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Ti sembra normale che resto sveglio a corteggiarti per ore?

Sei d’accordo che il MoVimento sostenga una mano alla cabeza, una mano alla cintura, un MoVimento sexy che preveda un super telegattone con bagno ecologico e che difenda gli orfani e le vedove, insieme alle tre civette sul comò e alle figlie del dottore?

P.S. Una volta tanto si dice più nei TAG che nel post! Ma sentiamoci Max Gazzè che forse è meglio….

 

 

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La strada per la luna

La scimmia nuda, un essere bipede ed implume, fatto ad immagine e somiglianza di Dio per chi ci crede. In ogni caso, l’uomo nel giro di qualche centinaio di migiaia di anni è riuscito a dominare completamente il pianeta. Ed è andato anche oltre. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità. Chissà se qualcuno dei nostri antenati preistorici, guardando la luna dalle loro caverne, abbia mai avuto il sogno un giorno di arrivare fino a lì. Forse no, forse era un sogno talmente impossibile che era difficile anche immaginarselo. O forse sì, perché in fondo i sogni più autentici sono proprio quelli più irrealizzabili.

Che sia il frutto della scintilla divina, che sia semplicemente l’inesauribile curiosità, la storia dell’uomo non si è fermata di fronte a nulla, cercando nuove strade, inventando nuove possibilità dove sembravano non essercene. E nello stesso tempo la nostra storia è segnata da un grande spirito di sopportazione, che ci ha fatto accettare e ci ha aiutato a sopravvivere nelle situazioni più estreme e più difficili. Abbiamo la forza e la tenacia per trovare alternative al corso delle cose, ma nello stesso tempo, sappiamo sopportare qualsiasi cosa quando capiamo che non ci sono alternative.

Non è solo rassegnazione, direi più accettazione della realtà: tutto diventa sopportabile quando non ci sono alternative. Ma allo stesso tempo, è sufficiente solamente l’idea, solo un’ipotesi, una possibilità alternativa, che quella stessa realtà che avevamo accettato per un sacco di tempo, diventa insopportabile. Se si apre anche solo un piccolissimo varco nel novero delle possibilità, c’è come un istinto irrefrenabile che ci spinge verso il cambiamento e d’improvviso l’esistente diventa insopportabile.

Finché siamo certi che non andremo sulla luna, lo accetteremo, lo sopporteremo come inevitabile. Ma se per caso dovessimo scoprire una strada, se un giorno si palesasse improvvisa la possibilità, è molto probabile che restare con i piedi a terra diventerà insopportabile. E a quel punto niente e nessuno riuscirà a fermarci.

Tu non lo sai quanto mi piace, non lo sai
Quando ti perdi a fare finta di essere
Semplice, calma, morbida
Come un mistero da decifrare
Tu sei la luna ancora da esplorare
Aspettami, voglio salire lassu’
E non tornare più
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Candelora, Candelora, dell’inverno semo fora…

Mai come quest’anno vorremmo voltare pagina, vorremmo poter mettere la parola fine e iniziare una nuova stagione. Vorremmo esserne fuori, rivedere una luce dopo una galleria buia che sembra non finire mai. E pur nella consapevolezza che non sarà così, che purtroppo dovremmo ancora camminare al buio per molto tempo, la metafora della fine dell’inverno ci aiuta a sperare.

Ci aiuta a scorgere un lieve accenno, un chiarore appena abbozzato, che comincia a tingere di rosa e di azzurro il nero della notte.

Ieri ho prenotato il vaccino per la mia vecchia quercia. Il 19 febbraio la prima dose, il 12 marzo la seconda. La luce della candelora inizia a rischiarare la notte di questo lungo inverno, perché l’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole.

 

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Scegliere o accogliere

Avrei voluto adottare un bambino una volta, non per adottare un contegno, caso mai uno stile di vita. Mi ricordo che a scuola i professori all’inizio dell’anno ci spiegavano perché avevano adottato un testo, piuttosto che un altro. Ma questo non vale mica per i bambini. Quando adotti un testo te lo scegli, quando adotti un bambino prendi quello che ti danno. Com’è possibile che allora si usi lo stesso verbo per indicare due cose così diverse?

E un governo che adotta un provvedimento allora? Se lo sceglie o prende il primo che gli danno? Ma sia che venga dopo un’attenta e ragionata selezione, sia che al contrario arrivi quasi casualmente, quando devi adottare qualcosa o qualcuno, devi prepararti per bene. Devi valutare i pro e i contro, devi esserne all’altezza, devi maturare la convizione che sia giusto così, per te, ma non solo. Devi essere certo che sia la cosa giusta, quella che dovrai portare avanti senza ripensamenti.

