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Resoconto semiserio (ovvero minchione) di un viaggio a Barcellona

E quindi siamo andati a Barcellona. E potevo mai evitare di scassarvi i minchioni con un bel resoconto del viaggio di nessunissima utilità? Ma certo che no!

Allora, a Barcellona a luglio fa caldo. Ma mai quanto ne fa a Roma, quindi almeno su questo ci abbiamo guadagnato.  A parte questo, l’unica cosa che mi è dispiaciuta è che ho un figlio troppo serio: 13 anni e nessuna voglia di fare il cazzone. Non mi somiglia per niente! Perché a me sarebbe piaciuto da morire andare da un vigile urbano e fare il numero di Totò e Peppino a Milano “noio volevuam savuar lidiriss”… dai sarebbe stato fichissimo! Niente, si è opposto fermamente! E non l’ho convinto neanche con la promessa che gli avrei regalato la maglietta blaugrana (tanto lo sapeva che alla fine gliela prendevo lo stesso, come pure quella del Real e quella dell’Espanol!).

Dicevo, a parte questo, cinque giorni sono il tempo giusto per vederla per bene. Che poi, diciamola tutta, se escludiamo la Rambla, il Mercato della Boqueria, la zona del porto, la teleferica che porta al Montjuc, il Tibidabo, il Barrio Gotico e qualche Chiesa in centro, a Barcellona c’è solo Gaudì.

Ma questo non per dire che ci sia poco da vedere, perché le cose di Gaudì valgono da sole il viaggio. Park Guell, Casa Batllo, Casa Mila, palazzo Guell, ma soprattutto la Sagrada Familia che è una delle cose più fantascientifiche che io abbia mai visto. Un qualcosa da rimanere a bocca aperta per ore. Quell’uomo era un genio assoluto. Solo immaginare una cosa, sapere che non ne avresti visto la fine, lavorarci per 42 anni, lasciando ogni minima istruzione per portarla a termine è qualcosa che lascia interdetti.

Il fatto poi che abbia cominciato a costruirla lasciando volutamente ai posteri la costruzione della facciata principale mi sembra una metafora stupenda di quello che ognuno di noi dovrebbe fare della propria vita. Te la immagini in testa, cominci a costruirla, ce la metti tutta, ci lavori una vita, ne curi ogni minimo dettaglio, ma lasci agli altri la conclusione, anzi, gli lasci la parte più importante. Solo per questo Gaudì – che ammetto l’ignoranza, conoscevo pochissimo – è entrato nel mio personalissimo olimpo degli eroi, a fianco di Heidegger, Woddy Allen, Peter Gabriel, Giorgio Chinaglia e Tex Willer.

Un’altra metafora che non c’entra niente, ma che mi faceva pensare riguarda noi e gli spagnoli. Io non parlo spagnolo, loro non parlano italiano (non tutti almeno). E’ evidente però che sia molto facile capirsi: c’è poco da fare, siamo simili. Rispetto ad altre città straniere, Barcellona anche da un punto di vista architettonico somiglia ad una città del sud d’Italia (il Barrio Gotico e i quartieri spagnoli di Napoli sono gemelli separati dalla nascita). Insomma, ci somigliamo, le vicinanze e le affinità sono molte e vengono fuori in ogni occasione. Capita però che trovi quello un po’ più rigido, quello meno accogliente o forse meno disposto a venirti incontro, ecco allora che parte l’inglese. Ed è buffo che per capirsi tra simili, a volte bisogna rivolgersi ad un linguaggio altro, lontano ad entrambi. In fondo, se vogliamo nella vita è un po’ così. Anche fra vicini. Soprattutto fra vicini. Se succede un cortocircuito della comunicazione, fare entrambi un passo indietro e cercare un linguaggio diverso, uno spazio nuovo, lontano dai soliti confini, dove nessuno dei due si sente “a casa”, può essere l’unico modo per provare a capirsi.

