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Conversazioni rubate alla letteratura

LUI. Gigantesco, bandana in testa, tatuatissimo (sirene, forme geometriche, scritte varie), costume a pantaloncino rigorosamente arrotolato per far sì che l’abbronzatura arrivi dove altrimenti non arriverebbe.

LEI. Biondissima, bandana in testa, tatuatissima (sirene, forme geometriche, scritte varie, ma in più anche due ali sulla schiena. Sì, proprio due ali. Da angelo, anche se forse da gallina sarebbero state più azzeccate), costumino “chiappadefori” e “siserialzate”.

IO. Seduto sotto l’obrellone vicino, assorto nella lettura dell’articolo domenicale di Scalfari che, individuati i tipi, a mo’ di giaculatoria ripetevo tra me e me…Speriamo che siano dei loro, speriamo che siano dei loro, speriamo che siano dei loro…

LEI. So indecisa se prende l’s4, anche perché er mio s3 è pieno de applicazioni ‘na cifra importanti pe’ me. E me dovrei ariscaricà tutte, amo’ tu che dici? Ma e’ vero che uozzap mo se paga amo’? Comunque amo’ me ce porti aaaaromanina da mediauord a vedello e se me pia bene me o faccio, eh amo’? Che dici? Sai quante applicazioni ciò amo’? Tooo dico? Amo’ me senti? Me ne so scaricate 56! Hai capito amo’, CINQUANTASEI APPLICAZIONI!!!!! (N.d.R. con la mano rigorosamente a conchetta vicino la bocca) Ao’ ma me stai a sentì amo’?
LUI. A Cristì l’unica applicazione che te dovevi scarica’, nun taaaa sei scaricata
LEI. Quale amo’?
LUI. L’applicazione pe nu rompe er cazzo! Ma noovedi quanto fa cardo?
LEI .Sei ‘na bestia amo’

IO. Speriamo che siano dei loro, speriamo che siano dei loro, speriamo che siano dei loro…

LUI. Amo’, certo che str’artranno nun je lo damo mica er Circomassimo ai rollinston
LEI. E perché amo’?
LUI. Perché ciannamo a festeggià o scudetto daamaggica!!!

E il mondo torna a sorridere.

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Premio “Com’è bello fare i test da Trieste in giù”

Torna l’estate, il bel tempo e la voglia di cazzeggiare (be’ quella effettivamente non è che durante l’inverno sia proprio scomparsa). E cosa meglio di un bel test minchione per passare il tempo? In questo modo restituisco, un po’ a modo mio, le nomination ricevute recentemente da Sun (http://pensieridistesialsole.wordpress.com/) e da Agnese (http://colpoditacco.me/), che mi avevano omaggiato con premi certamente più prestigiosi di questo.

Qual è la tua vacanza ideale? Come vorreti spendere questo periodo di ferie? Rispondete a queste 7 domande, controllate qual è la lettera dominante e finalmente saprete quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di dirvi. Buon divertimento!

1 Mogli e buoi
A. E’ preferibile non soffrano di areofagia
B. Ruminano dopo mangiato
C. Ti fanno vergognare quando decidono di partecipare al Karaoke

2 Chi fa da sé
A. Generalmente s’annoia
B. E’ rimasto solo
C. Da grande diventa miope

3 Gioca con i fanti
A. Primiera e settebello
B. Non è meglio secchiello e paletta?
C. Ma non imitarli dal barbiere…hanno un taglio un po’ naif

4 Rosso di sera
A. Non hai messo la crema
B. Non più di due bicchieri
C. E’ una promessa o una minaccia?

5 Chi semina vento
A. Ha mangiato fagioli
B. Gioca all’allegro fattore
C. E’ imbecille, perché si dovrebbe seminare vento?

6 Gallina vecchia
A. Cuscino in faccia e vai!
B. Difficilmente sarebbe diventata ministro con il Berlusca
C. Gallina e pure vecchia? E va be’, ma allora dillo!

7 Occhio non vede
A. Mette l’occhiali
B. Orecchio non sente
C. Ma che è, mosca cieca?

A
Sei un tipo poetico. Ameresti passare le tue vacanze sulla riva di un lago, leggendo i poeti dello Strum und Drang e ascoltando la discografia completa di Angelo Branduardi. Adori seguire il volo delle farfalle e ti incanti di fronte ad un tramonto. Insomma, sei più noioso di film francese sottotitolato in bulgaro. Il consiglio è datti una svegliata se non vuoi che il tuo compagno/a si sloghi la mascella a furia di sbadigliare ogni volta che sta con te.

