E qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure, e cancello il tuo nome dalla mia facciata. E confondo i miei alibi, e le tue ragioni. I miei alibi e le tue ragioni…
Non me l’aspettavo. Da te no. Eri il più solido, il più forte. Mai un cedimento, mai uno scricchiolio. Eri quello su cui contare, su cui fare affidamento. Se me l’avessero detto non c’avrei creduto. Su tutti avrei dubitato, ma su di te no.
Il guaio non è stata la cultura. Qualcuno in effetti diceva…troppi libri, dai retta a me! Troppi!” Ma io non credo che sia così. No, non lo credo affatto.
Il problema vero sono stati i ricordi. La memoria del passato, di quello che fu: questo ti ha fatto crollare. Uno accumula, accumula, archivia, ma alla fine è troppo. Troppe immagini, troppe storie.
Che poi è anche colpa nostra. Ma che bisogno c’era di tenere tutto, di non buttare mai via niente? Non potevamo fare pulizia? E capisco le foto, capisco la musica, capisco i quaderni…ma che bisogna c’era di tenersi tutti quei Floppy Disk che non legge più nessuno?
E così sei crollato anche tu, mio vecchio e fido ripiano.
Potrebbe davvero, davvero, davvero succedere Quando i giorni ti sembrano fallire Bene, lasciali andare
E all’improvviso cambia la scena. Lo sfondo è diverso, diversi sono gli interpreti, i protagonisti e le comparse. Quello che avevi dato per scontato, già detto, già sentito, tutto quello che avevi imparato, la cose che sapevi fare, tutto azzerato, si ricomincia. Sarai abbastanza coraggioso per accettare tutto questo?
Devi ripartire da capo, come se nulla ci fosse stato prima. Battaglie, vittorie, sconfitte, nulla conta più perché ti sei lasciato alle spalle quello che avevi vissuto fino a quel momento. Ci sono nuovi strumenti da suonare, nuove melodie da creare e tu sei un principiante assoluto. Sarai abbastanza forte per adeguarti a tutto questo?
Non hai più punti di riferimento, le certezze che avevi, l’ovvio e lo scontato: non c’è più nulla di ovvio, né di scontato. Perché tu e la tua bella faccia, il tuo sorriso paraculo, la tua insana curiosità, la voglia di stupire, la paura di annoiare, tu insomma hai voltato pagina. E questo non è il nuovo capitolo di una storia vecchia. E’ il primo capitolo di una nuova storia. Sarai abbastanza folle per volere tutto questo?
Non è mica facile costruire una casa. Diamo per scontato che sei un ingegnere e pure architetto. Insomma lo sai fare. O comunque, presumi di saperlo. Anche perché per far bene una casa devi essere convinto di essere bravo. Questo è il presupposto, altrimenti meglio lasciar perdere.
Come la farai la tua casa? Cercherai di farla solida, fondata sulla roccia, che duri nel tempo? Oppure preferirai che sia bella? Ma dovrà essere bella per te che la guardi, per chi gli passa davanti e dice, “guarda questo che bella casa che ha costruito“, oppure la vorrai fare bella in sé, che la sua bellezza basti a se stessa?
Sarà una casa appariscente, che ruberà la scena a quelle intorno, che spiccherà sulla massa, oppure sarà in armonia con lo scenario che la circonderà? La riempirai di particolari per farla essere unica, ma capirai quando fermarti per non esagerare, per non soffocarla di cose belle, ma anche inutili?
Cercherai di curarne i particolari, scegliendo per lei i materiali più pregiati, quelli di valore, oppure preferirai la semplicità, le cose funzionali, quelle che servono per rendere comoda la vita?
Quando ne costruirai un’altra ti baserai sull’esperienza accumulata e cercherai di replicarla o avrai la pazienza e la fantasia di ricominciare da capo, sapendo che nessuna casa sarà mai uguale ad un’altra?
Nel costruire una casa può capitare di accorgersi che poi vien fuori un’infiltrazione o una crepa. Allora che succederà, darai la colpa ai materiali, al destino cinico e baro? Cercherai di metterci una pezza, ti vergognerai del tuo errore o avrai il coraggio di vincere gli imbarazzi e ammettere che hai fatto uno stronzata?
E poi, ad un certo punto della tua vita, ti fermerai alle case che hai costruito, penserai di aver concluso e ti sentirai soddisfatto del lavoro oppure saprai rimetterti in discussione e avrai l’incoscienza e la fiducia di credere che ci sarà sempre un’altra casa da costruire?
Costruire una casa può essere molto faticoso, ma senza dubbio vale la pena provarci. Che poi qualcuno pensa che in fondo sia la cosa più semplice del mondo. Come bere…più facile che respirare.
