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Doveri dov’eri? (reprise by Gintoki)

(questo post nasce e proseguo da qui http://shockanafilattico.wordpress.com/2014/09/19/obbligo-dopo-il-semaforo-doveri-doveri/)

Doveri dov’eri? Ma dove vuoi che fosse? Il signor Doveri se ne sta in quella torre isolata in un angolino del cranio in cui lo releghiamo. Chiuso tutto il giorno gira e rigira in quella stanza due metri per due e urla, urla (che cazzo ti urli? mi verrebbe da chiedergli). Il suo intento è quello di svegliare quell’orso del Senso di Colpa.

A volte quello si gira dall’altra parte, lo manda affanculo e si rimette a dormire. O almeno ci prova, ma il più delle volte ormai il sonno è passato e quindi si tira su, prende la sua mazza e comincia a picchiare forte sul suo disco di bronzo. Sbrang, sbrang, sbrang…e così si presentano all’appello del gong quella baffona della signora Opportunità, accompagnata dalla sua amica zitella, Buone Maniere e da sua sorella la pelosissima Riconoscenza.

Tutti insieme prendono il neonato – che in realtà ancora forse deve nascere – e lo rapiscono. Lui se ne stava lì beato sulla spiaggia, ingenuo ed incosciente affacciato al mare della spontaneità, pronto a prendere il largo, ma il signor Doveri urlava, il Senso di colpa si è svegliato, e quelle tre grandissime zoccole se lo sono portato via, con intenti non proprio casti.

Sorrido pensando alla mia zingarella che in questi giorni, all’angolo fra via Statilia e Via Emanuele Filiberto, si chiederà che fine io abbia fatto. Va be’ dai, lava ‘sto vetro! Lo vedi anche tu che è già pulito, ma tanto lo sai che con me non devi neanche chiedere. Penso a lei e a me e mi viene un po’ da piangere. Ma come cantano i Cure, i ragazzi non piangono.

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Così vicino, così lontano

Nessuno potrà mai toglierci quello che abbiamo ballato insieme (Proverbio Argentino).

D’estate mi trasferivo ad Anzio. Anche se era faticoso alzarsi presto e andare a prendere il treno per andare a lavorare, solo il fatto di dormire al mare mi faceva allungare la vacanza. O almeno l’idea. Quella mattina non avevo sentito la sveglia. Ero andato a dormire tardi, l’alcol, il caldo, avevo dormito sì e no quattro ore. E come spesso mi capitava avevo perso il treno delle 7 e 40. Mi alzo o rimango a letto? Ormai ero sveglio, meglio muoversi. Contavo di fermarmi al bar e tra la colazione e un giornale magari i minuti sarebbero passati più velocemente che a casa.

Così ero arrivato alla stazione, avevo controllato quasi per scaramanzia l’orario, che però non mi aveva riservato sorprese: perso quello il prossimo per Roma era alle 8 e 30. Avevo ordinato un caffè, al vetro come piace a me, un cornetto alla crema e mi ero piazzato al tavolino vicino all’entrata dove c’era una bella corrente d’aria che faceva sopportare il caldo fastidioso del quel torrido agosto.

Facevo finta di interessarmi dei fatti di cronaca e della politica nostrana, qualche notizia dagli esteri, le anticipazione della stagione cinematografica autunnale, le solite stupidaggini del calcio d’agosto. Forse ero ancora addormentato, oppure troppo distratto dalle notizie, non mi ero accorto che affianco a me, sullo stesso tavolo,  si era seduto un anziano signore.

Mi scusi. Lei era assorto nella lettura ed io non volevo disturbarla. Noi persone di una certa età siamo abitudinari e questo è il mio tavolo. Intendo, quello su cui mi siedo solitamente. Le dispiace?

Ma no, si figuri. C’è spazio per tutti. Continuavo a leggere ed insieme osservavo il mio imprevisto commensale. Un signore molto elegante, un’età indefinibile fra i 70 e gli 80, baffetti bianchi, pochi capelli ben pettinati all’indietro, pantaloni di cotone bianchi, una camicia celeste con una sottile cravatta avana. Aveva un profumo che non sentivo più da anni, il Drakkar noir. Non pensavo neanche fosse più in commercio, lo usavo anche io molti anni fa.

