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Consigli di lettura non richiesti / 25. Ward

L’altra sera una delle più affezionate viaggiatrici ermeneutiche chiedeva il ritorno della rubrica sui consigli di lettura non richiesti. Come fanno ad essere richiesti dei consigli non richiesti? Non saprei, ma ho sempre amato gli ossimori, quindi non potevo non darle retta e dunque eccoci qui. In questi ultimi mesi ho letto molto (grazie pandemia!), ma in realtà nulla di così avvincente da spingermi ad avventurarmi in consigli non richiesti.

Con un’eccezione. Jesmyn Ward, giovane autrice afroamericana, che racconta storie di uno degli Stati più poveri degli Stati Uniti, fuori dai percorsi più noti (il West, la California, New York), parliamo del Mississippi. Uno Stato del sud, devasto dagli uragani, arretrato e un po’ fermo nel tempo, così ai margini che paradossalmente non viene toccato neanche dalle classiche tematiche legate alla segregazioni razziale. I poveri non hanno colore, bianchi o neri cambia poco. In Italiano sono usciti tre romanzi: Salvare le ossa, La linea del sangue e Canta spirito canta. Pur non essendo legati fra loro vi consiglio di andare in ordine, iniziando dal primo.

Jesmyn racconta un’America diversa, lontana dalla narrazione abituale, storie molto reali, quotidiane, ma insieme di una grande profondità. Indissolubilmente legate a quella realtà e allo stesso tempo evocative di tematiche universali. Sono tutti e tre romanzi di formazione, raccontati dal punto di vista dei ragazzi. Adolescenti che si affacciano alla vita e che non curanti delle difficoltà e delle situazioni difficili in cui stanno crescendo fanno grandi sogni, immaginando un domani diverso, lontano dalle difficoltà del presente.

E chissà che non abbiano ragione loro. Chi siamo noi per giudicare i sogni degli altri? Forse proprio questo ci vuole dire l’autrice: troppo facile sognare un futuro roseo per chi ha la pancia piena, per chi ha tutte le strade aperte e mille possibilità da realizzare. Provateci voi a crescere con genitori assenti o alcolizzati, in luoghi dove un posto di lavoro è un miraggio e un giorno o l’altro un cataclisma naturale potrebbe spazzare via tutto quel (poco) che hai. Eppure i protagonisti di queste storie ci riescono, inseguono i loro sogni e almeno in parte riescono a realizzarli.

Buona lettura!

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Questi siamo noi

Ultimamente sono stato letteralmente rapito da This is us. Una serie TV che racconta la storia di una famiglia americana che riesce ad illustrare i personaggi nello scorrere del tempo, seguendoli nella loro crescita. Per chi vuole approfondire qui un bell’articolo riassuntivo. Comunque una serie bellissima, che vi consiglio di recuperare, se non l’avete vista. Le prime 4 serie sono sulla piattaforma di Amazon prime, mentre la 5 serie, iniziata a novembre su Fox, è stata interrotta e riprenderà la programmazione ad aprile. Ho letto che ne stanno girando anche un adattamento italiano, che mi incuriosisce molto, anche se nutro forti dubbi possa essere all’altezza dell’originale. Vedremo!

In questa 5 serie, ambientata ai giorni nostri, troviamo i protagonisti alle prese con mascherine e distanziamento: così come in Grace Anatomy, gli autori hanno ritenuto che non fosse possibile ignorare l’emergenza planetaria e, rispettando fino in fondo il titlo della serie, hanno deciso di farla entrare nella storia, con tutto il suo carico drammatico.

Scelta totalmente opposta quella fatta invece dagli autori di Un posto al sole, la serie italiana più longeva (a differenza delle due sere citate sopra non si può dire che la seguo, però sono vent’anni che mi guarda cenare, non posso neanche dire che la ignoro!), che ha fatto finta di nulla, continuando a proporci le sue storie come se nulla fosse accaduto. Storie molto realistiche, concrete, legate all’attualità di Napoli (città in cui è girata). Perché gli autori hanno deciso di far finta di nulla? E perché invece gli americani non hanno saputo/voluto estraniarsi da tutto quello che sta succedendo? Noi i maestri del cinema neorealistico, loro, al contrario, famosi per le favole hollywodiane, sempre con il lieto fine. Per questo mi è saltata agli occhi la differenza.

