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Istintive sintonie e radio libere

E poi succede che accendi la radio e senza neanche toccare la manopola, così improvvisamente trovi una nuova stazione che manda un segnale perfetto. Non conosci troppo bene quale stazione sia, che musica manderà in onda, se suonerà le tue vecchie canzoni o ti farà conoscere nuove cose. Ma la sintonia è immediata, chiara, quasi naturale. E tu sei anche un po’ perplesso, ti chiedi come, se, perché.

Ecco soprattutto perché.

Ma non c’è alcun perché. La sintonia è istintiva, è come un riconoscersi che precede il conoscersi. Poi per conoscere che musica trasmetterà, basta lasciare accesa la radio. Fermarsi ed ascoltare. Una radio, come diceva Finardi può darti tantissimo, perchè con la radio si accende la fantasia e non si smette di pensare. Certo non puoi chiedergli quello che non ti può dare. Non potrà darti figure a colori, è anche inutile aspettarselo. Però potrà raccontartele, potrà fartele immaginare.

Perché forse è vero, come mi ha scritto una saggissima (a sua insaputa) blogger l’altro giorno: scrivere è parlare, leggere è ascoltare. Scrivere (e parlare) è prima persona, leggere (e ascoltare) è seconda. E tutti (chi più, chi meno) siamo bravissimi sulla prima e più deboli sulla seconda. “Ma se una radio è libera, ma libera veramente, piace anche di più perché libera la mente”. Basta rimanere in ascolto!

 

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The Versatile Blog Award

Sono stato nominato per The versatile blog award!

Ecco le regole:
– Mostrare il logo dell’award sul blog;
– Ringraziare il blogger che ti ha nominato;
– Nominare altri quindici blog;
– Mettere il link dei tuoi nominati nel post e informarli del premio con un commento;
– Scrivere sette cose su di te
Il punto 1 mi rimane un po’ oscuro (come si fa a mostrare il logo sul blog? Che mi succede se non lo faccio? Mah! Il punto 2 è più semplice: oddio, più che un premio mi sembra una catena di Sant’Antonio, però comunque è divertente, quindi grazie a Alice (http://alicesadventuresinfoodland.wordpress.com/)

Nomino dunque i 15 fortunati (anzi le 15 fortunate, perché mi sono inventato un’altra regola, che avrei premiato solo quote rosa) a cui assegno questo prestigiosissimo premio per cui mi aspetto un caffè quando mai ci incontreremo e una gratitudine melensa che verrà dimostrata nel fingere di apprezzare le minchiate che scrivo.

http://vetrocolato.wordpress.com/
http://tometooyou.wordpress.com/
http://ideliridiunaneuroromantica.wordpress.com/
http://menteminima.wordpress.com/
http://latisanadellasera.wordpress.com/
http://solounoscoglio.wordpress.com/
http://elinepal.wordpress.com/
http://viaggioperviandantipazienti.wordpress.com/
http://illatocomico.wordpress.com/
http://teverdenuvole.wordpress.com/
http://ilsuccodimela.wordpress.com/
http://unaragazzanoncomune.wordpress.com/
http://grovigliosorridente.wordpress.com/ http://meunexpected.wordpress.com/awards/ http://laragazzacoltacco12.wordpress.com/
Scrivere 7 cose su di me…ma non era meglio scrivere 15 cose e mandarle a 7 fortunati? Oppure si poteva fare 15 X 7, diviso il numero dei followers, per la radice quadrata dei blog…no eh? Va be’ dunque 7 cose su di me…potrei dirvi le 7 cose in cui eccello. Sapete per esempio che so dire Sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa più e più volte? E poi so anche scrivere bene Vergingetorige, senza fare errori eh! Inoltre mi ricordo a memoria la declinazione dell’articolo greco: o e to, tou tes tou e via dicendo. Però facciamola facile, vi dirò i miei 7 preferiti: libro, cd, film, colore, viaggio, citazione, animale.
Per il libro preferito dico Il Signore degli Anelli di Tolkien, ma avrei potuto dire anche A Full of Life di Fante e Signori bambini di Pennac.

Per il cd numero 1 incontrastato per me è Sellin’England by the Pound dei Genesis. Dovessi fare un podio metterei il White Album dei Beatles e Breakfast in America dei Supetramp.

