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Strani giorni, viviamo strani giorni

Nel giorno dei fantasmi e dei mostri, rispetto a zombi e vampiri, mi fanno molta più paura le persone che hanno soluzioni facili a problemi complessi. Chi ha la ragione dalla sua si sente autorizzato a qualsiasi atrocità, come la storia ormai ci avrebbe dovuto insegnare. Ma non impariamo mai.

D’altra parte, la notte delle streghe e dei morti viventi non è niente in confronto a una riforma costituzionale scritta da Giorgetta e company. Se siete amanti del brivido, se l’horror non vi spaventa, cari viaggiatori ermeneutici, fermatevi un attimo a pensare insieme la parola Costituzione e Salvini nella stessa frase. Altro che incubi!

E sempre a proposito di incubi, ieri notte, 30 ottobre, alle ore 23,30 a Roma c’erano 27 gradi. Magari non esattamente una mostruosità, ma neanche una bellezza.

E chiudiamo con una cosa che ho letto stamattina. A Padova, per la festa di Halloween, un alunno si è presentato a scuola vestito da nazista, con tanto di svastica, aquila e stivaloni. Ma la notizia non è questa. La notizia vera è che la giuria scolastica lo ha premiato per l’originalità del costume. I mostri sono vivi e lottano in mezzo a noi!

Mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave. Ma anche battaglie e massacri di uomini civili. L’uomo neozoico dell’era quaternaria. Strani giorni, viviamo strani giorni.

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Afidi e coccinelle

Parliamo delle coccinelle. Animaletti simpatici, colorati, tanto carucci, portano anche fortuna, tipo i quadrifogli o i ferri di cavallo. Le coccinelle che si mangiano gli afidi. Schifosissimi afidi che attaccano le nostre povere piantine. Evviva le coccinelle quindi che nella loro pur breve vita riescono a mangiare fino a 5000 afidi.

Ci piace l’animaletto carnivore, vorace fino allo spasimo, che divora senza pietà altri animaletti, le loro larve, le loro uova. E disprezziamo questi ultimi, vegeteriani fino al midollo, che al massimo possono intaccarci una zucchina o un pomodoro.

Chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti? Dove sta la ragione o dove il torto? La ragione sta con quelli che fanno pulizia, che aggrediscono per portare avanti la civiltà, oppure sta con i retrogradi, con quelli aggrediti, anche se sono brutti, sporchi e cattivi?

Nel 1948, al termine del protettorato britannico, l’idea iniziale era quello di creare due Stati, uno arabo ed uno israeliano. Ipotesi rifiutata dai palestinesi che vivevano lì e ovviamente non avevano nessun interesse a cedere metà (o quasi) della loro terra. Soprattutto rifiiutata dagli altri paesi arabi, che magari non avevano tanto a cuore il destino dei poveri palestinesi, ma non volevano la creazione di uno Stato ebraico confinante. Così cominciò una guerra che non è mai finita realmente, ma che al momento ha reso impossibile persino quel progetto iniziale. Oggi Israele controlla di fatto tutto il territorio e l’ipotesi della creazione di uno Stato palestinese è assolutamente irrealizzabile.

Il terrore e le armi non risolvono nulla, anzi, creano solamente le condizioni per prolungare il conflitto. Non a caso i disordini sono arrivati quando si stava avviando un timido tentativo di dialogo. Hamas, paradossamente, è il migliore alleato dei falchi israeliani al governo, che ora hanno nuovi argomenti per fomentare nuove invasioni. Mentre i vari potentati del mondo continueranno a fomentare l’una o l’altra parte per i loro interessi. Il tutto sulla pelle della povera gente. Israeliani e palestinesi possono essere entrambi afidi o coccinelle, martiri e carnefici. Ma finché non prenderanno coscienza che sono entrambi vittime di un sistema più grande di loro, non troveranno mai una soluzione di pace.

