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Te la ricordi Lella, la figlia del dottore?

Oggi ve vojo racconta’ la vera storia, quella che niciuno conosce.  ‘Na storia d’artri tempi, de quanno alla candelora dall’inverno semo fora, ma se piove o tira vento, ma quale vento? Qui ce stanno già le fragole e se risvejeno pure le fregole. Pe’ falla breve, ce stava questa che se chiamava Lella, che era proprio ‘n gran pezzo de gnocca e tutti jannaveno dietro. Ma quella gniente. Nun dava retta a niciuno. Se diceva ch’era stata co’ quello o co’ quell’artro, che filava co’ Mario, che filava co’ Gino, ma tutta fuffa, gniente de chè.

Lella veniva da ‘na famija ‘mportante eh, mica era una qualunque. Pe’ tutti er padre era “il dottore”, er classico tipo tutto d’un pezzo, uno che me lo ricordo così, il suo soriso i suoi capelli, fermi come il lago. Che poi co’ tutto quer vento, ma come faceveno a sta fermi? A me me sa che ce metteva a gelatina. Fatto sta che questa se la tirava un po’, dicevamo noi. Va be’ che sei caruccia, ma er principe azzuro a pjatte ariva giusto a carnevale!

Finché ‘n giorno tutt’antratto t’ariva uno grosso, mezzo turco, anzi turco na’ cifra e nun te la porta fori a balla’? Mo, noi semo gente semplice, de borgata, nun se stamo tanto a formalizza’, si uno è nero, giallo, verde a noi c’arimbarza. Basta che nu rompe li cojoni. Co’ uno così potevi pure diventacce amico, allora uno ja detto, “aho, ma come t’antitoli?” Rabah, dice lui, co’ l’acca finale. Me cojoni Rabah, ma tu hai fatto bingo, pe’ riuscì a portate fori quella.

Rabah, che poi se riseppe che di cognome faceva Amba, c’aveva un poker d’assi, bada bene di un colore solo, perché forse era troppo turco. Magnava l’aio dalla mattina alla sera, dice che fa tanto bene alla salute, ma c’aveva ‘na fiatella che ammazzava li sorci e dev’esse stato per quello che a ‘na certa fu scaricato dalla bella Lella. Avanti il prossimo, gli lascio il posto mio e lei cominciò a uscire con Francesco.

Mo ‘sto Francesco lo conoscevamo fin da regazzino, tanto che ancora lo chiamavamo Cicci, perché da piccolo era ‘n supplì, basso e chiatto, facevi prima a saltallo che a giraje ‘ntorno. Era uno co’ la puzza sotto ar naso, un po’ snob, annava giranno co’ na Simca Mille che pareva c’avesse ‘n Ferari. Ma n’era mica ricco, a madre c’aveva ‘n chiosco de fiori ar piazzale der Verano.

Na rosa oggi, ‘n garofano domani, a ‘na certa deve avejele sfracagnate e com’è come non è, alla fine fu sfanculato pure lui. Nella tua trappola, ci son caduto anch’io. E qui entra in gioco er grande Edoardo, coccia d’ovo, Coccò per gli amici, data la sua incipiente calvizie. Lui veniva da Primavalle, cor vespino rosso bordò, ce faceva certe pinne su e giù pe viale Trastevere, ma in realtà faceva l’arrotino, l’ombrellaio, affila i coltelli, aggiusta le cucine. Era uno de noi, uno semplice, pane ar pane, vino ar vino. Ma pure lui era solo un brivido che vola via e infatti Lella volò via.

Dopo quarche tempo se sposò Proietti er cravattaro, ma le cose cominciarono a buttà male e ‘n giorno de Lella nun se seppe più gniente. Er padre, pover’omo, se ne fece ‘na malattia. Je rimanevano solo le foto de Lella e de quei tre, tutti in bella mostra, proprio sulla camera da letto, sopra al comò della pora nonna.

Questa è la vera storia. E così che nacque la canzone.

