimarrà fuori.” (Rabindranath Tagore)

Una notte come questa, passeggi senza fretta con l’aria fresca dell’estate che ancora non c’è. E ti trovi a ragionare sui traguardi raggiunti e quelli sfumati, i tuoi e quelli degli altri. Fai un bilancio e valuti dove potevi dare di più e dove invece hai fatto il massimo, quando la fortuna ti ha dato una mano e quando invece ti ha voltato le spalle. In una notte come questa, ogni stella che brilla nel cielo sembra il capitolo della storia.
E tu vorresti essere un salice che ride. Fra tutti quelli con la chioma all’ingiù sarebbe bello se qualcuno passando distrattamente lungo la strada fosse sorpreso dal notare un albero uguale, ma nello stesso tempo diverso dagli altri, perché invece la sua chioma va dritta all’insù.
In effetti poi, l’altro o il basso sono punti di vista, un po’ come il vento che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene né dove va. Gli alberi sono tutti uguali perché è la stessa la terra dove sono piantati, così come è la stessa la pioggia che gli cade addosso. Eppure sono tutti diversi. E tu non puoi farci niente, oppure puoi fare ogni cosa. La tua chioma, dipende da te.
Sotto la curva del cielo, in un applauso di stelle,
ho salutato la mia gioventù per ritornare bambino. 
Procedendo in avanti, senza passare dalla saggezza,
masticando una gomma al gusto di bicicletta.
Che non finisce mai, neanche se te ne vai.
E lo ridico ancora, per impararlo a memoria,
in questi giorni impazziti di polvere di gloria.
E lo ripeto ancora, fino a strapparmi le corde vocali.
Ora che siamo qui, noi Siamo gli Immortali.
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Un tuffo indietro nell’adolescenza

Il calcio è davvero un fenomeno strano. Non è solo uno sport, non è solo uno spettacolo, la più futile fra le cose serie o la più seria fra quelle futili, troppo invadente e pervasivo, esageratamente identitario, sembra davvero aver preso il posto della religione, almeno nel senso deleterio che descrive Marx , quando la definisce l’oppio dei popoli. Eppure.

Eppure fra le moltissime cose negative che si possono dire del calcio è innegabile che accompagnando così da vicino le nostre giornate, costruisce storie che riescono a toccare nel profondo le nostre vite. Già in questo post sui ricordi dell’adolescenza vi ho raccontato che cosa significò la partita che si giocò la serata del 30 maggio del 1984. Quel Roma Liverpool segna una tappa fondamentale della mia adolescenza, per tutto quello che gli girava intorno, per quello che avrebbe potuto succedere e non successe, per le paure ed i sospiri di sollievo non solo calcistici che si tirava appresso.

Ed ecco che a distanza di 34 anni (quasi la stessa distanza d’età che c’è tra me e mio figlio), il caso rimette di fronte la Roma ed il Liverpool, stavolta in una semifinale, con i cugini che hanno finalmente la possibilità di saldare i conti. Di nuovo mi divido tra l’ansia dei sicuri sfottò dei vincitori e l’ammirazione per una squadra che certo non amo, ma che obiettivamente è arrivata al di là delle sue possibilità, fino a sfiorare il tetto del mondo. Come allora il mio amico Dario è allo stadio, stavolta accompagnato dai figli (anche il più piccolo ha quasi la stessa età che avevamo noi allora). E come allora la Roma va ad un passo dall’impresa, ma alla fine si ritrova con un pugno di mosche in mano.

Mentre anche la Citroen mi fa rituffare indietro con i Supertramp, il MIO gruppo di quegli anni, mi rendo conto che alla fine vincere o perdere non è poi così determinante. Una vittoria o una sconfitta non ci avrebbero restituito la primavera dell’84, i nostri diciassette anni, la spensieratezza e le mille possibilità aperte di fronte a noi. E allo stesso tempo però, al di là della vittoria o la sconfitta, per una notte il calcio ci ha dato la possibilità di riassaporarla, di rivivere paure e sogni di allora, come forse nient’altro potrebbe fare allo stesso modo.

Questa è la magia di quel rettangolo verde e di quei 22 che corrono appresso ad una palla. Chissà, magari tra altri 34 anni, a 86 anni suonati, ci sarà un’altra partita che ci riporterà indietro un’altra volta. E forse allora i cuginastri riusciranno pure a vincere. Ma mica ne sono poi così convinto!