Sto aspettando la mia amata! Disse così, quasi fosse un pensiero espresso ad alta voce. Feci un sorriso, quasi a dire, “ah, che bello”. Oppure, “ah sì? Non me lo sarei mai aspettato”. Non so cosa dire in casi come questi. Ma forse lui non aspettava alcuna risposta. Lei  fa la maestra, arriva qui con il treno da Roma. Riusciamo a scambiare due parole, a volte neanche quelle. Uno sguardo, ma per me è sufficiente. Poi, però il pomeriggio prima di riprendere il treno che la riposta a casa riusciamo a fare un ballo o due. Lei sa ballare? Ballare? Io? Zompettare a ritmo di musica come un orso attento a non calpestare dei chiodi. No direi di no, non mi capita, non ho mai imparato.

Gran peccato sa! Ballare è fra le cose più belle del mondo. E’ quasi come fare l’amore. C’è bisogno di essere vicini, molto vicini, eppure ognuno deve avere il suo spazio. Bisogna toccarsi senza urtarsi, così vicini così lontani. E poi bisogna arrivare a pensare simultaneamente, sentendo la stessa melodia, andando allo stesso ritmo.

Sante, non si è vista neanche oggi eh? Gli gridò quello del bar. No, niente da fare. Non potevo non notare l’espressione ironica del barista. Il suo tono canzonatorio si scontrava con quello invece assolutamente serio del mio vicino di tavolo. Sante. Che nome antico. Bello però. E lui, abbassando il tono di voce, quasi sussurrando, non creda che io non sappia che il nostro barista si prende gioco di me. Lui è convinto che io sia un po’ pazzo. Che non tornerà più. Ma io invece sono convinto del contrario. Lei tornerà, scenderà da quel treno ed io sarò qui ad aspettarla.

Sono un tipo curioso. A quel punto mi sarebbe piaciuto chiedergli di più, chi era questa donna, quando si erano visti l’ultima volta. Ma quella conversazione mi metteva un po’ d’ansia, una sensazione di disagio. E poi tanto ci pensava lui a proseguire il suo monologo, quasi leggesse nella mente le mie curiosità.

Io lavoravo a Roma, la mattina ci incontravamo qui in stazione. Lei arrivava, io partivo. Non potevamo non incontrarci e allo stesso modo non potevamo non restare troppo insieme. Nel pomeriggio ci incontravamo nuovamente, ognuno di ritorno verso casa. Cominciammo a salutarci, quasi inevitabile, a prendere un caffè la mattina e una bibita più tardi. Lo vede quel locale là fuori, a fianco dell’edicola? Lì si ballava. Così una volta presi il coraggio a due mani e la invitai e da quel momento ogni giorno riuscivamo a fare almeno un ballo. Poi lei ripartiva. Una volta però perdemmo la concezione del tempo e continuammo a ballare tutta la sera. Lei perse il treno e rimanemmo insieme tutta la notte.

Hai capito Sante che tipetto! Ma quando sarà successo?

Non si faccia idee strane. Passeggiammo sul lungomare, sulla riviera di levante, mangiammo al porto, una gelato da Mennella e poi di nuovo a passeggiare. Quella notte Anzio era bellissima, illuminata dalle stelle, sembrava avvolta da un mantello, come quelli dei maghi. Sì, una notte davvero magica.

A quel punto incrociai lo sguardo del barista. Uno sguardo ammiccante, che cercava complicità, come per dire hai capito quant’è matto questo? Non si faccia incantare dalle chiacchiere di Sante. Sta arrivando il suo treno e se non si sbriga perde anche quello. Ma al diavolo il treno! Non posso andarmene così, senza sapere poi che è successo! A quando risalirà questa storia? Possibile che risalga al tempo della guerra, allo sbarco degli alleati? Signor Sante, io purtroppo devo andare. Arriva il mio treno. Mi dica, cosa è successo dopo quella notte?

Dopo? Perché, secondo lei, cos’altro doveva succedere?

Ma quanto tempo è passato?

Giovanotto, pensa davvero che il tempo sia così importante? Ma cosa vuole che mi importi del tempo! Cosa vuole che mi importi dei giorni, dei mesi, degli anni. Io la amo e lei sa che io sono qui ad aspettarla. E questo è l’unica cosa che conta. Guardai nuovamente il barista. Stavolta i suoi occhi avevano perso il sarcasmo precedente. Pagai la colazione, salutai il signor Sante che mi sorrise e fece un cenno con la mano e uscii. Il treno era al binario, la gente si accalcava per salire. Ma io quel giorno decisi che avrei fatto tardi.

