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La strada per arrivare a casa

Questa storia vuole essere raccontata di nuovo. Ne parlavo qualche giorno fa con chi mi diede lo spunto per raccontarla, poi in questi giorni di dialogo Cuba America ho riletto la frase del Che che era l’incipit della storia. E oggi, tornando a casa, la radio ha passato Can’t find my way home, che ogni volta mi fa piangere da quant’è bella. Tre indizzi fanno una prova e quindi ve la ripropongo

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminare gioiosi verso l’avvenire.  (Ernesto Guevara)

C’è un qualcosa che ci appartiene dentro le strade che ci portano nei luoghi in cui ci sentiamo a casa. E’ come se la casa allargasse i suoi confini e cominciasse ad esserci molto prima di dov’è realmente. Un po’ come i ricordi. La memoria di un fatto comincia dai profumi, dai sapori, dai suoni che l’accompagnavano allora. Che quando risentiamo ci riportano indietro al momento in cui li abbiamo vissuti per la prima volta.

Le 5 e 30, Angelo sta alzando la serranda del bar, come ogni mattina. Una serranda pesante come i ricordi, che ogni mattina solleva sul cielo di Milano per provare a raccontarsi un futuro diverso…

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I posti che…TAG!

Dunque qualche giorno fa la mi amica Marta mi ha nominato per questo giochino, che ha un sacco di regole (che ovviamente non rispetterò) e dovrebbe riguardare i luoghi. In effetti un blog che nel titolo parla di viaggi, dovrebbe essere perfetto per parlare di luoghi. Ma i miei sono viaggi ermeneutici (oltreché minchionici) e quindi, non me ne vorrà a male la dolce Marta, ma questi che vado a nominare sono posti solo per modo di dire.

Perché non esiste un luogo che non sia abbinato ad un momento, che non sia collegato alle persone con cui eri, allo stato d’animo che avevi mentre eri lì. I luoghi non sono solo la risposta alla domanda “dove?” I luoghi sono anche un “quando”, un “con chi”, un “come” e solo rispondendo a tutte queste domande puoi dire il “perché”. E quindi, fatta questa doverosa premessa, vamos!

Il posto …

1 … che porti nel cuore. Ce ne sono diversi, ovviamente. Ci sono quei luoghi in cui sono stato felice, in cui mi sono sentito protetto, in cui ero a casa. Se proprio debbo dirne uno allora torno indietro di 30 anni e dico quel muretto che sta quasi all’angolo tra via Livorno e via della Marsica, punto di partenza di tanti pomeriggi e tante serate. Nella realtà ora non esiste più: c’hanno messo sopra una cancellata e una siepe e forse è anche giusto così. Rimane come una sorta di monumento, il luogo della mia gioventù.

2 … più divertente. Anche qua, fortunatamente potrei indicarne tanti, ma ancora oggi, rispondendo così, senza starci sopra a pensare più di tanto, dico un campo di calcio. Qualsiasi esso sia. Di cemento, di terra, di erba, un parcheggio vuoto, un prato senza alberi, va bene tutto, basta che si possa dare quattro calci ad un pallone.

4 … più deludente. I luoghi della grandi delusioni sono i luoghi dei fraintendimenti, quelli delle cose non dette, lasciate a metà o totalmente fraintese. Dico le stazioni, perché spesso partire lascia conti in sospeso che più di ogni altra cosa ti fanno sentire deluso. Prima di tutto deluso di te stesso.

5 … più sorprendente. Mi sorprende Roma quando non c’è traffico, mi sorprende quell’anonimo baretto dove fanno un caffè eccezionale, ma non ho dubbi: il luogo che riesce sempre a sorprendermi più di tutti è la mente delle donne.

6 … più gustoso. Anche qui nessuna esitazione: il luogo che rievoca i sapori più intensi, le cose con un gusto mai più provato, è il tavolo della cucina dei miei, quando mia madre orchestrava delle sinfonie irripetibili, abbinando sapori che anche il più grande chef del mondo non sarebbe capace di ricreare.

