Mi veniva in mente l’altro giorno quando, uscito dalla pontina, ho visto una ragazza, con uno zaino in spalla più grande di lei, che faceva l’autostop. Noi tra cani, bambini, bagagli non avremmo avuto neanche posti in piedi in macchina, ma mi chiedevo: quanti anni sono che non vedevo più qualcuno fare l’autostop?
Io un paio di volte quando ero gggiovine l’ho fatto. Ma soprattutto un sacco di volte mi capitava di dare passaggi a chi lo faceva. Perché ora non più? Non è che negli anni 70 o 80 non ci fosse brutta gente in giro. Non è che non capitassero tragedie orrende. però, non c’è niente da fare, c’era più fiducia in giro.
Ma non è necessario essere coraggiosi per fermarsi a soccorrere una ragazza aggredita che sta bruciando viva. Come non è necessario essere eroi per salvare un bambino caduto da un barcone che sta affondando in mare. Non c’è bisogno di eroi o di martiri. Non abbiamo necessità di atti di coraggio fuori dal normale. Basterebbe lasciare aperta una porta, dare una possibilità.
In fondo non sarebbe troppo complicato. Come quei motociclisti che vanno sempre da soli, che non portano dietro nessuno, eppure hanno nel bauletto un altro casco. Ecco, sarebbe sufficiente quello: avere un casco di riserva. Un po’ come avere una birra in più in frigo. Non è che dobbiamo fare chissà cosa. Dobbiamo lasciare aperta una possibilità. Io, noi, tutti. E magari, pian piano, ricominceremo anche a fare l’autostop.
Va be’ certo, a sparare minchiate sei bravo, ma se dovessi invece proporre qualcosa tu? Troppo facile perculeggiare tutti i candidati, tu al posto loro che faresti?
Premesso che odio la democrazia partecipativa, le proposte dal basso, il suffragio universale, tutto ciò che solo lontanamente puzza di demagogia e di volgo profano e che invece sarei per una tirannide illuminata (insomma sono davvero un gran minchione, non è che faccio finta), mi sento di buttare lì una sola ed unica proposta per trasformare radicalmente la situazione di Roma e salvarla da gran parte dei suoi mali.
Una sola, semplicissima. Basta togliere di mezzo tutti i romani. Ma no, che avete capito? Non intendo invadere la Polonia al suono della cavalcata delle Valchirie. Semplicemente prenderei tutti i ministeri, la Camera, il Senato, il tribunale, l’anagrafe, il comune, la telecom, l’eni, l’enel, le poste, le ferrovie, insomma tutti gli uffici con più di 20 dipendenti e li sposterei fuori dalla città.
Roma è il più grande museo a cielo aperto del mondo, il centro della cristianità e la capitale d’Italia. Una cosa è di troppo. Le prime due sono difficilmente spostabili, ma la terza no. Certo, prima bisognerebbe costruire una città solo di uffici a una trentina di chilometri a nord o a sud lungo l’autostrada del sole, con un servizio di treni navette continui, dalle stazioni della metro e dalla stazione ferroviarie e il gioco sarebbe fatto. Che ce vo?
A quel punto Roma diventerebbe una città a misura di turista, valorizzando il più straordinario insieme di opere d’arte esistenti al mondo. Senza traffico, senza smog, dove i mezzi pubblici sarebbero finalmente funzionanti. Anche perché dalle 8 alle 20 vieterei l’uso delle macchine private dentro il raccordo anulare. Poi, già che ci sono, vieterei pure gli scioperei nei servizi pubblici. Solo scioperi virtuali: vai a lavorare, ma non prendi lo stipendio. Contemporaneamente l’azienda, per ogni dipendente che sciopera, versa il corrispettivo di tre volte lo stipendio, devolvendo il tutto ad un fondo gestito direttamente dai sindacati per iniziative a favore dei lavoratori.
Dite che è un’utopia irrealizzabile? Può darsi. Anche se i palazzinari romani avrebbero una città da costruire, quindi forse…ma poi io scrivo minchiate su un blog, che volete da me? Mica faccio il politico! Anzi, come Peter Pan/Bennato, posso assicurarvi che…
Mai nessuno mi darà, il suo voto per parlare o per decidere del suo futuro. Nella mia categoria, tutta gente poco seria di cui non ci si può fidare!
