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Quando sarò morto

Gli uomini costruiscono case perché devono vivere. Scrivono libri perché sanno che devono morire (D. Pennac)

Quando sarò morto, al mio funerale, mi piacerebbe che in Chiesa qualcuno mettesse You can’t always get what you want, come ne Il Grande Freddo (per la cronaca forse, probabilmente, il mio film preferito). Ci rinuncerei forse, chissà, solo se potessi vedere dal vivo la Parousia! Vi immaginate che gran ficata che dovrà essere? Però neanche il mio pur grande ottimismo e l’altrettanto grande egocentrismo mi può far ragionevolmente pensare di esserci da vivo.

E quindi, tornando in tema, quando sarò morto mi piacerebbe non aver conti in sospeso. Nel dare soprattutto. Nell’avere me ne fregherà molto poco, immagino. Da un punto di vista godereccio mi piacerebbe aver assaggiato tutti i vini che voglio bere, aver letto tutti i libri che voglio leggere e ascoltato tutta la musica che voglio ascoltare. Sì, penso che potrei dirmi soddisfatto.

Al mio funerale mi piacerebbe si piangesse poco. Anzi, sarebbe proprio fico se la gente, dopo un attimo di legittima commozione, cominciasse a darsi di gomito e poi a sganasciarsi dal ridere, ricordando una delle tante stronzate che ho scritto. Ale dice che mi piace essere sotto i riflettori. Ma in fondo anche lei sa bene che in realtà ci sto (quando ci devo stare) con un certo imbarazzo e con la malcelata speranza di esserne fuori prima possibile. Certo quel giorno sarà un po’ più complicato.

Quando sarò morto, anzi un attimo prima, mi piacerebbe dire qualcosa di intelligente. Qualcosa che poi la gente ricordi. Avete presente Stan Laurel? “Ora vorrei essere in montagna a sciare” “Le piace sciare Mr. Laurel?” “Lo detesto. Ma sarebbe comunque meglio che essere qui”. Lo so, vette inarrivabili. Allora diciamo che mi accontenterei che la morte mi trovasse vivo. E possibilmente anche in buona salute. In realtà, come dice un’altra colonna della mia formazione culturale (seconda forse solo a Stanlio & Ollio) “non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà” (W. Allen).

Mi piacerebbe non avere rimpianti. Rimorsi sarà inevitabile temo, per le più o meni grandi cazzate fatte. Rimpianti spero proprio di no. In ogni caso, essere (rim)pianti è decisamente meglio che (rim)piangere. Per questo vorrei essere morto prima delle persone a cui tengo di più. Obiettivamente, se dovessi scegliere un solo desiderio, certamente questo sarebbe il primo della lista. Lo so, è un desiderio egoista e anche un po’ da stronzi. Quindi un po’ da me, come ha recentemente sottolineato I. (è inutile che ve lo ridico tutte le volte…la mia prima lettrice. Io mi fido di lei, fidatevi anche voi).

Quel giorno, prima che mi infilino in quella cassa, mi piacerebbe che qualcuno mi mettesse la maglia della Lazio. “Ancora co ‘sta Lazio? E che cojoni!” Sì, d’accordo lo so, è una minchiata. Ma almeno quel giorno, potrò scegliere come cazzo vestirmi?

 

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Il gran capo Esticazzi

“Non sento niente no, adesso niente no, nessun dolore, non c’è tensione, non c’è emozione, nessun dolore”

In fondo sarebbe facile. Basterebbe non prendersela, non arrabbiarsi mai. Basterebbe abbandonarsi placidi e serafici al culto assoluto ed incondizionato del gran capo Esticazzi.

Basterebbe non aspettarsi nulla. Prendere dagli altri quello che arriva, perché tutto quello che arriva è un di più. E bastare a se stessi. L’Autarchia fu il principio guida dei nostri nonni. Grano e moschetto…e noi abbiamo anche qualcosa in più. Abbiamo youporn! What else? Autarchia, la nuova vecchia frontiera. A quel punto smetteremmo di soffrire e gli altri non ci deluderebbero più. Non ci deluderebbero semplicemente perché non sarebbero più essenziali alla nostra vita. E alla nostra felicità.

Atarassia, atarassia, tutti i mali si porta via! Tutto ci rimbalza, niente ci scalfisce, niente più gastriti, niente più disturbi. Rivestiti di lanzoprazolo come una muta da sub potremmo così avventurarci senza paura nei grandi marosi dei sentimenti interpersonali senza indugio e senza timore. Esticazzi, mostraci la via!