7 … che ti ha lasciato un ricordo particolare. Qui invece non saprei, perché ce ne sarebbero tanti. Dico la vetta del Sirente, perché ogni volta che arrivi lì, a 2350 metri, dopo 5 ore di cammino, non capisci se sei più stanco o più felice. Ma quando scendi giù, dopo qualche tempo, mentre ritorni con il pensiero a quando eri lassù, capisci che grande bellezza sia la montagna

8 … più romantico. Ma quale altro potrebbe essere se non le braccia dell’amore mio?

9 … che vorresti rivedere. Anche su questo nessun dubbio. Vorrei rivedere lo stadio Olimpico esattamente come l’ho vidi alle 18 e 04 del 14 maggio del 2000.

10 … dove ti piacerebbe andare. In un sacco di posti. Vorrei andare in Australia, alle Hawai, in Zimawe, vorrei tornare in Arizona, ma se devo indicarne uno solo all’ora dico l‘Argentina, ad imparare il tango, a vedere un derby River Plate Boca Juniors e ad assagiare un assado. E prima o poi ci andrò!

Chi vuole continuare il giochino si accodi, ho deciso di taggare solo i blogger ultimi venuti, ma anche tutti gli altri sono i benvenuti: https://forsehopersolechiavi.wordpress.com/, https://diariodiunascimmia.wordpress.com/, https://memoriediunabambolina.wordpress.com/, https://attraversocosestrane.wordpress.com/, https://iosonolennesima.wordpress.com/

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L’animale che è in noi

In questa settimana, sono rimasto atterrito dalla folle storia dei due trentenni romani che non sapendo bene come passare la serata hanno ammazzato un poveraccio qualsiasi, così, per vedere l’effetto che fa.

E’ vero che atrocità come queste purtroppo se ne sono già viste e anche altre ben peggiori forse. La storia ci dice che gli uomini hanno costruito lager e fatto esperimenti genetici su bambini innocenti. Ancora oggi esiste un fiorente mercato di organi umani e un altrettanto florido turismo sessuale. Fra tutti gli esseri viventi, ci vantiamo di essere il culmine della scala evolutiva. Siamo gli unici che hanno l’autocoscienza, che cercano un significato alla vita. Eppure siamo l’unico animale che uccide per il gusto di farlo, l’unico che uccide per noia. A pensarci bene siamo anche l’unico animale che deliberatamente a volte rifiuta la vita.

Ma il fatto che sia successo qui, in mezzo a noi, nella mia città, mi lascia senza parole. Hanno vent’anni meno di me, non dico che potrebbero essere miei figli, ma poco ci manca. Com’è possibile che siamo arrivati a questo punto? In che razza di società viviamo per aver reso possibile una simile infamia? Uscire la sera in cerca di qualcuno da uccidere. Ma che infanzia hanno avuto, che insegnanti hanno avuto, quali amicizie, che gli dicevano gli adulti vicino a loro quando erano piccoli? E i loro genitori? Come si sentono dopo aver creato dei mostri come quelli?

Purtroppo questo è l’uomo, questo è l’abisso in cui possiamo precipitare.

Poi, nello stesso telegiornale, la storia tenerissima di un pinguino che da cinque anni percorre ottomila chilometri per tornare ogni anno nella stessa spiaggia, dallo stesso pescatore che gli ha salvato la vita. C’è poco altro da aggiungere. Anzi forse l’unica cosa sensata da aggiungere è una frase dello scrittore Robert A. Heinleih (forse non a caso, scrittore sopratuttto di fantascienza): Il mio obiettivo nella vita è diventare la persona che il mio cane crede che io sia.

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Chiedere è lecito

Rispondere è cortesia, diceva un vecchio adagio. Io sulle risposte non ho difficoltà, anzi. Il problema per me è il chiedere. Non per qualche forma di presunzione che ti fa pensare di bastare a te stesso. Non sono un autarchico! Ho piacere a farmi aiutare e quando qualcuno si offre di darmi una mano non dico mai di no. Soprattutto con gli amici non ho veramente alcuna difficoltà.

Diverso è quando devo avere a che fare con estranei. Chiedere in contesti neutri, come può essere l’ufficio, chiedere per avere qualcosa per me, mi scoccia non poco. Non mi va di passare per petulante. Sul lavoro, così come succedeva a scuola, penso che uno debba ricevere per quel che merita. Io faccio il mio, se poi qualcuno deputato a farlo, lo giudica buono, mi darà il dovuto, altrimenti pazienza. Che senso ha chiedere? Purtroppo però non funziona così e spesso, se non chiedi non ottieni (e a volta neanche basta chiedere).