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Arnaldo e la luna

Ci sono uomini che, anche loro malgrado, rappresentano un’epoca. A volte sono persone qualunque: il cinese di fronte ai carrarmati di Piazza Tienanmen, il marinaio americano che bacia la bella francesina in Normandia. A volte sono personaggi famosi, grandi condottieri che la storia l’hanno fatta in prima persona, con le loro vittorie. A volte però la storia ti dà in sorte la parte del perdente e tu, agli occhi di tutti, resterai come l’immagine di una sconfitta.

Forlani è stato per molti anni a capo della Democrazia Cristiana e ha governato il Paese ricoprendo ruoli importanti, fondamentali. Agli occhi di tutti però resterà l’immagine dell’uomo sotto accusa, chiuso all’angolo da Di Pietro, schiacciato alle sue responsabilità. Nel palcoscenico della storia lui rappresenta la caduta di un sistema, è l’immagine della sconfitta dei partiti travolti dalla marea di Mani Pulite.

Altri più bravi di me sapranno dare spiegazioni articolate su quel passaggio storico, sul ruolo politico che ricoprì la magistratura, con tutte le implicazioni che ne seguirono. Qualcuno giudicherà positivamente, qualcuno avrà delle riserve, ma qui mi limito ad analizzare quell’immagine. A volte diciamo che non possiamo fermarci a guardare il dito, quando punta alla luna: Forlani sulla sedia degli imputati rappresenta il crollo di un sistema ed è corretto guardare la luna, la prima repubblica che lascia spazio ad un nuovo assetto politico.

A differenza di altri, nei trent’anni successivi è scomparso da ogni consesso, autoconfinatosi nell’oblio, chiuso in un senso di colpa che gli ha fatto assumere su di sé la responsabilità di un sistema di cui sicuramente faceva parte, ma di cui non penso fosse l’unico artefice. Una volta tanto abbiamo tutti guardato la luna, dimenticando il dito. Dimenticando soprattutto, che in questo caso il dito era un uomo.

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Sentite condoglianze

Ci sono certi argomenti che il sentire comune rifiuta. O edulcora. Nasconde. O ignora. Uno di questi, senza alcun dubbio, è la morte. Un’esperienza estrema, che ci tocca indistintamente tutti, ma che sempre di più viene rimossa, emarginata dentro i fatti di cronaca. Lì è onnipresente, c’è addirittura una sorta di curiosità morbosa nel mettere in risalto alcuni particolari dolorosi, che fa da contraltare al silenzio in cui invece è avvolta la morte quando si tratta di eventi personali, che ci toccano da vicino.

Quindi, della morte dei lontani si può anzi si deve parlare, di quella dei vicini meglio evitare, del fatto che prima o poi toccherà anche a noi, silenzio assoluto. Non so se il non parlarne implica il non pensarci. Sono propenso a credere che non sia così, ma poi ognuno fa i conti con se stesso, con questa come con altre esperienze fondanti. Certo, anche alla luce di quello che mi è capitato di recente con la scomparsa di papà, posso dire che è molto singolare vedere la reazione di chi ti sta intorno. Sicuramente, comprendi bene chi ti è realmente vicino o su chi puoi davvero contare.

E poi ci sono tutti gli altri. Chi vorrebbe ma non ce la fa. Chi proprio non sa cosa dire o fare, chi si defila e chi non si presenta affatto. Se le parole hanno un senso, bisognerebbe scrivere un decalogo di quello che non si dovrebbe dire in queste occasioni. Ma non perché ci siano parole o frasi più o meno adatte, ma perché se vuoi esserci, se vuoi mostrare la tua vicinanza, certe cose non andrebbero proprio dette.

I saluti sono cordiali, gli auguri affettuosi, le condoglianze (etimologicamente, il con-dolersi, il partecipare al dolore dell’altro) sono sentite. Perché? Perché sottolineare l’aspetto del sentire? E’ come a dire, “credimi, anche io sento il tuo dolore“. Ma poi sarà davvero così?