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più. (Bill Shankly)

 

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La festa del lavoro

C’è chi lo va a cercare dall’altra parte del mondo e chi fa lo stesso di suo nonno. C’è quello perfetto e quello sporco che però qualcuno dovrà pur fare. Per qualcuno significa ballare o cantare, per qualcun altro addirittura tirare calci ad un pallone. Per molti è noioso e ripetitivo, per qualcuno è l’unica ragione per alzarsi dal letto la mattina. Chi non lavora non fa l’amore, ma quindi chi fa l’amore lavora?

Il lavoro è un diritto. Ma lavorare è un obbligo. Il lavoro nobilita, ma tutti desiderano le vacanze. Non lavorare è una maledizione, ma per alcuni un privilegio. I giovani lo sognano, i vecchi lo rimpiangono. E’ la base su cui si fonda la nostra costituzione, ma è anche la maledizione di Dio per l’uomo cacciato dall’Eden.

Ma in fin dei conti, il fatto che la festa del lavoro si festeggia senza lavorare, non dovrebbe già di per sè farci capire tante cose?

“Io ho sempre l’impressione di fare molto più lavoro del dovuto. Non che sia contrario al lavoro, intendiamoci, il lavoro mi piace, mi affascina. Posso starmene seduto a guardarlo per ore.” (Jerome K. Jerome, “I pensieri oziosi di un ozioso”)

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La Flat Tax spiegata a mia figlia (o è lei che la spiega a me?)

Interno sera. Tavola apparecchiata, TG1 delle 20. “Salvini ripropone la Flat Tax, cercando l’appoggio dei 5 stelle”

Io. Aridaje, ci riprovano con questa Flat Tax!

Mia figlia. Che cos’è la Flat Tax?

Io. Una furbata! Vogliono mettere un’aliquota di tasse unica, a prescindere dal redditto.

Mia figlia. Ma che vuol dire un’aliquota unica?

Io. Hai presente quando vai a mangiare la pizza con gli amici? Tu prendi una pizza margherita e l’amica tua si prende un piatto di carbonara, un filetto grana e rucola, le melanzane alla parmigiana e quando andate a pagare il conto ti propone di fare alla romana. Ecco, questa è la Flat Tax. Ti pare giusto?

Interno notte. Divano, luce soffusa, cane accucciato, libro.

Mia Figlia. Scusa papà, ma noi saremmo quelli che mangiano la pizza o quelli del filetto?

E niente, i giovani riescono sempre a vedere le cose da una prospettiva diversa.

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Il mandato esplorativo. Ovvero attenti al moviprep

Tempus fugit! Ebbene sì, sono già passati due anni , da quello che raccontavo qui. E a due anni di distanza domani mi tocca un’altra volta: colonscopia e gastroscopia. “Sei preoccupato” “Ma no. Spero che useranno due tubi differenti!” Poi in realtà durante l’esplorazione mi farò una bella dormita, quindi non dovrebbe essere poi così drammatico. Quello che è stato drammatico, così come fu la volta scorsa, è stato questo pomeriggio che ha preceduto la prova.

E per questo mi sento di darvi un suggerimento. Se mai vi venisse in mente di bere dell’acqua con dentro delle bustine di moviprep, non lo fate. Se si insinuasse in voi questa voglia, lasciatela andare. Rimarrete con questa curiosità? Pazienza, ve ne farete una ragione. Ve lo dico con cognizione di causa. A meno ché non siate costretti dagli eventi (come in questo caso il sottoscritto), se qualcuno dovesse chiedervi “Caro vogliamo provare di che sa questo moviprep?” voi opponete un fermo e risoluto “no grazie”.

Perché mai dovreste berlo? Non so, la gente fa cose strane. Fra gli adolescenti statunitensi si sta diffondendo questa strana mania di sniffare i preservativi al punto da farseli uscire dalla gola, non mi stupirei se un domani andasse di moda fare dei cocktail con il moviprep. Voi comunque opponetevi, mi raccomando. Con viva e vibrante fermezza dite no. No pasaran! Not in my name!

Insomma, mentre Mattarella ha dato un mandato esplorativo per fare il governo, io lo darò ad una simpatica gastroenterologa. Sicuramente meglio della Casellati. Che poi, in definitiva, si tratta su per giù di sguazzare nella stessa materia!

 

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Manda anche tu un attestato-di-stima© (This little light of mine, I’m gonna let it shine)

La mia amica nonché socia (anni fa scrivemmo insieme un romanzo, esattamente quello che vi raccontavo qui) Letizia,  con la brillantezza e l’intuito che la contraddistinguono, ha istituito per sabato scorso “la giornata mondiale della stima”, invitando tutti quanti a telefonare o scrivere a una persona a cui non abbiamo mai detto che la stimiamo per qualcosa che sa fare o per quello che è, offrendole così un attestato-di-stima©.

