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E se fosse solo una scommessa?

E se in realtà fosse solo il frutto di una scommessa?

Un po’ come in una di quelle commedie iperboliche di Hollywood in cui due sfaccendati ed annoiati ricconi scommettono fra di loro una cosa assurda, per vedere poi di nascosto l’effetto che fa. La scommessa potrebbe essere, “vediamo fino a che punto mi danno retta”.

Allora, li prendo tutti per il culo per vent’anni, sparo minchiate a rotta di collo, prometto la rava e la fava,  me la prendo con nemici immaginari, corrompo giudici, politici, giornalisti, finanzieri e quelli che non riesco a comprarmi li faccio attaccare dai miei maggiordomi. Mi compro tre televisioni e comincio a trasmettere programmi di merda in cui illustri sconosciuti senza alcun talento, né capacità possono diventare ricchi e famosi. Mi compro dei giornali e ogni giorno gli faccio vomitare merda su quelli che sono contro di me. Poi mi compro una squadra di calcio e gli faccio vincere tutto quello che c’è da vincere. Panem et circenses, lo dicevano anche i latini.

Vado al governo e faccio diventare ministro il mio cavallo. Ah, già l’ha fatto qualcuno? Peccato, poteva essere una bella idea. Va be’, allora faccio diventare ministri nani, ballerine e mignotte. Poi organizzo orge con minorenni, prendo per il culo i politici esteri, stringo amicizia con gli ultimi dittatori rimasti, se c’è una foto di gruppo mi metto dietro e faccio le corna, sparo battute fuori luogo e mi dichiaro perseguitato dagli avversari. Guarda, sai che ti dico? A un certo punto mi paragono agli ebrei nei lager.

Ma vuoi scommettere che sono talmente coglioni che continuano a darmi retta?

Dai, se vinco il caffé, me lo paghi tu, se no pago io.

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Sull’amicizia e sull’amore

“E’ quello che non passa, mentre tutto va. Chi di noi? Chi di noi, resisterà?”

 

Girovagando nei blog che seguo, in questi ultimi giorni c’è un fiorire di post sull’amicizia, in particolare quella fra uomini e donne (che com’è noto è una sorta di ircocervo dei sentimenti), ma questo è un altro discorso. E così mi sono trovato a riflettere su questo nobile sentimento.

Le amicizie vere e quelle apparenti, quelle virtuali e quelle d’infanzia, le amicizie di comodo e quelle nate appena ieri, gli amici di feisbuk e quelli di blog. Chiamiamo nello stesso modo sentimenti totalmente, decisamente, diametralmente diversi (qualcuno mi ha giustamente fatto notare che sono solito usare troppi avverbi. Effettivamente è così).

Ma qui vorrei parlare delle amicizie vere. Quelle con la A maiuscola. Quelle che durano da almeno …ent’anni (il prefisso mettetelo voi).

Ne ho diverse, grazie al cielo. E la maggioranza di queste sono state curate negli anni, sono cresciute insieme a me, hanno passato varie fasi, si sono evolute, intensificandosi e affievolendosi a seconda dei periodi.

In altri casi invece può succedere che, con balzi improvvisi o con percorsi coerenti, ti ritrovi un giorno a confrontarti con persone ben diverse da quelle con cui avevi allacciato il rapporto. Sono diverse loro perché sei diverso tu. O forse uno dei due è rimasto quello che era e l’altro è andato avanti. Insomma, ti trovi a chiederti,

ma se l’avessi incontrato oggi, ‘sto cojone qua…ma siamo proprio sicuri che ci sarei diventato amico? O magari l’avrei evitato come la peste?

Persone con cui hai condiviso tutto: avventure, gioie, ansie, scoperte, paure, dolori, idee, amori…d’improvviso sono degli estranei. O meglio, non proprio estranei. Sono loro, li riconosci. Solo che quello che vedi non ti piace più. Magari quello che un tempo ci legava ora ci divide. E quindi?

Quindi niente. Il legame, se l’amicizia era davvero tale, resiste anche a questo. Del resto in amicizia, come in amore (anzi soprattutto in amore), vale la regola del perché e del nonostante. Sono tuo amico perché. Ma anche (e soprattutto) sono tuo amico nonostante.

Il perché e il nonostante disegnano quel flebile, impercettibile, inafferrabile confine fra ciò che vogliamo/possiamo/dobbiamo accettare di una persona e quello che invece (soprattutto per lui!) vogliamo/possiamo/dobbiamo provare a cambiare. Sempre ché teniamo veramente all’altra persona.