 51 anni 9 mesi e 4 giorni: è questo il tempo che ho passato ad amarti (“L’amore ai tempi del colera”, Gabriel Garcia Marquez)

 

 

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Volevo solo rincorrere i miei sogni

Sognavo di essere un alieno. Che arriva sulla terra e ogni giorno scopre cose nuove. Ogni cosa è fonte di meraviglia, anche il banale, anche il quotidiano. Ogni cosa è stupore, è incanto. Vivere l’entusiasmo per trovare  l’entusiasmo di vivere.

Per questo poi ho sognato di essere un dj. Per dare voce a chiunque, per poter dire quello che mi pare, in faccia ai potenti e ai superbi. Gridare ogni giorno la mia passione, il non arrendersi, il comico e il tragico. La vita!

Quindi ho sognato di essere un professore. Non per salire in cattedra, anzi piuttosto per salire sui banchi, per spiegare agli altri la necessità di cambiare punto di vista. Non avrei avuto nulla da insegnare, perché le cose bisogna impararle da sé. Per questo non avrei voluto aule, ma prati verdi, spazi aperti, per rincorre i sogni e succhiare la vita fino al midollo.

Nel massimo dei miei sogni avrei voluto essere Peter Pan. Per non arrendersi alla realtà, per inventarsi un’isola che non c’è dove salvare tutti i bambini perduti. Dove  imparare a volare, sopra le cattiverie, le ansie e le preoccupazioni.

Infine avrei voluto una cosa impossibile. Ma l’avrei voluta davvero tanto! Avrei voluto essere una mamma. Perché nessuno mai potrà amare di più. Nessuno mai avrà così tanto da dire e da dare su questa terra.

Purtroppo però alla fine ero sempre e soltanto io.

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Quell’unico errore

Mentre tu sei l’assurdo in persona e ti vedi già vecchio e cadente, raccontare a tutta la gente, del tuo falso incidente…

Io volevo fare l’insegnante. Matematica o ancora meglio, scienze. Quanto mi piaceva studiare gli animali, le piante, l’origine della vita. Però giù al sud che futuro aveva un professore di scienze? Imparati un mestiere oppure entra nell’esercito, così avrai sempre un piatto caldo per te e per i tuoi figli. Così mi diceva mio padre. Mestieri non ho provati tanti, ma non ero capace a far nulla, l’esercito non mi piaceva, provai con la marina.

Il mare, i grandi spazi, forse era questa la strada giusta per me. Certo non era l’insegnamento, le aule universitarie fantasticate da ragazzo restavano nella mia mente, come un sogno irrealizzabile. Però ero bravo, ero davvero bravo. Sapevo pilotare meglio di chiunque altro e dopo qualche anno la marina non mi bastava più, potevo diventare ricco, potevo fare tanti di quei soldi che sarebbero bastati per i miei figli e per i figli dei miei figli. Forse aveva ragione il mio povero papà. Forse.

Poi, improvvisamente, una notte il mondo mi crollò addosso. Sì, certo, fui io a sbagliare. Ma quante volte sbagliamo e nessuno se ne accorge? Quante volte i nostri sbagli non hanno alcuna conseguenza? Io invece non fui così fortunato. Un errore, un unico errore scatenò la tragedia. Mi fece diventare un mostro da sbattere in prima pagina, il prototipo dell’italiano incapace ed infingardo. Una sola disattenzione, una è bastata a distruggere la mia vita, a farmi precipitare nel baratro.

L’errore era stato grande, tragico, ma la cosa peggiore, quello che più mi ha rovinato, è stata l’incapacità di gestirlo. Chi non fa non sbaglia mi hanno sempre insegnato. Sarebbe bastato un po’ più di freddezza, di lucidità. E un po’ più di coraggio. Magari sarei morto, ma sarei morto da eroe. Forse nessuno mi avrebbe incolpato più di tanto. Ma il coraggio, se non ce l’hai, come diceva Manzoni…

Io volevo fare il professore, non volevo essere un eroe. Ironia della sorte poi mi hanno chiamato davvero all’Università: non a fare una lezione, come maliziosamente hanno scritto i giornali, no. Mi hanno chiamato per 7 minuti, a raccontare il mio errore e soprattutto il modo sbagliato con cui l’ho gestito. Grande scandalo, l’assassino in cattedra! A chi importa sapere come sono andate le cose, a chi interessano i fatti? Io non sono più Francesco. No, io sono un simbolo. E la gente ha bisogno dei simboli: quelli buoni da imitare, quelli cattivi da additare. I fatti non interessano a nessuno.