L’altro giorno, forzando la mia natura, mi sono infilato una bella parannanza gialla davanti ad un supermercato, ho sfoggiato il mio sorriso più convincente e mi sono messo a chiedere “Buongiorno! Vuol partecipare alla raccolta di solidarietà del Banco Alimentare“? Avrei preferito mille volte stare dietro a smistare le cose negli scatoloni, oppure a caricarli in macchina, ma invece c’era proprio bisogno di qualcuno che rompesse un po’ le scatole a chi passava di lì. Perché se non rompi difficilmente qualcuno si ferma.

D’altra parte proprio la giusta causa sorreggeva le mie perplessità, rendendomi intraprendente e non curante delle facce sospettose o delle risposte sgarbate. A proposito della reazione della gente, se ne vedono delle belle. I peggio, in assoluto, sono quelli che non rispondono, ti guardano e passano oltre. Sei straniero? Devo chiedertelo in inglese? Ti si è seccata la lingua? Ecco invece di seguito alcuni dei dinieghi più ricorrenti:

No. Senza altre spiegazioni, onesto. Magari brusco, ma viva la sincerità.

Non ho spicci. Certo, lo capisco, però non ti avevo mica chiesto un euro per le gomme da masticare!

Ho già donato al Carrefour prima. Ma che fai il sabato, il tour dei supermercati?

Ora vado di fretta. Io invece sto qui tutto il giono. Comunque non volevo mica recitarti la divina commedia!

Ma una coppia ha vinto per distacco la coppa della scusa più esilarante. Non stiamo andando a fare la spesa. Ah no? Infatti, è normale entrare al supermercato e non fare la spesa. Che fate, guardate solo le etichette? Controllate gli estintori? O magari salite sui carrelli e giocate a chiapparella?

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L’orto marzo

Woman I can hardly express,
My mixed emotion at my thoughtlessness,
After all I’m forever in your debt,
And woman I will try express,
My inner feelings and thankfullness,
For showing me the meaning of succsess.

Eh sì! Certo che è banale, certo che è commerciale, che se ne è persa l’anima ed il significato più autentico. Certo che i valori che esprime non devono valere un solo giorno l’anno. E’ indubbio che sia una ricorrenza svuotata di senso di fronte ai soprusi e alle ingiustizie che ancora esistono fra uomini e donne, soprattutto in certi ambienti. Ma perché il Natale, in cui dobbiamo essere più buoni com’è? E il carnevale che ci vuole tutti allegri? E il 2 novembre che dobbiamo ricordare chi non c’è più?

Tutto può essere scontato e banale, falso e teleguidato dal calendario. Ma invece io voglio cogliere le occasioni che capitano e non sprecarle. Può essere l’ovvio marzo, ma invece se oggi il calendario me lo ricorda, voglio sfruttarlo per coltivare in modo più consapevole, il mio orto marzo. Un orto di sentimenti, di legami, di passioni, per tutte quelle donne straordinarie con cui ho la fortuna di essere accanto.

Come scrivevo nell’ultimo post, in effetti, dal lavoro alle amicize, in famiglia, sono circondato di donne e tutte, indistintamente, arricchiscono le mie giornate e gli danno un colore e un sapore diverso. Sarò banale quindi e per nulla originale, ma grazie davvero a tutte voi. Se poi foste anche un pochino (ma solo un pochino eh) meno, scassaminchioni, sarebbe perfetto. Ma si sa, la perfezione non è di questo mondo. E questo orto, non sarà perfetto, ma senza dubbio racchiude le cose più bella della mia vita.

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Abbinamenti improbabili

Ad esempio, gli spaghetti cozze e pecorino. Oppure pasta e fagioli con le vongole. Fino a qualche tempo fa, solamente a pensarli sarei rabbrividito. In fatto di gusti culinari (ma qualcuno direbbe, non solo in quelli), sono un po’ tradizionalista. Non ho particolari curiosità per cucine esotiche, gusti alternativi, accostamenti fantasiosi. Not in my name! Datemi una bella carbonara e un abbacchio al forno con le patate e non ne parliamo più. Eppure.

