Se fossi qui mi lascerei tentare dalle tue carezze però ringrazio Dio che non ci sei l’amore fa per noi ma separatamente c’è gente che come me non si riprende mai, lo sai guarda te questo straccio di vita cos’è non la faccio finita soltanto perchè è pronto un altro caffè
Antefatto. Stamattina passeggiando per viale Libia (nota via dello shopping di Roma nord) mi è venuto in mente che avrei potuto comprare una chiave a dado (che mi sono perso) per il gabbiotto della caldaia, che ogni volta è uno strazio aprire e chiudere con le pinze.
Svolgimento. Viale Libia, su e giù. Poi macchina, viale Somalia, viale Eritrea, via Nomentana, Piazza Sempione, via Adamello, Piazza Menenio Agrippa e di nuovo la Nomentana. A casa, rassegnato alla tua assenza. Cara ferramenta, solo un ricordo di te. In compenso ho incontrato sei, dico sei, compro oro.
Conclusioni. Le lascio a voi. Io come il buon Max, non la faccio finita, incrocio le dita e mi bevo un caffè.
Premesso che i giochi a premi che imperversano su wordpress non è che proprio mi entusiasmino (e infatti sono solito declinare le pur cortesi nomination) oggi voglio fare un’eccezione. Sì lo so, questa cosa l’avete già sentita (anzi letta) quando addirittura mi inventai io un premio, il prestigiosissimo Superteleminchione-blog-award. Ma torniamo a noi, dicevo che voglio fare un’eccezione. Un po’ perché effettivamente è tanto che non mi cimento, un po’ perché mi va di fare da vetrina a nuovi blog scoperti da poco. Sarebbe stato facile citare i soliti Zeus o Gintoki e compagnia bella. No, facce nuove, almeno per me che li ho scoperti recentemente e spero per chi li leggerà.
Veniamo alle regole, che ovviamente come da tradizione non rispetterò. Il premio Emozionami Tag (o forse era Tag Emozionami? A quest’ora rischio di fare confusione) è stato inventato dalla bella e brava Dora di almenotu.wordpress.com e mi è stato ufficialmente conferito dall’altrettanto bella e brava Mrsbean di https://mrsbean73.wordpress.com/ Saltando in modo del tutto arbitrario tutte le altre regole me ne sono imposta una io. Ho inserito post di blogger che non conosco, né di persona, né virtualmente su FB. Questo proprio per ribadire quello che dicevo prima. Se non servono da vetrina, per far conoscere nuovi blog, a cosa servono questi premi?
Ma andiamo al nocciolo della questione: citare dieci articoli che vi sono piaciuti, vi hanno emozionato, vi hanno fatto esclamare “perbacco! Non sarà “Le avventure di Huckleberry Finn”, però è certamente una bel post“.
Cominciamo con un blog che forse molti già conoscono, ma per me è una novità relativamente recente: immagini , poesie, racconti. Vale sempre la pena passarci https://seidicente.wordpress.com/2015/10/08/fermo/
Daria probabilmente la conoscete, ma io l’ho scoperta da poco e la leggo sempre. Perché? Be’, leggete qui e datevi una risposta! https://erodaria.wordpress.com/
E finiamo con questo post di Giò. . Se non conoscete il suo blog male. Se non continuate a leggerlo dopo aver letto quest’articolo (uno dei tanti, la scelta era complicata) peggio per voi. Evidentemente non capite una cippalippa. A meno ché non siate norvegesi e non parlate una parola d’italiano. Allora magari siete scusati. Qui ho fatto una piccola eccezione perché il blog di Giò lo conosco effettivamente già da un po’. Ma mi piace troppo e mi piace troppe lei per non citarlo. E poi ve l’ho detto, faccio un po’ come me pare.