Premessa. Volevo scrivere un post minchione, l’avevo promesso al mio amico Topper, ma invece mi è venuto fuori un post sulle minchiate. Quelle che stiamo ascoltando in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Almeno noi qui nella capitale (ma temo che anche altrove non sia tanto diverso).
Eppure, con tutte le emergenze che ci sono, non dovrebbe essere difficile. Tre cose, le prime tre che farai. E già dalla scelta si dovrebbe capire qualcosa. Perché la politica (ma forse la vita in generale) è fatta di priorità. Dimmi quali sono le tue priorità e ti dirò chi sei. O almeno capirò se sei in un modo o in un altro. Di destra o di sinistra, ad esempio (detto per inciso: chi dice che destra e sinistra non esistono più, chi dice che sono categorie superate, è di destra. State tranquilli, è così. Magari lui non lo sa, ma è così, fidatevi). Criminalità, traffico, rifiuti, emarginazione, integrazione, istruzione, verde. Che pensate di fare? Ed ecco le alternative a nostra disposizione.
La Meloni è alleata con Salvini. Devo aggiungere altro?
L’eterodiretta Raggi, fra le altre perle, ha detto che per risolvere il traffico di Roma, proporrà la costruzione di una funivia a Montemario. Una funivia. Ma già che ci sei perché no un bello skylift su per i sette colli? E un’ ovovia fra Montesacro e Monteverde? Daje Virgì, sei sulla buona strada per realizzare un’impresa che qualcuno potrebbe pensare al di là delle tue forze. Ma tu ce la puoi fare, me lo sento: tu e solo tu forse, se proprio ti impegni, riuscirai nella titanica impresa. Quella di farci rimpiangere Marino.
Ah dite che questo non è Marchini? Ho sbagliato foto? Sì, effettivamente Ridge è molto più espressivo. E soprattutto più vero, perché Arfio, nipote di una famiglia di palazzinari romani mi dicono di sinistra (calce e martello chiamavano il nonno) è autentico come una moneta di tre euro. Ecco, andasse lui al ballottaggio forse sarebbe l’unico motivo per andare a votare. Per l’altro candidato, ovviamente.
Che, a parte la faccia un po’ così, a parte essere il candidato del partito (quello per cui di solito voto, detto per inciso) che, avendo dalla sua, il governo, il presidente della regione, 20 presidenti su 20 Municipi, il sindaco precedente, non è riuscito a risolvere nemmeno uno dei problemi della città (anzi, è riuscito a ridar fiato e credibilità (?) a delle opposizioni di per sé impresentabili). A parte questo, ha detto che per risolvere il problema delle periferie, chiederà consiglio a Totti. A Totti. Va be’, lasciamo stare va.
Uno di questi sarà il prossimo sindaco di Roma…poveri noi. Ma tanto passerà anche lui. E se siamo sopravvissuti ai barbari e ai Barberini, se siamo ancora qui dopo Alemanno e Marino, penso che ce la possiamo fare. Io però stavolta salto un turno. Non ce la faccio, non ce la posso fa. Uno di voi sarà il sindaco. Not in my name.
Hold me and make it the truth, that when all is lost there will be you. ‘Cause to the universe I don’t mean a thing And there’s just one word that I still believe. And it’s love… love, love, love, love. Love Boat Captain, take the reigns, steer us towards the clear. I know it’s already been sung, can’t be said enough. Love is all you need… all you need is love, love… love…love
Siamo abituati a valutare le cose dalla loro fine.
Pensate alle storie d’amore. Possono anche essere state le più belle del mondo, ma è sicuro che se finiscono male, difficilmente verranno ricordate bene. Anzi, proprio a partire dal finale, verrà dimenticato tutto il resto: verrà svilito, equivocato, dissacrato. Qualcuno arriverà a dubitare che sia davvero accaduto su questa terra.
Un po’ come l’almanacco del calcio. Sfogli le pagine dei campionati passati e quello che resta è la classifica finale. A chi interessa sapere che magari sei stato in testa da ottobre a marzo, se poi alla fine non hai vinto tu? Quello che conta, quello che resta negli annali è l’ultima fotografia, quella dell’ultima giornata, quando si tirano le somme finali.