Qui finiva inizialmente questo post. Ma poi succede che muore anche Berlusconi (ah quante volte ci avevo scherzato con papà che non lo poteva vedere neanche dipinto!) E allora non potevo non fare una postilla. Chissà se davvero tutti coloro che piangono Berlusconi in questi giorni sentono il dolore dei suoi congiunti, compartecipano alle loro doglianze?

Si può condolere della morte dell’uomo che ha messo in pratica punto per punto il programma della P2, che ha avuto fra i suoi più stretti collaboratori persone legate alla mafia, che ha mercificato la figura della donna senza nascondere una spiccata predilezione per le minorenni? Poi, per carità, “ha fatto anche cose buone“, come si diceva per un altro protagonista della nostra storia. Se avesse pagato per le sue scorrettezze e illegalità, avremmo potuto forse sottolineare i successi in politica, nelle TV, nello sport, avremmo potuto riconoscere le sue indubbie capacità imprenditoriali. Insomma potremmo esaltare il bene, se il male, almeno in parte, fosse stato punito.

Ma così non è andata. Perché la giustizia non è riuscita ad arrivare dove doveva, perché Berlusconi ha fatto in modo di rendersi intoccabile. E oggi dobbiamo riconoscere che è morto un uomo che ha sempre fatto quello che voleva senza pagare dazio. Persino la sua morte è sfuggita alla normalità. Anche qui è riuscito ad andare oltre, coinvolgendo tutti ad un lutto nazionale, come neanche i più grandi padri della patria. Possiamo con-dolerci quindi, possiamo tacere, nel rispetto dovuto di fronte alla morte. Ma quanto sentite saranno queste con-doglianze lasciamolo giudicare ai suoi stretti congiunti. Il resto invece lasciamolo giudicare alla Storia.

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Se andare a votare diventa una cosa da boomer

E così anche queste elezioni regionali ce le siamo tolti di mezzo. Nessun risultato inatteso, se non un’affluenza ancora minore rispetto alle più nere previsioni: complessivamente nel Lazio e in Lombardia ha votato il 42% degli aventi diritto, con punte estreme come a Roma del 33%. Nella capitale 2 elettori su 3 sono rimasti a casa.

E’ vero che ormai le grandi ideologie sono tramontate, siamo di fronte ad un voto liquido, basti vedere la grande differenza tra una votazione ed un’altra, con astri nascenti che prendono migliai di voti e poi alle elezioni successive subiscono disfatte clamorose. E’ vero pure che forse in democrazie mature, quando le differenze si assottigliano perché le politiche proposte non si discostano poi le une dalle altre, non c’è più l’esigenza di identificarsi con un partito o uno schieramento. In America, da decenni ormai le percentuali di voto non raggiungono neanche lontanamente la metà degli aventi diritto, perché tra democratici e repubblicani a volte le differenze neanche si percepiscono.

Ancora non sono uscite le distinzioni per fasce d’età, sarei molto curioso di conoscere la percentuale dei votanti sotto i 25 anni. I miei due figli (21 e 24 anni), nonostante i miei rimbrotti, non sono andati a votare e a sentir loro nessuno dei loro amici ha sentito il bisogno di esercitare questo diritto/dovere fondamentale. Se penso alla mia adolescenza, quando per l’appartenenza politica si rischiava la vita e gli scontri fra chi era da una parte e chi era dall’altra lasciavano i morti per le strade, devo riconoscere che viviamo in una fase più matura, più equilibrata.

Eppure questo disinteresse, figlio del disincanto (sono tutti uguali), dovrebbe far riflettere tutti quanti. Sono convinto che la classe politica sia lo specchio della società che la esprime, quindi non credo debba partire da loro, non credo che sarebbero capaci di autorinnovarsi, neanche se lo volessero. Ma se queste forme di rappresentanza tradizionali non intercettano più i bisogni delle persone (e dei giovani in particolare), il vuoto che si crea necessariamente sarà riempito da qualcos’altro. I giovani che non vanno a votare perché non si riconoscono nei partiti non è vero che non hanno delle idee sui diritti civili, sul lavoro, sulla guerra o più in generale sul futuro. A loro (e a noi con loro) resta il compito di non farsi manipolare, perché nella società attuale, fra social, web e influencer il rischio è molto alto. Ma io voglio credere che non siano così sprovveduti come a volte pensiamo.