In amore anche di più che per le amicizie. Perché in fondo (di solito!) con gli amici non ci vivi insieme h24 e quindi il peso di quel nonostante si diluisce nel tempo, nello spazio e quindi nell’intensità.

E forse questo è il modo per capire le amicizie vere (o il vero amore). Se riesci ad essere amico (e ad amare) anche nonostante. Altrimenti chiamiamoli in altro modo.

Perché, in definitiva, la cosa più semplice e più bella e più vera, in questa materia, la disse quell’extracomunitario di colore che divenne vescovo di Ippona, noto come Agostino.

Ti amo, significa voglio che tu sia come sei.

 

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Milano ogni volta che mi tocca di venire

E’ incredibile come si possa amare ed odiare contemporaneamente un posto. Oddio, succede anche con le persone. E come con certe persone, certi posti sono nel tuo destino: le puoi amare, le puoi odiare, ma sai che fanno parte della tua vita e sarà sempre così.

Da buon romano odio Milano. Ma da persona ragionevole penso che sarebbe l’unico altro posto in cui potrei vivere in Italia.

“Mi prendi allo stomaco e mi fai morire. Milano senza fortuna, mi porti con te, sotto terra o sulla luna”

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Giona 2013. 3 Il trionfo

3. IL TRIONFO

 

So forte e me ne vanto

Nun ce credevi? Eppure ho vinto!

E se pure nun capita spesso

Però pe’ micco nun ce passo

 

E va be’. Se proprio non se ne può fare a meno, vorrà dire che ci proverò. Qualcuno dice che non capita spesso avere una seconda possibilità. Ma non è mica vero. Capita molte più volte di quanto immaginiamo.

Tutti vorrebbero farci credere nell’occasione irripetibile, nell’eccezionalità della circostanza: “prendilo ora o mai più”, “chiamala adesso o la perderai per sempre”.

Ma non è così. La vita, per fortuna o per disgrazia, non è così. La vita ci rimette di fronte enne possibilità, magari non le stesse, ma comunque molto simili. E a volte, per stare lì a rimpiangere quelle passate, ci facciamo fregare sotto il naso anche quelle nuove.

Metti dunque che dopo essere scappati, decidiamo di tornare indietro. Metti che decidiamo che quella cosa s’ha da fare. Metti che la facciamo. E metti pure che otteniamo un successo strepitoso.

Dovremmo essere felici, dovremmo essere al settimo cielo, dovremmo sentirci soddisfatti, appagati, finalmente realizzati. Oppure, tutt’al più, dovremmo essere in grado di ridere di noi stessi e delle nostre paure. Invece capita che la prima cosa che ci viene in mente è, “tutto qui? “

Come ho scritto qualche anno fa, c’è solo una cosa peggiore del vivere nell’ansia di ottenere un risultato. Solo una cosa è più faticosa del mettercela tutta per raggiungerlo. Una sola è più terribile dell’impegnare ogni singola fibra del nostro animo perché si realizzi. Scoprire che in realtà non è cambiato nulla. Accorgersi che in fondo…tutto qui?

Così riparte il loop. Lo vedi che non lo dovevo fare? Lo vedi che facevo bene a scappare? Lo vedi che era inutile tutta quella fatica? Lo vedi che avevo ragione io? Notoriamente infatti la ragione è dei fessi, il destino cinico e baro, e Dio si diverte un mondo a fare scherzi da prete (ovviamente).

Non è facile gestire i successi. A volte anzi è quasi peggio dei fallimenti. Lì ti puoi consolare con i rimpianti, con i se e con i ma. Puoi trovare scuse, puoi sperare sempre di rifarti domani. Il fatto è che fin da bambini siamo più o meno tutti abituati a scontrarci e a confrontarci con i nostri limiti, con le sconfitte. C’è una biblioteca infinita, i proverbi, la saggezza popolare, gli amici, i parenti, tutti si impegnano e ti sono vicino quando fai fiasco. Gli amici veri li vedi nel momento del bisogno. È vero. Se sono davvero amici è così.

Come si gestiscono invece i successi? Nessuno ce lo insegna. Lo si dà per scontato. Quando sei lassù sul podio sei da solo, sei circondato dall’ammirazione e dall’invidia degli altri. Ma tu? Tu come stai lassù, tutto solo con la tua medaglietta?

Quando gli Dei vogliono punirci, esaudiscono i nostri desideri.

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Giona 2013. 2 La Fuga

Lo so, tocca  a me.

Nun lo sto a di’ a te

E’ inutile che insisti

Nun me va e io scappo.