Un altro esempio è una reminiscenza scolastica. Avevate in classe il tipico fancazzista che durante l’anno se la spassava alla grande e poi, grazie ad una full immersion finale, riusciva a recuperare tutte le insufficienze e a salvarsi per il classico rotto della cuffia? E quindi poteva dire di aver avuto ragione lui. Tu lì a buttare ore ed ore, pomeriggi intersi sui libri e lui a divertirsi. E poi? Niente, tutto azzerato, tutto cancellato grazie allo sprint degli ultimi giorni e al buon cuore di qualche professore in crisi di coscienza.
Che poi se vogliamo, allargando il discorso, in fondo è un po’ il vecchio discorso del fine che dovrebbe sempre e comunque giustificare i mezzi. Perché alla fine è questo. Non è importante il percorso, non è importante come ci arrivi, l’importante è arrivarci. L’importante è il risultato.
Io la penso diversamente. Il risultato conta, certo, ma anche il cammino che hai percorso per arrivarci è importante. E’ importante studiare giorno per giorno, se vuoi davvero imparare qualcosa. Sono importanti le vittorie, ogni singola vittoria, anche se poi non è servita a farti vincere il campionato. E soprattutto sono importanti le storie d’amore passate, anche se poi si sono ammalate, se sono finite prima del tempo. Perché la vita va vissuta giorno per giorno, senza scordare il passato e senza farci angosciare dal futuro. Va vissuto il presente, che è un cammino, per costruire un futuro, in cui ci sono le mete. Il tutto, possibilmente, facendo pace con il passato.
Stringimi e fa’ che sia vero, che quando tutto sarà perso, ci sarai comunque tu. Perché per l’universo io sono del tutto insignificante e c’è soltanto una parola in cui credo ancora. Ed è amore… amore, amore, amore. Capitano della nave dell’amore, prendi i comandi e guidaci in mare aperto. So che lo hanno già cantato, ma non lo si dice mai abbastanza. L’amore è tutto quello di cui avete bisogno, tutto quello di cui avete bisogno è l’amore, amore… amore…amore
Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” (dal discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005).
Non è facile spiegare cosa sia l’acqua a due pesci. Soprattutto se a tentare di spiegarlo è un pesce anziano a due pesci giovani. Quando ero un pesce giovane, essendo un pesce curioso come una scimmia, mi piaceva imparare, scoprire cose nuove. E i pesci anziani, solitamente, ne hanno di cose da insegnare.
A un certo punto poi succede che anche tu pensi di sapere cosa sia l’acqua e allora non accetti più che qualcuno te lo spieghi. Diventi tu l’anziano e cerchi giovani pesci a cui insegnarlo. Capita però di incontrare pesci giovani che sono già vecchi, perché non hanno più voglia di imparare e pesci vecchi che sono ancora giovani, perché continuano a cercare nuove spiegazioni.
Oppure, semplicemente, dobbiamo arrenderci all’evidenza che non c’è una sincronia perfetta fra chi parla e chi ascolta, tra chi insegna e chi impara. Ognuno deve continuare a cercare e tutt’al più, i pesci anziani come quello della storiella, dovrebbero concentrarsi a sollevare domande, piuttosto che a dare risposte preconfezionate: continuare a fare domande, non accontentarsi delle proprie risposte e non far accontentare gli altri delle loro. E’ questo il regalo più grande che possiamo fare ai nostri figli e forse ancora più ai nostri nipoti. Perché questa, se non l’aveste ancora capito, è una storia di nonni e nipoti. E un nonno che insegna a farsi domande e a non accontentarsi delle risposte è come quello che al momento giusto, quando meno te l’aspetti, trova la soluzione al tuo problema. E nelle giornate di pioggia tira fuori un ombrello dal nulla.
Possa Dio benedirti e proteggerti sempre. Possano tutti i tuoi desideri diventare realtà. Possa tu sempre fare qualcosa per gli altri e lasciare che gli altri facciano qualcosa per te. Possa tu costruire una scala verso le stelle e salirne ogni gradino. Possa tu restare per sempre giovane, per sempre giovane, per sempre giovane. Possa tu restare per sempre giovane (Robert Zimmerman)
Ci hanno sempre insegnato che conoscere i propri limiti è una forma di saggezza. Ma anche non conoscerli. Come già scrivevo altrove, il calabrone non sa che in teoria, per le leggi della fisica e per la sua conformazione, non dovrebbe essere in grado di volare. Non lo sa e quindi vola e se ne frega del fatto di essere un ciccione con le alette troppo piccole.
