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Ieri ho conosciuto l’Uomo Ragno. Anzi, Peter Parker

Yesterday I got so old, I felt like I could die. Yesterday I got so old, It made me want to cry. Go on go on , Just walk away, Your choice is made. Go on go on, and disappear. Go on go on, away from here

 

Tutti conoscono l’Uomo Ragno! Chi non lo conosce? Chi non sa le sue gesta, le sue vittorie contro i malvagi? Chi di noi non l’ha mai visto sfrecciare con le sue ragnatele fra i grattacieli di New York? Chi non sa che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”?Ma Peter Parker invece chi lo conosce? Mi direte, lo conoscono i suo amici…Harry, Mary Jane, certo. Chi sa però che lui è l’Uomo Ragno? Ma poi in realtà, chi è quello vero e chi il personaggio? L’Uomo Ragno o Peter Parker?

Immaginate quindi la scena. Tu conosci l’Uomo Ragno, sai tutto di lui. O meglio, sai quello che lui ha voluto rendere pubblico. Anche le cose più intime. E poi una sera incontri Peter Parker. Non sai chi sia, è un perfetto sconosciuto. La sua faccia non ti dice nulla, neanche il suo nome. Poi si presenta davvero. “Piacere, sono l’Uomo Ragno!”

Ecco, questo è successo ieri sera. Buffo…buffissimo, direi! Facce interrogative, sguardi perplessi mentre ti presenti come Peter Parker…ma quando dici chi sei nella non realtà, quando dici che in realtà tu sei l’Uomo Ragno, vedi che si accende la luce negli occhi dell’interlocutore. “Ma tu sei…noooo, non ci posso credere!” E ti ritornano in mente tutte le cose che in realtà sai di lui, tutte le cose che hai letto, le sue emozioni, le sue paure, i suoi obiettivi, i suoi fallimenti e le sue vittorie.

Ti riconosci, prima ancora di conoscerti.

C’erano quasi tutti i miei supereroi (o meglio le supereroine) preferite: quelle di cui ho tutti i fumetti, dal numero 1 fino all’ultimo uscito. E conoscerle dal vivo è stata proprio una grande emozione. Forse, come dicevo a qualcuno, mi sono sentito un po’ fuori posto. Ma certo, penso che capiterà anche Peter, quando non si trova nella sua adorata calzamaglia rosso-blu. Della serata di ieri mi rimane un dubbio e una certezza.

La certezza è che leggere le prossime avventure sarà ancora più bello, conoscendo i veri lineamenti dietro le maschere. Il dubbio che mi assale invece è…ma non sarò troppo vecchio per credere ancora nei supereroi?

 

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Trilogia battistiana – Planando sopra boschi di braccia tese

Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati. (B. Brecht)

–  Corri, corri, corriiiiiiii!!!! Alfredo urlò con quanto fiato aveva in gola. Paolo lasciò in terra tutte le cose, il secchio, la colla, i manifesti e cominciò a correre, a correre a perdi fiato. Sentiva Alfredo che urlava sotto i colpi, i pugni, i calci, le bastonate. Villa Paganini, corso Trieste, ce l’aveva fatta, non l’avrebbero più raggiunto.

Mi chiamo Paolo. E sono un fascista. Lo so cosa pensate di me. Li vedo i vostri sguardi di disapprovazione o di sufficienza. “Fascista! Cosa ne vuoi sapere tu del fascismo, ragazzino!” Ma per me non è così. Certo a volte anch’io ho qualche dubbio, anche io penso che questa violenza sia sbagliata, ma che dobbiamo fare? Noi ci dobbiamo pur difendere. Perché siamo attaccati ovunque. A scuola con le parole e con il disprezzo, la notte con le botte. Gli altri non capiscono, pensano che noi siamo violenti, razzisti. Ma è una minoranza, la gran parte di noi non è affatto razzista. Noi stiamo con gli indiani d’America contro le giubbe blu, siamo con gli scozzesi contro l’Inghilterra, siamo con i palestinesi oppressi dai sionisti. Hitler ci fa schifo, come Stalin, come tutti i dittatori. Mussolini era un’altra cosa.