E’ inutile negarlo. Sembra assurdo, eppure è così. Del resto, voglio dire, vi sembra normale che un comico, uno che dovrebbe far ridere la gente, si mette in testa di fondare un partito e la gente lo vota? E’ normale? E mica lo votano in quattro, che già sarebbe originale. No! Lo vota il 25% degli italiani! Quindi perché stupirsi.
Ma poi, vi sembra normale che ci sia così tanta gente che va in giro per la città con tanto di carrelli della spesa a ravanare dentro i cassonetti della mondezza? Perché prima non c’erano? E non mi dite che è un sintomo dei tempi, che è segno della povertà dilagante…ma quando mai! I morti di fame ci sono sempre stati. Qualcuno chiedeva l’elemosina, qualcun’altro puliva i vetri ai semafori e qualche altro andava a rubare. Ma la vera domanda è: ma che ci troveranno mai dentro i suddetti cassonetti?
Ammettiamolo, il mondo è strano, la realtà non è poi così razionale come pensiamo. Quindi, perché stupirsi se questi buffi premi che girano su wordpress hanno così tanto successo? Uno si mette a scrivere racconti, qualcuno si abbandono a riflessioni filosofiche, qualcun’altro fa rivelazioni intime. E poi ti accorgi dalle statistiche che niente ha così tanto seguito come i post sui premi. Un po’ sono come carezze che ci scambiamo fra noi, un po’ sono rotture di zebedei. Però piacciono!
E allora, sai che c’è? Me ne invento uno pure io! Il Superteleminchione Blog Award. Le regole sono un po’ particolari. Non serve rispondere a domande, non bisogna inserire nessuna immagine, non è necessario scassare la uallera a nessun altro. Tranquille divinità di WordPress e anche voi burattini senza fili. Non vi chiamerò in causa creature vetrate, madame francesi o astri dell’estremo oriente. Qui te la canti e te la soni. Fai la giuria, il valletto e il premiato, Insomma, una sega intellettuale in piena regola. Autoerotismo allo stato puro.
Se volete anche voi vincere il Superteleminchione Blog Award dovrete, rigorosamente stando in piedi su una gamba sola, con mano sul cuore e voce stentorea, ripetere tre volte a voce alta “me ne infischio se è nevischio se c’è nebbia il vento fischia perchè il vento se ne infischia“. E il premio sarà vostro.
Qui fioccano i premi! E quindi non posso esimermi dal ringraziare la mia amica Sun di http://pensieridistesialsole.wordpress.com/ che mi ha voluto nominare per questo premio.
D’altra parte, probabilmente, la povera Sun deve aver preso un colpo di Sun, perché questo premio va indirizzato ad un blog del quale si vogliono riconoscere i valori personali, etici, culturali e letterari trasmessi attraverso la scrittura.
Sun, ma sei proprio sicura? Io però te l’avevo detto che mischiare barricata e limoncello a volte fa dire e fare cose imprevedibili…a volte, mica sempre 🙂
Stai con me, ancora un po’ solo un momento, ti pagherò Soltanto un attimo, di nostalgia oppure per un attimo e poi vai via! E tu Parli, parli, parli di cose che passano e poi sogni, sogni sogni che poi svaniscono.
“Non ha senso questa discussione” mi hai detto. Come se tutte le discussione dovrebero avere un senso.
“In che senso?” ti ho risposto io. Ma non era il senso che intendevi tu. Perché è proprio lì il problema: tu parli di senso come significato, io parlo di senso come direzione.
Se il senso è ricordo la direzione si chiama nostalgia e gira all’indietro, a tanti anni fa, a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Alle speranze che avevamo e che sono svanite in questi anni. Ma chi dà la direzione alle cose, ai sentimenti, alle intenzioni? E la direzione dev’essere sempre da un lato solo? Non potremmo cambiarla, ribaltarla, per farla andare invece come avrebbe dovuto?
Se riuscissimo a cambiare direzione, gli daremmo un altro senso e allora cambieremmo anche il significato. Questo probabilmente ci farà perdere qualche sicurezza, rischierà di farci andare in confusione, ma “ci vuole il caos dentro di sé per generare una stella che danza“. Dipende da noi.
I’ve nothing much to offer, there’s nothing much to take. I’m an absolute beginner and I’m absolutely sane. As long as we’re together, the rest can go to hell. I absolutely love you, but we’re absolute beginners. With eyes completely open, but nervous all the same
G. si diede un ultima ritoccata ai capelli. Per la centosedicesima volta. Si infilò il cappello e uscì fuori. Ne aveva viste troppe, voleva dimenticare e insieme voleva ricordare. Perché non si ricordava più come si faceva ad amare. Non si ricordava più cosa bisognasse fare, cosa bisognasse dire.