C’è un comune modo di sentire che predilige il duraturo al precario: dal mondo del lavoro, ai sentimenti, dalle opere d’arte alle grandi imprese. In effetti molte delle cose che giudichiamo di valore, derivano questo valore proprio dal fatto di essere imperiture, di essere al di là delle mode del momento. La casa costruita nella roccia, le parole scolpite nel marmo, potremmo fare centinaia di esempi. Il Colosseo sarebbe lo stesso così grandioso, così importante, così conosciuto se non avesse duemila anni? Ciò che dura vale, ciò che passa no. Eppure…
Eppure a pensarci bene i nostri legami, i sentimenti, gli amori, le amicizie anche quelle più autentiche, anche quelle più belle, più forti, anche quelle che durano da una vita, sono scritte sulla sabbia. Sono bellissime scritte, a volte sono costruzioni, sono castelli pieni torri e pinnacoli, ma poi arriva la marea e se li porta via. E il giorno dopo allora dobbiamo ricominciare. Sulla stessa spiaggia, sullo stesso mare, come diceva una canzoncina scema degli anni sessanta, ma ogni giorno siamo chiamati a costruire di nuovo.
E’ per questo che non possiamo aspettarci riconoscenza. O pretendere che quello che abbiamo fatto fino ad oggi possa servire anche domani. Tutt’al più, sapendo quanto sei bravo a costruire castelli, posso aspettarmi che anche oggi ne farai uno grande e bello, come gli altri. Ma non è mica detto. Magari oggi la sabbia è troppo asciutta. O troppo bagnata. C’è un vento che ti impedisce di innalzare i tuoi famosi pinnacoli. O semplicemente non ti va. Io so solamente che ne sei capace, se vuoi, perché mi ricordo quelli che hai fatto fino ad oggi.
Ti ricordi quant’era bello ieri? O quello dell’anno scorso? Certo che me lo ricordo, ma ora non c’è più. E tu devi farne un altro e devi farlo più bello se vuoi che domani me lo ricorderò. Me lo ricorderò e lo terrò dentro il cassetto dei ricordi, perché farà parte della nostra storia, la mia e la tua. Una storia che durerà nel tempo non perché costruiremo insieme il Colosseo, ma perché ogni giorno ci rimetteremo lì sul bagnasciuga, con paletta e secchiello a giocare con la sabbia. A scoprire insieme chi vogliamo essere, a costruire insieme l’eternità.
Per i consigli di lettura di questa volta vi propongo una variazione sul tema. Come sempre vi do due consigli, ma non relativi a dei libri singoli, piuttosto a due serie. Non so voi, ma io, se un personaggio mi piace, mi innamoro follemente e quando la storia finisce, all’ultima pagina del libro, ci rimango malissimo. Forse per questo adoro le serie, che danno la possibilità di continuare la storia, che descrivono con sempre nuovi particolari il personaggio principale ed i comprimari, che alla fine ci sembra di conoscere come vecchi amici.
Potrei intrattenervi con Benjamin Malaussene di Pennac, Bandini di Fante, il commissario Adamsberg della Vargas o il mitico Jeeves di Wodehouse: magari un’altra volta, oggi riprendo invece una suggestione che avevo lasciato lì in una puntata precedente. Parliamo della coppia creata dalla fantasia del texano Joe Lansdale, parliamo della serie di romanzi di Hap e Leonard.
L’ambientazione è il Texas orientale, una terra ancora abbastanza selvaggia, con grandi contraddizioni, scontri razziali, scontri tra poveri, poliziotti corrotti e malavitosi spietati. Hap, bianco, democratico, che prende la vita come viene e Leonard, nero, omosessuale, repubblicano, arrabbiato con la vita, cercano di andare avanti con un loro codice morale, un’ironia irresistibile, un coraggio fuori dal comune. Le loro avventure sono un mix di noir, western, poliziesco e commedia romantiche. Una volta calati nel loro mondo sarà difficile staccarsene. La prima avventura è “Una stagione selvaggia” ed è assolutamente da leggere. Se siete un po’ dubbiosi e voleste fare un “tassello”, come si fa per i cocomeri per sapere se sono buoni, allora attaccate con “Bad Chili”, forse è il romanzo più divertente di tutti.