Volevate qualche consiglio su un possibile itinerario? A parte le cose già dette, considerando che la metro è favolosa, arriva ovunque e passa con una frequenza imbarazzante (almeno per noi romani abituati a ben altri standard), vi consiglio di cercare l’albergo non proprio al centro. A meno ché non siate (beati voi) ancora negli enta e siate lì con un gruppo di amici per vivere la movida notturna, che probabilmente, oltre Gaudì, è l’altra eccellenza della città. Per mangiare non c’è che l’imbarazzo della scelta, con pochi soldi si mangia bene un po’ ovunque: tapas e paella su tutto! Per muovervi conviene prendere il biglietto con 10 corse: costa 10 euro (la singola corsa 2,20) ed è sicuramente più conveniente anche dei biglietti giornalieri (circa 5 euro), anche perché le cose da vedere sono molto concentrate in determinate zone, quindi non è che serva poi prendere tutti questi mezzi.

Consiglio conclusivo, per gli amanti del calcio ma non solo, non si può non andare a visitare il Camp Nou: tre ore ben spese, in particolare nel museo interattivo che con oltre 100 video a disposizione, ti dà la possibilità di rivedere alcune fra le immagini e fra i goal più belli in assoluto della storia.

 

 

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E vissero tutti felici e contenti

Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché questo i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti (Gilbert Keith Chesterton)

Poi ad un certo punto si cresce e non si crede più nelle favole. Di solito allora succede che non si crede più nemmeno che i draghi possano essere sconfitti: si comincia a credere che i draghi siano invincibili, che probabilmente sia inutile anche combatterli, che convenga piuttosto arrendersi e farci amicizia. allora si esce dalla favola e ci si arrende alla realtà.

In quella realtà in cui non ci sono principesse da salvare, mulini a vento da sfidare, burattini senza fili, ragazze ninja che si mascherano da uomini, orride bestie che diventano uomini bellissimi, lupi cattivi e nonne buone (da mangiare), streghe da sconfiggere, gatti che suonano il jazz, coccodrilli che mangiano sveglie e lepri con il panciotto.

Ma invece bisogna tornare a crederci alle favole. Alla morale della favola, che poi altro non è che la favola della morale. Seguendo la seconda stella a destra alla fine il drago sarà sconfitto. Alla fine “e poi vissero felici e contenti”. E  se non siamo felici e contenti vuol dire semplicemente che ancora non siamo alla fine.

 

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Te lo do io l’Expo

Tutto quello che dovete sapere prima, durante e dopo aver visitato l’Expo e che nessuno vi ha mai detto prima (anche perché prima di cosa? L’Expo è cominciato due mesi fa!)

Allora, prima di tutto comprate un biglietto. E uno direbbe, va be’ grazie, che vuoi entrare gratis? Ma io intendo comprate un biglietto solo, anche se dovete andarci in quattro. Lo comprate su internet, vi mandano il pdf, ve lo stampate quattro volte e andate. Tanto non controllano. Così mi avevano detto. Però io non mi fidavo e poi l’idea di entrare a sbafo non è che mi piacesse molto. Così ne ho comprati quattro. Però vi confermo che i controlli sono assolutamente farlocchi e davvero potevamo entrare tutti con uno solo. Va be’ io ve l’ho detto, poi fate un po’ come vi pare.

Secondo cosa. Avete figli adolescenti? Lasciateli al mare. Con la nonna. O la zia. O qualche amico. Volete portarveli con voi? Sappiate che ve le sfrancicheranno dall’inzio alla fine, senza soluzione di continuità. Lì c’è fila, quello che ce vai a fa? Quell’altro guarda quant’è brutto! Te pare che annamo a vede’ quello dei cinesi? Io so venuto solo per quello dell’Australia, quando si mangia? Senti che caldo, ma i bagni dove sono? Mi prendi un gelatino? Insomma, anche qui, io ve l’ho detto, poi fate un po’ come vi pare.