Amba Rabah, Cicci, Coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore con la figlia del dottore, il dottore s’ammalò, Amba Rabah, Cicci, Coccò.

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Stai con me nella sconfitta

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Ci provi e ci riprovi. Le tenti tutte, dritto e rovescio, di forza e di fino, con lo scontro e aggirando l’ostacolo. Io poi sono testardo, quando mi metto in testa qualcosa difficilmente mi arrendo. Se c’è una cosa che riesce a vincere la mia incrollabile pigrizia sono proprio le imprese complicate. Quelle che mi fanno scattare l’interruttore del coinvolgimento personale, quelle che mi fanno sentire come https://giacani.wordpress.com/2014/05/21/la-rosa-sentinella/ responsabile di qualcosa o di qualcuno.

Succede però a volte che non si riesca. Succede che, per quanto ce l’hai messa tutta, il risultato non arrivi. E tu rimani lì, senza parole, senza energie, senza alternative valide, né reali, né apparenti. Ti accorgi allora che a volte, nonostante la tua smisurata presunzione, devi accettare che le cose stanno così e tu non hai più nulla da fare per cambiarle. Quando hai fatto di tutto, capisci che non hai più nulla da fare. O forse no.

Perché quando hai fatto pace con i tuoi limiti, con la tua impotenza, c’è ancora una cosa da fare. Sperare.

Ed è esattamente quello di cui abbiamo bisogno: non qualcuno che ci trovi la soluzione, ma qualcuno che sia lì con noi mentre non sembra esserci soluzione. Qualcuno che rimanga lì, affianco a noi, nella sconfitta. Con la sua debolezza, con la sua incapacità, con la sua impotenza. Ma nonostante tutto, con la speranza che, all’improvviso, la soluzione arrivi.

Out the blue you came to me, and blew away life’s misery. Out the blue life’s energy, out the blue you came to me.

 

 

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Abbasso e Alè

La libertà comincia dall’ironia (Victor Hugo)

Il problema è che l’ironia è il primo sintomo, il più alto forse, dell’intelligenza delle persone. E come si sa le persone, prese singolarmente possono anche essere geniali, ma quando fanno gruppo diventano immancabilmente ottuse. Non c’è verso purtroppo, non c’è causa che tenga, non c’è ideale che serva da antidoto. Temo sia inevitabile: quando facciamo gruppo, diventiamo idioti (oddio, c’è anche qualcuno a cui gli basta essere in due…guarda i testimoni di geova!).

Tra l’altro, corollario all’essere in gruppo, c’è sempre qualcuno che ne resta fuori: l’altro, l’estraneo, il diverso. E poi c’è chi di questo essere gruppo ne fa una questione suprema. Non ne fa solo parte, diventa il motivo del suo essere al mondo: cancella il suo io per affogare nel noi. Ma quando l’io diventa noi, c’è il rischio che i noi penseranno di avere Dio con loro e marceranno compatti per invadere la povera Polonia di turno.

Non ci sarà più spazio per sottili distinzioni, l’altro è altro e basta: avversario da temere, nemico da battere, infame da distruggere. E ogni arma sarà lecita, dai Pirelloni imbrattati alle interviste in tv di ignari bambini innocenti. Insulti e scomuniche. Nessuno si salva, cambiano solamente le offese, ma la logica è la stessa. Solo per rimanere nella stretta attualità, la discussione sul riconoscimento delle coppie di fatto, la questione dei migranti, la polemica sugli statali fannulloni, qualsiasi tema è buono per creare i noi e dare addosso ai loro.

Favorevoli e contrari, tutti nel tritacarne, senza distinguo, senza approfondire le questioni. E su ogni argomento sbrodolamenti di demagogia, populismo a profusione, banalità come se piovesse, soluzioni semplici a problemi complessi. Giletti e De Filippi, emblemi di questo delirio collettivo, di questa chiamata alle armi per questa o quella battaglia, per questa o quella bandiera.