L’iniziativa è talmente lodevole che non poteva finire in una giornata e quindi con un atto di imperio assolutamente arbitrario, ho deciso di estendere la cosa nominando questa Settimana mondiale della stima. Non servono grandi attestati, non serve premiare azioni stratosferiche. Anzi, il bello è individuare l’eccellenza nel quotidiano, la cura con cui qualcuno fa qualcosa che gli altri fanno in modo automatico. Perché ognuno di noi ha un’attenzione particolare nel fare o nell’essere qualcosa che può sembrare insignificante. Ma che invece insignificante non è. Un qualcosa che noi amiamo, a cui ci siamo affezionati, perché sappiamo che fa parte di quella persona, ma che magari non abbiamo mai riconosciuto.

Troppo facile dare attestati di stima per chi sa suonare, ballare, cantare o ha una cultura straordinaria. No! Nella settimana mondiale della stima dobbiamo trovare l’essenza, la sostanza profonda. E quella, paradossalmente, la si trova nei particolari apparentemente futili. Nella cura per gli abbinamenti cromatici, nel gusto per l’accostamento fra il cibo ed il vino, nel modo di guardare le cose, nella capacità di ascoltare, nella memoria di chi non si dimentica, nell’abilità del dire la cosa giusta nel momento giusto, nella sapienza dei silenzi che testimoniano la presenza, nella saggezza del dare il giusto peso alle cose, nella larghezza di vedute di chi non giudica, nell’ironia di chi ha sempre la capacità di farci sorridere.

Se vuoi bene a qualcuno, se l’affetto si fonde con la stima, devi sottolineargli queste particolarità, perché devi aiutarlo a tirar fuori la migliore versione di sé. Prima di tutto deve stimare se stesso, deve volersi bene per quello che è. E questo si può fare partendo da quello che dovremmo saper fare meglio di chiunque altro: essere noi stessi! Chi fa piccole cose belle potrebbe pensare che il mondo non se ne accorga e potrebbe scoraggiarsi nel farle, arrivando a ritenere che sia tutto inutile, che non ne valga la pena. E invece non è così, non è affatto così! Ecco perché il nostro attestato-di-stima© è fondamentale. Arriverà luminoso ed inaspettato come il fiorire del ringosperma, come un goal al 71, come una nuova canzone di Springsteen e renderà speciali queste giornate primaverili, risollevando l’umore di quella persona che stimate.

This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, This little light of mine, I’m gonna let it shine, Let it shine, let it shine, let it shine

 

 

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Mi innamorerò di te (forse sì o forse no)

“Il gioco è un invito rivolto a un altro soggetto, che liberamente sceglie se accoglierlo o rifiutarlo; un volta stabilita la relazione, l’identità di ogni partecipante è messa in discussione: il soggetto si abbandona, si perde e può ritrovarsi unicamente interagendo con gli altri.”

Quello che scrive il mio amico Redbavon sul gioco, potrebbe essere replicato per le relazioni amorose. Quando ti innamori di un’altra persona la scegli, lei su un milione e speri che a sua volta lei ti scelga. Per attrazione, per stima, per affetto, perché hai dei valori condivisi, delle prospettive simili, degli obiettivi comuni. Anche solo per affinità. E quando scatta questa scintilla reciproca ci si abbandona alla relazione, si perdono le rispettive identità per costruirne insieme una nuova che valga per entrambi.

Ma quanto siamo disposti a perdere del nostro per creare insieme all’altro qualcosa di nuovo? Quanto possiamo venire incontro alle esigenze altrui, mettendo da parte le nostre? Quanto vogliamo persino rinnegare vecchie scelte, convinzioni ataviche, pur di stabilire questa nuova identità? “La donna sposa l’uomo sperando che cambi. E invece l’uomo non cambia. L’uomo sposa la donna sperando che non cambi. E invece cambia“. Così scriveva il compianto Luigi De Filippo e non aveva molti torti.

Perché va bene il venirsi incontro, va bene rimettersi in discussione, ma in fin dei conti, se davvero ti sei scelto fra un milione e sei stato scelto tra un milione, questa scelta era fatta sulla base di quel che eri, non di quello che potevi diventare dopo. Altrimenti il rischio è che un giorno ci potremmo guardare allo specchio e non riconoscerci più.

Vale sicuramente nelle relazioni fra persone. O almeno, fra persone adulte. Certo, per i bambini non vale.