Il film dico L’Attimo fuggente. Podio a C’era una volta in America e Blues Brothers.

Il colore preferito è il celeste. Insieme al bianco ci sta anche meglio

Il viaggio più bello che ho fatto è stato quello in Arizona

La citazione una qualunque di Flaiano. Scelgo questa: I grandi amori si annunciano in modo preciso: appena la vedi dici “E mo’ chi è ‘sta stronza”

L’ animale è il cane. Anche se forse non sarebbe male anche avere un ornitorinco.

E adesso a voi! Buona domenica e buon Versatile Blog Award!

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Decadendo decadenza decadente

E così decadde.

In un momento di estrema gravità e generale commozione Lui decadde. Stuoli di lingue furono riarrotolate, chiappetettelabbra furono sgonfiati e fiumi di silicone furono sparsi in ogni dove. I nani da una parte le ballerine dall’altra, si sciolse la grande alleanza.

Qualcuna propose una giaculatoria, qualcun altro propose a Brunetta di darsi fuoco e qualcun altro organizzò invece una raccolta firme. Brunetta se ne mise a capo, anche perché l’idea di finire bruciato non lo entusiasmava. Visto il grande amore che la ggente aveva per Lui, raccolsero 7 milioni di firme in 7 ore. Qualcuno sollevò qualche dubbio sulla loro veridicità, ma erano i soliti magistrati di sinistra privi di eleganza e savoir faire. A puro titolo di cronaca elenchiamo le ultime dieci firme raccolte.

Pier Renato Brunetta

Gian Brunetto Renata

Renatone Brunetton

Brunetta dei Ricchiepoveri

Renabru Nettato

Nabrure Tattone

Brurena Tottane

René Van Brunetten (Passaporto olandese)

Renatò Brunettà (passaporto francese)

Nanosima Conaltredoti

In conseguenza di queste infondate calunnie le liste furono bruciate e allora, già che c’erano, qualcuno rilanciò l’idea di bruciare anche Brunetta, che stranamente però non sembrava entusiasta di essere lo Jan Palach de noantri.

Per uscire dall’empassse Gasparri, che più d’uno scambio per Marty Feldman,lanciò l’idea di scrivere una legge che per quelli con il cognome che comincia con la B e finisce per oni, con i capelli di plastica, alti un cazzo e mezzo nati il 29 settembre del 36, doveva prevedere:

il non pagare le 20 mila lire ogni volta che si passava dal via

l’autodeterminazione del 7 bello, che poteva anche essere di spade, denari, bastoni

l’esclusione dal conteggio del ponteponentepontepitappetapperuggia

una bandiera ad personam che non poteva essere rubata (e che? Vai a ruba’ a casa dei ladri?)

la vita eterna. Amen

Ma subito qualche giornalista prezzolato di Rai3 cominciò a puntualizzare che l’entrata in vigore di questa legge avrebbe creato un vulnus alla democrazia. Lui, sentito vulnus si rianimò, perché aveva capito un’altra cosa e poi a vedere tutte quelle olgettine vestite di nero gli tornarono in mente le serate eleganti con tubini neri e un trucco leggero che tanto aveva apprezzato in passato.

Ma il corso delle cose era segnato, i giudici brutti, cattivi e invidiosi, che avevano ormai un’orchite galattica sviluppata in un ventennio di inchieste senza fine e senza costrutto, andando contro la volontà popolare chiaramente espressa da 7 milioni di firme raccolte in 7 ore, espressero il loro giudizio finale. E Lui decadde.

Alte grida di dolore si levarono al cielo. Qualcuno gridò talmente forte che riuscì persino a svegliare Napolitano,
che fece un sussulto e pensando ancora alla sua giovinezza napoletana, gridò

“A ca fu? S’è schvejato o’ Vesuvio?”Ma si riassopì subito dopo.

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Ornamento e Monumento

Non so se avete presente l’ultima pubblicità della Nokia. C’è una specie di teatro amatoriale con il pubblico che si accalca per fotografare sempre più da vicino gli improbabili attori che si esibiscono. In fondo alla sala, al di fuori della calca, due persone tranquillamente sedute, riprendono la scena da lontano grazie al mirabolante zoom dell’apparecchio. Che c’è di strano, direte voi? Nulla, se non fosse che l’oggetto pubblicitario non è una macchinetta fotografica, ma un cellulare.