Be’ non a mio nome. A nessuno venga in mente di parlare per me. Non vi azzardate ad inserirmi in questa o in quella categoria. Certo, come scrivevo l’altro giorno ad un’amica, se un bel gruppo di persone si mettesse insieme per nominarmi Rettore di qualche università e cominciasse a chiamarmi Magnifico, forse potrei fare un’eccezione. Altrimenti mi dispiace, niente di personale, l’uno o l’altro cambia poco perché, se devo dire la verità, singolarmente vi amo tutti, messi insieme mi state tutti sul cazzo. Soprattutto quelli che la pensano come me.

 

Non vorrei mai far parte di un club

 

 

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Vicini e lontani ai tempi del web

E’ buffo come ogni tanto nei blog “esplodano” delle tematiche, come fossero attacchi di varicella. Il giorno prima niente, il giorno dopo sei pieno di bolle. Forse ci contagiamo a vicenda, come i bambini in una classe. Forse queste tematiche girano nell’aria come i pollini e così si posano sui nasi, scatenando le nostre allergie in maniera quasi sincronica. E proprio come le allergie, queste tematiche sono cicliche, ogni tanto rispuntano fuori.

Una di queste è il rapporto fra reale e virtuale, tra la rete e il mondo. E’ meglio questo, è meglio quello, fautori dell’una o dell’altra, con netta predominanza dei nostalgici, quelli che “noi giocavamo per strada“, “altro che wifi, noi uscivamo la sera” (non sfugge la contraddittorietà del fatto che questo cose spesso le scriviamo su FB!).

A questo proposito ad esempio, è interessante l’esperimento che stanno facendo due miei amici virtuali, che vi invito a seguire. Una coppia che non è una coppia, gli estremi che si toccano, una specie di ossimoro (nel senso che Lei è una blogger eccezionale, una fine narratrice, una poetessa prestata alle cronache cinematografiche, mentre lui è Lui), che ha deciso di scrivere a 4 mani un post al giorno per un mese (ma speriamo continueranno!) su un argomento prestabilito. E…leggete cosa ne sta venendo fuori, ad esempio in questo pezzo.

Certo, chi può seriamente pensare che una tastiera sia meglio di un tavolo e due birre? Che una webcam possa prendere il posto di due mani? D’altra parte non si può negare che i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione, rendono possibili rapporti che fino a vent’anni fa sarebbero stati impossibili. Internet, i social network, i cellulari, le chat, hanno di fatto azzerato le distanze, nel tempo e nello spazio. Posso stare ore ed ore in contatto con una persona che sta a centinaia di kilometri di distanza. Posso, senza esagerazioni, sentire più vicina una persona che abita in un’altra città, rispetto al vicino di casa.

Ma soprattutto, la distanza fisica annullata, può creare una vicinanza ed un comune sentire laddove, paradossalmente, la fisicità può essere un ostacolo. Perché è vero che dietro l’anonimato di una tastiera ci si può mascherare e si può essere “uno, nessuno e centomila”, ma al contrario, questa vicinanza virtuale (ma perché non chiamarla spirituale?) ci può far deporre ogni arma, ci può far uscire dalle nostre costruzioni, ci può spingere ad abbandonare le maschere dietro cui ci nascondiamo, per mostrarci così come siamo realmente.

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La verità ti fa male lo sai (Mancio ti voglio bene lo stesso!)

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più. (Bill Shankly)

I fatti ormai sono noti a tutti, anche a chi di calcio ne mastica poco. L’allenatore del Napoli Sarri, al termine della partita con l’Inter ha apostrofato Mancini, tecnico avversario, con un poco elegante “frocio!” Lunghe discussioni, grandi dibattiti, innocentisti (la trans agonistica, quello che succede in campo deve finire lì) e colpevolisti (omofobo, ignorante), si sono dati battaglia. Io non credo che il campo di calcio sia un luogo extraterritoriale dove tutto sia lecito, ma certo se l’insultato si fosse stato zitto, tutta questa polemica sarebbe morta lì.

