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Le parole sono importanti!

L’avrete intuito, io sono uno di quelli a cui piace parlare. Credo fermamente nella forza delle parole, sono convinto nella possibilità di poter spiegare, argomentandole, le proprie ragioni. Così come sono altrettanto convinto della necessità di ascoltare le parole degli altri. Sono sicuro che ci sia sempre un aspetto che ti sfugge, una prospettiva che non avevi visto o che non avevi previsto. Per questo è importante parlare, spiegarsi, assumersi la fatica di provarci, senza dare nulla per scontato, per già detto. Provarci e riprovarci. Sì, costa fatica. Ma se vuoi cogliere entrambi i lati della storia è inevitabile.

Altre volte però bisogna anche saper tacere. Perché se parli fai peggio. E devi andare contro la tua natura,  devi stravolgere il tuo modo di pensare, il tuo modo di essere. Senti le sinapsi che vorticano nella mente, parole che irrompono nella gola, ma sai anche che non devi permettergli di uscire. Le rivomiti dentro di te perché quella è la scelta giusta.

Le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti. Sono importanti i contenuti, ma sono anche più importanti le parole, il momento in cui si dicono, il modo in cui si dicono. Per questo parlare a vanvera a volte è peggio che non parlare. Restando in tema di citazioni, come diceva Lincoln, “meglio tacere e sembrare stupidi che parlare e togliere ogni dubbio”.

Meglio tacere, anche per mettere in salvo le parole già dette o quelle che dovremo diremo, nei modi e nei tempi giusti. Altrimenti c’è anche il rischio di passare per coglioni.

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In sottofondo un Phil d’annata!

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I fiori finti non crescono mai

“Vieni padre mio, usciamo a fare un giro e guida tu e guarda avanti e non parliamo più, albero padre con un ramo solo ”

Adoro le giornate fresche che arrivano all’improvviso a spezzare la calura imperante. Adoro la montagna perché ti sa regalare questi cambi repentini. Ma allo stesso modo adoro quegli sprazzi di tepore inaspettati nelle mattinate assolate di dicembre, promesse di un’estate ancora lontana. Mi piace quando il tempo mi sorprende, in vestiti inadeguati, troppo caldi o troppo leggeri. Il rischio è un raffreddore, ma è un rischio che vale la pena correre.

Quella sensazione di inadeguatezza, che spiazza il nostro orientamento, come una via sconosciuta nata chissà come proprio nel bel mezzo di un itinerario che pensavamo di conoscere. A volte è una via senza uscita, altre volte invece può diventare una scorciatoia. Oppure, ancora meglio, la strada per posti inesplorati. Il rischio è perdersi,  ma è un rischio che vale la pena correre.

La verità è che dovremmo imparare a restituire responsabilità. Soprattutto io, che come sempre predico bene e razzolo demmerda con risultati abbastanza insoddisfacenti.

Dovremmo smetterla di pianificare ogni singolo istante del futuro o di tentare di prevedere quello che potrà succedere (tanto non ci si riesce mica). E proprio io che vorrei coprire ogni imprevisto, sia che sia fatto per amore, sia che sia fatto per paura, dovrei proprio smettermela. Bisogna restituire la responsabilità, dando fiducia alle persone e quindi alle situazioni. Il rischio è rimanere delusi. Ma anche questo è un rischio che vale la pena correre.

Altrimenti come possiamo sperare di essere sorpresi? Se non restituiamo responsabilità, se non lasciamo per un attimo il comando, per quanto gravoso ci possa sembrare, per quante vertigini possiamo provare, non solo gli altri non riusciranno mai a sorprenderci. Rischiamo di soffocarli. Corriamo il rischio che come fiori finti non crescano mai. E questo è forse l’unico rischio che non possiamo correre.

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Lancia in aria una monetina

Hai in mano quella moneta. Quella stupidissima moneta con le sue belle facce. Perché ci sono sempre due facce. E anche se sono sempre convinto di quello che scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/10/24/aut-aut/ – che quando ci troviamo di fronte a un bivio, ad un’alternativa, forse più cercare la risposta giusta, dovremmo avere la pazienza di riformulare la domanda – resta però il fatto, indubitabile, che a volta la vita ci pone di fronte ad un’alternativa.