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Nella gabbia

“I got sunshine in my stomach, Like I just rocked my baby to sleep. I got sunshine in my stomach. But I can’t keep me from creeping sleep. Sleep, deep in the deep.”

E così mi risvegliai dentro il mio stomaco. Non riuscivo bene a capire come fosse possibile: ero io, ero senza dubbio io, ma nello stesso tempo mi trovavo chiuso fra le pareti molli del mio addome. Eppure la sera prima ero andato a letto come sempre. Avevo cenato, avevo guardato un po’ di tv, ero stato su Facebook, su What’s up, sul blog  e poi ero andato a dormire. Com’era possibile? Provai a darsi un pizzico per svegliarmi…ahia! Provai a sferrare un cazzotto con tutta la forza che avevo in quell’ammasso di grasso in cui ero avvolto, ma l’unico risultato fu sentire una fitta fortissima nella mia pancia.

Niente da fare. Per quanto potesse sembrare paradossale, ero davvero prigioniero nelle mie viscere. Provai ad arrampicarsi verso l’alto: in fondo soffrivo da tempo di reflusso esofageo, se fossi riuscito ad arrivare su magari provocando un qualche spasmo sarei stato catapultato fuori. Anche perché l’altra via di uscita era terribilmente più inquietante!

Ma per quanto sforzi facessi non riuscivo ad aggrapparsi a nulla, le pareti morbide non mi davano nessun appiglio, affondavo  ad ogni passo, come quando provi a muoverti nella neve alta. Ma quale neve! Lì faceva un caldo asfissiante.

–      E’ inutile che ti agiti. Da lì non esci di certo.

–      Chi è? Chi ha parlato?

–      Non fare il finto tonto, lo sai benissimo. Sono il tuo stomaco.

–      Il mio che?

Sto decisamente impazzendo. O forse no. Effettivamente “Der Mensch ist was er isst”, lo diceva anche Feuerbach. Però essere rinchiusi all’interno del proprio stomaco penso sia un’esperienza unica. A quanti altri è capitato?

–      Finalmente ci sei riuscito! Ce ne hai messo del tempo. Da quant’è che provi ad entrare qui? Da quant’è che fai di tutto per rinchiuderti in questo rifugio protettivo, che escluda tutto il resto del mondo? Del resto è ormai da tempo che non hai più pensieri, che non hai più emozioni, al di fuori di me.

–      Stai zitto un attimo che devo pensare.

Forse devo semplicemente dire a me stesso che non sono qui. Non posso essere qui! Non è possibile che io sia prigioniero del mio stomaco! Sono benissimo in grado di gestire questa situazione.

–      Io sono più importante di te! Mi senti? Io sono più forte di te! Non rispondi eh! Perché lo sai che ho ragione. Io sono più forte di te, hai capito? Sono più forte, sono più forte, sono più forte! E posso benissimo liberarmi e andarmene quando voglio. Posso andarmene quando voglio, posso andarmene, posso uscire e andarmene…

–      Starai benissimo qui. Peccato solo che non hai portato il telefonino: potevamo farci un selfie e postare la foto su Facebook. Guardateci, siamo io e il mio stomaco! In pochi minuti migliaia di like assicurati. Quelli per te sono importanti, o sbaglio? Perché vuoi uscire fuori? Oramai dovresti saperlo…in fondo, che differenza c’è tra qui e fuori? Qual è il mondo reale e quale no? Sei prigioniero o sei finalmente arrivato dove volevi? Ed io, sono il tuo carceriere o la tua meta agognata?

Pensaci. Conta fino a dieci e pensaci prima di rispondere.