Eppure cozze e pecorino o fagioli (e mi dicono anche i ceci) e vongole non stanno affatto male. Un po’ come quando ci troviamo di fronte un lui e una lei che tu pensi “ma questi che c’hanno in comune? Come fanno a stare bene insieme?” E invece ci stanno. Perché a volte non è detto che i simili si trovino e che i lontani non possano coesistere.

E non parlo degli ossimori. Gli opposti si attraggono, si sa! Troppo semplice. Ma le cozze non sono l’opposto del pecorino. Non sono la destra e la sinistra, il timido e l’estroverso, che nella loro opposizione trovano una sintesi superiore. Cozze e pecorino sono l’assolutamente lontano, nessuna sintesi proprio perché radicalmente distanti. Eppure, proprio nel loro accostamento insolito, vicini stanno proprio bene.

Come una volpe a Montesacro. L’ho incontrata stamattina. Io assonnato con Rose al guinzaglio, lei ferma in mezzo alla strada. Immobile, orecchie tese, occhio giallo, coda al vento. Un attimo e poi è schizzata via sul prato. Un animale selvatico in piena città, abbinamento improbabile, ma forse proprio per quello, straordinariamente bello.

Diversi, ma felici insieme. In fondo, un po’ come tu ed io.

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Tag game: 25 Bookish Things

Se si tratta di parlare di libri e letture sono sempre disponibile. Come avrei fatto poi a non rispondere all’accorato appello di uno dei membri (e mai termine fu più appropriato) della grande fratellanza minchionica? Infatti il mio amico Zeus mi invita a partecipare al http://musicfortraveler.wordpress.com/2016/02/26/tag-game-25-bookish-things/, scrivendo 25 aneddoti sui libri, ma direi sulla lettura in generale. Vamos!