B
Sei un tipo avventuroso. Ti piace passare le tue vacanze con spirito d’avventura, andando in giro per il mondo zaino in spalla, dormendo nelle bettole e mangiando formiche o grilli fritti. E pazienza se al termine puzzerai peggio di un cane bagnato. L’emozione innanzitutto, il tuo ideale è Indiana Jones. Il consiglio è rilassati! A volte anche capocotta potrebbe avere un suo perché.

C
Hai qualche problema. E’ inutile nasconderlo…per te andare in vacanza è uno vero stress. Una tortura, di cui faresti decisamente a meno. Preferiresti di gran lunga chiuderti in casa, svegliarti a settembre, magari con qualche bella foto esotica e qualche avventura da raccontare agli amici. Il consiglio è fallo sul serio. Non scassare più gli zebedei lamentandoti della file in autostrada, gli affitti cari e le spiagge affollate. Chiuditi in casa, scopri l’ebrezza di cercare un negozio aperto, fai godere i tuoi trigliceridi dal Mac. Scommettiamo che quest’altr’anno agognerai persino Ladispoli?

A questo punto le nomination. Chi è insignito di questo prestigiosissimo premio dovrà, oltre a rispondere alle minchionissime domande, cimentarsi in un altrettanto minchionissimo test. E chi non lo fa? Sarà costretto ad invitare a casa sua per Ferragosto tutti quelli che hanno risposto C, davanti al barbecue, preparando bruschette per tutti.

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La natura ambigua delle cose

Parliamo delle coccinelle. Animaletti simpatici, colorati, tanto carucci, portano anche fortuna, un po’ meno dei quadrifogli, un po’ più della gobba. Le coccinelle che si mangiano gli afidi. Schifosissimi afidi che attaccano le nostre povere piantine. Evviva le coccinelle quindi che nella loro pur breve vita riescono a mangiare fino a 5000 afidi.

Insomma ci piace l’animaletto carnivore, vorace fino allo spasimo, che divora senza pietà altri animaletti, le loro larve, le loro uova. E disprezziamo questi ultimi, vegeteriani fino al midollo, che al massimo possono intaccarci una zucchina o un pomodoro.

Chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti? Dove sta la ragione o dove il torto? La ragione sta con quelli che fanno pulizia, che magari aggrediscono, ma per portare avanti la civiltà, oppure sta con i retrogradi, con quelli aggrediti, anche se sono brutti, sporchi e cattivi?

Attenzione a dare giudizi definitivi, non sempre le cose stanno come sembrano, non sempre i buoni sono così innocenti e i cattivi così fetenti. E soprattutto tu, sei sicuro di stare dalla parte giusta?

 

IsraelePalestina

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Ricambiare amore

Ma tutto quel che cerca e che vuole è solamente amore…

Fra i tanti errori che possiamo fare, c’è quello di pensare che ci debba sempre essere una reciprocità assoluta, una sincronia perfetta del dare e dell’avere. L’errore è pensare che ci sia una conseguenza logica fra un’azione che fai e quella che faranno altri in risposta. Ma non è così, non è quasi mai così.

Non è per bontà o per un generico e farisaico altruismo che dobbiamo pensare che non dobbiamo pretendere un ritorno. Non possiamo pretendere o neanche aspettarci indietro qualcosa, perché a volte (spesso? quasi sempre?) gli altri non sono proprio capaci di restituirci almeno una parte delle attenzioni, delle cure, dell’amore che siamo stati in grado di dare. Non è cattiveria. E’ questione di capacità. Come saper suonare il pianoforte o parlare il cinese. C’è chi è portato e lo impara solo ascoltando, c’è chi si impegna e con lo studio alla fine riesce e chi proprio è negato. Che ci vuoi fare?

Quache anno fa altrove scrivevo così…

Un giorno la mano destra e la mano sinistra decisero che era ora di tagliarsi le unghie. Cominciò la mano destra, che era quella più brava, quella più capace. E fece proprio un bel lavoro: tagliò e limò, pareggiò alla perfezione le unghie della mano sinistra seguendo con cura la forma arrotondata delle dita, rendendole tutte uniformi. Poi disse alla sinistra: “Vedi come ho fatto? Adesso tocca a te”. La sinistra prese in mano le forbici e… fece un disastro! Un’unghia era rimasta lunga, una mezza storta, un’altra era tanto corta quasi da far sanguinare il dito. Alla fine la destra, che aveva fatto un buon lavoro, era molto meno curata della sinistra, che invece era passata sulla sua compagna come un flagello divino.