 

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Dittico Western. 2 – Knockin’ on the Heaven’s Door

 Ci sono due modi per tornare da una battaglia: con la testa del nemico o senza la propria

 

Domenica 25 giugno 1876. C’era un ombra fra le tue certezze. Fra le tue certezze di uomo di successo. Di uomo abituato a raggiungere tutti gli obiettivi con il massimo dei voti. Con il massimo dei voti e il plauso degli astanti. La tua lunga chiamo bionda, i tuoi baffi, tutto trasuda successo, anche il più piccolo particolare. L’immagine conta, eccome se conta e tu lo sai bene. Hai costruito la tua immagine giorno per giorno, senza tralasciare nulla, per arrivare ad essere quello che sei. Un mito, un eroe. E hai faticato per arrivarci, hai lavorato sodo, perché nessuno ti regala nulla. Ma c’era un’ombra. Ero io.

Mi hai difeso, hai cercato di proteggermi a volte. E mi hai spronato, hai provato a tirar fuori il meglio da me. Hai provato a darmi fiducia, mi hai insegnato a non accontentarmi perché c’è sempre da migliorare. Ma io non ero come te. Io non sono e non sarò mai al tuo livello. Tu sei una montagna troppo alta da scalare. Alla tua ombra mi sono riposato quando mi sentivo stanco e mi sono protetto quando fuori era troppo dura per stare. Ma non puoi chiedermi di essere alla tua altezza, di essere montagna come te.

Ci hai guidato tutta la notte, come sempre sei stato il primo, quello che ha dato l’esempio. Oggi ci sarà battaglia, hai detto. Oggi entreremo nella storia.  Ma stavolta George hai fatto male i tuoi calcoli. Stavolta il grande George ha sbagliato! Lo vedo nei tuoi occhi, l’ho visto tante volte quando guardavi me. Quando mi compativi e mi disprezzavi, perché non ero come avresti voluto. Ma ora finalmente è diverso. Ora stai guardando te stesso e la tua sconfitta.

Pensami come qualcuno che non ti sei mai immaginato. Ricordami come un eroe incompiuto.  C’ho provato George, fino all’ultimo, ma non ci riesco. Per essere eroe devo essere te. Per questo ora, nel giorno della tua sconfitta, ti salverò. E’ stato facile colpirti alle spalle, ti fidavi di me. E facevi bene, perché io non ti ho mai tradito. Deluso sì, forse, ma tradito mai. Ecco, ora che sei qui inerme sembri quasi un bambino. Ho tagliato i tuoi capelli mentre dormivi, nessuno si accorgerà dello scambio.  Finalmente potrò restituirti un po’ di quello che mi hai dato. Io guiderò il 7 cavalleggeri al massacro, io ti farò entrare nella storia e nella gloria. E mio sarà lo scalpo che stasera adornerà la tenda del nemico.

 

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Dittico western. 1 – Liliwhite Lilith

Cantami o diva dei pellerossa americani, le gesta erotiche di squaw pelle di luna.

Piccolo Falco non era ancora mai stato con una donna.

Sempre in giro per il selvaggio west con il suo papà, il grande capo dei Navajo, il mitico Aquila della notte, a combattere indiani cattivi, fuorilegge, banditi, rapinatori e chi più ne ha più ne metta. Sparatorie, scazzottate, risse, pericoli di ogni genere. Anche volendo, quando avrebbe avuto il tempo di inseguire qualche gonnella? Mica come quel gran furbone dello zio Kit, che da giovane aveva fatto stragi di cuori. Almeno a sentir lui. Certo, nonostante gli anni e il pizzetto bianco le donne ancora lo attiravano. Eccome se lo attiravano. Il padre no. Morta la moglie aveva chiuso con certe cose. Aveva ben altro a cui pensare!

Ed il regime monastico a cui si era votato era stato esteso automaticamente anche al giovin virgulto che lo seguiva come un ombra adorante. E così, Piccolo Falco cresceva forte e intrepido, leale e generoso come un cavaliere medievale, ma casto come un monaco di clausura. Ma non era mica giusto! Anche il fedele Tiger Jack gliel’aveva detto tante volte:

Smettila di portartelo sempre dietro! Fagli frequentare giovani e soprattutto fanciulle della sua età.

Alla lunga qualche dubbio si era insinuato anche nel grande capo, che aveva chiesto consiglio al saggio Sakem del villaggio Nuvola Rossa. Quest’ultimo convocò il giovane e lo fece sedere intorno al fuoco sacro, interrogandolo:

Piccolo Falco, sei diventato ormai un guerriero, forte e coraggioso, quasi come tuo padre. Adesso è ora però che diventi uomo.

Grande Sakem, ma io sono già un uomo!

Non ancora!

Ma, che devo fare ancora?