Già da tempo assistiamo a forme di mobilitazione alternative rispetto a quelle tradizionale (pensiamo ai friday for future o alle iniziative che rientrano nel cosiddetto “voto con il portafoglio”), in cui le scelte individuali del cittadino si uniscono per dare un indirizzo preciso, per mandare un segnale forte a chi decide, forse anche più incisivo rispetto a quello che si esprime con una scheda elettorale. Chi saprà intercettarlo, chi sarà capace di esprimerlo meglio e in maniera più organica di altri, avrà compiuto un passo importante, forse decisivo, per interpretare la volontà della maggioranza delle persone.

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Ma il merito è di sinistra o di destra?

Mi ricollego al mio ultimo post e torno a parlare di merito. Come ho scritto lì, sono sempre più convinto che sia l’unica discriminante che dovremmo mantenere. O almeno dovrebbe essere così, perché nella realtà dei fatti sappiamo bene che in molti ambiti invece viene dopo molte altre variabili, quando non viene proprio preso in considerazione.

Recentemente c’è stata una polemica legata al cambio di denominazione del Ministero della pubblica istruzioni, chiamato nel nuovo governo Ministero dell’istruzione e del merito. Polemiche legate alla paura che inserire il concetto di merito possa in qualche modo ledere il diritto all’universalità, alle pari opportunità che devono essere garantite nell’istruzione. Lo Stato deve garantire una base di conoscenze uguali per tutte o deve valorizzare il merito, mettendo in condizione i migliori di poter emergere? E perché la prima cosa dovrebbe essere alternativa alla seconda?

Purtroppo a volte, soprattutto a sinistra, si è puntato molto su questa alternativa. Come se, per garantire uguali condizioni di partenza per tutti gli atleti, si decidesse di far gareggiare i più bravi con gli occhi bendati. E’ un dato di fatto che le persone non siano uguali, che non abbiano tutte le stesse capacità e soprattutto che non provengano dagli stessi contesti. E’ il caso, la fortuna o il Padreterno a farci nascere a Montesacro da una famiglia benestante o in una megalopoli africana senza un padre e una madre. Per quante capacità o doti innate una persona possa avere è quindi scontato che nel primo caso riuscirà a metterle a frutto più facilmente, a prescindere dal merito.

Ma se ancora ha un senso la differenza fra destra e sinistra, dovrebbe essere evidente proprio qui. Un politica di sinistra deve agire sulle condizioni di partenza per cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni iniziali, deve aiutare chi non è stato fortunato quando il mazziere dava le carte, per dare un’occasione anche a lui per farsi valere. Poi però starà a lui giocarsi le proprie possibilità, con la garanzia che non ci saranno sconti, non varrà la provenienza, il cognome, il colore della pelle o i gusti sessuali: farà strada e avrà successo chi lo merita, solo e soltanto per quello.

Che poi questo non significa buttare a mare tutti gli altri, ma valorizzare ciò che di buono ciascuno può fare. A beneficio suo, ma anche di tutta la comunità di cui fa parte. Scopri quello che sai fare, quello che ti piace fare e cerca di farlo nel migliore dei modi. Questo dovrebbe fare un sistema che funziona, che riesce a far emergere le potenzialità di ognuno, perché ciascuno di noi è bravo a fare qualcosa e meno bravo a fare altro. Non tutti sanno nuotare non tutti si sanno arrampicare. Ma chi è bravo a farlo perché non dovrebbe essere premiato? Toglie qualcosa a chi non ci riesce?