Il cinema, ma sempre di più oggi le serie TV, devono saperci distrarre, devono catturare la nostra fantasia, farci emozionare e possono farlo raccontando la realtà o ignorandola, distorcendola o ricostruendola. Vedendo mascherine intorno a noi e ascoltando le tragedie che raccontano i TG, potremmo preferire distrarci da tutto almeno quando seguiamo una storia in TV. Oppure al contrario, vedere i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle storie precedenti, alle prese con le nostre stesse difficoltà, potrebbe aiutarci a superarle, in una sorta di catartica impersonificazione.

Entrambe le strade sono giuste se riescono nel loro intento e francamente non saprei quale preferire. Però questo discorso secondo me si ricollega a quello che diceva la mia amica Chiara nel suo ultimo post e in particolare la citazione finale tratta dal Diario di Etty Hillesum: “Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione?”

 

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Che papà vuoi essere?

Nient’altro come i figli ti cambia la prospettiva della vita. O almeno, questa è la mia esperienza, ma non credo di essere molto originale in questa cosa. La vita cambia continuamente: cambiano le amicizie, gli obiettivi, le taglie, i gusti, le opinioni, ma niente riesce a cambiare le cose come l’arrivo di un figlio. Perché ti cambia il punto di vista, cambia l’angolazione. Non sei più tu il centro, non sei più tu la sostanza, il cuore, l’essenza del tuo tempo. E se ancora lo sei è solo perché strumentalmente serve a centrare meglio l’obiettivo. Che non sei più tu.

In questo discorso non credo faccia molta differenza essere madre o padre. Anche se forse una differenza c’è (qualcuno dice che madri si nasce e padri si diventa, ma non so se essere completamente d’accordo). Quello che sicuramente fa differenza è la declinazione concreta di questo principio. C’è chi vuole che suo figlio diventi un uomo affermato, realizzato nel lavoro e pieno di soldi e chi gli insegna l’onestà, perché l’onestà prima di tutto. Chi vuole che diventi il numero uno, perché non c’è posto per i secondi e chi non gli insegna nulla perché ognuno deve trovare la sua strada da solo. Chi lo porta allo stadio e ai concerti rock e chi lo segue passo passo. Chi vuole fare l’amico e chi pensa che si impara solo sbagliando. Chi ha paura di sbagliare e chi è sicuro di essere nel giusto. Chi fa troppo e chi troppo poco.

Ma forse, se volessimo provare a fare una grande suddivisione di cui tutte le altre sono solamente dei sottoinsiemi, direi che la differenza più grande è fra chi vuole che i figli realizzino i sogni che noi non siamo riusciti a concretizzare e chi invece gli lascia inseguire i loro (che molto spesso non coincidono con i nostri). Un padre non dovrebbe seguire il figlio per spingerlo e non dovrebbe precederlo e per spianargli la strada. Dovrebbe camminare al suo fianco, tenendogli la mano.

 

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Quasi tutte le seconde volte

“E sono ormai convinto da molte lune dell’inutilità irreversibile del tempo”

Le seconde volte hanno sempre un sapore diverso. C’è maggiore consapevolezza e minore magia, nel bene e nel male. La prima volta hai più aspettative o più paura, perché non sai come sarà, non sai esattamente quello che ti aspetta. Le seconde volte hanno il gusto del già vissuto, sei più certo dei tuoi passi, tutto quello che succede in qualche modo sarà solo una conferma, non ti troverà impreparato. I deja vu risvegliano la nostalgia dei tempi andati, che spesso rende bello anche quello che bello non era affatto.