Non c’è cattiveria nella mano sinistra. E’ semplicemente incapace. E per questo è inutile pretendere o semplicemente aspettarsi quello che non potrà mai dare. Forse è proprio sbagliato chiederle una cosa che sappiamo già in partenza non sarà capace di fare. In questo modo aumentiamo la nostra frustrazione per un attesa disattesa e anche il senso di colpa altrui, ammesso e non concesso che questo altro ce l’abbia. Ma il più delle volte è così.

Resterebbe da capire com’è che qualcuno è capace di imparare il cinese, di suonare il pianoforte, di tradurre in Italiano una guida sulla Route 66, e altri non sono nemmeno capace di tagliarsi le unghie. Possiamo stabilire con certezza che i primi siano meglio dei secondi? Che siano più bravi, più buoni o forse semplicemente più ricchi di talenti che altri non hanno? Resterebbe poi da stabilire chi campa meglio. Perché mica è detto cosa sia più soddisfacente, più realizzante: essere mano sinistra che riceve o essere destra che dona?

Ma soprattutto, tu faresti a cambio?

 

 

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Un bacio di addio

Te lo ricorderai quell’inizio di luglio che sembrava fine agosto. Era un estate che doveva ancora iniziare e invece era già finita. Era una storia senza né capo né coda, iniziata per sbaglio, finita prima di cominciare. L’ultimo giorno. Perché le storie importanti, quelle che iniziano quando non ci speri più e terminano in un battito d’ali, iniziano e finiscono sempre l’ultimo giorno. Quando il tempo vola via, quando il tempo sembra non esserci più.

E invece c’è ancora. Poco, ma c’è. Quel poco per iniziare e terminare quelle storie che poi rimangono lì per sempre. Perché non conta la durata, non conta la qualità. Conta il momento. Quel preciso istante in cui le labbra si incontrano.

E poi c’è il gatto che sembra impazzito, salta e corre, gioca da solo o forse con un fantasma, il fantasma del nostro amore. Non ha senso quello che fa, ma sembra divertirsi. Un po’ come noi. Baciami, baciami ancora e non parlare! Perché qualsiasi cosa dici sembrerà stupido, come il tuo gatto che vorrebbe prendersi la coda. Ci rivedremo, ti scriverò, non ti dimenticherò mai. Quante cose stupide mi vengono in mente ora. Ma oggi ho 13 anni e non mi sembrano affatto stupide.

E forse anche quando ti torneranno in mente tra trent’anni non saranno più così stupide. Forse non le ricorderai nemmeno. Ma il momento no. Quello non lo dimenticherai mai.

 

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L’omo ha da puzzà. Fenomenologia della mascolinità

Fin dall’antichità la componente maschile del genere umano ha sentito il bisogno di manifestare la propria essenza nell’ostentazione di oggetti, di per sé utili, ma soprattutto con una forte valenza simbolica, che esprimessero la sua forza, le sue capacità peculiari.

L’uomo delle caverne aveva la clava, con cui andava a caccia, con cui guerreggiava contro le tribù ostili. Le legioni romane avevano il gladio, il coltello d’ordinanza, che era così importante, così identificativo, da dare il nome ai guerrieri stessi. E via via che lo sviluppo tecnologico è andato avanti, c’è sempre stato quest’oggetto, un fido compagno di avventure, pratico, adatto all’uso che se ne voleva fare, ma allo stesso tempo carico di significati. Pensiamo all’arco dei pellerossa o alle spade medievali, le colt dei cow boy.

Sudore e sangue. Non credo sia una caso che, alla fine fine, questa rapida carrellata abbia elencato esclusivamente delle armi. Le capacità cambiavano (a volte la forza bruta, altre volte la precisione), ma l’obiettivo era sempre lo stesso: la mascolinità è la sopraffazione. Lo sforzo è primeggiare, è raggiungere il west, la frontiera, sbarcare sulle nuove terre  e conquistarle, insieme a compagni d’armi e di avventure e contro qualcun altro. Siamo arrivati anche sulla luna (e anche il mssile, non ne ha mica pochi di significati simbolici, a pensarci bene)

E noi, poveri maschi del XXI secolo? Abbandonate miseramente ogni velleità di conquista, confusi e mica tanto felici da questa dilagante promiscuità di ruoli, raggiunti e miseramente superati da amiche, compagne e colleghe che – ammettiamolo – hanno imparato a far meglio di noi (quasi) in ogni campo, noi, moderni Pier Capponi de noantri, quali campane faremo suonare contro le trombe altrui? Quale oggetto rimane, utile e simbolico, compagno fedele delle nostre battaglie, nel quale indirizzare gli ultimi sussulti dell’antico spirito guerriero?