Fantastico no! Per promuovere il prodotto l’azienda (e non parliamo di una sprovveduta azienducola di paese, ma di una cazzutissima multinazionale giapponese leader di mercato), non punta sullo specifico utilizzo con cui dovrebbe essere adoperato l’oggetto, ma su un suo….come dire, optional? Che evidentemente però è tutto meno che opzionale.

Già un’altra volta un bizzarro cartello pseudo pubblicitario, mi sollecitava delle riflessioni più generali (https://giacani.wordpress.com/2013/09/21/192/),  sul come ci presentiamo agli altri.

Perché in effetti, la pubblicità di questo fotocellulare, potrebbe ben rappresentare un fenomeno più ampio, aiutandoci magari a riflettere sulla differenza fra il centro e la periferia della cose, sull’ornamento e il monumento, direbbe l’esimio Gianni Vattimo. Su ciò che davvero conta e quello che invece è in più, o comunque non è poi così fondamentale.

Ad esempio, un conduttore di una trasmissione sportiva deve necessariamente sapere di sport? O è più utile che sia tettecoscieculo munita? La macchina dev’essere comoda, sicura, veloce o deve avere un impianto dolby surrend da sala d’incisione? E i vestiti, devono essere comodi, caldi (o freschi) oppure devono essere di quella particolare marca? Un ristorante deve far mangiare bene o dev’essere cool, o trendy o chic (le freak so chic)? E un politico deve essere competente, o basta che sia nuovo, fuori dalla casta? Ad esempio, tanto carucci ‘sti  5stellati, ma mi verrebbe da domandargli…siete onesti, siete nuovi, siete laggente comune, ma insomma ’st’ aereo, lo sai porta’ o nun lo sai porta’?

Perché in fondo, cos’è che chiede la gente? Su quali basi sceglie?

E noi? Cosa cerchiamo noi negli altri? Cos’è davvero importante, cosa andiamo a vedere principalmente in quelli che ci stanno di fronte? E allo stesso tempo. Cosa mostriamo di noi? Tornando all’esempio iniziale, come ci facciamo pubblicità, diciamo che sappiamo far parlare o forse pensiamo (magari anche a ragione) che gli altri preferiscono vedere come fotografiamo bene?

Potremmo rischiare di essere fuori mercato. Magari abbiamo sempre pensato, che so, che faceva tanto fico dire che sapevamo sciare e invece la neve era andata fuori moda. Oppure davamo sfoggio di cultura, in una compagnia in cui primeggiava la gara di rutti. Poi potremmo anche scegliere di non fare pubblicità e di mostrare semplicemente il prodotto. Scelta rispettabilissima e condivisibile (soprattutto se si ritiene la merce buona). In questo caso l’andare “fuori mercato” non dovrebbe essere un problema. Basta esserne consapevoli.

E non incazzarsi più di tanto se…“cavolo, ma io c’ho quattro tacche anche in pieno deserto, c’ho una batteria che non si scarica mai, la voce si sente senza interferenze, perché non mi si compra nessuno”?

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Mi Manda Rai Tre

Ci tirano addosso secchiate di merda…e neanche si sforzano di farci credere che sia cioccolata! Se avete il gatto con l’influenza, oppure siete agli arresti domiciliari. Se vi si è incarnita un’unghia o semplicemente non vi va di andare al lavoro. Se proprio non avete nulla da fare oppure se volete siete curiosi di vedere una rappresentazione concreta del signor Malussene di Pennac.

Domani mattina, Rai 3, dalle 10 alle 11.

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Apocalissauria

“Is this the real Life, is this just Fantasy?”

E poi ci fu un gran botto. Fortissimo. Rimanemmo tutti perplessi, solamente i più coraggiosi, così tanto per darsi un tono, cominciarono a cantare cori da stadio. Qualcun altro invece preferì buttarsi su “Walk on the wild side”, perché il ritornello era facile “E du dudu dudu du du du du dudu”, faceva molto fico e poi, non sapendo l’inglese (mica l’avevano inventato l’inglese nel giurassico), non capiva tutte le porcate che stava cantando.