Il secondo innamoramento, il secondo viaggio, la seconda colonscopia. Le belle esperienze speri sempre possano succedere nuovamente, anche se sai che non potranno essere belle come la prima volta. Al contrario le vicende negative, una volta superate, speri non ricapitino più, anche se sai che non saranno così orribili come avevi pensato la prima volta. Nel bene e nal male, le seconde volte hanno un’intensità minore, perché hanno perduto il fuoco della novità e rientrano nelle esperienze già vissute.

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? Come sarà questo secondo lockdown? Mi auguro di non vedere di nuovo la caccia alle penne lisce nei supermercati e sono quasi certo che nessuno si metterà a cantare in balcone. Ci sarà più tolleranza verso i runner e meno pazienza per chi se ne va in giro senza mascherina. Ci arriviamo tutti più stanchi e probabilmente più fatalisti. Diciamo la verità, chi era così esageratamente ottimista da pensare che non sarebbe successo?

Ma la domanda vera è un’altra: sarà efficace? Riuscirà a fermare quest’incubo e a farci tornare alla vita normale? Perché invece l’altra sensazione già vissuta, è proprio l’inutilità, la paura che come la volta scorsa avremo molto da perdere e poco da guadagnare. Ma d’altra parte dipende da noi, esclusivamente da noi e come diceva il grande Marx (Groucho, ovviamente) “non vorrei mai far parte di un club che accettasse fra i suoi soci uno come me“.

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Troverà il modo di farci sorridere

In questo periodo evidentemente subisco l’influenza del Giappone, come già avrete intuito se avete letto il post precedente. Sarà il dialogo sviluppato con la mia amica R&D e la sua teoria del karma? Chi lo sa! Comunque, leggevo che nel Paese del Sol Levante c’è una piccola isola chiamata Ōkunoshima (大久野島)  all’interno del Parco Naturale Marino del Mare Interno di Seto, conosciuta come l’Isola dei conigli. Infatti centinaia di conigli selvatici abitano l’isola e si offrono numerosi alla vista dei visitatori.

Ora meta turistica, in realtà l’isola ha un recente passato molto oscuro. A partire dagli anni trenta e fino alla fine della seconda guerra mondiale, infatti era tristemente nota per la presenza di una fabbrica chimica in cui venivano realizzati gas velenosi per uso bellico. I primi conigli furono introdotti proprio per condurre dei terribili esperimenti e capire l’effetto dei gas da utilizzare poi durante il conflitto. Al termine della guerra l’isola restò per lungo tempo disabitata, poi pian piano cominciò a diventare una meta turistica, sia per la bellezza delle spiagge, che per la presenza dei piccoli roditori.

Una redenzione è possibile. Voltare pagina, cancellare gli errori e gli orrori del passato è una possibilità delle cose, è una condizione che sta dentro ogni circostanza, anche quelle più tragiche, anche quelle apparentemente disperate. Se lo meritava questa piccola isola, se lo meritavano quei poveri conigli, come se lo merita ogni situazione. Perché, paradossalmente, come dicevo di recente proprio a R&D, in teoria non se lo merita nessuno. Ma nella pratica la Grazia trova sempre il modo di farci sorridere. Perché è sempre sovrabbondante e può arrivare a ricolmare ogni vuoto, anche quello più abissale, anche laddove non sembra esserci più alcuna speranza.

I’ve found a way to make you
I’ve found a way
A way to make you smile
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Donne è arrivato l’arrotino. Ovvero i dieci pregiudizi che avete su di noi

Dopo 5 anni anni, nel pieno di una pandemia mondiale, poche cose sono rimaste inalterate. A beneficio dei nuovi viaggiatori, ma soprattutto delle nuove viaggiatrici ermeneutiche, ripropongo questi dieci luoghi comuni, queste dieci grandi bugie che raccontate su di noi, poveri maschietti indifesi!

L’omo ha da puzzà. Ma perché? Ma chi l’ha detto? Io odio chi puzza, fossi anche io stesso: quando puzzo mi odio! E poi ho conosciute un sacco di femminucce che in realtà non è che proprio profumassero di viola!

Dimenticate le cose, gli appuntamenti, gli anniversari. E’ vero, o meglio, è parzialmente vero. A volte facciamo finta, così da potervi sorprendere quando meno ve l’aspettate. E poi, insomma, su…un po’ di comprensione, in fondo abbiamo ben altro per la testa. Ad esempio, abbiamo svariati mondi da salvare.