Parti verso ovest, nella direzione del sole che tramonta, parti da solo e vedrai che il grande spirito ti illuminerà e ti dirà che cosa dovrai fare.

Così Piccolo Falco partì sul far del tramonto, seguendo il percorso del sole che andava a morire dietro le colline. Sopraggiunse la notte e lui trovò riparo in una radura sul limitare del bosco. Si era appena addormentato quando fu svegliato dal rullo di un tamburo in lontananza. Per il suo orecchio abituato era fin troppo chiaro cosa volesse dire: qualcuno in quel momento era al palo della tortura. La curiosità superava ogni prudenza, doveva vedere chi era il malcapitato. Con tutte le accortezze che la lunga esperienza gli aveva insegnato si avviò verso il suono e…non si era sbagliato. In una radura poco distante una trentina di indiani stavano intorno ad un palo a cui era legata una vecchia orripilante.

Strega dei boschi, ormai non ci scappi più! Questa notte te ne tornerai nell’inferno da cui sei uscita e così finirai di tormentare i prodi guerrieri Apache!

E così dicendo fecero per dare fuoco agli arbusti messi ai piedi della vecchia legata, che da parte sua urlava sempre più. Ma come detto la prudenza non era fra le virtù principali di Piccolo Falco, che senza pensarci due volte si precipitò lì in mezzo, armi in pugno.

Vi ci sapete mettere, in trenta contro una povera vecchia eh! Ma dovrete fare i conti con me.

Il suo arrivo improvviso colse tutti di sorpresa e per un momento calò un silenzio che poteva essere preludio di uno scontro. Piccolo Falco era pronto a battersi, ogni muscolo teso per parare i possibili colpi, quando inaspettatamente, quello che doveva essere il capo degli Apache scoppiò in una risata fragorosa, ben presto seguito da tutti quanti. Piccolo Falco era completamente allibito…

Giovane cucciolo Navajo, cosa pensi di fare?Piombi qui da solo in mezzo a trenta guerrieri per fare cosa? Pensi di spaventarci?

Non permetterò questo crimine! Questa povera donna…

Sei pazzo! Non sai in che guai ti stai mettendo! Questa è la strega Lilith, che con i suoi sortilegi ha rovinato più d’uno di noi. Ora siamo riusciti a catturarla e a fissarla nel suo vero volto, ma se la liberi si trasformerà di nuovo e per te sarà la fine!

Io sono Piccolo Falco, figlio del grande Aquila della Notte e non ho paura delle vostre superstizioni!

Conosco tuo padre e so che è un guerriero saggio. Allora se è così ti concedo di liberare questa donna, ma tu sarai responsabile per lei. Dovrà restare con te ed io ti considererò responsabile di qualsiasi cosa potrà accadere in futuro per colpa sua.

E così sia, lei viene via con me ed io sarò responsabile per lei.

Detto questo liberò la vecchia e si allontanò da loro. Certo, non sarà stata una strega, come dicevano quegli sciocchi, ma per essere brutta lo era davvero! Pochi capelli bianchi ricoprivano un teschio ricoperto da una pelle gialla piena di macchie scure, sul viso scavato spiccava un naso aquilino sormontato da un porro enorme o forse una pustola.

Grazie, giovane guerriero Navajo. Ti devo la vita!

Quei codardi! Prendersela con una povera signora, come lei…

L’educazione impartitagli, il senso cavalleresco innato lo facevano parlare così, ma non gli impedivano di restare inorridito dalla bruttezza assoluta della donna, né potevano impedirgli di sentire quell’odore nauseabondo di formaggio andato a male, che emanava il corpo della vecchia, che per i troppi strapazzi piombò a terra svenuta. Il ragazzo rimase un attimo perplesso: l’aveva salvata, forse avrebbe potuto riprendere il suo cammino e…No, certo che non poteva abbandonarla! E così si fece forza, si turò il naso e chinatosi la prese facilmente in braccio per portarla al riparo. Trovò una grotta nei pressi del bosco e lì, ormai al sicuro, si addormentò. Ma quella notte evidentemente non doveva essere fatta per riposare, dopo neanche un’ora Piccolo Falco fu svegliato da una voce che lo chiamava per nome

Piccolo Falco, vieni qui, ho freddo, vieni qui vicino a me!