Allora ti immagini quel signore un po’ anziano, con gli occhiali calati sul naso, che prende in mano una moneta grezza, prima del conio e meccanicamente la mette sulla pressa. Senza volerlo stabilirà lui se vincerai la palla o il campo, se avrai il sole in faccia o alle tue spalle, se il tuo avversario batterà per primo o la farai tu. Prenderà in mano quella moneta e gli darà le due facce. Stabilirà lui la testa e la croce, non certo il destino, il fato o chissà quale altre astratta divinità. Semplicemente un vecchio signore con gli occhiali.

O forse no, forse oggi le monete nascono già con le due facce. Come le situazioni in cui abbiamo di fronte l’alternativa: nascono così, già ambivalenti. A volte l’alternativa è fra ciò che vogliamo e ciò che dobbiamo: ma in quei casi è facile scegliere. Basta aver chiaro l’obiettivo e ti regoli di conseguenza. Segui il cuore o la ragione, le regole o l’istinto: chi predomina fra i due decide. Se però non ci sono queste sfumature? Se la scelta è radicale ed assoluta? Se proprio non riesci a scegliere fra quello che perdi e quello che trovi, allora non resta davvero che tirare in alto la monetina. E magari a volte, neanche serve sapere se uscirà testa o uscirà croce.

Quando sei davanti a due alternative lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più (Bob Marley).

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Volevo solo rincorrere i miei sogni

Sognavo di essere un alieno. Che arriva sulla terra e ogni giorno scopre cose nuove. Ogni cosa è fonte di meraviglia, anche il banale, anche il quotidiano. Ogni cosa è stupore, è incanto. Vivere l’entusiasmo per trovare  l’entusiasmo di vivere.

Per questo poi ho sognato di essere un dj. Per dare voce a chiunque, per poter dire quello che mi pare, in faccia ai potenti e ai superbi. Gridare ogni giorno la mia passione, il non arrendersi, il comico e il tragico. La vita!

Quindi ho sognato di essere un professore. Non per salire in cattedra, anzi piuttosto per salire sui banchi, per spiegare agli altri la necessità di cambiare punto di vista. Non avrei avuto nulla da insegnare, perché le cose bisogna impararle da sé. Per questo non avrei voluto aule, ma prati verdi, spazi aperti, per rincorre i sogni e succhiare la vita fino al midollo.

Nel massimo dei miei sogni avrei voluto essere Peter Pan. Per non arrendersi alla realtà, per inventarsi un’isola che non c’è dove salvare tutti i bambini perduti. Dove  imparare a volare, sopra le cattiverie, le ansie e le preoccupazioni.

Infine avrei voluto una cosa impossibile. Ma l’avrei voluta davvero tanto! Avrei voluto essere una mamma. Perché nessuno mai potrà amare di più. Nessuno mai avrà così tanto da dire e da dare su questa terra.

Purtroppo però alla fine ero sempre e soltanto io.

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Sentieri interrotti

I sentieri ufficiali in montagna, quelli segnati e catalogati dal Cai, hanno dei bei segnali rossi e bianchi che ti dicono dove devi andare. Basta avere un po’ di colpo d’occhio, seguire i segni e sei sicuro di non sbagliare mai. A volte il sentiero sembra prendere da un’altra parte, a volte la via più grande, quella apparentemente più semplice gira da un lato, ma il segno indica altrove. Magari su per un viottolo stretto e quasi nascosto: se lì ci sono le strisce bianche e rosse puoi stare tranquillo, perché quella è la strada giusta. Malgrado ogni apparenza.

Se segui i sentieri già battuti non rischierai di perderti. Non avrai sorprese, né belle, né brutte. Sai che arriverai dove volevi arrivare. Non devi star lì a ragionare più di tanto: non devi valutare i pro e i contro, né hai l’imbarazzo della scelta. Qualcuno, più esperto di te, ha fatto le scelte più giuste e ora tu non devi fare altro che fidarti di lui e seguire le sue orme.

Può capitare però a volte che senza accorgertene, ti trovi su una pista non segnata. Basta non vedere uno dei segni, magari seguendo quello che sembra essere il sentiero principale e ti ritrovi su un terreno non battuto. A quel punto puoi tornare indietro per recuperare la strada giusta. Oppure puoi improvvisare, puoi tentare di andare avanti, orientandoti con il sole o con le cime dei monti. Andare avanti su una strada sconosciuta, su un sentiero incerto, poco battuto, con la speranza che prima o poi ti riporterà sulla via principale.