  1. A 15 anni avevo già letto due volte Il Signore degli Anelli. Non ve ne frega niente? E va be’, pazienza. Mi andava di cominciare così per mettere subito in chiaro il mio rapporto patologico-viscerale con i libri.
  2. Adoro i libri seriali. Perché in effetti uno ci mette un po’ a creare un bel personaggio, un’ambientazione particolareggiata, dei comprimari all’altezza e una volta finita la storia, puff! Tutto finito. Eh no! Per questo adoro i sequel e anche i prequel.
  3. Forse per questo stesso motivo, quando trovo un autore che mi ispira tendo a leggere tutto quello che scrive. Con Pennac sono arrivato alle favole per bambini!
  4. E a proposito di bambini, la passione per la lettura ce l’ho sempre avuta, ma non è nata con i libri, bensì con i fumetti. E ci sono fumetti che leggo da oltre 40 anni! Tex e l’Uomo Ragno su tutti, ma anche moltissime altre serie della Bonelli e quasi tutte quelle Marvel. Il problema dei fumetti è che li tratto come i libri e quindi una volta letti li colleziono. Purtroppo, non avendo a disposizione magazzini, un po’ alla volta mi sono dovuto arrendere all’inevitabile. Resiste solo l’intera collezione di Tex, oltre 650 fumetti, belli inscatolati sotto al letto.
  5. Forse sarà per questo che poi alla fine mi sono convertito al Kindle. Lo spazio è una variabile essenziale. Ma poi, una volta che ci prendi la mano, bisogna ammettere che è di una comodità estrema.
  6. Ad ogni modo le librerie continuano ad esercitare su di me un influenza al limite del patologico. Sono i posti più belli del mondo! Ci potrei passare le ore, girando e rigirando, solo a leggere titoli e quarte di copertina. Ora poi mi segno i titoli che mi interessano di più e poi li prendo in ebook.
  7. Quelle che non mi hanno mai affascinato più di tanto sono le biblioteche, anche se a dir la verità, quella dove studiavo all’Università era veramente bella. Ma perché Villa Mirafiori (la sede di Filosofia a Roma) è bellissima e come poteva non esserlo anche la biblioteca?
  8. Uno dei grandi vantaggi del Kindle è che mi permette di leggere di notte, senza rompere gli zebedei alla mia dolce metà. Avendo sempre avuto una relazione difficile con il sonno, leggere è una gran bel modo per non annoiarsi a guardare il soffito mentre ti rigiri di qua e di là.
  9. Altro vantaggio del kindle è il poter leggere in metropolitana in maniera molto più comoda. Ed essendo quello il posto dove leggo di più (dopo il letto), non è una vantaggio da poco.
  10. Senza contare il fatto che è più facile portarsi appresso molti libri, quando ad esempio viaggi fuori.
  11. Non mi piace leggere più libri alla volta. Anche in questo sono monogamo.
  12. Però, c’è un però a quest’ultima affermazione. Non sono uno di quelli che legge per forza fino alla fine. Caro libro, se mi fai cagare io ti mollo. E già la vita ha tante rotture di scatole, se persino leggere dev’essere una cosa pesante no eh!
  13. Adoro i libri umoristici, i libri che fanno ridere. E non è facile trovare libri che davvero fanno ridere.
  14. Per questo adoro Wodehouse. Che per carità, forse sarà anche ripetitivo (io ho una quaratina di titoli), ma riesce sempre a farti entrare in questo spazio senza tempo, in queste situazioni inverosimili, ma allo stesso tempo travolgenti, che mi fanno impazzire.
  15. In realtà mi piacciono anche le storie romantiche, quelle avventurose, i gialli, i polizieschi. Mi piace variare genere. Perché limitarsi ad una solo nota, quando puoi avere tutte le melodie che vuoi?
  16. Ecco, se proprio dovessi dire un genere che mi annoia, direi la letteratura erotica.
  17. Poi magari ci sono generi che ho coltavato molto in passato e poi abbandonato lì. Ad esempio le biografie. Ne ho lette diverse, mi piacevano molto, forse perché la storia mi ha sempre appassionato, ora però saranno decenni che non ne leggo una.
  18. A parte le biografie musicali, che continuo ad adorare. Ma lì perché si fondono insieme musica e lettura, le due ancelle che accompagnano le mie giornate da quando mi sveglio a quando vado a letto (e come ho detto prima, anche oltre!)
  19. Mi dispiace non essere così bravo da poter leggere qualche libro in lingua originale. C’ho provato, proprio con Wodehouse, ma è troppo faticoso. Nun je la fo!
  20. Tra libri e film non ho mai avuto dubbi: per me anche il film più bello non renderà mai giustizia del libro da cui è stato tratto.
  21. E qui nasce un grande dolore legato alla lettura. O meglio alla non lettura. Quella che pervicacemente portano avanti i miei figli. Dirgli di leggere un libro è come dargli una punizione. Le ho provate tutte, fina da piccoli, ma niente da fare. Generazione del video.
  22. Sarò vecchio, chissà ma io non solo adoro leggere. Mi piace un sacco anche rileggere. Ho già detto di Tolkien, ma un sacco di altri libri ho letto più di una volta. Per non parlare dei fumetti! Penso che quella cinquantina di numeri di Tex che va dal 120 circa in sù, potrei raccontarveli uno per uno, tante sono state le volte che li ho letti. E ora perché non ho tempo, se no smetterei di scrivere e andrei a ritirarli fuori da sotto il letto, solo per rivederne le copertine.
  23. Adoro le copertine dei fumetti, così come quelle dei libri. Mi incanto davanti alle edicole, vorrei comprarmeli tutti, così come nelle librerie. Ma poi dove li metto? Potrei semplicemente leggerli e darli via. Ma non ci riesco, già lo so!
  24. Oltre alle copertine, mi innamoro dei titoli. Un titolo azzeccato, che stuzzica la curiosità, è essenziale, fa parte del piacere stesso della lettura.
  25. Al di là di tutto, al di là dei generi, degli autori, delle copertine, dei titoli, quelli che mi danno più soddisfazione – da gran presuntuoso, ma fino ad un certo punto – sono quei libri che quando li ho terminati, riconosco che io non avrei potuto scrivere.