– Come sta?

– Ha qualche costola rotta, una lesione al polmone, probabilmente perderà un occhio. Ma ce la farà.

– Posso vederlo?

– Certo, ha chiesto di te.

– Perché Alfredo?

– Mi chiedi perché? Perché non voglio arrivare tra trent’anni a pensare che la mia vita non abbia un senso. Non voglio diventare come mio padre che riesce a essere felice solo la domenica se vince la Lazio. Che tradisce mia madre e pensa che avere figli possa essere un buon motivo per non lasciarla. Noi abbiamo un obiettivo Paolo, abbiamo uno scopo! Non te lo dimenticare!  E se per raggiungerlo dobbiamo picchiare qualcuno o essere picchiati, comunque ne sarà valsa la pena. Ricorda Nietzsche, “bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella che danza”!

L’altro giorno parlavo con Giorgio. Lui è una zecca, dovrebbe essere il nemico, ma siamo cresciuti insieme, eravamo amici già all’asilo, usciamo insieme, andiamo allo stadio. Ma neanche lui riesce a capirmi…neanche lui si sforza di capire le mie ragioni. Gli voglio bene, è mio amico, solo che non capisce nulla. Pensa che per essere felici dobbiamo cancellare le differenza, che dobbiamo essere tutti uguali. Stronzate! Siamo tutti diversi invece. E io voglio essere libero, non mi voglio omologare alla massa. L’unica cosa che ci unisce, oltre alla Lazio, è l’amore per la natura: le passeggiate in montagna, le corse a cavallo. Ma per il resto non capisce niente!

 – E insomma quella stronza, hai capito?

– Ma sicuro? Con Marco? Non ci posso credere!

– L’ho vista con i miei occhi! Ero in motorino, lei non potevano vedermi, ma non ci sono dubbi. E poi tu dovresti essere contento no? Anche Marco è una “zecca” come te, voi compagni volete abolire la proprietà comune, chiedigli se te la presta per una serata…

– Sei proprio un fascio di merda.

– E me ne vanto! Ma tu invece, non ti vergogni ad essere una zecca?

Mi chiamo Paolo, sognavo di cambiare il mondo. Di cambiarlo come dicevamo noi. Noi sparuta minoranza, noi che eravamo legati all’onore, al rispetto, alla tradizione. Noi che avremmo dato la vita per non tradire. Noi orgogliosamente sbagliati. Sono stato ucciso in seguito ad un colpo, probabilmente di spranga, nell’inverno dell’83. Io che odiavo la violenza e che ero un ambientalista, un verde. Magari un nero verde… Quella sera ero lì, a viale Libia e stavo affingendo manifesti per chiedere l’apertura pubblica di Villa Chigi, una villa del 700 con un bellissimo giardino. Mi consola solo in parte il fatto che dopo la mia morte è stata restaurata e resa parco pubblico. 

Mi chiamo Paolo, trent’anni dopo, chissà forse se potessi vi direi che probabilmente, anzi certamente eravano dalla parte del torto. E in fondo lo sapevamo già allora. Ma forse anche per questo mi è sembrato giusto raccontare la mia storia.

 

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Trilogia battistiana – E’ una vela la mia mente

Tu non cambi mai. Un braccio, cos’altro vuoi? Un’ora me la dai, l’amore è qualcosa di più, del vino, del sesso che tu, prendi e dai…

In fondo è come con i ristoranti.

Ti parlano di quel posto, non lo conosci, ci vai e…mangi divinamente! Una vera sorpresa, mai ti saresti immaginato di mangiare così bene! E allora ci torni. Cambi il menù, una volta carne, un’altra pesce e poi i primi, i dolci. Tutto fantastico. Un po’ ne vorresti parlare agli altri, vorresti consigliarlo, un po’ sei geloso, vorresti tenerlo per te per paura di perdere qualcosa. Alla fine neanche scegli tu cosa mangiare, perché ti fidi talmente tanto da lasciar fare e prendi quello che ti portano.