Non trovate le cose. Ecco, su questo voglio fare una netta smentita, perché ci tengo personalmente a precisare che non è assolutamente vero. O meglio, non è colpa nostra. Come dicevo alla già citata Rosa, se non ci fossero gli elfi della casa che di notte si divertono a spostare le cose di qua e di là, noi le troveremmo pure. Non siamo noi che non le troviamo. Sono loro che cambiano di posto senza avvisarci.

Avete paura delle mestruazioni. E qui cito quello che dice Woddy Allen riguardo alla morte: non è che ne ho paura, solo non vorrei essere lì quando arriva.

E collegato a questo, non riuscite a cogliere il nostro stato d’animo. Ma in realtà noi riusciamo a coglierlo benissimo. Se stesse fermo un momento. Il problema è che appena noi pensiamo di aver capito la situazione o il momento, voi avete già cambiato idea. La colpa è vostra, siete troppo volubili.

Con 37 e 1 di febbre vorreste scrivere testamento. Non è proprio così. Ci accontenteremmo di un po’ di comprensione. Non so, una pezza umida sulla fronte e una bella tazza di brodo caldo farebbero piacere.

Vi credete più giovani di quel che siete. Solo perché continuiamo a giocare a calcio o perché ci teniamo a mantenere certe abitudini con gli amici, non è che pensiamo di avere ancora vent’anni. Dovreste apprezzare la nostra coerenza. Trent’anni fa facevamo delle cose, ora continiuamo a farle. O almeno ci proviamo.

Collegato a questo dovreste una volta per tutte smetterla di pensare che i nostri amici siano insopportabili. Non è così! E non è vero che riescono a tirar fuori i nostri peggiori istinti. Il problema è che voi non potete capire le cose che ci uniscono (a dir la verità a volte anche noi stentiamo un po’ a ricordarcele. Ma qualcosa doveva esserci. Ora se ci mettiamo un attimo a pensare, vedrete che ce lo ricordiamo)

Andate dietro a quelle più giovani. Ahhh e qui vi volevo! E allora quando eravamo in quarto ginnasio e noi eravamo lì con i nostri brufoli che vi invitavamo il sabato pomeriggio e voi uscivate con quelli del terzo classico? Eh allora vi andava bene che gli uomini preferivano quelle più piccole! Ora che volete?

Ma poi soprattutto, non è vero che non vi ascoltiamo quando ci parlate. Come fate a pensare che mentre dite qualcosa noi in realtà chissà cosa stiamo pensando? Come fate solo ad immaginarlo? Ma soprattutto perché? Cosa abbiamo mai fatto per farvi pensare una cosa così assurda?

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Vuoi fare goro goro con me?

L’altro giorno ascoltavo su Radio Capital una ricercatrice italiana che si è trasferita in Giappone e raccontava un’espressione onomatopeica utilizzata nel Paese del Sol levante che ha significati plurimi, anche molto differenti fra loro. Trascrivendolo in lettere latine potremmo tradurlo come “goro goro”.

Letteralmente significherebbe rotolare. A partire da questo significato originario, viene utilizzata ad esempio dai bambini quando dopo il lampo sentono in lontananza un tuono che rimbomba: il cielo fa goro goro. Ma non solo: un gatto che fa le fusa fa goro goro o il cane che si mette a pancia sotto e aspetta le grattatine.

Quando ci sdraiamo su un prato a guardare le nuvole che corrono nel cielo stiamo facendo goro goro. E anche quando in riva al mare guardiamo le onde che si infrangono sulla spieggia. Facciamo goro goro quando la mattina appena svegli rimaniamo ancora un po’ sotto le lenzuola e pure quando di notte tiriamo su il naso per vedere le stelle che cadono

Goro goro significa trascorrere il tempo godendosi il tempo che scorre. E c’è forse un modo migliore per passare il tempo?