Soprattutto Mancini (al quale va la mia sempiterna gratitudine, perché quando al termine della sua carriera venne a giocare gli ultimi anni alla Lazio ci fece vincere più di quanto avevamo mai vinto nella nostra storia) se vuole porsi come paladino dei diritti degli omosessuali, non è credibile!

L’esito di tutto ciò sono state due giornate di squalifica per Sarri. Secondo i giudici della FIGC infatti, essendo Mancini eterosessuale, l’epiteto era un insulto, ma non una discriminazione. Interessante punto di vista. Quindi quando dico a qualcuno “fijo de na mignotta“, se la mamma batte il marciapiede lo sto discriminando, altrimenti lo sto semplicemente insultando. Quindi, paradossalmente, se dico la verità è peggio che se dico una bugia. Molto sfiziosa questa cosa. Se non l’avessi già scritto, ci sarebbe da ritirar fuori il https://giacani.wordpress.com/2014/01/10/il-dilemma-di-epimenide/. Chissa come si sarebbero regolati i giudici, se invece gli avesse detto “l’anima de li mortacci tua“. Avrebbero chiesto un supplemento di indagini con tanto di seduta spiritica?

Ignoranza, omofobia, violenze verbali, delazione, sfruttamento subdolo delle situazioni per perseguire i propri obiettivi. E su tutto una giustizia quanto meno bizzarra. Poi mi dite che il calcio non è la perfetta metafora della vita? Per fortuna ci sono anche le cose belle. Ad esempio, qualche giorno fa, nel derby di Barcellona un difensore dell’Espanyol ha insultato Messi dandogli del nano. “E tu sei una pippa!” gli ha risposto l’asso argentino. Al termine della partita lo stesso Messi ha smorzato i toni, minimizzando l’accaduto. “E poi, in fondo, tutti e due abbiamo detto la verità“! Grande Messi, la verità innanzitutto.

A questo punto mi sorge un dubbio: se si è arrabbiato così tanto…ma non sarà che i giudici della Federazione non hanno capito nulla???

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A proposito di stepchild adoption

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Lo capisco, per carità, “adozione del figliastro” suonava male (che è un po’ come dire la chiamavano “bocca di Rosa” perché “mignottone” pareva brutto), ma anche stepchild adoption non è che sia proprio una gran ficata. Potremmo chiamarla “Ernesto”, ma per comodità invece la chiameremo “essea”.

Capisco pure che forse in un blog minchione come questo, certi argomenti seri non dovrebbero avere dirito di cittadinanza. D’altra parte siamo un Paese in cui i comici fanno i politici, i politici fanno ridere e mandiamo a rappresentarci in Europa uno come Salvini (no, voglio dire, Salvini…). Quindi perché mai un blog minchione come questo, invece che so, di raccontarvi come si cucina il pollo con i peperoni, non dovrebbe arrogarsi il diritto di parlare di cose serie?

Tutto ciò premesso vi dico che io sono favorevole alla essea. E lo sono per lo stesso motivo per cui sono contrario all’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Il motivo è che invece di ragionare sulla rava e la fava del diritto (e pure del rovescio), se si guarda l’interesse del bambino non si può non essere a favore. Allo stesso modo in cui non si può non essere contrari invece all’adozione per le coppie gay.

Lo so, ora starete pensando, ecco il solito minchione che si contraddice. Ma invece no (cioè, sì, sono un gran minchione, ma non credo di contraddirmi). Purtroppo c’è molta ipocrisia e molta ideologia su questi argomenti. Si diventa tifosi, neanche stessimo parlando di calcio: la lobby gay contro la lobby cattolica, il Vaticano  e i cattocomunisti. E così, come in tutte le dispute fra tifosi, si perde di vista il cuore della questione, per schierarsi con la propria squadra. E il cuore della questione sono i bambini.