Già qui, vi avevo intrattenuti sull’argomento https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/anestesia/.  Lì dicevo (e lo penso ancora) che in fondo il dolore serve a sapere quanto teniamo agli altri. Ma una volta saputo potremmo capire appunto che non ne vale la pena. Potremmo cominciare a discernere fra chi ne vale e chi no.

Ma purtroppo non è così. Esticazzi pretende una devozione assoluta, non accetta discernimenti. Se ti importa accetta di soffrire. Altrimenti, Esticazzi. In fondo, la scelta spetta a noi.

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Benaltristi di tutto il mondo unitevi!

Ecco che arriva, puntuale come ogni pomeriggio intorno alle 14 e 30, per ordinare il solito caffè corretto con la sambuca. Il dottor Benaltro è un personaggio tipico del mio bar. Prende l’ordinazione e si siede al tavolo in fondo, quello all’angolo con la sala da biliardo, vicino al bagno. Aspetta il ragioner Tepareva e il commendator Amiainsaputa, per affrontare insieme la dura traversata del pomeriggio, disquisendo di calcio e politica, ma soprattutto scrivendo l’ennesima partita fra tempi andati contro tempi moderni. Partita, che inevitabilmente finisce tanto a poco per i bei tempi andati.

I clienti buoni bisogna mantenerseli. E così ogni giorno fomento le loro discussioni ponendo quesiti futili, situazioni banali, a cui ovviamente lui non sa resistere. C’era un problema? Sì, d’accordo, ma i problemi veri sono ben altri. C’era un motivo? Sì, forse, ma i motivi veri sono ben altri. C’era una cosa importante? Sì, certo, ma le priorità sono ben altre. Quel posto è bello? Sì, te lo concedo, ma i luoghi più belli sono ben altri.

E ovviamente il massimo del gusto, una soddisfazione paraorgasmatica, per lui è spiegare a noi, poveri mortali, quali sono le realtà autentiche. Quali i problemi, quali le soluzioni, le priorità, i posti, i politici, i calciatori, i piatti, davvero super. Sicuramente, “altri”, rispetto a quelli attuali.

Il compito che si è dato il dottor Benaltro è la sistematica rimozione della realtà. Hai una cosa bella? Sappi che ne esistono di più belle. Ti capita un guaio? Sappi che ne esistono di peggiori. Di fronte al quotidiano, bello o brutto che sia, lui ha subito pronto un termine di paragone straordinario, al cui cospetto la mera realtà sfuma i suoi colori.

Una volta però l’ho affrontato. “Con questo suo modo di ragionare, non rischia di svilire l’esistente? Non ha paura che a forza di immaginare l’altro, sempre più di quello che è, le scivoli fra le dita la sua vita? Non rischia di far scolorire le emozioni, belle o brutte che siano, perdendosi per strada quello che la vita le pone di fronte?”

Mi ha guardato un po’ sorpreso, con quell’aria interrogativa e un po’ ironica che assume spesso. “Amico mio, lei è ancora giovane. Quando avrà la mia età, probabilmente avrà preso coscienza delle tre avvertenze legate ai desideri, o se preferisce ai sogni. Bisogna fare attenzione a cosa si sogna, perché a volte c’è il rischio che poi i sogni si realizzino. Quanto è brutto scoprire di non poter più realizzare i propri sogni. Ma ancora più brutto è realizzare di non aver più sogni da realizzare. Mi dia retta, amico mio, non si accontenti. Non si accontenti mai!”

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Ragione e cuore

La ragione dice che il tempo è l’unica risorsa non dilatabile.

Ero in macchina stasera,con il cd del concerto dei Muse. Bellissimo! Una canzone più bella dell’altra. Quasi speravo ci fosse più traffico del solito per rimanere lì a bearmi della musica con il volume a palla di cannone. Ma per quanto il traffico che incontro dall’Eur a Montesacro tutte le sere mi imponga quell’ora di macchina, prima o poi a casa ci si arriva. Sto a piazza Sempione, 5 minuti da casa, non di più. E ho una sola canzone da ascoltare. Devo scegliere, non c’è tempo per altre. Una sola. Le vorrei ascoltare tutte di nuovo, ma non si può. C’è poco da fare. Una. Scegli!