Poi un’altra volta parleremo su come si possa giudicare il merito in maniera oggettiva, perché al solito, il come fa la differenza.

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Quando sei il presidente di tutti

Ti alzi una mattina, in una giornata di sole in queste adorabili ottobrate romane, che profumano di ottimismo come una canzone di Phil Collins. Ormai hai passato gli ottantuno e forse sarà anche vero che a diciotto anni sai delle cose che poi da grande non saprai più, ma in fondo basta invertire le cifre e puoi riscoprire gli antichi ardori. Quelli che ti risvegliano lo spirito di squadra, che ti fanno sentire il capo del gruppo, responsabile per tutti. Anche di quelli a cui sei meno legato. Anche quelli che più o meno velatamente non sopporti.

Come l’allenatore di una squadra, che di fronte agli altri difende tutti i componenti, anche il pippone di turno. Ma è il nostro pippone e solo noi possiamo deriderlo, che nessuno da fuori si permetta. Oppure come il figlio stupido, che a volte può capitare, anche nelle migliori famiglie. Tu gli vuoi bene lo stesso, anche se passi il tempo a cazziarlo, ma da fuori nessuno si azzardi a dire nulla.

Certo chi l’avrebbe detto! Tu poi te ne volevi andare, ma loro niente, tutti lì ad insistere: dai rimani, come facciamo senza di te…Che tocca fare quando sei il Presidente di tutti!

Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. E tu mi fai, “dobbiamo andare al cinema”, ma al cinema vacci tu!

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Né carne, né pesce. Considerazioni elettorali (stavolta neanche troppo minchione)

Dopo il post a caldo, provo a fare delle considerazioni un po’ più serie sul risultato delle ultime elezioni. In generale la vittoria della destra ed in particolare dell’unico partito che nella scorsa legislatura è stato all’opposizione, era una scommessa facile da vincere. Un rigore a porta vuota.

Con la partecipazione più bassa nella storia della repubblica e il calo (-9 punti) più consistente mai visto tra un’elezione e l’altra, si consolida una tendenza emersa nelle ultime votazioni: nel 2014 Renzi raggiunse il 40% e poi crollò al 18%, nel 2018 il M5S arrivò al 32% e ora ha meno della metà col 15%, nel 2019 Salvini volò al 34% e ora è precipitato sotto il 10%. il voto si conquista parlando alla pancia: soluzioni semplici a problemi complessi, la cifra del populismo. Poi, ovviamente, una volta che le mirabolanti promesse vengono smentite dai fatti, si gira la ruota e si pesca il nuovo imbonitore di turno. In un Paese con la memoria storica di un pesce rosso, nulla di nuovo sotto il sole.

Il problema vero, dal punto di vista di elettore di sinistra, è il mio partito di riferimento. Il tanto vituperato Partito Democratico: partito chissà per dove e chissà per quanto tempo. Erede di due tradizioni distanti fra loro, ma accomunate da principi di solidarietà, di vicinanza alle esigenze delle classi medio piccole, con un senso dello Stato sociale forte, mi sembra abbia perso la sua identità. Dei due partiti da cui è derivato, sembra abbia mantenuto solamente la spocchia elitaria del PCI e la pervasiva occupazione delle poltrone della DC.

Aver fatto nascere, crescere, prosperare un movimento come i 5 stelle, averli fatti diventare attraverso un processo lungo e faticoso, i difensori dei diritti dei più deboli, i paladini dell’intervento dello Stato sull’economia, insomma un partito socialdemocratico, è stato il suicidio perfetto del PD. Che nel frattempo è diventato cosa? Il contenitore di tutto e del suo contrario: un partito socialista, ma anche liberista, ecologista, ma anche europeista, di sinistra, ma anche di centro. Insomma, un partito senza identità e quindi senza prospettive. Chiunque sento fra chi l’ha votato (io per primo), lo ha fatto senza entusiasmo, “turandosi il naso”, “perché non c’è alternativa”, “per paura dei fascisti”.