Una volta adottato poi, non devi far altro che adattarti, per non essere additato dagli altri o peggio ancora per non poter addurre scuse un domani. Anche perché non è come nei reparti specializzati, dove c’è l’addetto che ti spiega prima.

Ecco perché, in fin dei conti, ti ritrovi a mettere in dubbio le tue convinzioni, a dubitare di quello di cui eri sempre stato convinto, un po’ come quando ti chiedono il trapassato remoto del verbo mangiare. Se sono io a scegliere, sono io il responsabile, è mia la colpa o il merito. Se la scelta non è stata mia, nel bene e nel male, come potrei essere io il responsabile? Ma è davvero così? E’ davvero così discriminante nella vita, così decisivo, sapere se siamo noi a scegliere? Scegliere o al contrario, facendo un passo indietro, accogliere quello che viene come colpo del destino o meglio, come dono del cielo.

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E’ stata la tua la colpa?

Nel balletto di responsabilità fra la Regione Lombardia ed il governo, riguardo i dati dei contaggi che determinano il colore delle regioni, mi sembra ci sia lo specchio di una situazione generalizzata. Forse è inevitabile, visto il tempo che stiamo vivendo. Come ci racconta bene Manzoni nei Promessi Sposi, quando c’è una pandemia, la ricerca dei colpevoli, la caccia all’untore diventa lo sport nazionale.

Resistere alla tentazione di trovare un colpevole è quasi impossibile. E se proprio non un colpevole, almeno un responsabile. Il virus sembra inarrestabile, l’economia crolla e ognuno ha il proprio elenco delle colpe od omissioni: andava fatto questo, non andava fatto quello. Oppure l’elenco delle priorità a scala variabile: prima gli anziani, no prima le scuole, prima i posti di lavoro, no prima la salute.

E’ un circolo infinito, perché ovviamente in ogni situazione si poteva fare meglio e chi è deputato a prendere decisioni ha davanti a sé delle alternative che raramente sono bianche o nere. Molto spesso al contrario sono piene di sfumature, hanno in sé mille conseguenze, non sempre prevedibili e questo stato di incertezza aumenta l’ansia e i timori. Timori che invece, per quanti sforzi si possano fare, per quanto impegno ci si possa mettere, certe situazioni siano irrisolvibili, certi problemi senza soluzioni.

Per questo abbiamo bisogno di colpevoli. I cinesi, chi non mette la mascherina, i gggiovini, il Governo (buono per tutte le stagioni, quando piove e quando c’è il sole), chiunque sia, ma dateci uno a cui possiamo rivolgere la nostra rabbia, dateci un volto, un nome e un cognome, perché al contrario un nemico senza volto è troppo spaventoso, troppo insopportabile. Capite perché è facile prendersela con il primo che passa strada? E non è un esempio a caso, a marzo in pieno lockdown, c’era pure chi pensava che il virus venisse diffuso dai poveri runner.

Va bene vigilare, è corretto attribuire le giuste responsabilità, ma smettiamo di dare la caccia ai fantasmi, smettiamo di crede che sia sempre possibile individuare un colpevole delle situazioni, perché non è così. Il peggior virus non è il Covid, ma la cultura del sospetto, che a prescindere dall’analisi dei fatti distrugge ogni fiducia. Ci sarà sempre chi soffierà sul fuoco della retorica, chi vorrà insinuare il dubbio e alimentare l’astio, ma questa è la peggiore infezione che possiamo prendere. Un’infezione che ci isolerà da tutti, magari in attesa di qualche messia, salvatore da due soldi.

Al contrario ne usciremo solo se saremo in grado di accettare gli errori, di accettare il fatto, faticoso, a volte opprimente, che non ci sarà nessun salvatore con la bacchetta magica. Ne usciremo solamente se ricominceremo a dare e ad avere fiducia nelle relazioni, se recupereremo la voglia di lavorare insieme, per costruire una speranza comune.

 

 

 

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Non esiste alternativa

Come si fa a non far rimpiangere chi ci ha preceduti? Bisogna rinnovare, mantenendo quel che è stato, bisogna togliere e aggiungere, ricomprendere facendo un passo avanti. Siamo nani sulle spalle dei giganti, ma proprio perché siamo sulle loro spalle possiamo diventare più alti di loro.