Passiamo alle indicazioni serie (ahahahah buona questa!)

– I padiglioni possono essere divisi in due grandi famiglie: quelli che presentano il Paese e quelli incentrati sul tema della nutrizione. I primi – a mio insindacabile giudizio – sono molto più belli e interessanti rispetto ai secondi. Quali sono? E be’ girate e scopritelo da soli, che vi devo dire tutto io?

–  Va be’ qualcosa vi dico. Dovendo fare una parzialissima, quanto soggettivissima classifica, direi che il più bello in assoluto e per distacco è quello del Kazakhstan. Del resto, i Kazari mi sono sempre stati simpatici. Poi la Germania, la Colombia e l’Angola. Molto belli anche quello della Corea e della Malaysia. Non sono riuscito a vedere quelli del Giappone e degli Emirati Arabi, che mi dicono molto belli.

– I padiglioni dei paesi europei non mi sono piaciuti, con l’unica eccezione della già citata Germania. Quello dell’Inghilterra (la riproduzione di un alveare) forse vale la pena vederlo di sera o comunque con il buio. Di giorno è assolutamente insulso.

– Evitate i padiglioni che uniscono diversi Paesi: sono semplicemente delle grandi bancarelle di prodotti.

– Quasi tutti i padiglioni hanno un ristorante con i prodotti tipici. Molto belli, ma molto molto cari. Evitate. Invece, se volete mangiare la cucina tipica di quegli stessi Paesi, di fronte o comunque nelle più strette vicinanze del padiglione di solito ci sono bancarelle che offrono sempre prodotti tipici. Hai la scomodità di stare in piedi o comunque seduto in modi scomodi, però si risparmia molto. A voi la scelta!

– Per esprimere un giudizio estetico sull’albero della vita vorrei essere aulico, ma vedendolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la citazione sulla corazzata Potiomky di fantozziana memoria.

Noi siamo andati di venerdì e non abbiamo trovato fila all’ingresso, certo l’ideale è evitare i fine settimana e soprattutto, sfruttare al meglio le ore mattutine, perché dopo pranzo l’afflusso di gente aumenta a dismisura. Dopo le 19 cominci a sentir parlare milanese (a quell’ora l’ingresso è a 5 euro e ovviamente gli autoctoni ne approfittano). Entrati alle 10, siamo andari via verso le 19, distrutti ma soddisfatti. Con un unico dubbio irrisolto: ma dov’era il padiglione dell’Australia?

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In Africa ogni mattina quando sorge il sole

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia perché suona il citofono. Ma perché cazzo suona il citofono se oggi è domenica e sono le sette della mattina? E allora il leone, già che è sveglio, comincia a correre. Ma mai quanto il testimone di Geova che capisce di aver sbagliato citofono.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e mentre si sta sbranando due o tre gazzelle appena catturate arriva un venditore di rose. Amico compra, amico una sola, un euro, compra amico, rose belle. Il leone fa finta di niente, ma quello insiste. Allora prende una rosa e la usa come stuzzicadenti per pulirsi il canino. Offre al venditore di rose un cosciotto di gazzella e finisce che si rollano insieme un bel cannone.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e incontra un vegano. E il vegano gli spiega la rava e la fava del perché e del per come non deve mangiarsi più le gazzelle. Allora il leone che sembra convinto, gli dice “mavaffanculo te e il tofu” però non mangia più la gazzella. Mangia direttamente il vegano.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e incontra uno che fa jogging. E si chiede chi è quel cojone che con quel caldo fa jogging vestito come un rumeno ubriaco, con un sorriso saccente, come se avesse appena avuto una paresi. E allora gli dice “scusa, ma che te ridi? Mo me te magno” e quello, sbuffando come una locomotiva con l’enfisema gli risponde “ma lo sai che a fine mese scade l’abbonamento Rai? Corri anche tu a pagarlo, così non dovrai pagare la sovrattassa prevista“.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e va a prendere la metro. E si domanda come sia possibile che ci siano ascelle che alle 6 e mezzo della mattina già puzzano come lo gnu morto da tre giorni che si è mangiato la sera prima. Mancano solo le mosche, ma forse sono morte anche loro. Dalla puzza.