We rolled across the high plains
Deep into the mountains
Felt so good to me
Finally feelin’ free

 

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Il governo dei migliori

Leggevo ieri un interessante approfondimento su Repubblica di Zagrebelsky (che in verità come nome sarebbe stato più adatto ad una capitale dell’est Europa che ad un giornalista) che giustamente faceva notare come gli ultimi eventi politici hanno di fatto messo fra parentesi la politica. Come già successo in un passato recente in situazioni difficili, se non si riesce a trovare una soluzione ordinaria (lui la chiama dal basso, dal voto dei cittadini), ci si affida ad una soluzione dall’alto, che non è mai una buona cosa per la democrazia.

La scelta dall’alto dei migliori sarebbe al contrario un via libera alle oligarchie, a piccoli gruppi che gestiscono la cosa pubblica al di sopra e al di fuori del volere popolare. Dopo quest’articolo però c’è stato il vero ritorno della politica con l’elezione dei vicesegretari, emanazione diretta dei partiti. Evviva, evviva, la democrazia è salva!

Passando in rassegna questo favoloso elenco dei rappresentanti democraticamente eletti dai cittadini scopriamo che ce n’è uno all’istruzione che pensava di citare Dante, ma in realtà era Topolino. Un’altra alla cultura ha affermato che sono tre anni che non legge un libro (e non so se per pudore o per paura, nessuno ha avuto il coraggio di chiederle quale libro fosse). Un altro qualche anno fa twittava che Draghi avrebbe dovuto essere arrestato, ma è famoso pure per essere convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna (“è tutta una montatura!“). Agli esteri c’è uno che si dichiara amico di Putin, alla giustizia c’è un avvocato del Burlesquoni (lo difese sul caso escort….le cene eleganti), agli Interni il leghista autore dei famigerati Decreti sicurezza. E potremmo continuare così.

Mi sorge un dubbio. Ma siamo sicuri di volere davvero un governo dei migliori? Non sarà che sì, è vero, ci lamentiamo, piove-governo-ladro, ma in fondo vogliamo essere rappresentanti da gente mediocre? I migliori sono i secchioni a scuola, quelli che non passavano i compiti, quelli che se la tiravano. Non ci rappresentanto, non ci fidiamo di loro. Il grande successo pentademente, l’uno vale uno, ci solleva dal confronto con i migliori. Innalza la mediocrità al punto da farla diventare lode: “non per vantarmi, ma io sono proprio come te!”

Peccato che poi nella vita vera, l’uno vale uno non funziona mai: a scuola quando bisognava scegliere il compagno di banco, in ufficio con i colleghi di stanza, gli amici con cui andare in vacanza, il condomino a ui diamo la delega per l’assemblea. Anche in fila alle Poste ci sono le precedenze. E provate a fare le squadre il giovedì sera con questo principio! Nella vita di tutti i giorni uno non vale mai uno. In ogni situazione cerchiamo i migliori, quelli con cui ci troviamo meglio, i più affini. E in politica? In politica no. Lì, evidentemente, ci meritiamo Lucia Borgonzoni.