Non è facile, non tutti ci riescono. Ad esempio, la povera Letizia, potrà mai superare le minchiate di Gallera? Qualcuno dubita che potrà arrivare alle sue vette, ma io dico che ce la può fare. Diamole tempo e vedrete che ci darà tante soddisfazioni….

P.S. Lo spettacolo indecoroso di un governo sopraffatto da un compito più grande di lui, che va cercando voti a destra e sinistra come quando giravamo per le strade a chiedere i soldi per la gita dei 100 giorni. Un’alleanza con un partito che esprime il populismo più becero, nato sulla balzana idea che le competenze non servano (uno vale uno è un principio che non è accettabile neanche a calcetto il giovedì sera) che è destinato a scomparire e ad essere ricordato come una cosa bizzarra, il frutto di una sbornia collettiva. La prospettiva di far continuare a gestire un’emergenza terribile ed insieme una massa imponente di risorse, tale da poter risollevare il Paese, ad una classe dirigente non all’altezza. Tutto vero, tutto giusto, non possiamo dormire sogni tranquilli. Ma non dimentichiamoci mai, mai, mai, mai, mai di quale sarebbe l’alternativa. Di chi rappresenta l’alternativa. Dei danni irreparabili che sarebbero in grado di fare gli emuli dei nazisti dell’Illinois de noantri.

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Ma davvero “scusa” è la parola più difficile?

Con l’amica “raccoglitrice differenziata” si discuteva amabilmente della sottile, ma sostanziale differenza fra il chiedere scusa ed il ringraziare. Sottoscrivo molte delle cose che dice (andate a leggere, le trovate esattamente qui): meglio, molto meglio ringraziare che chiedere scusa. Entrambi andrebbero fatti non a sproposito, sono talmente importanti che non bisogna abusarne, ma comunque l’una si fa preferire all’altra. E in definitiva, come concordavamo, la gratitudine è davvero uno stato d’animo meraviglioso, l’augurio più bello che si possa fare a qualcuno.

Detto questo, citando una famosa canzone di Elton John, davvero “scusa” è la parola più difficile? In alcuni frangenti sembrerebbe proprio il contrario: come un colpo di panno sulla polvere o una cancellino sulla lavagna, chiedere scusa sembra essere la strada più semplice per uscire da una situazione difficile. Certo, quando urti per sbaglio qualcuno in ascensore (quando ancora si poteva stare in ascensore con qualcun altro!) oppure quando sbagli numero telefonico, cavarsela con un “mi scusi” è davvero la cosa più semplice. Ma quando, anche inavvertitamente, ferisci davvero qualcuno? Quando, anche con le migliori intenzioni, tradisci le sue aspettative? Quando, pur senza volerlo, non riesci a mantenere un impegno preso? Per errori, colpe ed omissioni, quant’è difficile chiedere scusa? Ed è davvero risolutivo? Serve a qualcosa?

Troppe domande! Ma parto da quest’ultima. Spesso si sente dire che le scuse sarebbero inutili, che bisognerebbe pensarci prima, che comunque non risolvono la situazione, non restituiscono quanto tolto in precedenza. E così, trincerandosi dietro la presunta inutilità, in realtà ci si arrende alla oggettiva difficoltà del chiedere scusa. Perché in realtà diciamoci la verità: chiedere scusa costa! In ogni situazione possiamo trovare tutti gli alibi di questo mondo: le migliori intenzioni con cui abbiamo fatto o non fatto qualcosa, l’oggettiva difficoltà in cui ci trovavamo, il non poter immaginare tutte le conseguenze di un’azione, la mancata conoscenza di quel dettaglio che poi si è rilevato determinante.

Chiedere scusa e ammettere l’errore è pesante, costa impegno e fatica, perché ci mette di fronte ai nostri limiti, alle nostre incapacità, alle nostre imperfezioni. Ma i limiti esistono, anche se non vogliamo ammetterli. Al di là degli alibi, delle giustificazioni, delle attenuanti. Chiedere scusa, prima ancora che per provare a ricomporre il rapporto con l’altro, serve a trovare un accordo con se stessi, serve a riappacificarci con quello che siamo, che è il primo passo per essere felici. Dobbiamo chiedere scusa, per non trovare scuse. Perché siamo nati per essere felici. O almeno per provarci.