I. aspettava senza attendere. Non si aspetta più nulla, perché aveva deciso di non soffrire più. In cuor suo però non aveva abbandonato la speranza. Aveva solo bisogno di una scintilla. Che riaccendesse il suo cuore.
If our love song could fly over mountains could laugh at the ocean, sail over heartaches. Just like the films, there’s no reason to feel all the hard times to lay down the hard lines. It’s absolutely true.
G. si era fatto avanti, aveva preso il coraggio a due mani, in quella calda mattinata di agosto. Era stato semplice, non c’erano state montagne da scalare o mari da attraversare. Era stato naturale, si erano guardati negli occhi e si erano riconosciuti. Si erano riconosciuti prima di conoscersi. Questione di feeling, affinità elettive, casi unici, irripetibili.
Fammi vivere questo sogno, non credi che me lo merito anch’io?
Prima di ogni ragionamento, prima di ogni paura. G. si era buttato. Non ci sarà bisogno di parlare, non ci sarà bisogno di dire una sola parola, devi solo guardarmi negli occhi. Abbasserò le mie difese, potrai colpirmi, potrai ferirmi e farmi male davvero, che altra alternativa ho? Ma se mi lasci entrare non andrò più via. Sarebbe stato più facile se avessimo saputo cosa fare, ma non sarebbe stato altrettanto bello.
Nothing much could happen, nothing we can’t shake. Oh we’re absolute beginners, with nothing much at stake ss long as you’re still smiling there’s nothing more I need. I absolutely love you, but we’re absolute beginners. But if my love is your love, we’re certain to succeed.
Da parte mia fui fortunato. Fui molto fortunato. Dal mio angolino, testimone inconsapevole della nascita di un grande amore. Cos’altro potevo chiedere ancora alla vita? Accesi la macchina, inquadrai la scena e misi a fuoco. Uno scatto per l’eternità.
E mica solo il mitico Franti (anche voi da piccoli avete letto il libro Cuore?). Lo sapete, faccio il tifo per la squadra che (ahimè) nell’immaginario collettivo italiano ed europeo è sinonimo di fascismo. Tra Bobby e JR non ho mai avuto dubbi…dai, quel piagnone di Bobby era davvero insopportabile! Insomma, parteggio sempre per quelli antipatici. E’ più forte di me!
Sara per questo che Moretti, l’insopportabile Moretti, non mi sembra abbiamo poi tutti questi torti. O forse sarà per reazione a questo becero populismo demagogico che mi fa venire il vomito peggio dell’essere chiuso in macchina con uno che ha appena pestato una merda di cane.
Intendiamoci, Moretti è antipatico. E anche un po’ testa di mingola, perché dire certe cose, in questo modo e in questo momento è come se il lupo cattivo avesse detto “e va be’, però era vecchia e aveva anche l’alito cattivo”. Mauretto, Mauretto, ma cosa ti è venuto in mente? Oppure l’hai fatto apposta. Dillo che l’hai fatto apposta! Dillo che ti diverti a mostrare a tutti quanto sei stronzo!
Ma non solo stronzo. Anche bravo! Molto bravo. Almeno a giudicare da quello che è riuscito a combinare alle Ferrovie. E lo so, fa tanto fico compatire i poveri pendolari che devono prendere treni indecenti. Ma perché nessuno dice che il trasporto regionale dipende (appunto) dalle regioni? Che sono queste fantomatiche entità a dover dare i soldi alle ferrovie per quel tipo di trasporto? Insomma, che l’esimio (e stronzissimo) ingegner Moretti c’entra veramente molto poco su quel tipo di trasporto?
Su quello che gli compete invece, in soli sei anni, ha cambiato il modo di spostarsi degli italiani. Ma sei anni fa chi prendeva il treno per andare a Milano? Ammettiamolo. E’ un personaggio insopportabile e chi lo conosce veramente giura che in realtà è anche peggio. Ha un ego ipertrofico che neanche Superman dopo che ha salvato la terra…ma è bravo! E guadagna 10 volte meno di quanto guadagna l’amministratore delegato di una qualsiasi banca.
Il discorso è analogo a quello che si fece a suo tempo con i medici dell’ospedale. Se nelle strutture private i medici guadagnano 10, 50, 100 volte di più che nelle strutture pubbliche, secondo voi, uno bravo dove andrà a lavorare? Ecco, appunto. Se vogliamo che le aziende pubbliche funzioni, dobbiamo cercare di metterne a capo gente capace. E la gente capace costa.