In Africa ogni mattina quando sorge il sole, il leone si sveglia e va a lavoro. E incontra uno che parla come un cojone, che porta calzoni troppo stretti come cojone, ma che in realtà poi conoscendolo in modo un po’ meno superficiale si scopre essere proprio un gran cojone.

Quindi non importa che tu sia un testimone di Geova o un vegano. Non importa se non ti lavi o se non hai pagato l’abbonamento Rai. Non importa nemmeno se fai jogging o porti pantaloni troppo stretti. L’importante è che poi la sera quando tramonta il sole, in Africa il leone torna a casa e va a dormire con la leonessa. Ma lei si gira dall’altra parte perché “senti che caldo che fa, non hai idea che giornata di inferno che ho avuto, altro che andare girando di qua e di là a divertirti come te. E poi ho un gran mal di testa”. E allora e solo allora comprende la saggezza del detto popolare: la mattina leone, la sera minchione.

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Flegetonte, nun te temo (tanto la prostata non suda)

Fa caldo. Eh sì, fa proprio tanto caldo. Però consoliamoci: almeno il solerte Ministero della Salute, ci fornisce un utilissimo vademecum per affrontarlo al meglio. Dei consigli utili, ma che dico utili, vantaggiosi, ma che dico vantaggiosi, F O N D A M E N T A L I! Come faremmo senza? Come avremmo mai potuto affrontare questa prova sovrumana senza il distillato di saggezza di questi geni del ministero?

Che però come tutti i geni usano termini tecnici, anche un po’ criptici, si dilungano, la prendono un po’ alla larga. Ecco perché ho pensato di sintetizzare queste linee guida in cinque consigli spassionati. E anche un bel po’ minchioni (quindi nulla di originale perché erano già molto minchione anche le linee guida del ministero!)

– fanno 40 gradi all’ombra? Statevene a casa. Inventate scuse: dite che il criceto ha un’unghia incarnita, che vi si è allagato il bidè, che il divano è caduto in depressione e non può stare solo, insomma, fate lavorare la fantasia. Ma soprattutto, se proprio dovete uscire, lasciate perdere la pelliccia di orso e il colbacco di castoro. Io eviterei anche i Moon Boot. Certo, dovesse fare una nevicata improvvisa con i sandali potreste scivolare. Ma io comunque correrei il rischio.

– bevete molto. Sì, va be’ dicono di bere acqua, ma si sa, l’acqua fa venire giù i ponti. Io a quel mezzo litrozzo di birra gelata non ci rinuncio. Poi si suda? E pazienza, su che sarà mai!

– mangiate cibi leggeri. Quindi niente fagioli con le cotiche. E anche la coda alla vaccinara la rimanderei di qualche giorno. Così come le lasagne al forno, soprattutto se il forno è quello della vostra cucina. Tutt’al più, se proprio vi viene fame, buttate giù un altro mezzo litro di birra. Facciamola lavorare ‘sta prostata, che almeno lei non suda.

– volevate spalancare le finestre per fare entrare un bel sole dentro casa? Meglio di no. Evitate. Come dite? Nonostante i consigli ieri sera avete esagerato con i fagioli e ora l’aria della vostra stanza ricorda in maniera puntuale quella di una stalla piena di capre? Pazientate. E soprattutto, ben vi sta! Così imparate a non darmi retta.