Il boato si protrasse a lungo, come un peto di brontosauro, che in effetti si chiama così mica perché brontola. Io però glielo dicevo che tutta quell’erba mica gli faceva così bene. “Dammi retta, Bronty! Fumatela, piuttosto”, ma lui niente, continuava imperterrito a ingurgitare, e rideva e toccava, sembrava lui il padrone.

Dopo il botto arrivò un lampo. Molto forte pure quello che accecò tutti, tranne quelli che avevano esagerato con le pratiche manuali da piccoli, perché quelli erano già un pezzo avanti. Allora una velocirapta di facili costumi cominciò a intonare “oh oh, oh, oh” e tutte le amiche in coro “a far l’amore comincia tu”. La cosa andò avanti un altro po’, finché quello di sopra (perché c’è sempre uno di sopra, anche nel mesozoico) zittì tutti urlando che il giorno dopo lui doveva guidare il camion “eccheccazzo, basta co’ sto casino”.

Tra l’altro la melodia era anche caruccia, ma la parole erano davvero idiote, ma così idiote che i più se ne andarono in cerca di un domani diverso, ma se qualcuno gli chiedeva “Chissà, chissà domani, su che cosa metteremo le mani” loro rispondevano “nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. Che poi, qualche anno più tardi sarebbe diventato l’inno delle Stegosaure vergini (no, un attimo come vergini? Ahhh! Perché erano di settembre!) che si infilavano di soppiatto in tutte le feste solo per rubare due pizzette e un bicchiere di coca cola, attaccare qualche caccola sotto il tavolo e non sapere se gli mancava di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura. Intanto però avevano svoltato il sabato pomeriggio. Senza mandare via il passerotto.

Dopo il lampo arrivò di gran carriera la meteorite. “Cheeeee? E’ arrivata la meteorina con la corriera?” Nonno rimetti l’apparecchio acustico che mi fai perdere il filo. La situazione si stava facendo seria. Radunammo il Gran Consiglio Dinosauro che provvedisse… no, provveditte… no provvedò, va be’ si prese in carico la situazione e ordinò (tiè, al primo colpo) l’evacuazione. Il brontosauro subito per primo “Io, io professoressa, io evacuo meglio di tutti” e per avvalorare la tesi sganciò uno scoreggione che avrebbe gonfiato una mongolfiera.

Ma a quel punto Ferri aveva battuto il record di autogol e le liste del giudizio universale erano già sui titoli di coda, posso salutar mammà, posso salutar papà, posso salutar Fefè. Anche se a me il Liga ha un po’ stufato e a costo di passare per finocchiosauro, affermo e dichiaro, sotto la mia responsabilità che Freddy Mercury era proprio un gran fico. Distinti saluti, comincia fare un po’ freddino e qualcuno ha spento la luce. Non fate scherzi stupidi mentre moriamo eh! Guardate che vi vedo! è buio, ma vi vedo!

“Nothing really matters, anyone can see. Nothing really matters, nothing really matter to me. Anyway the Wind blows…”

65 milioni di anni fa un asteroide precipitò nell’attuale America centrale con la forza di un miliardo di volte la bomba di Hiroshima, creando un cratere con un diametro di circa centosettanta chilometri. La nube di polvere sollevata oscurò il cielo per mesi facendo precipitare la temperatura sulla terra per un periodo talmente lungo che il gelo sterminò tutti i dinosauri.

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Il problema è un altro

Ma il problema è un altro! Quante volte abbiamo sentito questa frase? Il padre beveva. La madre non lo amava. A scuola lo picchiavano. Ha perso il lavoro. La moglie l’ha lasciato. Ha avuto una malattia. Il problema è sempre altrove. Ma non è una scusa. Non è un modo per giustificare. È solo il modo per cercare di capire.

Così vi svelo (qualcuno me l’ha chiesto!) il significato di “ermeneutica”. Originariamente è l’arte dell’interpretare i testi. Ma dai testi si passa poi (soprattutto a partire dal 900), alla realtà. Interpretare per capire il significato, per non fermarsi ai semplici fatti, ma per cercare di svelarne le ragioni, le condizioni che hanno reso possibile che le cose fossero esattamente così come poi si sono realizzate.