Arrivati a questo punto devo taggare qualcuno per continuare il giochino. E allora ne scelgo 10 fra gli altri (chi altro vuole cimentarsi è benvenuto) e taggo qui

https://paroledimaru.com/https://angelcage.wordpress.com/https://pendolante.wordpress.com/https://sguardiepercorsi.wordpress.com/https://mrsbean73.wordpress.com/https://erodaria.wordpress.com/https://uaresovain.wordpress.com/https://tuttolandia1.wordpress.com/https://laveneredeglistracci.wordpress.com/https://ilmondodelleparole.wordpress.com/

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I 10 misteri misteriosi della musica moderna

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Ci sono questioni e questioni. Problemi irrisolti che tutto sommato ci lasciano indifferenti (tipo, com’ha fatto Darwin a sbagliarsi così? Come ha fatto a pensare che la natura evolva sempre in meglio, selezionando solo i migliori? D’accordo, non ha avuto la possibilità di conoscere Salvini, però insomma, come ha potuto pensare una cosa così?) e dubbi amletici che invece periodicamente ci rodono dentro come fossero millepiedi nelle mutande. Ma restano domande senza risposta: puoi grattarti quanto vuoi, puoi togliere tutte le mutande che hai e spogliarti nudo come mamma t’ha fatto. Certi dubbi restano. Oggi vogliono condividere con voi i miei dieci dubbi musicali.

Va bene che in fondo i Bee Gees (ma anche Alan Sorrenti) cantavano con voci da donna, ma Amanda Lear…Rendez de vous voulez vous tomorrow, a me il dubbio m’è sempre rimasto.

Come m’è rimasto il dubbio quando Battisti, cantava “e tu amica cara mi consoli”. Vaticinava un’antesignana della trombamica o si limitava a pensare ad una pacca sulla spalla e qualche messaggino su WhatsApp i cuoricini?

E che ne dite dell’ipotesi che Mina in realtà sia stata rapita dagli alieni? E poi si dice che in un accesso di fame s’è mangiato un alieno e quindi non l’hanno più fatta tornare. Il mistero si infittisce…

Ma a proposito di musica italiana il più grande mistero misterioso è il festival di San Remo. Premetto che non sono un grande esperto, ma se uno dice di voler fare il festival della musica italiana, dovrebbe invitare i migliori rappresentanti della canzone italiana. E allora perché invece a San Remo ci vanno solo le mezze tacche, gli sfigati e quelli che escono dai talent che hanno sempre noi propri, tipo Luisa, Giovanna, Antonio, Sabrina che io non ho mai sentito? E perché invece non ci vanno i cantanti quelli buoni, quelli che sentiamo tutti gli altri mesi dell’anno?

Andando all’estero un grande mistero riguarda tutti quelli morti a 27 anni. Possibile che so’ schiattati tutti a quell’età? Ma invece il mistero che più mi intriga è quello di Paul Mc Carthny. E’ morto, non è morto, è un sosia, non è un sosia. Certo, se fosse davvero morto e quello che conosciamo è un sosia, bisogna dire che gli altri Beatles hanno avuto un culo straordinario a trovare un altro che canta, suona e scrive canzoni meglio di quello autentico. Indizzi o leggende metropolitane?

Peter Gabriel. Perché? Perché te ne sei andato? Perché? Perché? Perché?

I Rolling Stones. Come fanno ad essere ancora vivi? Come fa Mick Jagger a 72 anni (gli altri effettivamente sono un po’ bolzi, anche se a me è sempre stato molto simpatico Ron Wood) ancora a saltare e ballare così? Ha ragione Luca Carboni che ci vuole un fisico bestiale per bere e per fumare, ma loro con tutti i soldi spesi per la droga che si sono iniettati, fumati, sniffati in questi anni, probabilmente avrebbero ripianato il debito del terzo mondo, eppure…com’è possibile?

Il Death Metal. La dieta macrobiotica dicono che preveda anche di bere l’urina. Una volta ho conosciuto uno che si mangiava le caccole e c’è pure chi scoreggia in ascensore, quindi perché meravigliarsi che qualcuno possa apprezzare questo genere di musica. Io continuo a pensare che in fondo anche una colonscopia in confronto possa avere risvolti accettabili, eppure pare che ci sia davvero qualcuno che scientemente ascolta ‘sta roba.

Mike Olfield. Perché in Moonlight Shadows, canta con la voce da donna? Sono trent’anni che me lo chiedo. Me lo sapete dire voi?

Bryan Adams. Perché pur essendo nato nel 59 si diletta a cantare l’estate del 69? Era un bambino, come fa a cantare “eravamo giovani e inquieti, quelli erano i giorni più belli della vita, era bello rilassarsi” …ah ma voi pensate che in realtà…cioè volete dirmi che il numero non indica l’anno?