– attività fisica. Fatela lo stesso. Ma sì, fregatevane. A una bella partita a calcetto non si rinuncia certo per il caldo. Suderete? E va be’, poi fatevi una doccia (e magari usate anche qualche deodorante eh). Certo se pensavate sul serio di andare a fare jogging alle due di pomeriggio non mi sento di darvi un consiglio: piuttosto vi manderei proprio direttamente affanculo. Tra l’altro, mi viene da pensare che se davvero volete andare a correre, magari dopo pranzo, co’ sto caldo boia che fa, allora sicuramente siete gente strana. Che so magari votate per Salvini. E allora, per carità, andate, anzi, correte!

 

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E’ stretta e lunga

E così sono arrivato al termine di questo lungo, stressante, faticoso ma anche appassionante giro d’Italia. Un mese e mezzo di aerei, treni, macchine, voucher, taxi, alberghi, ristoranti, incontri, paesaggi, persone, vecchi amici e facce nuove, gente allegra e tipi incazzosi, prenotazioni, fatture e ricevute, disdette, inconvenienti e ritardi, cellulari che si scaricano, partenze veloci, digestioni lente, ritmi frenetici e pause improvvise, sonni agitati e sveglie antelucane, cuscini troppo alti e coperte troppo pesanti, aree condizionate a palla e scrosci di pioggia rigorosamente senza ombrello.

Si perdono le misure, saltano i ritmi. Capisci come possono sentirsi i cantanti o le compagnie teatrali. Arrivi in una città e riavvolgi il nastro, pronto per raccontare nuovamente la stessa storia. E’ vero, le facce sono diverse, le domande a volte pure, però la sensazione dello spettacolo, dello show che necessariamente must go on è quasi inevitabile.

Vista così, di corsa e tutta insieme, saltano agli occhi le differenze e le somiglianze. E’ lunga che non finisce mai e davvero paese che vai usanze che trovi: partendo da Bolzano fai prima ad arrivare a Stoccolma che a Siracusa. La distanza non è solo geografica. Però allo stesso tempo è stretta così tanto che per attraversarsala orizzontalmente bastano un paio d’ore: potresti abbracciarla con uno sguardo per capire che in fondo è sempre la stessa.

Differenze e somiglianze che rendono distanti e allo stesso tempo vicini i colleghi, gli interlocutori esterni, i paesaggi dove ti muovi, le persone con cui parli. Comunque la si vuol vedere è bellissima la nostra Italia. Ed il dubbio che non la apprezziamo fino in fondo come dovremmo, che non gli vogliamo bene come meriterebbe, ti accompagna dalla prima all’ultima tappa. Dai portici sotto la Madunnina dove ho cominciato, al lungomare Caracciolo dove il viaggio è finito.

Ora però, come disse Forrest Gump dopo la sua lunga corsa, “sono un po’ stanchino”.

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Due o tre cose che penso sulla Grecia

“I Greci stanno andando in bancarotta. Un po’ come tutti quelli laureati in filosofia.”

C’era una classe di ragazzi che cominciava un anno scolastico. Erano amici come si può essere amici in una classe: qualcuno più simpatico, qualcuno meno, c’era il secchione, lo sfaticato, quello pronto sempre a scherzare, quello più musone. Non si erano scelti, si erano trovati lì e volenti o nolenti dovevano stare insieme.

Finché sei ad ottobre, nei primi mesi dell’anno problemi non ce ne sono. Poi però si va avanti e allora si cominciano a vedere le differenze. Chi ha studiato fin dall’inizio non ha problemi, a chi invece mancano le basi sorgono le prime difficoltà. E una volta magari con qualche aiuto, copiando qui e là, riesci a mascherare. Un’altra volta ti giustifichi, poi fai qualche assenza, ma alla fine dell’anno non è detto che tutti riescano ad andare avanti. Come diceva il prof. Mortillaro ne “La Scuola“, c’è chi è nato per studiare e chi è nato per zappare. E per tanti che sono promossi, c’è sempre qualche rimandato e a volte anche bocciato.