Perché anche in mezzo ai boschi le apparenze possono ingannare e quando pensi di aver trovato una via alternativa, quando sei pieno di orgoglio e ti senti un novello Cristoforo Colombo, quel sentiero ampio e incredibilmente pulito, si interrompe improvvisamente in mezzo al nulla.

Ogni volta la montagna mi dice tante cose. Mi dice che per quanto possiamo essere bravi, difficilmente ci inventeremo un sentiero alternativo. Mi dice che a volte dobbiamo avere l’umiltà di tornare sui nostri passi. Che se vogliamo arrivare in cima, dobbiamo saper cercare i segni, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze. Soprattutto mi dice che in fondo l’obiettivo può anche essere il cammino stesso, più ancora di quello che ci sarà alla fine del sentiero.

 

 

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Quell’unico errore

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente…

Io volevo fare l’insegnante. Matematica o ancora meglio, scienze. Quanto mi piaceva studiare gli animali, le piante, l’origine della vita. Però giù al sud che futuro aveva un professore di scienze? Imparati un mestiere oppure entra nell’esercito, così avrai sempre un piatto caldo per te e per i tuoi figli. Così mi diceva mio padre. Mestieri non ho provati tanti, ma non ero capace a far nulla, l’esercito non mi piaceva, provai con la marina.

Il mare, i grandi spazi, forse era questa la strada giusta per me. Certo non era l’insegnamento, le aule universitarie fantasticate da ragazzo restavano nella mia mente, come un sogno irrealizzabile. Però ero bravo, ero davvero bravo. Sapevo pilotare meglio di chiunque altro e dopo qualche anno la marina non mi bastava più, potevo diventare ricco, potevo fare tanti di quei soldi che sarebbero bastati per i miei figli e per i figli dei miei figli. Forse aveva ragione il mio povero papà. Forse.

Poi, improvvisamente, una notte il mondo mi crollò addosso. Sì, certo, fui io a sbagliare. Ma quante volte sbagliamo e nessuno se ne accorge? Quante volte i nostri sbagli non hanno alcuna conseguenza? Io invece non fui così fortunato. Un errore, un unico errore scatenò la tragedia. Mi fece diventare un mostro da sbattere in prima pagina, il prototipo dell’italiano incapace ed infingardo. Una sola disattenzione, una è bastata a distruggere la mia vita, a farmi precipitare nel baratro.

L’errore era stato grande, tragico, ma la cosa peggiore, quello che più mi ha rovinato, è stata l’incapacità di gestirlo. Chi non fa non sbaglia mi hanno sempre insegnato. Sarebbe bastato un po’ più di freddezza, di lucidità. E un po’ più di coraggio. Magari sarei morto, ma sarei morto da eroe. Forse nessuno mi avrebbe incolpato più di tanto. Ma il coraggio, se non ce l’hai, come diceva Manzoni…

Io volevo fare il professore, non volevo essere un eroe. Ironia della sorte poi mi hanno chiamato davvero all’Università: non a fare una lezione, come maliziosamente hanno scritto i giornali, no. Mi hanno chiamato per 7 minuti, a raccontare il mio errore e soprattutto il modo sbagliato con cui l’ho gestito. Grande scandalo, l’assassino in cattedra! A chi importa sapere come sono andate le cose, a chi interessano i fatti? Io non sono più Francesco. No, io sono un simbolo. E la gente ha bisogno dei simboli: quelli buoni da imitare, quelli cattivi da additare. I fatti non interessano a nessuno.

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Nel sussurro di una brezza leggera

È quasi incredibile quanto riusciamo a non capire la realtà che ci circonda. Quanto riusciamo ad equivocare le persone, le situazioni, i sentimenti. E così diamo risposte errate, scambiamo silenzi per richieste di aiuto, appelli accorati per semplici battute. La realtà è che dovremmo smettere di proiettare la nostra immagine, i nostri desideri, le nostre paure su chi ci sta di fronte. E magari vuole semplicemente essere lasciato in pace. Oppure vuole essere ascoltato, se solo avessimo la pazienza di lasciarlo parlare.