Da quel posto ti aspetti sempre il massimo. Potrà succedere che un giorno ti porteranno la pasta un po’ scotta o la carne mezza bruciacchiata e forse rimarrai deluso, perché non sei stato abituato così. Ci rimarrai male? Forse, o forse cercherai una spiegazione, un motivo. La volta dopo sei certo che ti ritroverai bene, anzi ti aspetti che cercheranno di farsi perdonare e starai anche meglio. Te lo aspetti perché ormai conosci quel posto, lo apprezzi e sai quanto ci tengono.

Frequenti anche altri ristoranti. Qualcuno perché si spende poco: non ti avvelenano, non devi prenotare, c’è un parcheggio comodo c’è sempre un posto libero. Anche se sai che vale poco. Quell’altro invece fa una cosa buona, la specialità. E sa fare solo quella, guai a chiedere qualcos’altro. Basta saperlo. Sai cosa aspettarti.

Il vantaggio dei vecchi ristoranti, di quelli che conosci da tanto tempo in fondo è questo. Sai cosa aspettarti e hai meno possibilità di errore: hai meno possibilità di chiedere cose che non saranno come le volevi. D’altra parte saranno quelli che potranno darti le fregature maggiori, perché potrebbero non rispettare le legittime aspettative che avevi su di loro.

Se invece sei abituato a mangiare a mensa, magari neanche capirai la differenza. Se per te mangiare è un fatto meccanico, come mettere la benzina nella macchina, allora ti accontenterai del primo posto che capita: non ti aspetti nulla e prendi quello che ti danno.

Già altre volte mi ero intrattenuto sul tema delle aspettative, più o meno legittime, che possiamo avere sugli altri e su noi stessi (l’ultima qui https://giacani.wordpress.com/2014/01/05/i-il-rubinetto-della-doccia-e-la-domanda-kantiana/).

La conoscenza, la stima, il quanto ci teniamo a qualcuno, ci fa avere della aspettative. E queste ultime saranno tanto più alte quanto maggiori saranno appunto quelle. Allo stesso tempo, più stimiamo, più teniamo a qualcuno, più corriamo il rischio di essere delusi. E insieme, corriamo il rischio di pretendere quello che non potrà darci. La conoscenza è basilare, anche se poi le persone cambiano, così come i gestori dei ristoranti. E allora non potrai mai essere certo se la tua attesa sarà una freccia verso il basso che quindi finirà nella delusione, oppure troppo alta, arrivando ad essere una pretesa irrealistica.

E’ complicato? Certo che lo è! Ma d’altra parte, siamo sempre liberi di non subire delusioni e di non correre il rischio di avere pretese assurde. In fondo possiamo sempre andare a mangiare al Mac Donald.

 

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Trilogia battistiana – Sogno il mio paese infine dignitoso

“Gli Italiani vincono una partita di calcio come se fosse una guerra e perdono la guerra come se fosse una partita di calcio.” (W. Churchill)

Spesso si è detto che il calcio è metofora della realtà. Vero! Una bella metafora: compagni, avversari, obiettivi, spirito di appartenenza, rispetto delle regole, generosità, estro. E purtroppo anche tante altre cose meno belle: furbizie, violenze, nemici.

Quello che è successo sabato sera poi le riepiloga tutte (quelle negative). Gli avversari che diventano nemici, addirittura nemici che in quella gara neanche giocano. E poi le curve dei violenti che decideno se, come e quando si debba giocare. E la polizia che guarda impotente. Forti con i deboli, deboli con i forti. Certo, è più facile prendersela con uno studente inerme che con Genny a’ carogna.

La cosa più innocua, ma forse simbolicamente la peggiore di tutte, l’intero stadio che fischia l’inno. Ma siamo nel piano della realtà o in quello della metafora? E’ cos’è meglio e cosa peggio?