I manager pubblici andrebbero giudicati per quello che riescono a fare, per i risultati che ottengono. Se le cose vanno male bisogna cacciarli. Ma se i risultati sono buoni vanno pagati e anche bene. Si chiama meritocrazia. E mentre nel privato si è più o meno imposta (l’azionista se non porti i risultati…calcio in culo e via andare!), nel pubblico ancora stenta. Il pauperismo lasciamolo al volontariato (e anche lì…mah!). Non mi sconvolgono e non mi scandalizzano gli 800 mila euro di Moretti (1 decimo di quello che guadagna Balotelli). Mi stupiscono di più altre figure, che stanno in posti di comando solo perché parenti di quello o di quell’altro (qui a Roma Alemanno ha fatto scuola).
Che poi sia insopportabile e pure stronzo, nessuno penso lo mette in dubbio. Ma gli abbiamo chiesto di far funzionare le ferrovie o cercavamo compagnia il sabato sera per andare a mangiare una pizza?
Quando ero piccolo una delle tante declinazioni della ontologica differenza tra i buoni e i cattivi (oltre che quella tra laziali e romanisti), era fra chi faceva le cose per soldi, e chi invece lo faceva per un qualche ideale.
La mia educazione cattocomunista (molto catto, poco comunista), aveva questo dogma. I miei modelli culturali erano quelli di uomini che avevano dato la vita per un sogno, per un ideale, per un impegno altruistico, religioso o meno non era poi così importante. Al contempo, guai ai ricchi! Per contrasto con i primi, chi cercava di arricchirsi, chi aveva come unico obiettivo il soldo era uno stronzo, o nella migliore delle ipotesi uno che non aveva capito i veri valori della vita.
Ora non la penso mica più così. Ma non tanto perché non ammiri più gli eori della mia infanzia/adolescenza: Martin Luther King, Jan Palach, piuttosto che Bobby Sands, ritengo siano sempre persone che hanno spesso alla grande la loro vita. Ma anche fare soldi (onestamente) non è poi così male. Soprattutto penso – e più vado avanti e più me ne convinco – sia un comportamento “sano”. Fare soldi, potersi permettere che so, di fare un viaggio in giro per il mondo, o comprare una casa per i figli, perché mai non dovrebbe essere giusto, corretto, condivisibile?
E questo lo penso in particolare perché invece negli ambienti di lavoro (e più si sale nelle scale gerarchiche più questo fatto è riscontrabile) sembra che lo stipendio sia un accessorio. Si lavora per guadagnare, certo, a nessuno fanno schifo i soldi, ma soprattutto si lavora per arrivare ad un posto di comando, per gestire risorse, per arrivare a decidere. Mammona, il mostro dalle mille teste, non è più il denaro: oggi il vero Leviatano è il potere, piccolo o grande non importa. Ovviamente, come tutte le droghe, più è grande e più se ne ha bisogno, più ne abbiamo e più ne vogliamo. Questo spiega la gerontocrazia, la malattia mortale del nostro Paese. Renzi non sarà la soluzione, ma almeno, vivaddio, porterà facce nuova. Vedete in giro alternative?
O forse l’alternativa c’è. Forse ce l’abbiamo sotto gli occhi, sta a fianco a noi, ci dormiamo accanto. E rischiamo di dimenticarcelo.
Core mio, core mio, la speranza nun costa gnente, quanta gente cià tanti sordi e l’amore no! Ma stamo mejo noi, che nun magnamo mai. Core mio, core mio, la speranza nun costa gnente, se potrebbe sta’ pure mejo, ma che voi fa’, Per ora ce stai tu e resto arriverà.
Ma perché per apprezzare veramente qualcosa spesso abbiamo bisogno di perderla? Non sarebbe più semplice riconoscere le cose così come sono, nella loro semplice, chiara, evidente realtà? Invece purtroppo è così. Dovremmo vivere due volte. Una per provare e una per tornare indietro e fare scelte diverse. Un po’ come al cinema. Scusi, questa la possiamo rifare? Possiamo ricominciare da capo? Perché come stanno veramente le cose lo capiamo sempre dopo. E dopo, solitamente, è sempre tropo tardi.
Per questo debbo riconoscere di essere stato molto fortunato. Molto! Quanto siamo stati lontani! Quante incomprensioni, quanta apparente poca stima reciproca, quante incazzature, quante inutili sfide. Arrivavo a domandarmi come e perché lei avesse scelto te! Cosa ci avesse visto che io non riuscivo a vedere. Per capire poi invece quanto siamo simili.
Ti ho sempre voluto bene, ma forse ho cominciato a capirti veramente solo quando si sono invertiti i ruoli. Quando tu hai cominciato ad aver bisogno di me. Fortunatamente ancora in tempo per potertelo dire.