Parto da un presupposto. Secondo me avere un figlio non è e non può essere un diritto. Per nessuno. Dovrebbe essere un diritto avere un padre e una madre. E per questo che penso non sia giusto che due uomini o due donne possano adottare un bambino. Non perché lo travieranno, non perché non potrebbero dargli tutto l’amore, le attenzioni, l’educazione di cui avrà bisogno. Semplicemente perché hanno già deciso prima, che quel bambino crescerà senza un padre o senza una madre. E non è giusto. Per lui, non è giusto. Tralascio qui altri motivi che mi fanno essere contrario, ma che non c’entrano con questo discorso.

Ma allo stesso tempo, se le circostanze della vita (e ce ne possono essere milioni) ti portano a crescere in un contesto diverso da quello naturale (che è e resta quello dove c’è un padre e una madre), in un contesto che potrebbe anche essere migliore di quello naturale (perché a volte c’è chi avrebbe dovuto fare di tutto nella vita, tranne il padre o la madre), mi sembra logico che la persona che ti ha accudito e cresciuto, possa fare (anche ottimamente) le veci di un genitore naturale. Può essere una nonna, uno zio o il compagno (o la campagna) del genitore naturale. Perché il genitore è chi ti cresce, chi ti addormenta la sera, chi ti misura la febbre, chi ti insegna le filastrocche e ti asciuga le lacrime quando cadi e hai le ginocchia sbucciate. Può essere chi ti mette al mondo, ma non è detto.

Detto questo, prendete un pollo e fatelo a pezzetti (io preferisco solo cosce e sovracosce perché il petto non mi piace, ma voi fate come ve pare), fatelo rosolare con olio, aglio e peperoncino. Dopo di ché aggiungete i peperoni, a cui avrete tolto i semini dopo averli tagliati a strisce. Per una questione di buongusto cromatico evitate di mischiare quelli gialli a quelli rossi: o li mettete gialli o li mettete rossi. Ma ci sono anche quelli verdi. Aggiungete sale, salsa di pomodoro, lasciate cuocere e buon appetito!

 

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Absolute Beginners

Avatar di romolo giacaniViaggi Ermeneutici

I’ve nothing much to offer, there’s nothing much to take. I’m an absolute beginner and I’m absolutely sane. As long as we’re together, the rest can go to hell. I absolutely love you, but we’re absolute beginners. With eyes completely open, but nervous all the same

G. si diede un ultima ritoccata ai capelli. Per la centosedicesima volta. Si infilò il cappello e uscì fuori. Ne aveva viste troppe, voleva dimenticare e insieme voleva ricordare. Perché non si ricordava più come si faceva ad amare. Non si ricordava più cosa bisognasse fare, cosa bisognasse dire.

I. aspettava senza attendere. Non si aspetta più nulla, perché aveva deciso di non soffrire più. In cuor suo però non aveva abbandonato la speranza. Aveva solo bisogno di una scintilla. Che riaccendesse il suo cuore.

If our love song could fly over mountains could laugh at the ocean, sail over heartaches. Just like the films…

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Ode cacofonica

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Monica era una donna laconica. Di lavoro faceva la fonica e aveva una faccia conica. Aveva una velocità supersonica, ma non era molto tonica, con una fame faranoica neanche avesse la peste bubbonica. Amava la musica polifonica, soprattutto quella radiofonica e suonava bene la fisarmonica.

Sembrava un po’ daltonica, perché aveva una casa canonica con una strana forma architettonica e in cima una bandiera nipponica che sventolava malinconica. Si trovava sulla costa ionica e aveva una piscina olimpionica.

Lì conobbe un uomo con una gran vena ironica, una tosse cronica e un’insana passione per l’elettronica. La loro relazione era molto poco platonica, così nacque una figlia.

Forse voi non ci crederete, ma la chiamarono Veronica.

(Il mio omaggio, un po’ minchione, anzi minchionico, alla più bella attrice nella storia del cinema italiano, anzi italionico)

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Arrivano i nostri

A volte basta una virgola per cambiare il senso di una frase. Lo sapeva bene la Sibilla a cui chiedevano il futuro i poveri soldati che dovevano andare in guerra: ibis redibis non morieris in bello. Una virgola prima o dopo il non e il significato della profezia cambia radicalmente. Allo stesso modo, basta un’inezia per stravolgere il significato della realtà. E’ sufficiente, ad esempio, confondere la causa con gli effetti.

