Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca……..
Siamo avvolti dal rumore. In qualsiasi posto, in qualsiasi momento. Non esiste più il silenzio. E neanche lo vogliamo il silenzio. Non ci siamo più abituati e quindi può metterci in difficoltà. Può metterci a disagio. Fuggiamo il silenzio come fonte di inquietudine.
Perché può capitare che nel silenzio ci sembra di sentire le cose. Come chi soffre di acufene, quel fischio continuo che non c’è, che non esiste, ma che sentiamo dentro di noi, continuo, persistente, sempre più forte, sempre più chiaro. E più c’è silenzio, più lo sentiamo. Esiste solo nel silenzio. Non esiste. Ma noi, nel silenzio, lo sentiamo.
Nel silenzio si sentono i suoni in modo più chiaro, le parole arrivano in modo diretto, senza essere distorte appunto dal rumore di sottofondo.
Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca……
Nel silenzio si rischia di essere confusi dalla chiarezza delle cose che sentiamo. Così come al buio rischiamo di scambiare lucciole per lanterne. A volte il nemico sta a fianco a noi e ci confonde con le sue argomentazioni stringenti, con le sue analisi lucide, con la ragionevolezza dei suoi discorsi. Ci dice, ad esempio, che conviene essere pessimisti, così hai meno da perdere. Non ti aspetti più nulla, così non rimani deluso. Non importa quello che fai, non importa a nessuno, perché non è di nessuna importanza che tu lo faccia o no.
Il nemico è proprio lì vicino a te. Nel silenzio ti sussurra le sue verità.
Davanti al forno del mio amico Matteo/Johnny Deep che vi avevo già presentato qui , c’è una signora di chiara origine gitana, seduta in terra che chiede un po’ di compassione e qualche spicciolo al via vai di persone che entrano ed escono dal forno. Una di quelle donne con un’età indefinita fra i trenta e i cinquant’anni. A volte sta con lei un bambino piccolo: sarà il figlio, un nipote? Chi lo sa. Comunque è una figura ormai integrata nel quadro complessivo del quartiere, un volto noto. Con quel viso sorridente, quel salutare tutti quelli che passano.
L’altro giorno una signora del palazzo le si è avvicinata e le ha chiesto se invece di stare lì fuori non le andasse di andare da lei ad aiutarla in casa, nelle pulizie e stirando qualche camicia. “E che vengo a fare la schiava a casa tua?”
Mentre me lo raccontava, quasi a volersi scusare, mi diceva “non vorrei averla umiliata…forse nella sua cultura è una cosa offensiva“. Io le volevo dire, “be’ certo, invece stare seduta in terra tutto il giorno a chiedere l’elemosina dev’essere proprio una cosa che ti riempe la vita di soddisfazioni“, ma già ero di malumore perché la Lazio non ha vinto e non volevo essere troppo polemico e così ho risposto solo “chissà“.
A volte però, penso proprio che non ce la possiamo fare.
– Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando. Silenzio – Aspettiamo che sia troppo tardi, madame Alessandro Baricco, Oceano Mare
Studiando insieme ai figli tornano alla mente cose dimenticate e se ne scoprono di nuove. Ad esempio, l’altro giorno, con Elisa rivedevamo insieme Scienze (materia, per altro, che mi era indigesta allora…e rimane indigesta anche ora!) e si parlava di genetica, di incroci, piselli rossi e piselli bianchi, varianti dominanti e recessive. Fra le altre viene fuori questa cosa particolare: la talassemia, o anemia mediterranea probabilmente non è stata debellata, a differenza di altre malattie che avevano una trasmissione ereditaria, perché i portatori sani risultavano immuni alla malaria, altra malattia molto diffusa e molto più pericolosa.
E’ come se il corpo, per evitare il pericolo di essere colpito da una malattia grave, preferiva piuttosto portare in sé una malattia, per lui innocua, ma molto pericolosa per gli eventuali figli. A volte sappiamo (anche inconsciamente) essere molto egoisti, perfino rispetto ai nostri figli. Infatti queste cose non sono scelte consapevoli dei singoli individui. Probabilmente qualcuno che ne sa più di me su queste cose potrebbe spiegare molto meglio questo fenomeno, che però, più ci penso e più mi sembra poi non così raro. Pensiamo solo alla questione ambientale. Con i nostri comportamenti siamo portatori sani (sani si fa per dire), di svariati disastri che inevitabilmente pagheranno le future generazioni. Se ci spostiamo in economia oramai lo scontro generazionale fra chi difende i propri diritti acquisiti (che in realtà non sono altro che privilegi) e chi non se li potrà permettere, è evidente.
Ma parliamo invece di sentimenti.
Gassman diceva che il male del nostro tempo è la frigidità sentimentale. E in effetti il contesto in cui viviamo sembra volerci insegnare che per vivere bene è meglio non avere grandi passioni. Sugli amici ci si può contare, ma fino ad un certo punto, i parenti lasciamoli stare che sanno solo rompere, i colleghi occhio che vogliono solo fregarti. L’amore non esiste (questo l’ho pure scritto l’altro giorno). E sempre l’altro giorno mi son sentir dire “io non mi fido più di nessuno”, da una persona di cui mi fido ciecamente. In politica destra e sinistra sono uguali. Avere un cane? Che sei matto e poi in vacanza come fai. Allo stadio? Ma perché ancora vai dietro a quei ragazzini viziati? I concerti oramai sono troppo cari e poi alla Palaeur non si sente nulla.