L’altro consigli di lettura è invece la serie del Commissario Ricciardi, scritta da Maurizio de Giovanni, ambientata nella Napoli degli anni 30. Il protagonista è un nobile poliziotto con uno stranissimo “dono”: lui “vede” lo spirito delle persone decedute in modo cruento negli ultimi attimi della loro vita, anche giorni dopo la morte, che continuano a ripetere le loro ultime parole. Da qui riesce a risalire a cosa è realmente successo, scoprendo verità nascoste e realtà incredibili. La sua è una sorta di maledizione, da cui vorrebbe tanto guarire. Le storie sono ambientate appunto in una Napoli bella e selvaggia, durante gli anni dell’ascesa inarrestabile del fascismo. Le storie si intrecciano con la Storia con la S maiuscola e con l’impossibile storia d’amore del protagonista con una vicina di casa. Tutti i personaggi che ruotano intorno a lui sono belli, veri, particolari: dalla tata che lo accudisce, al maresciallo compagno di avventure, dal medico legale suo amico alcolizzato antifascista, al “femminiello” che fa da informatore, fino alla bellissima nobile vedova che è perdutamente innamorata di lui, senza esserne ricambiata. Una girandola di facce talmente ben definite che dopo un po’ vi sembrerà di conoscere di persona. In effetti è strano che nessuno ne abbia ancora fatto una riduzione televisiva. Cominciate con la prima avventura per non perdervi il filo del discorso: Il senso del dolore, l’inverno del Commissario Ricciardi.
Come sempre buona lettura e ai prossimi consigli che arriveranno a novembre!
Ci sono tanti modi per stabilire l’età delle persone. L’aspetto fisico, certamente: il colore dei capelli (chi ancora ce li ha!), le rughe in viso o sulle mani. Poi c’è il modo di vestire, la scelta di un capo piuttosto che un altro. Arrivato alla soglia dei 50 (oddio come suona male questa cosa), un’età in cui una volta eri assolutamente adulto, (oggi pure, solo che ancora non lo sappiamo o facciamo finta), mi fanno molto sorridere i tentativi di chi pensa di ingannare la carta d’identità tingendosi i capelli, tirandosi un po’ qua e un po’ là, vestendosi in modo improbabile.
Ma al di là di ogni possibile trucco, al di là di ogni finzione, di ogni apparenza, ci sono cose che ci inchiodano e ci identificano in modo inequivocabile. Noi diversamente giovani quasi cinquantenni di oggi facciamo cose apparentemente inspiegabili, diciamo espressioni oggettivamente strane, che solo noi capiamo.
Noi che abbiamo sulla spalla quella specie di bubbone, risalente alla vaccinazione contro il vaiolo (ma sul serio non volete vaccinare i vostri figli per contrastare le lobby farmaceutiche? E ditemi, avete paura anche delle scie chimiche? E degli UFO?). Altro che lobby farmaceutiche! A noi ci marchiavano come i vitelli! ma anche noi avevamo le nostre leggende metropolitane: alzi la mano chi non ha sentito la storiella dell’amico che aveva avuto una struggente notte d’amore con una passionaria bomba sexy, che alla mattina si era dileguata lasciando nello specchio del bagno l’inequivocabile scritta “welcome to the Aids world“: è vero ti dico, me l’ha raccontata mio cugino! Perché ai nostri tempi i cugini erano importanti. E anche le cugine, a dire il vero.
Noi se incontriamo qualcuno che si è appena tagliato i capelli ancora oggi sentiamo una specie di bisogno fisico di dargli un bel “colletto” (ovvero una sberla sul collo “nudo” ed esposto agli elementi dopo il taglio). E quando qualcuno compie gli anni abbiamo un impeto irresistibile a tirargli le orecchie.
Noi e solo noi possiamo nominare i munghi. Questo finché c’era ancora qualcuno che diceva “e chi so’ i munghi?” e tutti in coro si rispondeva “so’ li …zzi così lunghi“. Che spesso si diceva fossero amici di Eros: “e chi è Eros?” e il coro rispondeva “il …zzo coi camperos“. Ecco, mia figlia diciassettenne neanche sa cosa sono i camperos. I munghi indicavano problemi insorgenti, situazioni complicate da affrontare oppure persone particolarmente brave o comunque capaci di svolgere particolari attività. E ho detto tutto.
Noi di fronte ad una scelta difficile possiamo esclamare convinti “ma che c’ho scritto Joe Condor”? Espressione che arriva dritta dritta da Carosello, mitica trasmissione di quando eravamo piccoli. C’era questo personaggio, a cartone animato, che combinava casini a non finire, veniva preso in castagna e diceva questa frase che su per giù voleva dire “mica so’ un cojone!” e per questo veniva poi utilizzata per indicare cosa non si doveva fare, ciò che mai e poi mai avremmo fatto, nemmeno sotto tortura.