Spesse volte il limite che ci poniamo è direttamente proporzionale alla fiducia che abbiamo in noi stessi. Bisogna crederci. Oppure bisogna avere qualcuno che ci creda per primo e ci convinca a fare poi altrettanto.
A volte invece non è un discorso di fiducia, ma semplicemente di avere la possibilità di fare qualcosa che fino a quel momento non avevamo fatto. La possibilità è la condizione. Se ti capita di averla e la sfrutti, ti ritrovi magari a dire, “be’, tutto qui?”
Altre volte è una questione di voglia. Il dire (o solamente il pensare) di non essere capace di fare qualcosa è la maschera migliore della pura e semplice pigrizia.
Ci sono poi situazioni in cui il limite è oggettivo. Sta lì, di fronte a noi, a volte sopra di noi, come un enorme nuvola viola. Allora dobbiamo cambiare le condizioni, le regole, lo scenario. Dobbiamo far entrare in gioco un vento nuovo, che faccia sì che la nuvola voli via e lasci spazio al cielo azzurro. Per questo ogni stratagemma è lecito. E se da soli non ci riusciamo, allora chiamiamo i nostri amici e invitiamoli a soffiare, come si fa per le candeline sulla torta il giorno del compleanno. Soffiamo tutti insieme, scacciamo via la nuvola, spegniamo le candeline, uccidiamo il Ciciarampa e cantiamo tanti auguri a te.
“Sai Alice, ci sono sei cose impossibili: c’è una pozione che ti fa rimpicciolire, una torta che ti fa ingrandire, gli animali parlano, i gatti evaporano. Esiste un Paese delle Meraviglie. Posso uccidere il Ciciarampa.”
Non sono belle le sconfitte. Perdere non piace a nessuno, inutile discutere. Soprattutto quando perdi immeritatamente o quando qualcosa o qualcuno ti porta via qualcosa a cui tenevi moltissimo. Ed in occasioni così è naturale, quasi inevitabile, tentare di recuperare, non accettare la sconfitta e cercare la rivincita. O la vendetta. Ma purtroppo non c’è rivincita e non c’è vendetta che possa restituirti quello che hai perduto.
Ma non è facile arrendersi alla sconfitta: sta scritto anche nella Bibbia, occhio per occhio, dente per dente. E lo sappiamo che l’occhio tolto al vicino non servirà affatto a restituirci la vista, né la serenità perduta. Lo sappiamo, ma l’ingiustizia subita ci brucia dentro e fin da piccoli ci hanno insegnato a chiedere la rivincita, a riprovarci ancora e ancora, fino a pareggiare i conti.
Invece, anche se è difficile, anche se fa male, quando perdi qualcosa o qualcuno, devi lasciarlo andare. Devi prendere su di te la sconfitta e buttartela dietro le spalle. Tirare una riga e ricominciare un nuovo capitolo. Forse non è un caso che perdere e perdonare abbiano una radice comune, perché anche perdonare è perdere qualcosa. Anzi è scegliere di perdere qualcosa. Per voltare pagina, per guardare il futuro e lasciare andar via il passato.
Lo devi fare per te. E nessuno può farlo al tuo posto. Devi farlo per te e per nessun altro. Perché tanto niente e nessuno ti ridarà quello che hai perso. Ma soprattutto perché devi ricominciare a vivere. Perché te lo meriti. E perché tu sei esattamente il contrario di quelle persone che racconta Pasolini: sgomitatore sociale, vincitore volgare e disonesto, falso ed opportunista, nevrotico del successo. Tu non sei affatto così. E allora, lasciati alle spalle ciò che hai perso, apri nuovi spazi per cominciare una storia nuova.
E’ meglio la sincerità di chi svela una bugia uccidendo un mito o la forza di resistenza di chi continua a mentire per tenerlo in vita? Chi è da preferire, chi vuole esserci per dare il suo contributo o chi fa un passo indietro perché il suo contributo potrebbe essere nocivo alla causa? Scegliereste una bella forma o una sostanza scadente? Cos’è meglio, un po’ di sana ipocrisia o una fetenzia autentica?