Saranno pure tutti tristi

Ma nun me sento n’vijacco

 

La fuga è disonorevole! Non si scappa al proprio destino! Fuggire non è una soluzione!

Un par di palle.

Ci sono quelle situazioni in cui non c’è nulla di disonorevole, nulla di biasimevole o semplicemente di sbagliato nella fuga. Salvatores nel film Mediterraneo ne fa un elogio, dedicandolo “a tutti quelli che stanno scappando”. Il film si conclude con una famosa frase di Henri Laborit (“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”).

Di fronte agli orrori del mondo, di fronte alle barbarie, o semplicemente alle scelte sbagliate, cos’altro sarebbe saggio, cos’altro sarebbe sano? Per mantenersi vivi, per continuare a sognare, per dire no, not in my name!

C’è una nobiltà anche nella fuga, un’intrinseca giustizia. Non è paura, non è pigrizia. Ci vuole coraggio anche a scappare. Ci vuole voglia, ci vogliono gambe e fiato.

Quante ce ne possiamo raccontare! E quanto siamo bravi. A parlare. Perché finché si tratta di parlare non ci batte mica nessuno.

Prima o poi però, i conti vanno fatti, i pesci vengono a galla (per vedere la palla di pelle d’Apollo, fatta da Apelle, figlio d’Apollo, ma questa è un’altra storia), la polvere sotto il tappeto magicamente riappare. Le scuse si sciolgono come Viennette dimenticate aperte sul tavolo, lasciando colare quell’impiastro di panna e cioccolato squagliato che miseramente sgocciola sul pavimento della cucina. Ma quale cucina! Della coscienza. Che non ti fa dormire la notte. Che ti chiude lo stomaco. Che ti lascia quel sapore in bocca che con un soffio tireresti giù una zanzara.

E invece giù ci va il tuo umore e cominci a fare strane congetture, improbabili associazioni di idee, per cui è colpa tua se non è successo quello. Ma anche quell’altro e pure quell’altro ancora. Perché la catena delle conseguenze è come i pistacchi al bar con l’aperativo. Una droga! Quando cominci non la finisci più! Te le deve strappare il barista con una faccia cattiva, neanche fossero i suoi, ‘sto morto de fame. Cominci a vedere quello che non va anche nelle cose giuste, perché niente ha più valore. Niente ha più una sua luce. Tutto è sbagliato, tutto è nero e buio.

Neanche fossi dentro il culo d’una balena.

 

 

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Giona 2013. 1 La chiamata

Lo so, tocca  a me.

Nun me va, ma tocca me.

Lo devo fa’ io.

E nun ce posso mannà niciuno ar posto mio.

Ci sono quelle situazioni nella vita in cui senti che devi fare una determinata cosa. Non ci sano santi che tengano. Non è tanto un obbligo morale, sì anche quello, ma non solo. Sono le circostanze, la tua storia, quello che sei. Oppure il tuo futuro, quello che vorrai essere. Non ci sono alternative (l’ho già detto che io odio le alternative?), non ci sono scorciatoie. Sai benissimo la via da prendere. Sai benissimo come arrivarci.

Il problema è che non ti va. Non ti va proprio per nulla.

Non ti va perché è dura. Non ti va perché pensi di non farcela. Non ti va perché magari invece sei sicuro che alla fine ce la farai, ma a che prezzo? Ne vale la pena?

Ma sono domande inutili. Perché lo “devi” fare. È la tua strada e lo sai che non hai scelta. Provi a cogliere gli aspetti positivi, io provo sempre a cogliere gli aspetti positivi. Come quando sei lì che devi spalare una montagna di merda con un cucchiaino in mano. E va be’, a mani nude sarebbe stato peggio. Se era diarrea non ne parliamo.

Invece questa è proprio una bella montagna fumante ed io ho proprio un bel cucchiaino pronto all’uso.

Provi a prendere tempo. Lo farò, prima o poi. Come faccio io con la colonscopia. Eppure lo sai che tanto prima o poi ti tocca. Senti in giro altri, ma niente, nessuno sa dirti quello che vuoi sentirti dire. E se pure te lo dicono, peggio! Tanto non ci credi.

Lo impone la situazione (le situazioni so’ tremende! So’ proprio delle grandissime zoccole le situazioni!), ti ci costringono gli altri (è sempre colpa degli altri! Figli, mogli, genitori, amici, colleghi…un’isola deserta già sarebbe troppo affollata), il destino (notoriamente cinico, baro e anche un poco stronzo) il Padreterno (quel grande Umorista che manda i figli prediletti a morire in croce…cosa possiamo aspettarci da uno così?). Insomma ce devi annà! Ma perché io? Che t’ho fatto?