Il ragazzo si tirò su di botto, pensando ancora di dormire. La vecchia non c’era più e al suo posto c’era una bellissima ragazza dai lunghi capelli neri, la pelle d’argento e gli occhi verdi che brillavano alla luce della luna che con un gesto della mano lo attirava a sé.

Fu così che Piccolo Falco divenne uomo, come gli aveva detto il vecchio Nuvola Rossa.

Quando stava quasi per terminare quella notte magica e le prime luci dell’alba stavano diradando le tenebre, la ragazza gli parlò

Piccolo Falco, io sono davvero una strega! Hai visto i miei due volti, perché purtroppo doppia è la mia natura. Tu sei stato gentile con la mia parte orribile, mi hai salvato e non mi hai abbandonata nonostante sappiamo bene quanto possa essere terribile. Per questo ho deciso di svelarti anche la mia seconda faccia. Ora siamo legati per sempre, ma tu dovrai rispettare questa mia doppia natura. Per metà del tempo sarò una vecchia repellente e per l’altra metà sarò una splendida fanciulla. Tu avrai però la possibilità di scegliere quale dei due aspetti dovrò assumere di giorno e quale di notte.

Povero Piccolo Falco, che scelta crudele! Una donna meravigliosa al suo fianco durante il giorno, quando era con i suoi amici, ed una stregaccia orripilante la notte? O forse la compagnia della megera di giorno e una fanciulla incantevole di notte con cui dividere i momenti di intimità? Cosa scegliere?

Il nobile Piccolo Falco disse alla strega che avrebbe lasciato a lei la possibilità di decidere per se stessa. Sentendo ciò, la strega gli sorrise, e gli annunciò che sarebbe rimasta bellissima per tutto il tempo, proprio perchè lui l’aveva rispettata e l’aveva lasciata essere padrona di se stessa.

 

Non importa se la tua donna è bella o brutta, se è intelligente o stupida. Dentro di sé è sempre una strega (proverbio Navajo)

 

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La rosa sentinella

Do you know who you are? Do you know what’s happened to you? Do you want to live this way? (Grey’s Anatomy, 10 stagione, episodio 17)

Fin dal medioevo al principio di ogni filare di vite i contadini erano soliti piantare un cespuglio di rose. Non era per bellezza, non era per una qualche gusto estetico. Semplicemente la rosa era la sentinella: se qualche parassita era nei paraggi, avrebbe attaccato prima lei. E quindi era sufficiente guardare la rosa. Finché stava bene lei era tutto a posto e non c’era da preoccuparsi.

Ecco perché se fai parte del mio filare devi stare sereno.

On the long plain, see the rider in the night, see the chieftain, see the braves in cool moonlight. Who will love them, when they take another life. Who will hold them, when they tremble for the knife!

 

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La strada di casa

Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminare gioiosi verso l’avvenire.  (Ernesto Guevara)

C’è un qualcosa che ci appartiene dentro le strade che ci portano nei luoghi in cui ci sentiamo a casa. E’ come se la casa allargasse i suoi confini e cominciasse ad esserci molto prima di dov’è realmente. Un po’ come i ricordi. La memoria di un fatto comincia dai profumi, dai sapori, dai suoni che l’accompagnavano allora. Che quando risentiamo ci riportano indietro al momento in cui li abbiamo vissuti per la prima volta.

Le 5 e 30, Angelo sta alzando la serranda del bar, come ogni mattina. Una serranda pesante come i ricordi, che ogni mattina solleva sul cielo di Milano per provare a raccontarsi un futuro diverso. Raccontare il suo passato per spiegare, prima di tutto a se stesso, perché non doveva finire così. Delinea un invece, un come sarebbe dovuto essere. Che purtroppo non si è più realizzato.

Ed è quando non ritroviamo più i sapori, gli odori, i suoni della nostra memoria che cominciamo a dubitare dei fatti. Iniziamo a pensare che forse sono i nostri ricordi che sono fallaci, che in realtà ci stanno ingannando e che le cose non sono andate proprio come sembra a noi. E’ così che cominciamo a non trovare più la strada di casa.