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Sogno di una notte di mezzo inverno

Forse avevo mangiato pesante. Forse avevo così tanta fantasia che mi avanzava. Oppure così poca. C’è chi sogna perché non ha abbastanza fantasia per raccontare le realtà e chi sogna perché ce ne ha troppa e vuole inventarsene una nuova di realtà. Fatto sta che ho una grande confusione in testa e i contorni del sogno e quelli della realtà si fondono e si confondono come una specie di Alice nel Paese delle meraviglie. Magari avrò bevuto troppo. O forse troppo poco.

Insomma mi sono trovato dentro questo sogno: l’invasione degli extraterrestri. Da un giorno ad un altro cambiavano tutte le nostre priorità. Dovevamo mettere da parte tutte le distinzioni, tutte le cose che ci separavano, che ci rendevano nemici, per sentirci tutti dalla stessa parte. Russi e americani, arabi ed europei, cinesi, indiani, gli Stati Uniti del Mondo, tutti uniti contro il nemico comune, la minaccia venuta dallo spazio. Improvvisamente un senso di fratellanza che unisce tutti, che ti fa sentire la parte di un tutto, che coinvolge tutte le nazioni, tutti i continenti, senza distinzioni. Va be’ davvero era un sogno.

Niente più piccole preoccupazioni, gli immigrati che ci rubano il lavoro, i zingari che ci rubano in casa, gli arbitri che ci rubano le partite. Nessuno dava più peso a queste cose, perché l’avversario era troppo potente, troppo spietato e mieteva più vittime di una guerra atomica, non c’era posto per le divisioni, tutti erano dalla stessa parte. Sembrava quasi di essere in un film.

Un film, un sogno, come una specie di favola. Ad un certo punto Pinocchio non era più un burattino, non era neanche un bambino, no. Era un ermafrodito.

  • “Papà, cos’è un ermafrodito?“
  • “E’ uno che sembra una cosa e invece è un’altra, anzi è una cosa ed il suo contrario, un po’ complicato da spiegare, sei ancora piccolo“.
  • “Ma no, papà ho capito, è un po’ come Renzi“.

Oppure un sogno americano alla rovescia. Sono gli indiani che assaltano il fortino, con i loro copricapi con le corna (ma quelli non erano i vichinghi?), si riprendono le terre strappate dall’uomo bianco e cacciano via gli invasori. Che però non somigliano mica a John Wayne, anzi hanno dei buffi capelli color carota, tipo Pippi Calzelunghe. Mamma mia che strani sogni!

Ma non divaghiamo. Gli extraterrestri ci invadono da più parti, la Cina trema, la Russia si arrende, l’Europa vacilla, l’America sembra cadere, ma improvvisamente gli scienziati di tutti i Paesi, le menti più brillanti del pianeta, si uniscono e trovano una soluzione inventando l’arma globale, a base bruschetta con aglio, porchetta di Ariccia e vino dei castelli. “Ma sarà vero? Funzionerà? Io non mi fido, non l’hanno mica testato, in così poco tempo e poi chissà che ci mettono dentro la porchetta“. C’era chi era scettico, ma l’arma globale funzionava! Gli extraterrestri erano allergici alla porchetta e non sopportavano l’alito pesante e prima pian piano, poi sempre di più, cominciavano a fuggire, per tornarsene nel loro pianeta.

Sui titoli di coda tutta la gente usciva fuori e continuando a bere vino come se non ci fosse un domani, cominciava a ballare per strada Gimme some Loving di Steve Winwood.

  • Ehhhh certo ce ne hai di fantasia! E secondo me il vino dei castelli ha dato in testa a te, mica agli extraterrestri.
  • Sì, forse avrò anche molta fantasia. Ma purtroppo mai quanto la realtà.

 

 

 

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Tuttavia la città

Sono i giorni del tuttavia. Il resto che avanza e cambia le prospettive, l’irriducibile pezzetto che apre nuovi scenari e fa riconsiderare le cose. I 44 gatti stanno in fila per sei, tuttavia quei due rimangono fuori e non sai dove piazzarli. Li metti in fila per sette, tuttavia rimangono fuori lo stesso e allora lasci perdere, si mettessero come gli pare. Meglio farsi i gatti propri.

La situzione non è semplice, tuttavia è arrivato il vaccino e in tempi brevi ne saremo fuori finalmente. Tuttavia non so se voglio tornare a fare la fila sulla Colombo alle 8 della mattina (ecco, i gatti potremmo metterli in fila per otto, tuttavia ne rimarrebbero fuori quattro). Tuttavia anche stare a casa tutto il giorno e tutti i giorni forse non è proprio il massimo come avevo pensato.