E come si fa a capire la realtà? Il mio maestro Marco Maria aveva trovato una regoletta semplice semplice. Se vuoi capire (i fatti, le situazioni, le persone) complica le cose semplici e semplifica quelle complicate. Se le cose (e le persone) sembrano facili, chiare, assodate, bisogna arricchirle, aggiungere particolari, collocarle in un contesto più ampio. Se invece sono già belle articolate, allora bisogna riportarle a nudo, bisogna cercare le cose essenziali, riducendo ogni complessità per metterne in luce gli elementi base.

Per questo il problema è un altro. E non possiamo (dobbiamo) fermarci alle apparenze. Anche perché altrimenti potremmo pensare di essere in un mondo di pazzi. Quello che per un nonnulla scatta come una molla, quell’altra che per un’inezia comincia ad urlare come una pazza….ma il problema è un altro. Un po’ quello che dicevo qui https://giacani.wordpress.com/2013/09/18/ce-sempre-un-motivo/

C’è sempre un motivo. Nascosto, rimosso, inconscio, volutamente dimenticato. E se vale per noi, perché non dovrebbe valere per gli altri?

Complica le cose semplici, semplifica quelle complesse.

Sempre ammesso che tu abbia la curiosità di tentare di capire chi ti sta di fronte. E io, com’è noto, sono molto curioso.

 

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Crescere i figli, evitando le buche

L’altro giorno, andando a trovare una coppia di amici che ha auto un bambino da pochi giorni, ci sono inevitabilmente tornati alla mente i periodi in cui nacquero Lele e Elisa.

Confrontando le esperienze ci è tornato in mente l’alba di quel mercoledì di 15 anni fa, quando ci mettemmo in strada per arrivare in ospedale. Ale era in uno stato tale che ogni buca della strada era una specie di coltellata. Ogni crepa, ogni piccolo sobbalzo era un “ahia”, che faceva più male a me che a lei. L’obiettivo finale era l’ospedale, ma quello immediato era evitare le buche!

Evitare la buche. Ti sembra facile? Tutta Roma è una buca! Anche nei punti dove la strada sembra intatta, in realtà non esistono dieci metri di asfalto liscio. Lo si sente dire, tutti lo sanno, ma ne siamo così abituati che non ci rendiamo conto di quanto sia vero finché qualcosa o qualcuno non ci obbliga a farci caso.

Mi è tornato in mente questa cosa perché in fondo, quell’evitare le buche è una perfetta metafora di quello che è l’essere genitore. Anche con i figli cerchiamo di evitare le buche. Cerchiamo di evitare errori, incomprensioni, delusioni. Come a dire evitare l’inevitabile. Non per noi, ma per loro. Anche se sappiamo bene che evitare le buche è impossibile. Come sappiamo altrettanto bene che evitare sconfitte, dolori, fallimenti è irrealizzabile. Ma poi,se anche per assurdo ci riuscissimo, sarebbe giusto? Sarebbe “sano”, per loro? Li aiuterebbe a crescere?

Eppure ci proviamo.

E ce la mettiamo tutta. Anche perché sappiamo, dentro di noi, che ogni buca in cui inciamperanno sarà nostra la responsabilità. Non sarà stata colpa del Comune che non ha riparato la strada. No, la colpa sarà stata la nostra che non siamo riusciti a evitarle.

Quella volta arrivammo in ospedale che Ale era dilatata di 9 centimetri. L’ostetrica voleva ucciderci, ma poi andò tutto bene.

Nonostante le buche.

 

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Santi, Poeti, Navigatori

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,
l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,
l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
viva l’Italia, l’Italia che resiste

Ma sì, dai in fondo ce la faremo anche stavolta. Nonostante un governo che non c’è, ma in fondo il Belgio sono anni che non ha un governo.

E sì, ce la faremo, nonostante Berlusconi. In fondo perché no, ce l’ha fatta  l’America con Nixon, Reagan e George Bush J.

Ce la faremo, nonostante  la mafia e la camorra. In fondo il Giappone c’ha la Yakuza.

Dai su ce la faremo, nonostante i giovani non trovano lavoro, ma anche all’estero mica è facile. In fondo si lamentano persino in Germania.