Il cuore dice che gli affetti non si misurano al chilo.

Anche un minuto può essere fondamentale, non serve la misura, non c’è bisogno del quanto, l’importante è il come. Il cuore è un muscolo che può dilatarsi all’infinito e l’uno non esclude l’altro, se tu vuoi, solo se lo vuoi, e se lo vuoi veramente, c’è spazio per tutti.

La ragione dice che scegliere significa preferire.

Scegliere significa anteporre. Scegliere significa dedicarsi. Se vuoi davvero una cosa, un lavoro, una persona, se lo vuoi in modo esclusivo devi accettare di escludere tutto il resto.

Il cuore dice, come potrei scegliere un dito della mano? Se mi taglio, tutti quanti sanguinano allo stesso modo.

Cuore e ragione. Ma non è vero che l’uno esclude l’altro. Se la pensiamo in questo modo stiamo già seguendo la ragione. Il cuore, al contrario, terrebbe insieme tutto: la logica razionale e la follia più sconsiderata. Per questo, come diceva quel vecchio saggio di Blaise, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende. In ogni caso ci vuole coraggio per scegliere il cuore e anche un bel po’ di incoscienza.

Mi dispiace, altre volte ce l’ho fatta e anche ora avrei voluto. Ma alla fine mi sono arreso. Ho scelto la ragione e ho ascoltato questa.

 

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Come uno che si è perduto

Girando ancora un poco ho incontrato uno che si era perduto. Gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino. Mi guarda con la faccia un po’ stravolta e mi dice, “sono di Berlino”.

Sarebbe bello se il mondo fosse un posto semplice. Un posto dove orientarsi fosse così facile che anche un bambino… Che poi in realtà, di solito, i bambini sanno orientarsi benissimo. Il loro sì che è un mondo semplice, con dei punti di riferimento certi, sicuri, univoci: i buoni sono sempre buoni (e quasi sempre belli). I cattivi sono cattivissimi, dei veri infami e pure brutti. Ci sono gli affetti, c’è un posto sicuro che è “casa”, ci sono sogni da inseguire e un giorno realizzare e ci sono paure da cui fuggire. Anche quelle sono chiare, ben definite, individuabili.

Crescendo questi punti perdono il riferimento e si allontanano, si sbiadiscono e inevitabilmente si confondono. Così anche un luogo noto, apparentemente conosciuto, può diventare oscuro, un posto in cui ci si può perdere, in cui si possono fare brutti incontri. Una persona che credevi in un certo modo può rivelare lati insospettabili, può riservarci brutte sorprese, deluderci, tradirci. Persino i sogni possono confonderci, così come le paure e potremmo trovarci nella condizione di non sapere più bene cosa inseguire e da cosa fuggire. L’obiettivo sempre desiderato, una volta raggiunto può rivelarsi insignificante, la paura da cui siamo sempre fuggiti, può rivelarsi poi non così terribile.

Sembra paradossale, ma in fondo crescere significa confondersi le idee. E’ inevitabile. Ma diventare adulti significa esattamente tentare di orientarsi pur con le idee confuse. Significa provare a tenere la rotta giusta con punti di riferimento che cambiano. E qui sta la distanza tra chi accetta di diventa adulto e chi vorrebbe restare bambino: tra chi corre il rischio di perdersi ma prova ad inventare ogni giorno nuovi punti di riferimento per sé e per gli altri e chi invece resta fermo al passato, cullandosi nella vana speranze che le cose che funzionavano ieri, semplicemente per inerzia, funzioneranno anche oggi e magari domani. Ma non è così, non è quasi mai così.

Pensavi di essere a Bologna e ti ritrovi a Berlino.

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C’era proprio bisogno di un post sull’8 marzo?

No che non c’era bisogno! Ma c’è un vantaggio ad aver aperto il blog solo da sei mesi: tutto quello che scrivi è nuovo. Anche ciò che hai scritto anni prima! E siccome, come dice giustamente qualcuno, l’8 marzo è proprio la classica ricorrenza che ci fa dire e scrivere cose banali e già sentite, io non mi sottrarrò a questo deja vu. Anzi, lo cavalco! E quindi, per quest’anno, nulla di nuovo sotto il sole e dentro il blog. Mi limiterò a citarmi, rimettendo qui i due post scritti in anni recenti sull’8 marzo.

https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/lovvio-marzo/

https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/anche-per-te/

 

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Quella sottile linea tra scelta e necessità

Non fui io per prima a tracciare quella sottile linea di divisione tra la necessità e la scelta. Fu il mio destino. A me non restava altro che adeguarmi. E io mi adeguai.