Metti ad esempio che qualcuno, ma non uno qualsiasi, un tutore della legge, uno che sta al servizio della giustizia, per difendere i deboli contro i prepotenti, uno su cui riporre la propria fiducia. Uno di quelli che una volta arrivavano alla fine, con squilli di tromba, per liberare il manipolo di eroi asserragliati sul cocuzzolo della montagna, assediati da torme di nemici e tutti gridavano “arrivano i nostri”!

Metti che uno così, ma che dico uno, metti che un gruppo di questi, un gruppo “dei nostri” prenda tuo fratello, la persona a cui vuoi più bene, e lo ammazzi di botte. Metti che poi cerchino in tutti i modi di insabbiare la cosa, di far credere che “Cristo è morto di freddo”. Metti in più che, sempre “i nostri” comincino a infangare la sua memoria, così da far pensare che in fondo sia un po’ colpa sua, anzi, che se lo sia proprio meritato.

Tu continui imperterrita a gridare che non è vero, continui a cercare la verità, non ti arrendi alle bugie e vuoi che sia fatta giustizia. Continui la tua battaglia, non ti arrendi e in cuor tuo, nonostante tutto, continui a sperare che arrivino i nostri a salvarti. Per questo le provi tutte e fra le mille cose che fai per tenere acceso il fuoco, per continuare a far luce sulla questione, pubblichi una foto su FB. E così, come d’incanto, si accende la polemica: la gogna pubblica, l’innocente gettato in pasto alla folla, la violazione della privacy.

Se si scambiano le cause con gli effetti la realtà viene stravolta. Guardi il dito e ti perdi la luna. Non voglio entrare nel merito sull’opportunità o sulla correttezza di questa pubblicazione: effettivamente penso che nei suoi panni non l’avrei fatto. Penso che avrei fatto molto, molto peggio.

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Consigli di lettura non richiesti / 6. Genovesi – Mallock

Cominciamo un nuovo anno e cosa c’è di meglio che iniziare con un buon libro? Cosa volete per partire con il piede giusto? Qualcosa di leggero, scorrevole, divertente o qualcosa che vi colpisca e vi lasci senza fiato dalla prima all’ultima pagina? Come sempre lo Chef vi consiglia una doppia possibilità. A voi la scelta!

Volete trascorrere questi primi giorni dell’anno con leggerezza e senza pensieri? Chi manda le onde di Fabio Genovesi è il libro per voi. Un libro che si lascia leggere e va giù liscio come un bel bianco frizzante. Una storia italiana, dei nostri giorni, raccontata con maestria, con dei personaggi molto ben caratterizzati. Una commedia stile Francesco Nuti (non per niente ambientata in Versilia), dai buoni sentimenti, che però non scade nel banale o nel già letto. Sicuramente non un premio Pulitzer, ma una bella storia per passare delle ore tranquille.

Al contrario avete bisogno di suspence, sangue, emozioni forti? Allora non potete perdervi Il cimitero delle rondini di Mallock. Una storia allucinante e terribile, che racconta la lotta tra il bene ed il male e vi terrà col fiato sospeso fino alla fine. Un poliziesco che vi farà dubitare della ragione, portandovi sulle vie del mistero e del paranormale, mischiando mirabilmente insieme storie di nazisti cannibali, metepsicosi, veggenti e angeli vendicatori. E alla fine, quando tutti i tasselli andranno al loro posto e si comporrà il quadro d’insieme, capirete – come il protagonista – che in realtà non avevate capito nulla! Straordinario e misterioso come l’autore, che si cela dietro lo pseudonimo del suo personaggio (giustappunto il commissario Mallock, protagonista della storia).

Per uno di quei paradossi del mondo dell’editoria, in italiano è uscito prima questo e poi il romanzo che in realtà lo precede (I volti di Dio), che conto di leggere nei prossimi tempi. Buon anno e ai prossimi consigli!