Non ci sono cazzi. Lo devi fa’ tu.

Personalmente di persona, come direbbe Catarella a Montalbano. Non ci puoi mandare nessuno al posto tuo, forse qualcuno ti aiuterà, ma sai che poi al dunque sarai tu, con il tuo bel cucchiaino in mano e il deretano stretto stretto.

Vai ragazzo (va be’, ragazzo così, per dire), convertili tu.

Ninive, la grande città ti aspetta.

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Tragicomico erotico stomp

“A parte il vestito, i capelli, la pelliccia e lo stivale aveva dei problemi anche seri e non ragionava male. Non so se hai presente una puttana ottimista e sinistra, non abbiamo fatto niente, ma son rimasto solo, solo come un deficiente”

Erano anni che una donna così affascinante non entrava prepotentemente nella mia vita. Del resto sono anni che io non entro dentro una donna. Saranno almeno un paio, da quando sono stato a New York e ho visitato la Statua della Libertà.

Me la ritrovo al bar, nei corridoi, in sala riunioni, fuori dalla porta, a mensa. Ma soprattutto è nella mia mente. E’ diventato un incubo e insieme un sogno straordinario. Quando meno te l’aspetti lei salta fuori e mi guarda in maniera maliziosa.

Oggi è tutta gialla, scarpe, pantaloni, giacca. Chissà, magari sono io. Magari ho esagerato con il limoncello ieri sera. E’ sempre una sorpresa, sempre imprevedibile, non ci pensi e lei appare. La incontri e ti travolge, ti lascia senza parole. Come quando entri in ascensore e qualcuno ne ha mollata una. Solo molto più gradevole.

Non so dove lavora, non so come si chiama. Ma bramo di conoscerla, non posso più fare a meno di lei, dei suoi occhi languidi, dei suoi sguardi ammiccanti. Occhi che parlano, sguardi che lasciano intendere orizzonti sconosciuti.

Eccola, si avvicina, come se nulla fosse, come sempre, con quell’aria falsamente distratta, siamo vicini, eppure lontani. Le sue mani, le sue mani così sinuose, così eleganti, capaci di prodigi straordinari. Devo essere diretto, devo andare al punto, senza paure, senza timidezze. L’assalirò forse, rimarrà turbata, farà finta di non capire. Ma io devo sapere, Non posso più indugiare devo conoscere la verità. Se è davvero lei quella mi farà quello che nessun altra donna ha fatto per me

– Mi scusi, non è che mi rammenderebbe i calzini?

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Aut Aut

But you can say baby, Baby can I hold you tonight, Maybe if I told you the right words, At the right time you’d be mine

 

A volte la vita ci pone di fronte a delle alternative. Vado o resto. Chiamo o aspetto. Ci credo o lo mando affanculo? A volte queste alternative sembrano decisive per i nostri destini futuri. Da quella scelta ne discendono molte altre e questo – il futuro A o quello B – ci condiziona. Ci fa tentennare, ci fa pensare e ripensare, non ci fa dormire la notte. Non parliamo del dopo. Se avessi fatto questo, se non avessi fatto quell’altro…

Le scelte non fatte (o quelle fatte) rimangono ancora più condizionanti di quelle da fare (o non fare). Vuoi più bene a mamma o papà? Se fossi su una torre chi butteresti giù, Tizio o Caio? Bianco o nero? Come se la nostra vita fosse una scacchiera.

Problemi irrisolvibili per noi che non abbiamo abbastanza pazienza. Né fantasia. Non abbiamo abbastanza fantasia, né pazienza per cercare una terza soluzione. Che sarà sicuramente più complicata, più faticosa, meno banale, magari anche meno risolutiva, però senza dubbio più articolata.

Perché come diceva anche il mio amico Kierkegaard è proprio l’aut aut che è errato. Alla domanda Tizio o Caio (come a quella mamma o papà, Bianco o Nero) non c’è risposta esatta. Perché è sbagliata la domanda. E da lì dobbiamo ricominciare. La pazienza di porre la questione in modo differente, la fantasia di trovare soluzioni diverse, la voglia e l’impegno per raggiungere poi queste soluzioni. Tutti i giorni, in ufficio, con gli amici, in famiglia, con i figli, con la persona che ci sta accanto.

La fantasia, la pazienza, la voglia. L’alternativa è arrendersi alla banalità delle soluzioni precostituite. Oppure al vittimismo dei rimpianti per le alternative scartate.