Ora potrei raccontarti che in realtà all’inizio non era così. Che all’inizio lo amavo, come lui amava me. Potrei raccontarti che ero solamente una bambina idealista ed incosciente, che aveva dalla sua l’età ed una bellezza sfacciata ed inconsapevole. Potrei anche dirti che non sapevo lui chi fosse veramente. Tutti quei regali, i fiori, le serenate…un negozio al centro di Roma in fondo poteva anche giustificare tutti quei soldi. Non vedevo, non volevo vedere la realtà. Scelta o necessità. Sapete voi la risposta giusta?

I primi anni furono felici per chi come me non sapeva cosa fosse la felicità. Spensierati, per chi come me fino a quel momento aveva dovuto pensare a cosa mangiare la sera e poi il giorno dopo e quello dopo ancora. Lui era educato, gentile è quasi incredibile come possa essere delicato un uomo così grande e grosso. Anche quando facevamo l’amore mi sfiorava appena, lieve e impercettibile quasi avesse paura che mi sgretolassi sotto la sua mole imponente, lasciandomi confusa e inappagata. Ma quello per me era l’amore. Non ne conoscevo di altro tipo. Scelta o necessità?

Poi quel giorno capitai da lui senza preavviso. Ero felice, più del solito, più felice che mai e volevo dirglielo, volevo fargli una sorpresa, non potevo aspettare la sera. “Sarò madre, sarai padre“, me lo ripetevo dentro di me, per paura che poi una volta davanti a lui me ne sarei scordata. Non credevo al mio corpo, non credevo a me stessa, volevo che lui me lo confermasse, che mi dicesse “Sì, sarai madre, sarò padre“. Arrivai di corsa, il negozio aveva la serranda mezza chiusa, che strano in piena mattinata. Magari è dietro a sistemare le stoffe, pensai. Entrai piano, sentii la sua voce era nel retrobottega con una persona. Entrai e lui era lì con i pantaloni calati e quella donna piegata, appoggiata al tavolo…non credevo ai miei occhi, non credevo a me stessa. Fuggii via, di corsa, senza una parola, mi fermai solo quando non avevo più fiato in corpo. La sera tornò a casa senza dire nulla, tranquillo come sempre. Anch’io non dissi nulla, ma quella notte piansi e vomitai talmente tanto che il giorno dopo il mio bambino non c’era più. Ma lui non l’ha mai saputo, ancora una volta non so se per scelta o per necessità.

Da quella notte cambiò tutto. Lui non si avvicinò più, io non lo cercavo, lui non cercava me. Andai a dormire nella cameretta, io facendo finta di non dormire per il suo russare, lui facendo finta di credermi. Cominciai a guardarlo con occhi diversi, forse per la prima volta cominciai a guardarlo per quello che realmente era. E più lo osservavo, più capivo. Come in un film le varie scene staccate mostravano una trama complessiva. Improvvisamente tutto era chiaro. Capivo le sue reticenze, i suoi silenzi, le battute della gente, dei vicini di casa, dei negozianti del quartiere. Capivo da dove venissero veramente i suoi soldi. Capii tutto, senza dire una parola. Per scelta o per necessità? Lo vedi com’è labile il confine?

Così cominciai una vita diversa. Finalmente mi fu chiaro cosa dovessi fare: lui estorceva soldi a strozzo, io li restituivo di nascosto alle vittime. Lui si prendeva le loro donne, io mi offrivo come risarcimento. E non so se godevo di più di quel sesso clandestino o della giustizia restituita. La vita è una ruota, diceva mia madre. Ed io, che ero stata ingannata, ora ingannavo. Io che ero stata derubata, rubavo a mia volta.  Io che ero stata vittima mi facevo carnefice. Per scelta o per necessità? Chi può dirlo…

Ormai ero una signora, rispettabile, desiderata. Ma al destino nessuno può sfuggire. Una delle sue vittime, che avevo a lungo risarcito, un francese naturalizzato, che di francese aveva solo il nome, non si accontentava più della caparra. Voleva tutto il piatto. Ma io non volevo più essere di nessuno. E così, provai ad allontanarlo, prima con le buone, poi con più fermezza, finché quel giorno maledetto lo portai all’estremo. Volevo troncare, ma fu lui a stroncare me. Per scelta o per necessità? Stavolta davvero nessuno può saperlo. Forse, neppure il destino