Cos’è peggio, il calcio o la realtà? Siamo sicuri che Genny e tutti i Genny che popolano le curve siano peggio, ad esempio, della classe politica? E il grido “lavali col fuoco” è forse peggio di certe invettive che si sentono nelle tribune politiche? Il “devi morire” cantato all’avversario a terra, è forse peggio degli insulti che si sentono in tutti gli incroci sulle strade, alla prima scorrettezza al volante?

Purtroppo questo è il calcio che meglio simbolizza la nostra realtà quotidiana. Nessuna discontinuità, inutile scandalizzarsi, ipocrita gridare alla scandalo. Fischiamo l’inno perché forse ancora abbiamo un sussulto di dignità. Fischiamo noi stessi. Fischiamo noi che abbiamo votato per vent’anni Berlusconi e ora crediamo alle farneticazioni di Grillo. Fischiamo i Bertolaso e gli Anemone che brindavano a poche ora dal terremoto. Fischiamo tutte le mafie che impestano e infestano il nostro paese. Fischiamo per paura e per vergogna, con gli occhi aperti nella notte scura.

Ma tranquilli, tra un paio di mesi c’è il mondiale. E ci riscopriremo tutti amanti della patria, tutti uniti, mano nel cuore sulla maglia azzurra, a cantare Fratelli d’Italia, percé noi siamo il paese con la memoria storica di un pesce rosso. E questo è il calcio che ci meritiamo.

 

 

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Noialtri, voialtri

Dietro l’osceno applauso dei poliziotti ai loro sodali, rei giudicati con sentenza definitiva di aver picchiato fino ad ucciderlo un ragazzo di 18 anni, c’è la logica del branco che difende i propri appartenenti. Il Noialtri contrapposto al Voialtri, che ha sempre contraddistinto ogni tribù, ogni esercito, ogni fazione di qualsiasi tempo. Soprattutto quando si sente depositaria del fatto di essere “dalla parte della ragione”. Noi siamo i buoni, noi siamo quelli che rischiano in prima persona per difendere la legge e se per caso, per sbaglio, per un qualsiasi accidente, sbagliamo, pazienza, ci sta. Fa parte del gioco.

Mi piacerebbe parlare con ognuno di questi paladini della legge e chiedergli se fosse capitato a suo figlio, a suo fratello o padre. Ma dovresti toglierli dal gruppo, parlarci occhi negli occhi, al di fuori dell’appartenenza. E magari, anche se hanno Faccetta Nera come suoneria del cellulare, si scoprirebbe che in fondo, quarant’anni dopo continua ad aver ragione Pasolini, che anche loro sono figli del popolo, poveri cristi, esposti a cose più grandi di loro.

Glielo faranno scontare quell’applauso. E purtroppo lo pagherà forse qualcuno che ha avuto disgusto di quell’applauso come e più di me. Quello sarà l’ennesimo pretesto per i Voialtri che dovranno fronteggiare, Blackblok o Ultrà calcistici, No Tav o mafiosi di vario genere. Da che mondo e mondo odio porta odio e da qui non se ne esce, almeno finché non riesci a superare la logica degli schieramenti. Finché non capisci che non esistono Noialtri e Voialtri e non vedi individualmente chi ti sta di fronte, che non è solo parte di un insieme, ma è uno. Uno e basta.

Per questo continuo ad avere pochissima fiducia nei gruppi. Non  riesco mai a riconoscermi fino in fondo in un insieme: non mi sono mai iscritto a nessun partito, a nessun sindacato, a nessuna organizzazione di qualsiasi genere. L’unica tessera che io abbia mai avuto (per quasi trent’anni) è stata quella dello stadio. Detestando cordialmente la gran parte dei tifosi della mia squadra!

D’altra parte invece ho grande fiducia nei singoli. Tendo sempre a dare un’altra possibilità, perché cerco di ragionare sui motivi che hanno spinto chi mi sta di fronte a fare o non fare, dire o non dire qualcosa. Forse, come dice qualcuno che mi vuol bene, sono persino eccessivo in questa tendenza assolutoria, che alla fine non responsabilizza chi ci sta di fronte e lo autorizza a superare confini che andrebbero invece mantenuti. Ma sono fatto così e ormai non credo di cambiare.