Quale altro se non questo?

 

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Nella gabbia

“I got sunshine in my stomach, Like I just rocked my baby to sleep. I got sunshine in my stomach. But I can’t keep me from creeping sleep. Sleep, deep in the deep.”

E così mi risvegliai dentro il mio stomaco. Non riuscivo bene a capire come fosse possibile: ero io, ero senza dubbio io, ma nello stesso tempo mi trovavo chiuso fra le pareti molli del mio addome. Eppure la sera prima ero andato a letto come sempre. Avevo cenato, avevo guardato un po’ di tv, ero stato su Facebook, su What’s up, sul blog  e poi ero andato a dormire. Com’era possibile? Provai a darsi un pizzico per svegliarmi…ahia! Provai a sferrare un cazzotto con tutta la forza che avevo in quell’ammasso di grasso in cui ero avvolto, ma l’unico risultato fu sentire una fitta fortissima nella mia pancia.

Niente da fare. Per quanto potesse sembrare paradossale, ero davvero prigioniero nelle mie viscere. Provai ad arrampicarsi verso l’alto: in fondo soffrivo da tempo di reflusso esofageo, se fossi riuscito ad arrivare su magari provocando un qualche spasmo sarei stato catapultato fuori. Anche perché l’altra via di uscita era terribilmente più inquietante!

Ma per quanto sforzi facessi non riuscivo ad aggrapparsi a nulla, le pareti morbide non mi davano nessun appiglio, affondavo  ad ogni passo, come quando provi a muoverti nella neve alta. Ma quale neve! Lì faceva un caldo asfissiante.

–      E’ inutile che ti agiti. Da lì non esci di certo.

–      Chi è? Chi ha parlato?

–      Non fare il finto tonto, lo sai benissimo. Sono il tuo stomaco.

–      Il mio che?

Sto decisamente impazzendo. O forse no. Effettivamente “Der Mensch ist was er isst”, lo diceva anche Feuerbach. Però essere rinchiusi all’interno del proprio stomaco penso sia un’esperienza unica. A quanti altri è capitato?

–      Finalmente ci sei riuscito! Ce ne hai messo del tempo. Da quant’è che provi ad entrare qui? Da quant’è che fai di tutto per rinchiuderti in questo rifugio protettivo, che escluda tutto il resto del mondo? Del resto è ormai da tempo che non hai più pensieri, che non hai più emozioni, al di fuori di me.

–      Stai zitto un attimo che devo pensare.

Forse devo semplicemente dire a me stesso che non sono qui. Non posso essere qui! Non è possibile che io sia prigioniero del mio stomaco! Sono benissimo in grado di gestire questa situazione.

–      Io sono più importante di te! Mi senti? Io sono più forte di te! Non rispondi eh! Perché lo sai che ho ragione. Io sono più forte di te, hai capito? Sono più forte, sono più forte, sono più forte! E posso benissimo liberarmi e andarmene quando voglio. Posso andarmene quando voglio, posso andarmene, posso uscire e andarmene…

–      Starai benissimo qui. Peccato solo che non hai portato il telefonino: potevamo farci un selfie e postare la foto su Facebook. Guardateci, siamo io e il mio stomaco! In pochi minuti migliaia di like assicurati. Quelli per te sono importanti, o sbaglio? Perché vuoi uscire fuori? Oramai dovresti saperlo…in fondo, che differenza c’è tra qui e fuori? Qual è il mondo reale e quale no? Sei prigioniero o sei finalmente arrivato dove volevi? Ed io, sono il tuo carceriere o la tua meta agognata?

Pensaci. Conta fino a dieci e pensaci prima di rispondere.

 

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Onora il padre

Come ho scritto e descritto altrove, ieri abbiamo accompagnato i giovin virgulti al ritiro estivo con la squadra di calcio. Nel pomeriggio grande sfida genitori figli: un giorno potremmo raccontare di aver avuto il privilegio di giocare a pallone con i nostri figli! Ma questa, almeno per me, non è stata la cosa più particolare e più bella della giornata.