Te la ricordi Lella quella ricca
La moje de Proietti er cravattaro
Quello che cia’ er negozio su ar Tritone
Te la ricordi te l’ho fatta vede
Quattr’anni fa e nun volevi crede
Che ‘nsieme a lei ce stavo proprio io
Te la ricordi poi ch’era sparita
E che la gente e che la polizia
S’era creduta ch’era annata via
Co’ uno co’ più sordi der marito…
E te lo vojo di’ che so’ stato io
E so’ quattr’anni che me tengo ‘sto segreto
E Te lo vojo di’ ma nun lo fa sape’
Nun lo di’ a nessuno tiettelo pe’ te

 

(questa storia prende spunto in modo del tutto illegittimo e immeritato da un bellissimo post di Tilla che non potete non leggere. Esattamente qui http://tilladurieux.wordpress.com/2014/03/03/lineluttabile/)

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Ancora sugli alibi, sulle paure e su possibili rimedi

C’era ancora qualcosa di non detto nel post di ieri. E grazie a un commento di Tilla (http://tilladurieux.wordpress.com/) è venuto fuori più chiaramente questa mattina. La genesi degli alibi non è tanto la paura per qualcosa di specifico. Non è, come scrivevo ieri, la paura di fare o non fare, trovarsi o perdersi, incontrare o dimenticare. La genesi dell’alibi nasce dalla paura di avere paura. Perché quello è il nostro terrore più profondo. Ed è quello che avvelena la nostra mente e ci svia verso le strade più o meno comode degli alibi.

Noi non vogliamo avere paura. E così costruiamo le nostre belle maschere, i nostri alibi. Non vogliamo nemmeno avere coraggio, il più delle volte, ma sempre per quella stessa paura. Abbiamo più o meno tutti paura di morire, ma più o meno tutti abbiamo anche paura di essere vivi. Abbiamo paura di non riuscire e quindi abbiamo anche paura di provarci. Tilla, nel suo commento al suddetto post dice che con le cazzate altrui ci dobbiamo fare i conti anche noi ed è per questo che se vogliamo amare dobbiamo sbrogliare le matasse altrui. Questo perché le paure degli altri sono le nostre. Che ci spaventano perché ci fanno scoprire inermi, incapaci di essere d’aiuto, fragili per noi e per chi ci sta accanto. Le paure degli altri sono le nostre e per questo (anche per questo? soprattutto per questo?)  non possiamo non provare a sbrogliare le loro matasse. E come si fa? O almeno, come ci si prova?

Io non ho dubbi. Ridendoci su. Come ben racconta la favola di Monster & Co. l’unico modo per vincere le paure è scoprire il loro lato comico. Allo stesso modo, togliere gli alibi, sarà possibile solo se scopriremo quanto in realtà siano ridicoli. Una risata vi seppellirà. Altro che coraggio, altro che eroi. Per vincere le paure ci vogliono i comici (che assolutamente evitino di scendere in politica però!).

–         Ma non sarà che questo è il tuo alibi? Che quella del comico è semplicemente la tua maschera per non affrontare i problemi e le paure?

Può darsi. Non sono così presuntuoso da pensare di aver trovato una soluzione definitiva, quella giusta per tutti. No, forse non sarà “La” soluzione. Ma è la mia. E’ quella che mi fa convivere con le mie paure, che mi fa prendere in carico e sopportare quelle degli altri. Che mi fa ridere delle mie paure e dei problemi, dei miei tentativi vani e anche di quelli ben riusciti. E tornando ad un altro post e sempre al commento di Tilla (lo confesso, ormai è amore!), in fondo non è vero che non riesco a parlare di sesso. Ma ci riesco a modo mio (https://giacani.wordpress.com/2013/10/27/tragicomico-erotico-stomp/ ) se e quando riesco a coglierne il lato irresistibilmente comico (del resto, cosa c’è di più erotico in una donna del suo senso dell’umorismo?)

–          Ma tu mica riesci sempre a ridere dei guai, dei problemi, delle paure? Anzi, ultimamente brontoli peggio di una pentola di facioli co le cotiche

Ma certo. Quando mai ad un comico si è chiesta coerenza? Fai quel che dico e non quel che faccio. Il comico non è un eroe, non è un martire. Tutt’al più è un cazzarone, uno che non vuol crescere, uno che indica la strada, anche se lui stesso non è riuscito a percorrerla. Ma il fatto che lui non sia riuscito non significa che la strada fosse errata.

Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno
Io non ho paura
Di quello che non so capire
Io non ho paura
Di quello che non puoi vedere
Io non ho paura
Di quello che non so spiegare
Di quello che ci cambierà

 

 

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La collina dei ciliegi

Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti?

Non c’è niente da fare. Come cantava il poeta di Poggio Bustone, quando si tratta di costruirci degli alibi, diventiamo davvero imbattibili. Non è così semplice, perché non è così univoco, spiegare questo processo. Ci sono situazioni che non vogliamo vivere, circostanze che non vogliamo affrontare, persone che non vogliamo incontrare. E abbiamo le nostre validissime ragioni per non voler fare tutte queste cose. Talmente valide che però, chissà perché, le nascondiamo. Agli altri, ma anche e soprattutto a noi stessi. Forse perché non sono poi così convincenti? Forse perché spesso dietro queste ragioni si nascondono le nostre paure?

Come già scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/09/19/con-i-se-e-con-i-ma/ Fatto sta che, nel momento in cui le semplici spiegazioni logiche del perché non ci va di fare questo o quello, non sono poi così chiare, nascono gli alibi. Come maschere delle ragioni vere, come loro rafforzativi. Gli alibi poi hanno la capacità di riprodursi meglio dei criceti! Uno tira l’altro, uno appresso all’altro. Nascono, crescono, si rafforzano, fino a farci dimenticare le ragioni autentiche.

Per questo alla fine non è nemmeno la semplice antitesi bugia verità quella che riesce a farci orientare. E confondo i miei alibi e le tue ragioni, cantava un altro poeta dei giorni nostri. Ed è così! E’ esattamente così. Magari tu, da fuori, la cogli chiaramente la differenza, perché ovviamente siamo bravissimi a riconoscere le pagliuzze altrui. Ma invece quando ci sei dentro, quando sei tu il soggetto della storia, allora improvvisamente diventi miope. O forse presbite, perché in effetti, più sono vicine, più sono ben ficcate negli occhi, meno si riesce a distinguere le nostre travi chiamate alibi. E allora alibi e ragioni, verità e bugie si fondono e si confondono in un mischione senza distinzione, come una notte in cui tutte le vacche sono nere, in cui la saggezza diventa la prudenza più stagnante. Ma per fortuna, quasi sempre, dietro la collina è il sole.

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Arrendersi all’ineluttabile?

“We made a promise we swore we’d always remember
No Retreat, believe me, no Surrender”

Si chiamano riflessi condizionati. Spingi quel punto del ginocchio e tac! si alza la gamba. Ad una determinata causa, ne consegue un determinato effetto. Alcuni sono fisicamente connessi fra loro, esulano dalla nostra volontà: fai uno starnuto, chiudi gli occhi. Altri, in teoria no, ma in pratica è come se lo fossero: vedi qualcuno che sbadiglia, sbadigli anche tu.

E come gli anziani sapevano annunciare l’arrivo della pioggia o del sole, del caldo o del freddo, da un soffio di vento o da qualche altro segnale premonitore, così anche noi potremmo dire cosa succederà in quella o quell’altra circostanza. Passa una con due belle chiappe, ti giri.

Noi sappiamo bene che sarete intrattabili ed irascibili quando vi arriverà il ciclo. Come voi sapete bene che quando perde la squadra del cuore sarebbe consigliabile evitare certe puntualizzazioni. Conosciamo bene gli effetti sul nostro colon di certe pietanze, o le conseguenze di un bicchiere di troppo.

E allora, se lo sappiamo, perché mai continuiamo imperterriti a fare gli stessi errori? Perché ci ostiniamo a sperare che dopo A non arrivi B? E poi…perché continuiamo a credere che le persone possano cambiare?

Perché abbiamo bisogno di non arrenderci. Abbiamo bisogno di sperare che la realtà, gli altri, noi stessi, riescano ancora sorprenderci. Per questo, un po’ quello che scrivevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/se-non-e-ancora-successo/ se non è ancora successo, possiamo ancora cambiarlo!

Non credo che un giorno imparerò a starnutire ad occhi aperti. Ma non per questo smetterò di provarci.