Noi che quando passava qualcuno in motorino, ovviamente un Boxer o un Sì, rigorosamente blu, urlavamo dai facci una pinna! La pinna o impennata si faceva alzando il motorino e quindi riuscendo a camminare solamente con la ruota davanti. Solo i più bravi, quelli con maggiore dimestichezza con il mezzo, riuscivano. E più a lungo si riusciva ad andare con una sola ruota, più si dimostrava la propria bravura. Al contrario, non c’era niente di più esilarante di chi ci provava e poi finiva per terra!
Ma soprattutto noi che se per caso passava quella fatidica macchina, magari di colore verdino, ci precipitavamo addosso al primo malcapitato, tirandogli una sberla sulle spalle, urlando “Tua la Prinz senza ritorno!!!” Infatti, se dicevi solo “tua“, l’altro poteva restituirtela. Era oggettivamente brutta e in più, la voce del popolo diceva che portasse jella. Per essere brutta era brutta. Ma non più brutta di tanti altri modelli, tipici di quegli anni, Qualcuno dice che in realtà la fama iettatoria derivasse dal fatto che avendo il serbatoio davanti ed il motore dietro in caso di incidente diventasse molto più pericolosa di altre macchine.
Ma chissà! In ogni caso, cari coetanei e soprattutto splendide coetanee: lasciate stare i trucchi, buttate nel secchio le creme e le tinture. Rivendichiamo la nostra storia, le nostre stranezze, i nostri miti. Indossiamo le Clarks, imbracciamo una tolfa, continuiamo a ballare la nostra musica e lasciamo stare i vari “scialla” o “bella pe’ te” ai pischelli di oggi. Perché tanto non saranno mai fichi, né tanto meno sexy quanto lo eravamo noi!
L’attimo è l’emozione che precede l’azione. Non è importante quanto duri. Per quanto passi via veloce o al contrario, per quanto possa dilatarsi per durare più di quanto dovrebbe, non lo puoi misurare. Però puoi ricordare l’emozione che ti ha provocato l’attesa. E più è stata forte l’emozione dell’attesa, più quell’attimo avrà valore per te.
Hai appena scritto su what’up una frase memorabile, l’arringa perfetta delle tue ragioni, la dichiarazione d’amore che non eri mai riuscito a fare, la citazione più arguta ed ironica che potesse mai venirti in mente. E lei risponde.
E appare la scritta “tizia sta scrivendo“. Poi si ferma. E poi ricompare “tizia sta scrivendo“. E tu sei lì che pensi, “cavolo, stavolta ho fatto centro! Stavolta gliel’ho detto tutto e fino in fondo. Voglio proprio vedere cosa cosa mi risponderà”. Poi di nuovo pausa. E poi di nuovo “tizia sta scrivendo“.
Allora tu pensi “l’ho messa in crisi, ho colto il suo punto debole, finalmente sono riuscito ad entrare nella carne viva, nei sentimenti profondi. Un’altra pausa e poi ancora “tizia sta scrivendo“. Non stai più nella pelle, non vedi l’ora di leggere la risposta, “sta scrivendo un poema, perché non sa che dire. E ti credo! Ora finalmente si rivelerà, abbasserà le sue difese, mi svelerà le sue intenzioni, i suoi sentimenti più autentici.”
“Tizia sta scrivendo“. E tu assapori l’attimo dell’attesa, quell’attimo che si dilata fino a scoppiare. “Tizia sta scrivendo”. E finalmente la risposta arriva.
Per guidare una macchina ci vuole la patente. Per prendere la patente bisogna fare delle lezioni di guida, bisogna sostenere un esame di teoria, bisogna essere promossi. Per fare una cosa banalissima come portare la macchina bisogna prima STUDIARE.
E non parliamo del fare l’avvocato, l’architetto, il commercialista, l’ingegnere. O il medico. Ma anche per fare il barbiere bisogna studiare. Bisogna fare pratica, ma anche studiare la teoria, fare degli esami. Persino per cogliere i funghi ci vuole un patentino. Ovvero dobbiamo dimostrare di saperlo fare e di saperlo fare talmente bene da convincere qualcun altro che dica, “sì, questo qua è capace a portare la macchina, difenderti in tribunale, costruire una casa, salvare una vita, tagliare i capelli, raccogliere funghi”. Ecco.