Dispiace, certo. Ma prima o poi bisogna fare i conti con la realtà. Se sei in gamba capisci dove hai sbagliato e riparti con nuovi propositi e nuovo entusiasmo, altrimenti fai la vittima e dai la colpa al destino cinico e baro. Oppure alla professoressa culona inchiavabile. O magari alle banche brutte e cattive, al complotto giudaico massonico, alle democrazie plutocratiche, alla Spectre, alle scie chimiche, alle cavallette. E in men che non si dica ti ritrovi a votare Alba Dorata. Oppure Salvini. O Grillo. Gemelli diversi, in fondo esattamente la stessa cosa.

Vi invidio. Non sto scherzando, davvero. Invidio tutti quelli che hanno le idee chiare su questa vicenda. Che sanno esattamente di chi è la colpa, chi sono le vittime e chi i carnefici. Invidio soprattutto chi conosce con certezza quale sia la soluzione. Cosa sia meglio, ma soprattutto per chi. Davvero, vi invidio molto.

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Arcobaleno e pregiudizio

Sempre a proposito di pregiudizi debbo dire che mi ha un po’ stupito questa oceanica ed entusiasta partecipazione feisbucchiana alla sentenza che ha legalizzato i matrimoni gay come legge federale negli Usa. Mi stupisco sempre quando tante persone si appassionano a cause che il mio pregiudizio reputa essere marginali.

Chiariamo. Io penso che sia non solo legittimo, ma direi sacrosanto, che ognuno decida di dividere la propria vita con chi voglia. Che sia del proprio sesso o di un altro è un dettaglio irrilevante. (Certo, agli amici gay che non vedono l’ora di sposarsi mi verrebbe da chiedere…ma esattamente del matrimonio, cos’è che non vi è chiaro?)

Quindi evviva l’arcobaleno. Anche se, come scrivevo su FB, l’altro giorno ad un certo punto ho pensato di aver esagerato con il limoncello. Invece no, un non ero io ubriaco. Un sacco di bella gente aveva deciso di colorare il proprio profilo. Ma è proprio il fatto che sia stata così tanta che mi ha lasciato perplesso. C’è poco da fare, le maggioranze mi suscitano diffidenza (diffidenza massima ad esempio la settimana scorsa di fronte a Piazza San Giovanni piena di gente che manifestava contro l’ideologia gender. Chissà come la pensavano a proposito del ginger…).

Le maggioranze nascondo tutto e il contrario di tutto. Anche le maggioranze nate su idee sacrosante e condivisibili. Hitler era vegetariano. Ecco, io ho paura dei cannibali mascherati da vegani. E tanto per essere chiari, così come penso che sia un diritto di chiunque avere un compagno con un legarsi per tutta la vita, penso che avere un figlio non sia un diritto per nessuno. Né per una coppia etero, né omo. Avere un padre e una madre. Ecco questo penso sia un diritti di chiunque.

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Semplicità e pregiudizio

L’altra sera, sollecitato da un’amica, mi era venuta la curiosità di sapere la data di nascita di una persona. Uno abbastanza famoso, ma non così famoso da avere, che so, una sua pagina su Wikipedia. Ho fatto qualche ricerca su Internet e in effetti sono venute fuori diverse pagine: interviste, libri, un po’ di cose poco attinenti, ma la data di nascita niente. Era nata come una cosa senza importanza, ma sapete come succede quando cominci a cercare una cosa e non la trovi…diventa una fissa! Ti metti lì e potrebbe cadere il mondo, devi trovarla. E più pensi “ma alla fine, ma che me ne importa quando è nato questo“, più va avanti e provi a cercare con qualche altra parola chiave. Niente da fare, non c’era scritta da nessuna parte. E così sono andato a dormire con questo rodimento.

Questa mattina apro il pc, solito giretto su WP e su FB e come sempre il solerte faccialibro mi ricorda i compleanni del giorno. E qui mi si è accesa una lampadina. Ma figuriamoci se…e invece ha pure un profilo FB! Ed ecco lì la data, semplice come una domenica mattina. Chi se l’immaginava che uno di 83 anni stesse su Facebook? Il pregiudizio che un vecchietto, seppur arzillo e sveglio sicuramente più di me, avesse un profilo social mi aveva oscurato la soluzione più semplice, quella che era la più banale.