Nel nostro affannarci cerchiamo nei posti sbagliati. Cerchiamo risposte dove non ci sono, scambiamo semplici domande per accuse. Come se il mondo girasse intorno a noi. Come se davvero fossimo noi il centro di questa galassia. Ci diamo da fare, pensiamo di ottenere chissà quali risultati, ma rischiamo solamente di essere sordi e ciechi. Cerchiamo un confronto e rischiamo di fermarci di fronte ad uno specchio.

Ci aspettiamo che le cose avvengano come diciamo noi, quando diciamo noi, per i motivi che abbiamo stabilito. Ma non è così, non è quasi mai così! E quando capita – in un sussulto di concretezza e di presa d’atto della realtà – che ci rendiamo conto che le cose non stanno come pensavamo, allora può capitare che ci lasciamo sopraffare dai cattivi pensieri, dal dubbio di aver sbagliato tutto, di non aver costruito null’altro che castelli di sabbia. E come bambini capricciosi ci andiamo a nascondere negli anfratti delle nostre solitudini, soli ed incompresi…poveri cocchi di mamma!

E allora, dopo esserci esaltati per i venti impetuosi, dopo aver tremato di fronte ai terremoti, dopo essere rimasti immobili di fronte al grande fuoco, novelli Elia, proprio quando non ci speravamo più, nel sussurro di una brezza leggera, ci sentiamo chiedere “Cosa ci fai tu qui?”

Perché la verità è che, come cantava la povera Mimì, continuiamo a cercare l’acqua, quando abbiamo il mare nelle tasche.

 

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Le mie 10 canzoni

Senza musica la vita sarebbe un errore. Friedrich Nietzsche

Era tanto che volevo scrivere un post così. La musica non è un elemento accessorio della mia vita, ma ne fa parte in modo essenziale, non mi lascia mai, mi accompagna in ogni situazione. Probabilmente è la cosa più bella che esiste, la più bella che l’uomo abbia mai inventato, ammesso che l’abbiamo inventata noi. Se mi guardo indietro ogni tempo ha avuto la sua musica, ogni sentimento, ogni situazione e non c’è nulla di più concreto e di più immediato di una canzone per far tornare alla mente le sensazioni provate, il passato, il presente e il futuro. E queste sono le mie dieci canzoni: le più belle, le più significative. Le mie!

Thunder Road. E’ la canzone del coraggio di vivere e del rialzarsi sempre. Non importa quanto sei stanco, non importa quanto non ti va: il Boss dice che si può fare, che ce la posso fare, basta volerlo. E se lo dice il Boss, chi sono io per contraddirlo?

Baba O’Reily. L’età adulta, la scelta di abbandonare un passato certo, per un futuro diverso, di chiudere definitivamente delle porte per poterne aprire delle altre. La paura e la speranza. Soprattutto, la certezza che fatto qual passo indietro non si torna.

Wish you were here. La nostalgia per chi non c’è più. Non riesco a farci i conti con questa canzone ed in generale con i Pink Floyd. Di una bellezza inaudita, ma troppo dolore, troppo.

The Pretender. La sicurezza. E’ la canzone della calma dopo la battaglia, quella del ritorno a casa, dei lunghi viaggi in macchina nella notte. Una notte brillante di stelle, che arriva dopo un giorno faticoso, ma pieno di soddisfazioni.

Goodbye Stranger. L’adolescenza. Ne avrei potute scegliere molte altre, ma questa è certamente la più significativa, quella che più di tutte mi fa ripiombare indietro di trent’anni. Quella che mi fa risentire i profumi, i sapori, le voci degli anni del liceo, dei pomeriggi spensierati, ma insieme pieni di pensieri. Degli anni delle grandi scelte, perché ancora era tutto da scegliere. Per inciso oggi è la suoneria della sveglia.

We’ve got tonight. I percorsi perduti, i sentieri interrotti della vita, non per forza scelte sbagliate, ma certamente quelle non portate avanti. Senza rimpianti. Quelle strade che avremmo potuto seguire, che ci sarebbe piaciuto seguire, ma che abbiamo deliberatamente scelto di non continuare a percorrere.

Blackbird. La tristezza. Quella con cui impari a convivere, quella che sta sempre insieme a te, anche nei momenti più belli, anche nelle gioie più grandi, quel senso di incompiutezza, di nodi irrisolti, di questioni aperte. Ma insieme anche quella tristezza tenera, a cui ti abbandoni, certo che lei non ti lascerà mai, a cui in fondo hai imaparto a voler bene.