Così mi ha chiesto l’altro giorno un mio amico pentastellato. A parte che rimango sempre sorpreso quando qualcuno prende sul serio le minchionerie che scrivo su FacciaLibro (voglio dire, ho un’immagine del profilo con un boccale di birra da un litro, ma che altro devo fare per indicare che lì è puro cazzeggio? Mi devo fare una foto con un imbuto in testa?), la verità è che invece non ce l’ho con nessuno. Certo, al di là delle minchiate che scrivo lì, al di là del fatto che molti di loro siano animati dalle migliori intenzioni, i loro modi di fare, i loro modi di pensare mi ricordano tanto un’altra cosa. Ma chissà, magari mi sbaglio.
Si autoproclamano il partito degli onesti. E ammettiamo pure che sia vero. Ma l’onestà è una dote individuale (importantissima, fondamentale), che però non è e non può essere un discrimen per stabilire se uno è in grado di ricoprire un ruolo di guida nel Paese. Chissà, forse anche Hitler era onesto. Ma sapete perché non sappiamo se Hitler fosse onesto o no? Perché non ce ne frega un cazzo. Perché se sei una merda d’uomo, se hai idee orrende, me ne sbatto altamente se sei onesto o se rubi.
Sono il partito della democrazia diretta, quella dell’uno vale uno, che salta le intermediazioni perché fa scegliere direttamente la gente. Il guaio è che quando è chiamata a scegliere, la gente sceglie sempre Barabba. Qualcuno mi ha detto che tutto sommato pazienza se un povero Cristo finisce in croce, l’importante è che manteniamo la libertà di scelta. Certo, ma la libertà di scelta deve essere relativa a chi mi rappresenta. Io posso scegliere se sia Pilato, Erode o l’arcangelo Gabriele colui che compie la scelta. Perché io non devo necessariamente essere un esperto di diritto costituzionale o di economia finanziaria o di politica industriale. Non voglio, non posso e non devo esserlo. Invece voglio, posso e devo scegliere coloro che secondo me saranno in grado di fare la scelta giusta in tutti questi campi.
Sono quelli delle risposte facili ai problemi complessi. Fateci caso, in ogni situazione, sono quelli delle soluzioni risolutive, apparentemente semplici: ci sono i poveri? Diamo il redditto di cittadinanza. Gli immigrati? Aiutiamoli a casa loro. Non abbiamo grano, bonifichiamo l’agro pontino. Sono le discussioni dal barbiere portate a Montecitorio. Ma del resto, perché mai dovrebbero avere idee diverse, visto che è da lì che li hanno presi? Demagogia a profusione, come se piovesse, come se non ci fosse un domani. Marciare per non marcire. Il qualunquismo fatto sistema.
Sono quelli diversi da tutti, perché invece tutti gli altri sono uguali. Destra e sinistra sono categorie superate, PDL e PD meno L tutti uguali, tutti al rogo. Perché l’altro va insultato, ridicolizzato, distrutto senza pietà. La demonizzazione di chi non la pensa come noi, i toni da curva dello stadio, la violenza purificatrice dell’angelo della vendetta. Perché ormai tutti, attraverso i social network possono mettere bocca su tutto (persino un coglione come me può aprire un blog!). E allora, considerato purtroppo che c’è tanta gente che non sta bene e c’ha tanti problemi, l’insulto corre sul filo. A quando l’olio di ricino?
Corollario dei precedenti, la necessità di seguire un leader maximo. Perché ovviamente l’uomo qualunque lasciato da solo che fa? Improvvisa, divaga, inventa! Che so, magari comincia a parlare di scie chimiche.
Proviamo a mettere insieme i pezzi del puzzle. Abbiamo bisogno di un leader maximo, di una luce che ci conduce. Le soluzioni che proponiamo sono semplici e immediate: il bianco è bianco, il nero è nero. Ecco, soprattutto il nero. Un po’ come l’autarchia. Gli avversari politici diventano nemici, un po’ come le democrazie plutocratiche e il complotto giudaico massonico.