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Il vento caldo dell’estate

Mi ha sempre affascinato moltissimo la voce di Alice. Con le debite proporzioni, potremmo definirla la Patti Smith de noantri? Chissà, qualcuno che ne capisce di più magari potrebbe dissentire. Ma quel tono profondo, avvolgente, perentorio me la ricorda. E poi mettiamoci anche le musiche e i testi di Battiato, che riescono ad evocare mondi, epopee, che anche quando canta cuccuruccucù paloma, sembra ti stia facendo la rivelazione del terzo segreto di Fatima. Come diceva una vignetta di qualche tempo fa, vorrei anche io prendere quello che prendeva lui quando vedeva furbi contrabbandieri macedoni, gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming“.
Tra tutte c’è una canzone che da sempre mi colpisce come un diretto allo stomaco e mi lascia senza fiato. E non è tanto la canzone nella sua interezza, ma il ritornello. Il ritornello del Vento caldo dell’estate, quando Alice canta e ripete per tre volte “la fine“. Ecco! Avete mai sentito niente di più definitivo? Canta una delle cose più belle, una delle sensazioni più piacevoli e avvolgenti, ma nello stesso tempo evoca l’epilogo di ogni cosa, l’avvento della fine del mondo, l’Armageddon, la parousia.
Ed è proprio questa categorica affermazione della conclusione, l’esito finale e inappellabile, che mi mette ansia. Perché invece io penso che ci sia sempre un dopo possibile, che ci sia un’altra via, magari ancora sconosciuta, per il momento invisibile, che però un domani troverà il modo di venir fuori. E la fine non sarà l’ultima parola.
Proprio in questi giorni in cui prendiamo coscienza che è già passato un anno dall’inizio della pandemia, mi torna la nostalgia del vento caldo dell’estate, che forse si porterà via questo maledetto virus. In questa occasione la fine definitiva sarebbe anche auspicabile, ma anche in questo caso non sarà così, perché abbiamo visto come questo fetente riesca a tornare anche quando sembrava quasi sconfitto. Non sarà la fine, ma potrebbe somigliare molto ad un nuovo inizio.
Ho chiuso le finestre per non lasciare neanche l’aria entrare, qui
Nel buio della stanza si ferma la mia vita, per te
Le mie reazioni non le controllo più
Quanto mi manchi
La tua coscienza è falsa, quante promesse hai fatto: bugie!
E più eri lontano e più giuravi che il tuo mondo ero io
Non eri solo un’abitudine
Quanto mi manchi
E il vento caldo dell’estate, mi sta portando via
La fine, la fine, la fine…
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Le parole non dette

E’ meglio aver amato e perso che non aver mai amato (Alfred Tennyson)

Tutto quello che non è stato detto galleggia nell’aria senza cadere a terra, ma senza neanche essere portato via dal vento. Può essere la materia più leggere ed insieme quella più resistente, come quei granelli di polvere che si muovono senza un percorso, senza una meta, intorno a noi, invisibili finché non li vedi controluce.

E in effetti, rileggendo molti di questi 800 post del blog, mi capita di vedere controluce le parole non scritte, quelle che stanno dietro alle lettere, le intenzioni non dichiarate, i retropensieri. A volte mi ricordo i motivi e le occasioni che mi suggerirono di scrivere in quel modo ed anche quelle che mi spinsero a non scrivere in un altro. Perché le parole non dette non sono solamente degli scarti da buttare via, a volte costituiscono la cornice invisibile dentro cui abbiamo creato il posto per quello che abbiamo scritto.

Per comprendre appieno certe situazioni è proprio nel non detto che dobbiamo guardare, perché costituisce la condizione di possibilità di cogliere il significato reale delle parole espresse. E ripensando a quello che è successo in alcuni momenti della mia vita, mi rendo conto con rammarico o con gratitudine del non detto che ha accompagnato i miei discorsi. Rammarico per quello che andava detto e gratitudine per quello che non andava detto, perché certo non è mai una scelta semplice individuare l’uno o l’altro.

Il non detto è ciò che ancora resta da dire e ciò che invece non andrà mai detto, perché in realtà già detto, seppur non a parole. Il non detto quindi è una finestra aperta, sono i prossimi post che scriverò, le parole urlate, quelle cantate e quelle solo sussurrate.

Ma è inutile girarci intorno, il non detto è anche nel nostra passato. E se quel vecchio poeta inglese ha detto una cosa giusta (ed io credo profondamente che sia così), per comprendere appieno la nostra storia ed i nostri ricordi, per renderli vivi anche per l’oggi ed il domani, dovremmo recuperare anche tutto il non detto perché comunque ne fa parte, la costituisce e la determina allo stesso modo di quello che invece abbiamo espresso apertamente.

Ci sono cose in un silenzio
Che non m’aspettavo mai,
Vorrei una voce
E improvvisamente
Ti accorgi che il silenzio
Ha il volto delle cose che hai perduto
Ed io ti sento amore,
Ti sento nel mio cuore
Stai riprendendo il posto che
Tu non avevi perso mai
Non avevi perso mai
Non avevi perso mai