Inseguire Calenda/Renzi, insistere con la presunta agenda Draghi, è stato l’ennesimo errore, figlio o forse nipote del “maanchismo” di Veltroniana memoria. Ma a furia di dire e fare questo “ma anche” quest’altro, abbiamo perso di vista l’essenziale. E non è che cambiare segretario ogni due anni possa cambiare le cose, se poi tutto il resto rimane inalterato. “Dì qualcosa di sinistra”, implorava Nanni Moretti a D’Alema già vent’anni fa e mai come adesso è ridiventato di attualità. Lasciamo i liberali, liberisti alle loro idee e al loro percorso: noi siamo un’altra cosa. E forse per tornare ad essere se stessi e far tornare a votare buona parte di quel 35% che è rimasto a casa, c’è bisogno di una rivoluzione, perché con un semplice restyling non si va da nessuna parte.

Ultima considerazione. Questa destra non mi rappresenta in nulla e anzi riunisce insieme tutto ciò che ritengo distante dal mio modo di pensare. Ho il timore che porteranno avanti idee ed iniziative che non condividerò. Ma forse, tra qualche mese, il timore peggiore sarà dover prendere atto che in realtà non hanno fatto nulla di radicalmente diverso da quello che è stato fatto negli ultimi anni. E allora quel 35% magari tutti i torti non ce li aveva.

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Troppo facile dare della cretina a Laura Pausini

Che di par suo certo non credo potrebbe laurearsi in astrofisica. E probabilmente avrebbe difficoltà anche con la riduzione eidetica di Husserl. Però, al di là delle facili ironie che si sono scatenate sui social sulla sua decisione di non cantare Bella Ciao (anche da parte mia), purtroppo tutti i torti non ce li ha avuti.

E’ un bellissima canzone che io adoro, un canto di libertà contro ogni dittatura, che purtroppo però nel mio Paese è diventata il simbolo di una parte politica“. Ecco, avesse detto così, penso nessuno avrebbe avuto da ridire. Infatti il problema non è il noumeno Bella Ciao (ma stesso discorso potremmo fare per il 25 aprile), ma il fenomeno che ci è cresciuto accanto. Sarebbe bello poter dire che quello non è un canto divisivo, che non appartiene ad una parte politica, che dovrebbe invece rappresentare tutti coloro che credono nella democrazia. Come sarebbe bello che il 25 aprile fosse davvero la festa della liberazione, contro ogni tirannide. Ma perché non è così?

A destra si dice che è colpa della sinistra, perché si è impossessata dell’uno (il canto) e dell’altro (il 25 aprile), per farne un qualcosa appunto di parte. A sinistra, ovviamente, si dice che la colpa è della destra che di fondo non è democratica e quindi rifiuta i simboli della resistenza contro il nazifascismo. Io penso che abbiano ragione entrambi e che entrambe le spiegazioni siano valide.

Ha ragione la sinistra, perché finché un persona di destra non canterà a squarciagola e non si sentirà rappresentato da quello che significa quel canto e quella festa, non saremo un Paese normale. Ma ha ragione anche la destra, perché (ahimè!) la sinistra ha fatto molto poco per cercare di allargare questi valori, anzi si è sempre sforzata di mantenerli all’interno del suo recinto. Come non ha fatto nulla per dialogare e quindi legittimare una destra autenticamente antifascista.

E così Bella Ciao (che detto per inciso, come ricordava Bocca, non era un canto partigiano, bensì una melodia tradizionale a cui fu aggiunto il testo che conosciamo solo nel 53, quando la resistenza era bella che finita), diventa un canto di liberazione universale, cantato nei telefilm spagnoli, nei balconi durante il lockdown in Germania, dalle donne curde, ma in Italia non si può cantare, perché è diventato un canto di parte. Come sempre accade, raccogliamo quello che abbiamo seminato, ma stavolta la colpa non è di una parte sola. E nemmeno della Pausini.