Solo a me viene in mente qualcos’altro? O siete ancora sicuri che questo sia davvero il nuovo che avanza? Forse sì. Almeno finché non avenzerà al passo dell’oca.
Noi affermiamo che la magnificenza dei mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. (Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del futurismo)
Lo so cosa state pensando e siamo d’accordo: ci sono cose che vanno fatte lentamente. Le cose che vanno assaporate, quelle a cui devi dare il tempo di sedimentare il gusto lungo le papille gustative. Anche quelle che vorresti non passassero mai, quelle per le quali vorresti che il tempo si fermasse per farle durare di più. Ma per il resto ha ragione il buon Filippo Tommaso di cui sopra.
Non la velocità delle macchine, delle moto, quella che puoi raggiungere a piedi o sugli sci. Oddio, anche quella ha un suo perché, è innegabile. Ma a me la velocità che affascina e conquista, che mi fa innamorare è quella della mente. L’accelerazione delle sinapsi, i collegamenti fulminei, le risposte immediate. La velocità della parola giusta e dei silenzi opportuni. Quella delle soluzioni istantanee, che quasi precedono il problema. Le occhiate che colgono prima che arrivi la parola, la capacità di leggere i pensieri e precedere le reazioni, l’intuito che ti fa scelgliere la strada giusta solo annusando l’aria, l’anticipo che brucia l’istante che arriva.
Certo bisogna conoscere. Le cose, le situazioni, le persone. E più le conosci più sei in grado di comprenderle velocemente. Ma la conoscenza non basta. Conoscere ti può portare fino ad un certo limite. Ma per la velocità che intendo io ci vuole qualcos’altro. Ci vuole il comune sentire. Devi salire sopra le affinità, coltivarle con cura e poi cavalcarle come un puledro selvaggio lanciato al galoppo. Ed è così che assapori la velocità della mente e del cuore. La velocità che arricchisce la magnificenza del mondo con una bellezza nuova.
“Quando ascolto la Cavalcata delle Valchirie mi viene voglia di invadere la Polonia” (W. Allen)
Riguardo la vicenda della Volkswagen mi venivano in mente due considerazioni. La prima è che tutto è relativo a questo mondo. Pensavamo che la dannosità per la salute dipendesse dalle emissioni dei motori, ma mica è tanto vero. La dannosità dipende dagli standard fissati nei vari Paesi. In America il limite di emissione è di 31 mg in Europa di 80. Del resto lì il limite di velocità, anche sulle superstrade, è di 90 all’ora: anche la pericolosità della velocità è relativa!
Quindi, contrariamente a tutti i film e telefilm sugli inseguimenti in macchina fra guardie e ladri, diversamente da tutti gli Starsky & Hutch che pensavamo sfrecciassero nelle Highway, gli abitanti degli States alla guida sono delle mezze seghe. E forse hanno anche i polmoni più debolucci dei nostri. Ma quante cose che si imparano!
La seconda considerazione riguarda invece la meschinità di tanta gente. Sembra quasi (e sottolineo il sembra e sottolineo anche il quasi) che ai più, la caduta degli Dei Germanici, abbia fatto piacere. Una sorta di rivincita dal basso, come quando il secchione veniva beccato impreparato, per la somma goduria di tutti i somari della classe. Venendo ad un paragone calcistico, un po’ come quando perde la Juve.
Cari tedeschini perfettini, allora non siete poi così diversi da noi! Anche voi truccate le carte e cercate di aggirare le regole. Anche voi imbrogliate e tradite la fiducia degli ignari cittadini, speculando sulla loro salute. Molto miseri questi discorsi, ma non stupiscono perché appunto, sono rintracciabili in vari altri settori, senza dubbio meno importanti e seri di questo.
Non so come andrà a finire la vicenda. Si parla di class action, di blocco delle vendite, di risarcimenti milionari. Su una cosa però ci scommetterei dei soldi: qualcuno pagherà. Perché avranno molti difetti: sono spocchiosi, sanno essere spietati, hanno al governo una culona inchiavabile, però, a differenza di quello che succederebbe dalle nostre parti, chi sbaglia, paga. E si tiene pure i cocci.