Il primo ricordo arriva con Giovanni, che ogni mattina entra con la copia del Manifesto e comincia ad insultare un po’ tutti quanti. “Angelo, chi ce l’avrebbe detto eh? Fasci che si mascherano da comici! E comunisti che si mascherano da papi! Com’è che dicevamo? Impiccheremo l’ultimo Papa, con le budella dell’ultimo Re! Non si capisce davvero più nulla!”. La verità, caro Giovanni è che abbiamo perso quando abbiamo smesso di fare grandi sogni. Lottavamo per l’uguaglianza e ora ci vorremmo difendere da chi ha la pelle diversa dalla nostra. Lottavamo per la libertà e ora ci siamo abituati ad avere le strade piene di schiave. Volevamo abbattere lo stato ed ora ci accontenteremmo di non pagare le tasse.

Perché un fatto può essere interpretato in tanti modi. Tanti come può essere ricordato. Le spiegazioni però a volte servono poco. Non aiutano. Noi cerchiamo spiegazioni, cerchiamo ragioni, per trovare un senso, ma a volte più ragioni troviamo, più il senso ci sfugge. Rimane la rabbia per le nostre incapacità. Rimangono i rimpianti.

Poi entrano gli studenti e Angelo riesce finalmente a distrarsi, a non pensare. Il susseguirsi meccanico dei fatti impegna la mente e aiuta a concentrarsi sull’oggi. Ma basta una battuta, una voce più forte delle altre, una risata. Quanti anni avrai? Venti? Ventidue? Quanti ne aveva il mio Gabriele. Le barricate chiudono le strade, ma aprono le vie, questo pensavo allora. Mio padre partigiano mi regalò la voglia di libertà e il bisogno di impegnarmi per cambiare questo mondo marcio. Ed io invece cosa ti ho dato? Di tutti i sogni, di tutte le battaglie hai visto purtroppo solamente la parte finale, quando era rimasta solo la rabbia per la sconfitta.

Un errore rimane tale anche se lo vedi da lontano. Anche se questo lontano ha una distanza che non si misura in chilometri, ma in giorni o in anni. Un errore rimane tale anche se riusciamo a trovargli i motivi. Il tempo non accorcia la distanza, cancella i dettagli, con la pretesa di lasciare l’essenziale. Così però dimentica delle parti fondamentali, semplifica quando dovrebbe arricchire e così tradisce quello che fu.

Volevo evitarti i miei sbagli, volevo spianarti la strada perché avevo paura che ti saresti perso. Volevo darti tutto, ma non ti ho dato l’unica cosa che avrei davvero potuto regalarti, quella fiducia lucida ed incosciente che comunque sarebbe andata, noi ce l’avremmo fatta. E forse è per questo hai cercato dentro una siringa quello che non riuscivo a darti io.

Buon giorno signor Angelo! Su con la vita, oggi voglio vederla sorridere, lo vede che bel sole che c’è fuori?” “Ciao principessa. Mi sei mancata in questi giorni. Ma sì, in fondo hai ragione tu, c’è il sole, ed è appena entrato nel mio bar!” Allora forse una speranza rimane. Se c’è ancora qualcuno che non si arrende alla realtà e ha il coraggio, la forza, l’incoscienza di provare a cambiare, allora forse non era tutto un errore.

Forse non troverò più la strada di casa, ma ancora c’è qualcuno che insegue i miei sogni. E anche se io non sono riuscito a viverli, questo non significa che fossero sbagliati.

 

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Generare una stella che danza

Stai con me, ancora un po’ solo un momento, ti pagherò Soltanto un attimo, di nostalgia oppure per un attimo e poi vai via! E tu Parli, parli, parli di cose che passano e poi sogni, sogni sogni che poi svaniscono.

 

Non ha senso questa discussione” mi hai detto. Come se tutte le discussione dovrebero avere un senso.

In che senso?”  ti ho risposto io. Ma non era il senso che intendevi tu. Perché è proprio lì il problema: tu parli di senso come significato, io parlo di senso come direzione.

Se il senso è ricordo la direzione si chiama nostalgia e gira all’indietro, a tanti anni fa, a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Alle speranze che avevamo e che sono svanite in questi anni. Ma chi dà la direzione alle cose, ai sentimenti, alle intenzioni? E la direzione dev’essere sempre da un lato solo? Non potremmo cambiarla, ribaltarla, per farla andare invece come avrebbe dovuto?

Se riuscissimo a cambiare direzione, gli daremmo un altro senso e allora cambieremmo anche il significato. Questo probabilmente ci farà perdere qualche sicurezza, rischierà di farci andare in confusione, ma “ci vuole il caos dentro di sé per generare una stella che danza“. Dipende da noi.

E possiamo ancora farcela.