Come non cambierà la mia avversione per ogni gruppo, per ogni folla. Che si rafforza proprio annullando il singolo. Che riesce a stare sotto il balcone di Piazza Venezia con la stessa facilità con cui starà poi a Piazzale Loreto. Che applaude gli assassini e va dietro all’imbonitore di turno. Diffidare, diffidare di chi vuole dare voce al popolo, alla folla, anche fosse una folla di buoni. Perché la folla, quando si tratta di scegliere, sceglie sempre Barabba.

 

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La strada di casa

Un giorno, sebbene i nostri ricordi siano una vela più lontana dell’orizzonte e il tuo ricordo sia una nave incagliata nella mia memoria, spunterà l’aurora per gridare con stupore vedendo i fratelli rossi all’orizzonte camminare gioiosi verso l’avvenire.  (Ernesto Guevara)

C’è un qualcosa che ci appartiene dentro le strade che ci portano nei luoghi in cui ci sentiamo a casa. E’ come se la casa allargasse i suoi confini e cominciasse ad esserci molto prima di dov’è realmente. Un po’ come i ricordi. La memoria di un fatto comincia dai profumi, dai sapori, dai suoni che l’accompagnavano allora. Che quando risentiamo ci riportano indietro al momento in cui li abbiamo vissuti per la prima volta.

Le 5 e 30, Angelo sta alzando la serranda del bar, come ogni mattina. Una serranda pesante come i ricordi, che ogni mattina solleva sul cielo di Milano per provare a raccontarsi un futuro diverso. Raccontare il suo passato per spiegare, prima di tutto a se stesso, perché non doveva finire così. Delinea un invece, un come sarebbe dovuto essere. Che purtroppo non si è più realizzato.

Ed è quando non ritroviamo più i sapori, gli odori, i suoni della nostra memoria che cominciamo a dubitare dei fatti. Iniziamo a pensare che forse sono i nostri ricordi che sono fallaci, che in realtà ci stanno ingannando e che le cose non sono andate proprio come sembra a noi. E’ così che cominciamo a non trovare più la strada di casa.

Il primo ricordo arriva con Giovanni, che ogni mattina entra con la copia del Manifesto e comincia ad insultare un po’ tutti quanti. “Angelo, chi ce l’avrebbe detto eh? Fasci che si mascherano da comici! E comunisti che si mascherano da papi! Com’è che dicevamo? Impiccheremo l’ultimo Papa, con le budella dell’ultimo Re! Non si capisce davvero più nulla!”. La verità, caro Giovanni è che abbiamo perso quando abbiamo smesso di fare grandi sogni. Lottavamo per l’uguaglianza e ora ci vorremmo difendere da chi ha la pelle diversa dalla nostra. Lottavamo per la libertà e ora ci siamo abituati ad avere le strade piene di schiave. Volevamo abbattere lo stato ed ora ci accontenteremmo di non pagare le tasse.

Perché un fatto può essere interpretato in tanti modi. Tanti come può essere ricordato. Le spiegazioni però a volte servono poco. Non aiutano. Noi cerchiamo spiegazioni, cerchiamo ragioni, per trovare un senso, ma a volte più ragioni troviamo, più il senso ci sfugge. Rimane la rabbia per le nostre incapacità. Rimangono i rimpianti.

Poi entrano gli studenti e Angelo riesce finalmente a distrarsi, a non pensare. Il susseguirsi meccanico dei fatti impegna la mente e aiuta a concentrarsi sull’oggi. Ma basta una battuta, una voce più forte delle altre, una risata. Quanti anni avrai? Venti? Ventidue? Quanti ne aveva il mio Gabriele. Le barricate chiudono le strade, ma aprono le vie, questo pensavo allora. Mio padre partigiano mi regalò la voglia di libertà e il bisogno di impegnarmi per cambiare questo mondo marcio. Ed io invece cosa ti ho dato? Di tutti i sogni, di tutte le battaglie hai visto purtroppo solamente la parte finale, quando era rimasta solo la rabbia per la sconfitta.