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La tua canzone

Se guardassimo la costa avvicinarsi con gli occhi di chi sta sul barcone e non il barcone avvicinarsi con gli occhi di chi sta sulla costa. Se avessimo l’obiettivo di dare una famiglia ad un bambino, invece di dare un bambino a degli adulti. Se vivessimo la fine del mese come un disoccupato invece di pontificare sui dati della disoccupazione. Se il carcere fosse un posto dove redimersi e non un tappeto dove nascondere la polvere della società. Se ascoltassimo le nostre parole con gli orecchi di chi ci sta di fronte e non con la nostra bocca che le ha pronunciate. Se riuscissimo a camminare nelle scarpe degli altri, se riuscissimo a sentire il loro dolore, se arrivassimo a capire le loro ragioni.

Punti di vista. Il mondo, la realtà, come la viviamo, come la sentiamo, tutto è un punto di vista. Non ce n’è uno più giusto di un altro. Ma proprio per questo mi basta una sola cosa. Che tu abbia il mio ed io il tuo.

And you can tell everybody, this is your song. It may be quite simple but now that it’s done. I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, that I put down in words. How wonderful life is while you’re in the world.

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Consigli di lettura non richiesti / 7. Licalzi – Faye

San Valentino, cosa regalate alla vostra dolce metà? I fiori possono provocare allergie, i dolci fanno male alle diete, i gioielli al portafoglio, i vestiti meglio che si li scelga da sola. E allora cosa meglio di un bel libro? Non sapete quale? Ed ecco che intervengono i minchionissimi consigli non richiesti!

Come sempre, per far contenti un po’ tutti, vi propongo un’alternativa, un bianco e un rosso, una lettura che scorre via leggera e rinfrescante ed una più corposa da accompagnare con pietanze più forti. Il risultato è analogo: immergersi dentro delle storie come le stessimo vivendo da protagonisti, invece che da spettatori. Il coinvolgimento è la base, l’obiettivo e il risultato di un buon libro. Io almeno parto da lì quando voglio giudicare una storia, di qualsiasi genere essa sia.

Partiamo con un autore italiano che ha scritto diversi romanzi e che mi ripropongo di approfondire meglio, proprio perché questo L’ultima settimana di settembre mi è piaciuto davvero molto. Una storia di oggi, un nonno ed un nipote adolescente che si trovano costretti e vivere un viaggio insieme. Tanta nostalgia rievocata dal protagonista – il nonno scrittore che narra in prima persona la vicenda – ma anche barlumi di speranza che pian piano si fa strada fino a stravolgere il senso complessivo della storia. Personaggi azzeccatissimi, Lorenzo Licalzi è davvero bravo a far vedere quello che racconta, che si tratti di persone, di cani (bellissima la figura di Sid, il San Bernardo che accompagna i protagonisti nel viaggio) o di scenari. Da leggere tutto d’un fiato.

Per il secondo consiglio ci proiettiamo invece nella New York del 1840. Una città in rapida espansione, con frotte di immigrati che arrivano affamati e pieni di speranze, scontri e violenze quotidiani ed il tenativo di far nascere il primo corpo di polizia. Il Dio di Gotham di Lyndsay Faye è un romanzo storico che vi terrà incollati alla lettura, dall’inizio alla fine. Una storia straordinaria, che rimescola insieme tensioni razziali, scontri religiosi (laddove i cattolici papisti sono il diavolo!) e intrighi politici (il partito democratico che tenta la scalata al potere). Il tutto sembra esplodere di fronte a dei macabri ritrovamenti, che fanno pensare a chissà quali riti satanici sulla pelle di poveri bambini innocenti. Una storia di fratelli, di figli, di amanti. Semplicemente imperdibile. Forse il più bel libro che mi sia capitato negli ultimi mesi.

Detto questo, pensando a tutte le brutture che si vedono intorno a noi, il governo e l’opposizione, la bolla speculativa e il calo del greggio, i terroristi islamici e le zanzare infette, i cambiamenti climatici e l’età che avanza, in occasione di questo 14 febbraio, mi veniva in mente  una riflessione un po’ minchiona, ma forse non del tutto peregrina. Leggiamo e trombiamo di più e vedrete che il mondo sarà più bello. Buon San Valentino e buona lettura!

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