Considerato che era il 29 giugno, festività di San Pietro, mi ero portato anche il mio vetusto genitore (che si chiama come il patrono della città eterna), nonché ormai nonno a tempo pieno, primo tifoso del nipote di cui non si è perso una partita in tutto il campionato. Con il freddo e con il caldo, in casa ed in trasferta, lui era lì, ad esultare per un goal o imprecare contro l’avversario scorretto. Io e lui fino a qualche anno fa avevamo un rapporto demmerda, non eravamo proprio in sintonia, come già vi avevo raccontato qui  https://giacani.wordpress.com/2014/03/19/di-padre-in-figlio/

Alla fine della giornata, tornati a Roma, sotto casa, mentre mi ha salutato, un po’ sorpreso, un po’ orgoglioso, mi ha detto “ma lo sai che non giochi male!” E così ho pensato che in fondo, a 47 suonati, è stata la prima volta che mio padre mi ha visto giocare a pallone. Ed io, un po’ sorpreso, un po’ orgoglioso, sono stato felice come un bambino!

 

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Woman do it Better

C’è riuscita un’altra volta! Incredibile….certo, il fatto lo stesse facendo mentre nel frattempo stavo cucinando il pesce mi lascia qualche dubbio su quale modello di famiglia stiamo trasmettendo ai nostri figli. Ma questo è un altro discorso!

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

E’ scontato che i bisogni sviluppano le soluzioni o per dirla con i proverbi, “necessità fa virtù”.

Ad esempio, io che ho sempre fatto una fatica titanica a prendere sonno (e quando sono più stanco fatico anche di più), ricordo che quando i pargoli si svegliavano 10 volte a notte avevo imparato ad addormentarmi subito, all’istante. Poi però, finita la necessità, ho ricominciato a stare sveglio e guardare il soffitto.

Questo presupposto spiega un po’ la vicenda. Solo un po’, perché per il resto, per me resta un mistero inspiegabile.

E’ un po’ come se io provassi a fare le previsioni del tempo. Sarebbe utilissimo saperle fare:

Però non sono capace, non ho le conoscenze, gli strumenti, le facoltà. Sarebbe utile trovare l’acqua con un bastoncino da rabdomante. Oppure provare ad andare in bicicletta fino al polo nord. O imparare l’arabo o suonare l’arpa. Tutte cose belle e utili, che…

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Il genio della lampada

Diffidate di chi ama tutti. Una persona veramente perbene deve avere almeno 10 persone che gli stanno sul cazzo. 

No, tranquilli, non è l’ennesimo post sulle 10 cose (anche se…un post sulle 10 persone che mi stanno sul cazzo mica sarebbe male). No, stasera faccio la persona seria (disse quello che aveva un boccale di birra nell’immagine del profilo…). Partiamo dalla prima affermazione. E’ possibile amare tutti? Cristianamente parlando, chi è questo benedetto prossimo che dovremmo amare come noi stessi?

Francamente non penso si possa amare tutti. Io penso che il prossimo siano, banalmente, quelli che ci capitano a portata di mano. A portata di naso, di orecchie, di occhi. Non possiamo salvare il mondo. Pur nella mia infinita presunzione devo ammettere che no, non ce la posso fare. Ma quelli che mi stanno intorno, quelli che Dio o chi per lui ha messo sulla mia strada, almeno quelli, certo che posso. O almeno ci posso provare. Pagando eventualmente lo scotto della sconfitta, laddove il risultato non sia poi quello sperato.

Io penso che bisogna imparare dagli errori, anche se è la cosa più difficile del mondo. Senza cercare alibi o giustificazioni, senza scuse. Anche perché come dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2014/05/16/con-le-migliori-intenzioni/, non frega una beneamata ceppa a nessuno delle intenzioni con cui fai le cose. I risultati sono importanti. Se hai fatto bene o se hai fatto una cagata. Questo importa.

Quindi penso, anzi, mi impegno ogni giorno, per cercare di far bene e soprattutto di essere attento a quello che capita intorno a me. Penso che, come dicevo sopra, il mondo no, ma chi sta intorno a me, chi è vicino al mio cuore, debba avere il meglio e io devo fare di tutto per fargli avere il meglio. Soffro della sindrome del genio della lampada: fare felici gli altri (non tutti, quelli più prossimi, come dicevo sopra) credo sia l’unica vera ragione per essere al mondo.

Infine, penso che a volte bisogna fare un passo indietro. Pur nella già citata smisurata presunzione penso che a  volte basta chiedere scusa e poi starsene in silenzio. Perché c’è sempre il pericolo di voler fare i protagonisti anche nelle situazioni in cui sarebbe meglio fare i comprimari, anzi sarebbe meglio proprio lasciare la scena ad altri.