Avete dei dubbi? Io no. Certo, bisogna far passare del tempo. Ma prima o poi la verità viene fuori, magari lontano dalle luci della ribalta, a microfoni spenti. Come ha rivelato recentemente lei stessa, Victoria non cantava. Ma io la amo lo stesso. Anzi, di più. Ma pensa tu se anche Giggi D’Alessio avesse seguito il tuo esempio. Altro che perfida Albione! Altro che “no, non è la Bbc è la Rai, la Rai tv” In fatto di salute pubblica e rispetto del bene comune i sudditi di Sua Maestà stanno sempre un passo avanti.
Bisogna essere vicini, senza fare ombra. Bisogna consigliare, senza dare le soluzioni. Bisogna indicare la strada, senza imitare i tom tom delle macchine. Bisogna esserci. Questo prima di ogni cosa.
Dicono che madri si nasce e padri si diventa. Non lo so. Come tutte le generalizzazioni ha un fondo di verità, ma rischia di ridurre troppo la complessità della questione. Certo essere padre non viene naturale, devi lavorarci su e non è detto che ti venga proprio bene. Anzi.
Bisogna coccolarli, come se fossero sempre piccoli e provare a ragionarci come fossero già adulti. Ogni tanto bisogna togliergli il superfluo, per fargli apprezzare l’essenziale. Bisogna saper fare un passo indietro, restando comunque sempre a portata di mano. Bisogna insegnargli a sognare, senza imporre loro i nostri sogni.
Mi dicono che ho delle preferenze fra lei e lui. Rispondo come rispondeva mia madre: se mi tagliassi l’indice o il pollice, non sanguinerebbero allo stesso modo? Certo non è la stessa cosa, perché uno è diverso dall’altro, ma come si potrebbero fare preferenze?
Bisogna essere autorevoli, senza essere autoritari. Bisogna dargli sicurezze, anche quando non ne abbiamo noi. Bisogna insegnargli a ridere, per essere seri. Bisogna perderci tempo, per fargli capire che il tempo è l’unica risorsa non dilatabile. Bisogna parlare tanto, ma ascoltare di più.
Soprattutto bisogna essere così bravi da lasciarli sbagliare. Un po’ quello che già scrivevo un po’ di tempo fa: perché, c’è poco da fare, I fiori finti non crescono mai. Anche se questa è la cosa che farà più male, è una possibilità che non possiamo, ma soprattutto, non dobbiamo togliergli. Per il loro bene, non certo per il nostro.
Puntualmente in ritardo come il 60 quando lo aspetti a Porta Pia, non annunciati come quest’improvviso rigurgito di inverno, utili come il propoli quando hai le afte in bocca, ecco a voi i nuovi consigli di lettura non richiesti.Come sempre una doppietta, un libro più leggero ed uno più impegnativo così da venire incontro a tutti i generi di lettori. Perché la lettura è un po’ come il sesso: è bello comunque! Serioso o spensierato, metodico o fantasioso, rilassante la sera prima di addormentarsi, energizzante la mattina appena svegli.
Va be’, non divaghiamo. Come primo consiglio, per la serie dei libri freschi e rilassanti, vi propongo Sirius, il fox terrier che (quasi) cambiò la storia di Jonathan Crown. Un racconto di fantasia, che riesce con soavità e leggerezza a toccare tasti delicati e situazioni drammatiche. Il protagonista è una specie di Forrest Gump a 4 zampe a cui capitano avventure di ogni genere, abbastanza inverosimili, ma comunque ben costruite. Avventure che si incrociano con i destini del mondo e influenzano, seppur in maniera impercettibile, il corso delle cose. Un libro tenero e divertente, che riesce a far sorridere e far riflettere insieme.
Il secondo consiglio segna una new entry nei generi letterari trattati in questa rubrica. Per la prima (e probabilmente unica) volta vi consiglio un libro di fantasy. Io adoro il fantasy, ma solamente ad una condizione: che sia scritto da Tolkien. Tutto il resto non lo prendo neanche in considerazione. Ma la cosa bella è che anche l’autore di questo libro (che non è Tolkien) la pensa come me. Nonostante ciò Profeti della grande Acqua di Adolfo Battisti è veramente un gran bel libro. Che ha tutte le caratteristiche positive del genere (avventura, poesia, mistero, suspence, citazioni) ed in più una profondità che manca ai tanti emuli del grande Tolkien e non lo fa sfigurare nel raffronto con il maestro. Il finale poi è semplicemente geniale! Leggetelo e mi saprete dire.