Ce la dobbiamo fare, anche se le adolescenti si prostituiscono e le madri, invece di vigilare, danno consigli e i padri invece di dare ceffoni danno i cellulari (alle amiche delle figlie). Ma perché in Francia non sono stati travolti da scandali sessuali e in Inghilterra non c’è la più alta percentuale di baby mamme?

Ce la faremo

Nonostante Paolini

Ecco

Paolini

Cazzo, Paolini ce l’abbiamo solo noi.

Paolini. Il disturbatore distributore di profilattici anti pedofilia che girava film pedopornografici. La metafora più azzeccata di questo Paese che sta sprofondando fra il ridicolo e il tragico. Perché come diceva Flaiano, da noi la situazione è sempre grave. Mai seria

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Giona 2013. 4 Il ricino

“Roma bella, Roma mia, te se vonno portà via, er Colosseo, co’ Sampietro, già lo stanno a contratta’. Qui se vonno venne tutto, cielo, sole e st’aria fresca….ma la fava romanesca, la potemo, arigalà!”

 

E così ripartiamo da zero. Ci nascondiamo e ci difendiamo nella quotidianità delle piccole cose. Delle nostre abitudini, dei luoghi conosciuti, dalle cose note, delle persone che diamo per scontate, ma che ci sono sempre, sulle quali sappiamo che possiamo contare.

La riscoperta del quotidiano. Della sua banale e tranquilla normalità. Che però sembra assumere significati nuovi, risvolti sconosciuti. Quando ti ritrovi a pensare che in fondo, ma sì, non è poi così male.

Di solito la nostalgia colora i ricordi, sbiadisce le ombre e redime gli errori e le incoerenze del passato. Così i ricordi ridisegnano la realtà, raccontandola sempre un po’ meglio di quello che era. Ritrovare la propria quotidianità è un po’ questo. Un tuffo nel passato che diventa presente e anzi ti fa riappropriare del tuo presente, delle tue cose, delle tue abitudini.

Avete notato quante volte ho detto “tue”? Perché in fondo è questo il punto essenziale. La quotidianità sarà banale, sarà scontata, ma è nostra! Ci appartiene, è parte di noi. E solo per questo non può non essere apprezzata.

Tutto bene allora? Valeva la pena partire, scappare, fare altre esperienze, vivere le grandi sconfitte e i grandi successi, solo per poter tornare e così, finalmente, apprezzare quello che abbiamo, ma soprattutto quello che siamo. Tutto bene allora.

Invece no. Anche lì, qualcuno scombina i nostri piani. Diciamolo pure, qualcuno rompe li cojoni. Ma io dico…con tutte le piante che ci sono, con tutti gli alberi, gli arbusti, i cespugli, i muschi e i licheni proprio il mio ricino doveva seccarsi? Proprio il mio banalissimo, anonimo, scontato, insignificante ricino? Ma allora ce l’hai con me! Allora dillo che non mi dai tregua, che non avrò mai pace.

Ed è proprio così. La vita è così. E guai se non fosse altrimenti.

Il libro di Giona (quello autentico) si conclude con una domanda. Buffo, per un testo sacro, anzi penso sia una rarità unica (magari qualcuno più dotto di me può confermare o contraddire questa cosa).

Le risposte sono importanti, ma come ho scritto anche altrove quelle davvero decisive sono le domande. Questo libro si chiude con una domanda senza risposta. Non abbiamo (perché non esistono) risposte alle domande decisive. Perché io? Perché a me? Perché?

“Ma tu sei lì per non rispondere e indossi un gran bel gilet”

Neanche Tu, da lassù ci dai grandi risposte. Non abbiamo risposte e qualsiasi risposta non può che essere banale, scontata, retorica. Ma soprattutto provvisoria. Buona oggi, domani chissà. La domanda deve restare aperta. Come la vita. Ci deve soddisfare il giusto, deve bastare fino ad un certo punto. Poi la ricerca deve ripartire.

E’ questa la profonda e insuperabile ironia della vita. Nessuna risposta è definitiva e anzi, ogni pretesa in tal senso non può non sprofondare nel ridicolo. Come il povero Giona e il suo ricino. Come noi e le nostre piccole grandi certezze quotidiane, che ci sono alla sera e alla mattina possono non esserci più.

E allora ripartiamo. Senza retrocedere, senza arrendersi come canta il Boss. No retreat baby, no surrender!