Perché in fondo questo fanno i pregiudizi: ti si accollano come patelle a uno scoglio e ti oscurano la mente, indirizzandoti in un’unica direzione, che esclude tutte le altre. Una direzione che sembra ragionevole, condivisibile, giusta. Ma non lo è. Invece spesso la soluzione è lì, sotto i nostri occhi. Ed è semplice. Siamo noi che non vogliamo vederla. Semplice e banale come una canzone di Gianni Togni.

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Sulla faccia delle donne batte quasi sempre il sole

Ilaria guarda i gatti e i gatti guardano nel sole. Ma in realtà guarda anche i cani, i criceti e anche le tartarughe. Guarderebbe anche i cavalli, se glieli portassero, ma ancora non è capitato. Perché lei ha un dono speciale, lei non si limita a guardarli. Lei ci parla. Ci parla e li ascolta, per questo riesce sempre a trovare la cura.

E’ stato così anche con il gatto di Nana. Lei l’ha portato lì, Ilaria l’ha visto, ci ha parlato e come d’incanto tutto era risolto. Nana, mentre torna a casa insieme al gatto guarito pensa a quanto sarebbe bello se fosse così semplice anche con le persone: le guardi negli occhi, ti capisci senza parlare e zac! Guarito! Certo forse questo è un pensiero superficiale: mai come quelli che fa il ragazzo della sua amica. “A proposito devo ricordarmi di prenderle qualcosa, oggi è il suo compleanno! Che poi io gliel’ho detto: chi non ti vuole, non ti merita, ma figuriamoci se mi sta a sentire…E’ innamorata!”

“Oddio sono le sette, ma saranno ancora aperte le poste?” Nana corre, sempre con il gatto in mano e arriva appena in tempo. Francesca la guarda da dietro il vetro, “ma guarda questa, ti pare che ti presenti qui quando sto per chiudere e per giunta con un gatto?” però ha una faccia simpatica e in fondo ancora manca qualche minuto. Poi finalmente si va a casa. Stasera torna Monia, con le sue millemila foto che ci farà vedere tutta la sera, annegandole di birra e di chiacchiere, come se non ci fosse un domani. Ma poi che ci importa di domani?

Per questo Francesca si sbriga, chiude tutto, prende la bici e sfreccia via. Talmente veloce che non si accorge di Stefania e quasi la investe. “ma guarda tu! Ohhh, ma che te cori?” Non mi ci abituerò mai a queste cittadine del nord, con tutte queste biciclette. Ridatemi il traffico di Roma, ridatemi il caos, i motorini, i clacson. Quando sto lì vorrei scappare, ma quando non ci sono mi manca da morire. E invece rischio di morire investita da una pazza in bicicletta! Quando lo racconterò a Maru chissà quante me ne dirà! Oh, ma quella lì è Bia…

“Ciao Bia! Stasera insieme a Claire andiamo a vedere i lavori di Chiara che fa una mostra in Comune, viene con noi?” “Verrei volentieri, ma ho già un impegno con Lucia. Sarà per un’altra volta. Ma tu, che mi racconti? Novità?” “Macché, tutto tace! Però tu stai tranquilla che io reagirò. Lo sai, non sono fatta mica di zucchero“.

L’estate è bella, fa buio tardi, il sole indugia e tira tardi, soffermandosi ad illuminare i volti e le espressioni delle fanciulle, colorando i loro sogni. Federica passeggia per i viali, mentre insegue un ricordo. E un pensiero con un punto interrogativo le si ferma nella testa. Roberta…che fa? Come sta? Ma soprattutto, quando torna? E dai Robbe’ e torna no!

Sulla faccia delle donne batte quasi sempre il sole, per noi che se non ci fossero loro.