Renzi ha ragione quando dice che 65 miliardi di euro del recovery plan non possono andare in navigator e bonus monopattini. Tuttavia ha torto, perché Renzi ha torto anche quando ha ragione. Tuttavia sarei più sicuro se questi fondi li gestisse uno che per dieci anni ha retto l’economia dell’Europa, piuttosto di uno che è andato al governo con la compagine peggiore della storia repubblicana.

Arriva la Befana, detta anche Epifania, che tutte le feste si porta via. Tutte via, non ce ne lascia neanche una. Ma si sa, dobbiamo percorrerla tutta, questa via. E forse torneremo a cantare con l’Equipe 84, “tutta via la città, un deserto che conosco“. La canzone non faceva proprio così, tuttavia essendo la traduzione di Blackberry Way dei Move, possiamo anche far finta che sia giusto così. E se anche non lo sapevate, allora sentite qua…

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Cosa resterà di questo duemilaventi

Diciamo la verità, non vediamo l’ora che finisca! Penso che raramente si sia trovata un’uniformità di opinioni così generalizzata. In un sondaggio avremmo percentuali bulgare, come si diceva una volta. E se volessimo sintetizzare al massimo, questo sentimento diffuso nei confronti dell’anno che sta per terminare, saremmo tutti d’accordo: al massimo potremmo concederci una variante poetica o chissà, grammaticale. Ma insomma il giudizio sarebbe unanime

Penso che questo 2020 anche in futuro ci servirà da termine di paragone: “sì, d’accordo quest’anno non è stato un granché, ma ricordatevi allora il duemilaventi“! Anche nei ricordi sarà per sempre l’anno orribilis, l’innominato, il parente da dimenticare, lo zio di cui vergognarsi, il cugino che facciamo finta di non conoscere.

Anche a me certamente non lascia in bocca un sapore dolce, né complessivamente un ricordo piacevole. Eppure, nella sua particolarità, forse nella sua unicità, debbo riconoscere che mi ha insegnato tante cose, mi ha fatto riscoprire e apprezzare cose che davo per scontate, oppure che non conoscevo affatto. Per esempio, pur avendo l’abbonamento da anni, non avevo mai visto Netflix. Non sono un grande amante della TV, ma debbo dare ragione ai miei ragazzi: Netflix è veramente fico! Ma anche il balcone. Prima di quest’anno chi era mai stato in balcone?

Ho riscoperto la bellezza dei parchi cittadini, delle piste ciclabili e del cucinare. Ho avuto conferma che c’è gente che non si lava (nemmeno le mani!!!) e che in fondo i Korenai che da sempre girano per Roma con le mascherine, non sono poi così sociopatici come credevo. Ho capito la fortuna di vivere in un Paese in cui non bisogna aprire un mutuo per curarsi. Ho capito (ma questo in fondo lo sapevo già) che ho una grande fiducia nella scienza. Che magari non risolverà tutti i problemi, ma certo qualche soluzione per semplificarci la vita, ce la dà. D’altra parte sono cresciuto con l’idrolitina, potrei mai aver paura di un vaccino?

Ho capito sempre di più quanto sia bello vedersi di persona e abbracciarsi, poter stare insieme alle persone a cui voglio bene. Ho capito quanto non sia scontato avere la libertà di andare dove mi pare, all’ora che mi pare, senza dover dare spiegazioni a qualcuno. Ho avuto una nostalgia dei viaggi, che neanche quelli ermeneutici me l’hanno fatta passare. Non ho ancora nostalgia per il traffico e l’ufficio, ma chissà, se la cosa durasse ancora per qualche mese….no, mi correggo. Quella non credo che mi verrà mai!

Ho capito quanto sono fortunato che comunque la mia vita si sia potuta evolvere adeguandosi alla nuova situazione. Perché invece per tanti intorno a me non è cambiato proprio nulla: hanno continuato la solita vita, solo con il terrore quotidiano di ammalarsi. Insomma, questo duemilaventi mi ha tolto tante cose, ma forse senza volerlo me ne ha date tante altre. Riuscirò a tenerle anche in futuro? Riuscirò a riprendermi la vita di prima, senza però dimenticare quello che ho imparato?

Insomma, non penso convenga a nessuno buttare nel dimenticatoio l’anno che se ne sta andando, anzi, al contrario, converrà tenerlo bene a mente. Anche perché in fondo lo sappiamo: tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, passano solo 24 ore. Cosa volete che cambi veramente?