With or without you. Le contraddizioni, i conflitti, il giusto e lo sbagliato insieme. L’andare quando bisognava fermarsi, il dire quando bisognava tacere. La vita in fondo, cos’altro?

Powderfinger. La forza. La certezza di farcela. E’ un passo in più di quella del Boss: andrebbero ascoltate insieme, una dopo l’altra, perché dove finisce quella comincia questa. Se vogliamo, forse questa potrebbe essere la canzone del domani.

Firth of  Fifth. Semplicemente la bellezza della vita. Ancora oggi mi incanta. Dovessi sceglierne una da ascoltare sempre, da qui all’eternità, non potrei non scegliere lei.

Ne mancano moltissime. Non c’è la “nostra” canzone, perché quella è di Ale e mia e basta. Non ci sono canzoni che hanno dietro dei ricordi precisi ed indelebili: non necessariamente grandi canzoni, ma che certamente hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita. Penso ai Spandau o agli ELO, ai Queen o ai Dire Straits. Non c’è molto presente, non ci sono i Rem o i Green Day, i Pearl Jam, i Counting Crows, tutti gruppi che accompagnano le mie giornate oggi e in un recente passato. Ma non si possono ricordare tutti. Non ci sono canzoni italiane, semplicemente perché pur essendocene di molte belle e anche molto significative, nessuna, almeno nella mia personalissima opinione, può competere con queste.

Sarà difficile, ma spero sempre che la più bella sia quella che ancora dev’essere scritta.

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When I’m sixty four

Ammesso e non concesso che non sia già accaduto quello che scrivevo qui  (https://giacani.wordpress.com/2014/03/18/quando-saro-morto/) quando avrò 64 anni starò per andare in pensione. Come sarà l’Italia nel 2030? In Tv continuerà la sagra dell’ovvio. Ci sarà sempre l’emergenza caldo d’estate (bevete molto, non uscite nelle ore calde), l’allerta meteo d’inverno (mangiate cose calde, copritevi nelle ore fredde), ci sarà qualche comico che si improvvisa politico e qualche politico che ci farà ammazzare dalle risate.

Sarà l’anno dei mondiali. Il calcio però sarà meno seguito di oggi, soppiantato sempre più dai giochi virtuali. Tutto sarà un po’ più virtuale. Non ci saranno più le chat, avrà largo seguito il videofonino. Noi antichi no (salvo qualcuno più minchione di altri) ma le giovani generazioni videoparleranno soprattutto con un computer, precedentemente programmato per essere esattamente come vogliamo che sia. I miei nipoti saranno amici e passeranno la gran parte del tempo con una che ha l’aspetto di Marylin, adora la birra e soprattutto dice sempre di sì, senza star lì troppo a puntualizzare.

Nel 2030 ebrei e palestinesi continueranno a starsi reciprocamente sulle balle, ma speriamo che avranno convertito i conflitti in partite a scacchi. Non ci sarà più la fame nel mondo e questo grazie ai cinesi che avranno invaso la terra con negozietti tutto a un euro e involtini primavera a gogò. Inutile dire che ci avranno definitivamente colonizzato: noi, l’Europa, gran parte dell’America e dell’Africa. Ci saranno i cinegri e i cineuropei: i più fetenti di tutti, ovviamente saranno i cinromanisti, ma questo è ovvio.

I miei figli vivranno in un altro Paese, ma grazie al videfonino potremo vederci tutti i giorni. I miei nipoti parleranno altre lingue, mia nuora potrebbe avere la pelle di un altro colore e mio genero pure. O invece no. Magari i miei figli dopo aver girato di qua e di là saranno tornati nei paraggi, tanto più che ormai gran parte dei lavori si svolgeranno da casa o comunque a distanze anche siderali dal luogo di lavoro.

Dicevo che starò per andare in pensione. Ma ancora ci si andrà in pensione? Questo lo ignoro, però è probabile che si lavorerà di meno. I nostri nonni lavoravano 6 giorni alla settimana, noi 5, i nostri nipoti probabilmente 4. Ci sarà sempre più tempo libero e le persone, inevitabilmente, si dedicheranno sempre di più a hobby e ad attività ricreative. L’altra faccia della medaglia sarà che ci si annoierà anche molto di più. Troveranno nuovi modi di sballarsi e di perdere il contatto con la realtà.