Un errore rimane tale anche se lo vedi da lontano. Anche se questo lontano ha una distanza che non si misura in chilometri, ma in giorni o in anni. Un errore rimane tale anche se riusciamo a trovargli i motivi. Il tempo non accorcia la distanza, cancella i dettagli, con la pretesa di lasciare l’essenziale. Così però dimentica delle parti fondamentali, semplifica quando dovrebbe arricchire e così tradisce quello che fu.

Volevo evitarti i miei sbagli, volevo spianarti la strada perché avevo paura che ti saresti perso. Volevo darti tutto, ma non ti ho dato l’unica cosa che avrei davvero potuto regalarti, quella fiducia lucida ed incosciente che comunque sarebbe andata, noi ce l’avremmo fatta. E forse è per questo hai cercato dentro una siringa quello che non riuscivo a darti io.

“Buon giorno signor Angelo! Su con la vita, oggi voglio vederla sorridere, lo vede che bel sole che c’è fuori?” “Ciao principessa. Mi sei mancata in questi giorni. Ma sì, in fondo hai ragione tu, c’è il sole, ed è appena entrato nel mio bar!” Allora forse una speranza rimane. Se c’è ancora qualcuno che non si arrende alla realtà e ha il coraggio, la forza, l’incoscienza di provare a cambiare, allora forse non era tutto un errore.

Forse non troverò più la strada di casa, ma ancora c’è qualcuno che insegue i miei sogni. E anche se io non sono riuscito a viverli, questo non significa che fossero sbagliati.

 

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Caro Babbo ti scrivo

Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie e di faggiani, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare

Perché le mosche sono terrone. Sono i terroni che ce le hanno portate qui. Prima mica c’erano, me l’ha detto il Giangi, lui se ne intende. Babbo lo so… lo so che ti ho deluso. Ti ho deluso e ti ho tradito. Ma lei era bella e non me l’aveva mica detto che era di Avellino. Tu che mi hai insegnato la differenza tra gli slip e i boxer e quella tra la maglietta e la canottiera…Babbo mi ha ingannato! Aveva delle tette grandi grandi e tu non mi avevi mica detto dov’era Avelino!

Eppure mi avevi messo in guardia! Mi avevi detto “statento ragazzo! Se il cane abbaia non ha mangiato” così mi avevi detto o giù di lì, ora non ricordo Babbo. Io non volevo deluderti, era bionda Babbo e c’aveva anche gli occhi azzurri, oltre alle tette grandi. Mi ha ingannato, come quell’altra, quella di Durazzo. E io le avevo chiesto, ma Durazzo sta sopra il Po? E lei aveva detto sì! Hai capito Babbo? Mica però me l’aveva detto che stava in Albania! Non è stata sincera, diceva che mi voleva bene. Ma anche la maestra lo diceva e poi mi ha bocciato. Due volte. Ti ricordi Babbo? Però tu non eri arrabbiato, perché poi mi sono riscattato e ho imparato a guidare il trattore.

Volevo fare qualcosa per ripagare tutti i tuoi sacrifici Babbo. Tu che sai a memoria tutte le canzoni di Davide Van De Sfroos e hai vinto per tre volte il titolo per il Grande Rutto della Bassa. Lo so che l’hanno scorso sei arrivato secondo perché ti ha tradito la prostata e hai dovuto abbandonare il tavolo, ma per me sei sempre il numero uno. Volevo che fossi orgoglioso del tuo ragazzo. Povero Babbo, abbandonato così dalla mamma. Che poi, proprio con quel terrone del Mario doveva fuggire via?

E invece ti ho deluso anch’io Babbo, perché mi sono fatto beccare da quei poliziotti terroni. Io gli ho urlato Veneto libero! e mi sono dichiaro prigioniero politico. Ci hanno preso con il cannone, ma io non lo so mica se sparava davvero. Pensa che bello Babbo, mi ero anche imparato la marcia di Radesky con il flauto. La sapevo benissimo, ma poi il nonno me l’ha rotto in testa, perché dice che lui i crucchi li ha presi a calci nel culo sul Carso. Ma  dov’è poi il Carso? Io mica lo so, però sicuro che sta sotto il Po.  Secondo me il Carso è terrone.

Pure lui, come il nonno.

 

 

 

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Ma cos’è veramente importante?

In questi giorni ho deciso di regalarmi una macchinetta fotografica. Una volta, quando ancora c’erano quelle analogiche, mi dilettavo abbastanza. Avevo (anzi, ho ancora in qualche anfratto di casa) un fantastica Pentax K 1000 con un bel grandangolo 28 e un teleobiettivo 70-210 con cui facevo fantastiche (?) diapositive che propinavo in altrettanto fantastiche serate di proiezione. Una specie di prova di resistenza. O di amicizia. Insomma, la prova che ho amici e una compagna molto resistenti. Che però penso avessero tirato un bel sospiro di sollievo quando la suddetta passione mi era passata.

E così vado da Mediaword e mi tuffo in questo fantasmagorico mondo del tutto sconosciuto. Come orientarsi fra tutti quei modelli? Il prezzo, ok certo, ma poi le caratteristiche. E quali sono quelle importanti? Quali sono quelle essenziali? I Megapixel o i punti A/F? La velocità massima dell’otturatore o la lunghezza focale minima? Le dimensioni dello schermo o la risoluzione orizzontale?

Non ce n’è una mgiliore di altre. Dipende da quello che ti serve, da che uso ne vuoi fare, dai contesti in cui la userai, sentenzia il solerte addetto. E così, perso in queste mille alternative, mi è venuto in mente che in fondo è un po’ così anche con le persone. Ognuno di noi, in un determinato contesto, ha delle caratteristiche che possono essere determinanti. E in altri non contare nulla. Quelli coraggiosi e quelli pazienti, quelli forti e gli istruiti, quelli allegri e i gran lavoratori, quelli determinati e i sognatori.

Non c’è una macchinetta fotografica perfetta, come non c’è una persona perfetta. Però sarebbe comodo avere delle belle etichette chiarificatrici per poter scegliere a seconda del contesto. Potremmo evitare di preparare un’esame con quelli con cui bisognerebbe andare in vacanza, o viceversa. Non rischieremmo più di diventare amici con gente che invece potrebbe essere utile avere come colleghi di lavoro. Eviteremmo di chiedere un consiglio pratico a chi può darci una mano con la fantasia.

Siamo sicuri di aver puntato sulle caratteristiche giuste per quello che volevamo? O non ci siamo invece fatti ingannare dalle cose più appariscenti e sgargianti? Cos’è veramente importante per noi?

Infine quindi mi sono chiesto, qual è il contesto in cui vorrei essere scelto per poter dire la mia? Di cose da dire ce ne sarebbero molte, queste e quelle, qui e anche là. Ma invece, senza aggiungere troppe parole, anzi, senza parole, andando alla sintesi estrema, quali sono le caratteristiche  che scriverei nella mia etichetta?

 

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Si può fare!

Ragionavo l’altro giorno con I. sulla reale possibilità di migliorarsi, nel senso di imparare dai propri errori. Che detta così sembra una cosa scontata. C’è pure il proverbio “errare è umano, perseverare è diabolico”, come dire, hai sbagliato una volta, impara almeno a fare errori diversi. Ma mica sono convinto che sia così scontato.

A me sembra invece che noi facciamo sempre gli stessi errori. Magari li decliniamo in varie forme, li applichiamo in ambiti diversi…ma sono sempre gli stessi! Sia che lo facciamo inavvertitamente, sia che ne abbiamo piena coscienza.