Ci si ammalerà di meno e si invecchierà di più. Avranno trovato un rimedio contro il reflusso esafageo forse non ancora contro il cancro. Di qualcosa si continuerà a morire. Il traffico a Roma sarà sempre lo stesso, non avranno finito i lavori della metropolitana e quando pioverà saremo lì tutti in fila a smadonnare. Continueremo a giocare a calcetto il giovedì sera, ma avremo avuto la prudenza di comprarci un defibrillatore, Bruno continuerà a tirarci sòle e con Tato, Elena e Ciu continueremo a farci pazze risate. Isotta sarà preside da qualche parte e Dario avrà messo su un’agenzia per giovani calciatori. Ci saranno sempre lunghe discussioni con I. e continueremo a sorprenderci per la strane coincidenze che ci capiteranno.

Ale continuerà a sopportarmi. Lo so, questo è più un auspicio che una previsione razionalmente fondata, ma almeno una concedetemela! Senza alcun dubbio sarò sempre il gran cazzone che sono sempre stato. Forse anche un po’ peggio. Continuerò a leggere Tex e a bere vino, a tifare Lazio e ad ascoltare good-old music. Spero che avrò ancora la curiosità di conoscere persone e cose e la capacità di non prendere nulla sul serio. Soprattutto me stesso.

E i blogger? Be’, questo ce lo dovranno raccontare loro! Quindi sotto a chi tocca…

http://thepellons.wordpress.com/,

http://musicfortraveler.wordpress.com/,

http://www.topperharley.com/,

http://elinepal.wordpress.com/,

http://unblogunpocosi.wordpress.com/ , 

http://shockanafilattico.wordpress.com/, 

http://luceashanghai.wordpress.com/, 

http://tiraiunafrecciaalvento.wordpress.com/, 

http://migrazioniinterne.wordpress.com/, 

http://pindaricamente.wordpress.com/, 

http://paracqua.wordpress.com/, 

http://bloom2489.wordpress.com/, 

http://disgracekellybites.wordpress.com/, 

http://solounoscoglio.wordpress.com/,

http://menteminima.wordpress.com/  

http://pinocchiononcepiu.com/,

http://vivodasola.wordpress.com/,

http://articolarticolando.wordpress.com/,

http://violetadyliopinionistapercaso.wordpress.com/,

http://ammennicolidipensiero.wordpress.com/,

http://ilsuccodimela.wordpress.com/

http://cippes.wordpress.com/

http://vetrocolato.wordpress.com/

Come sarete voi a 64 anni?

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Mica penseranno che siamo così stupidi?

Ma che sarà, che cosa t’offrirà, quest’altra storia, quest’altra novità…l’unico rischio, è che sia tutto finto e che sia tutta pubblicità!

 

Non so se avete fatto caso ad una recente novità della reti Mediaset: dopo il meteo tradizionale, quello di casa nostra, ci raccontano il meteo di qualche paese esotico. Una volta la Giamaica, un’altra volta le Antille Olandesi, un’altra le Hawaii.

Ora, capisco che questa è un’estate di merda. Capisco che il turismo soffre e i consumi languono. Ma mica penseranno che siamo così stupidi che vedendo le previsioni metereologiche di questi paradisi, miracolosamente ci torna la voglia di andare in vacanza e ci precipitiamo da Decathlon a comprare pinne, fucile ed occhiali?

No, dai! Non è possibile! Sarebbe come se pensassero che mandano in onda, che so, un programma finto dove uomini e donne si mettono in mostra, invogliassero la gente a socializzare. O se provassero a farci credere che si scelgono i candidati con il televoto, invece che dentro le urne. È inverosimile!

Oppure, che so, sarebbe come se uno, volendo arrivare alla guida del Paese, si comprasse prima le televisioni, poi una squadra di calcio e cominciasse a sparare cazzate dalla mattina alla sera, promettendo milioni di posti di lavoro, l’abolizioni delle tasse e si tingesse i capelli per far credere di essere sempre giovane. Dai! Ma chi mai ci potrebbe credere!

È ovvio che non possono pensare che siamo così stupidi. Queste previsioni servono a farci conoscere nuovi Paesi, ad allargare le nostre conoscenze. Un unico dubbio mi rimane: com’è che non mandano le previsioni di Pyongyang, oppure di Riga o di Tblisi? Possibile che a nessuno interessi se domani a Ulan Bator piove o c’è il sole?