E certo, ci sono cose che alla lunga (ma anche nel breve) si riescono ad imparare. Ma il fatto di averle imparate, di sapere bene quel che è giusto/lecito/opportuno/sano non è automaticamente la garanzia che lo seguiremo. L’ubriaco continuerà a bere, l’avaro continuerà ad accumulare, il pigro a scansare fatiche, l’iracondo a perdere le staffe.

In questa discussione I punto, una volta tanto, era più ottimista di me. Secondo lei invece è possibile imparare dagli errori e quindi evitare di ripeterli. E la molla che ci spingerebbe a farlo sarebbe la volontà di non soffrire. Il dolore causato dall’errore ci porterebbe a evitarlo in futuro.

Non ho dubbio che sia così. A volte.

Ma a volte neanche la cirrosi fa evitare di continuare a bere, o la perdita di beni porta a essere più generosi. Persino la noia, a volte, non spinge lo scansafatiche all’azione. No, a volte siamo così avvitati nei nostri errori che li ripetiamo in mille modi ed in infinite variazioni, pur rendendoci conto che questo ci porterà a soffrire. E se la sofferenza fosse degli altri? Figuriamoci! Se non riusciamo ad imparare dagli errori che fanno soffrire noi, figuriamoci se impariamo da quelli che fanno soffrire gli altri!

Io però rivolterei il discorso. Perché questa davvero potrebbe essere una bella cartina da tornasole. Quanto teniamo davvero ad una persona? Quanto gli altri tengono a noi? Al di là di tante belle parole, al di là delle più o meno romantiche prove d’amore, oltre le promesse da marinai, le dichiarazioni d’intenti, i buoni propositi…quanto?

Quanto riusciamo davvero ad imparare dagli errori. Questa potrebbe forse essere davvero la misura per capire quanto teniamo a qualcuno. E anche noi allora, pieni di speranza e meraviglia, incerti e quasi increduli, potremmo gridare come Gene Wilder…

 

 

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Ogni cosa ha il suo prezzo

“Venderò la mia sconfitta a chi ha bisogno di sentirsi forte e come un quadro che sta in soffitta gli parlerò della mia cattiva sorte.”

Questo post è la prosecuzione di quest’altro https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/se-non-e-ancora-successo/

Li però la rivoluzione la si faceva in prima persona. Eravamo (siamo…possiamo essere!) noi i soggetti promotori. Qui invece si parlerà di una rivoluzione che si subisce. Le più frequenti, del resto. Solo pochi, bravi e fortunati sono in grado di “fare” le rivoluzione, i più le subiscono. E solo pochi, bravi e fortunati riescono a governare le rivoluzioni che subiscono. Perché, come dice il sommo Pennac, “sul futuro, di una cosa sola siamo certi. Che non sarà come ce l’eravamo immaginato“.

Le rivoluzioni arrivano così, più o meno previste, più o meno annunciate. Arrivano e il più delle volte sconvolgono tutto. 12 anni sono tanti, troppi forse. Arriverà e travolgerà ogni  cosa. Consuetudini, modi di pensare, procedure, convinzioni, abitudini, comodità. Persone.

Ma se l’altra volta dicevo cosa intendo io per fare la rivoluzione, non ho ricette ora su come affrontarla senza esserne travolti. Certo sono curioso, come sempre. Più curioso che spaventato, anche se il buon senso mi dovrebbe mettere in guardia. Viale Europa sembra un formicaio impazzito, e Renzi potrebbe essere il bambino che per divertimento va lì e ci si mette a camminare sopra.

Ma del resto che potremmo fare? Il passato parla per noi e ormai quel che fatto è fatto. Non ho scheletri nell’armadio, ho fatto quello che mi si chiedeva di fare, come un soldato qualsiasi. E se non sono proprio orgoglioso di tutto, almeno una soddisfazione ce l’ho. Con un po’ di orgoglio e un po’ di vanagloria posso ancora guardare chiunque negli occhi e canticchiare sommessamente l’ultimo verso di questa bella canzone di Bennato. E poi sarà quel che sarà!