Ma sì, spegniamo tutte le passioni, senza dubbio così evitiamo la malaria. Noi portatori sani siamo molto saggi. O così ci atteggiamo. Ne abbiamo viste molte, ne abbiamo vissute troppe e quindi ci mettiamo in cattedra e vorremmo spiegare agli altri come si fa. Come si vive, cosa vale la pena e cosa no. Senza approfondire che razza di vita sarebbe questa, l’aspetto più inquietante, è proprio quello ereditario. Perché noi saremmo pure portatori sani, avremmo anche fatto gli anticorpi necessari a convivere con questa malattia, ma cosa trasmettiamo a loro? Cosa impareranno guardandoci?
Che per non soffrire è meglio cauterizzare i sentimenti. Che per non illudersi è meglio non sperare. Che le emozioni vanno bene, ma senza esagerare (tanto poi è facile riattivarle, magari con qualche pasticca colorata e un bicchiere di più). Portatori sani di tutto il mondo, attenzione quindi. Forse a volte conviene correre il rischio di ammalarci noi. Per non rovinare definitivamente loro.
Ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti…
Nel momento in cui la mutanda tira (certo quella della femen che ha attaccato Mario Draghi aveva molto più appeal delle mie, ma del resto io mi vanto sempre di avere un fisico da lanciatore di coriandoli, quindi qualcosa in comune con la suddetta fanciulla tedesca ce l’ho anche io) mi sembra giusto riportare su questo post. Soprattutto perché 7 mesi dopo (mamma mia, 7 mesi…faceva in tempo a nascere un bambino, seppur prematuro!) ho realizzato quello che scrivevo qui. In quella stanza di ospedale, sotto i fumi (anzi la flebo) di morfina, avevo detto a me stesso che avrei ricominciato a tirare calci ad una palla. E così è stato. E vaffanculo a tutto! Al momento di merda, all’amarezza che non se ne vuole andare, alla sensazione di inutilità, alla caviglia che si gonfia. Vaffanculo! Ho ricominciato a giocare, ho segnato e ho pure vinto. La vita è bella, nonostante tutto
Come il mio amico Gintoki ho deciso deliberatamente di appioppare una bel titolo fuorviante a questo post. Ma non per scatenare pruriginose curiosità, come biecamente usa fare quel gattaccio di cui sopra per attrarre gatte curiose nella sua tana. No. I motivi sono altri. Il titolo dev’essere per forza fuorviante, perché per raccontarvi quello che mi è capitato in questi ultimi 3 giorni avrei dovuto ammorbarvi con un post davvero, ma davvero noioso.
Ad esempio avrei potuto scrivere sulle coincidenze che ci portano ad essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vi avrei potuto raccontare di come le circostanze a volte si alleano per danzare intorno a noi, invitandoci ad un ballo a nostra insaputa. Un ballo che inevitabilmente si conclude con un bel capitombolo che ci fa ritrovare con il culo per terra.
Altrimenti avrei potuto intrattenervi sulla fugacità del tempo che passa. Sul fatto che, ahimè, a vent’anni…
L’ammore, quello con la A maiuscola e tante “m”. E’ un po’ che non ve li sfrancico con questo tema. Ma non temete, non è un post solluccheroso: non vi si carieranno i denti leggendolo (ammesso e non concesso che qualcuno ancora legga quello che scrivo). L’occasione me la dà la mia amica Ragazza col tacco 12 con un post che ha toccato le corde della mia innata minchioneria propensione a far finta di essere serio scrivendo facezie o ad essere volutamente superficiale affrontando temi seri (scegliete voi).
Il tema è: perché non ci sono più quelle belle storie d’amore di una volta? Perché la gente si prende e si lascia con la stessa velocità con cui cambia taglio di capelli? Perché ci sono più separazioni che matrimoni? Perché sempre più persone si ritrovano single loro malgrado?
E’ chiaro che se pensate di trovare una qualche risposta vagamente ragionevole a questi quesiti in un blog avete seri problemi di alcol, oppure soffrite di insonnia. Oppure tutte e due. Certo, se dovessi partire dalla mia esperienza personale (non personale di persona, come direbbe il Catarella di Montalbano), quella della storia della mia famiglia, costellata di unioni imperiture, di figli come se non ci fosse un domani (solo dalla parte di mia madre siamo 26 cugini), debbo riconoscere una lapalissiana verità. Sapete perché sono durati questi matrimoni? Certo, perché le persone si amavano, non lo metto in dubbio, ma soprattutto perché la componente femminile aveva una pazienza infinita, una propensione al sacrificio, una tensione alla famiglia come istituzione, che non può avere paralleli attuali. E giustamente, aggiungo io.
Stare insieme una vita e per di più essere anche felici è una cosa complicatissima, che forse va veramente al di là delle possibilità umane, per quelle che sono oggi le possibilità. Nel senso che – per fortuna – oggi c’è una mare di opportunità, di possibilità, di alternative, che nel momento in cui qualcosa non va, la realtà non collima più con i sogni, i figli crescono e le mamme imbiancano, ai papà gli cresce la pancia e gli cascano i capelli, perché non si dovrebbe cogliere queste alternative?
Parliamoci chiaro, le generazioni che ci hanno precedute, ma insisto, soprattutto la componente femminile di queste generazioni, quante vere alternative avevano? Grazie che le unioni duravano e i matrimoni erano indissolubili! Quante possibilità di scelta, concretamente realizzabili, socialmente accettabili, economicamente sostenibili, c’erano? Che fare dunque? Arrendersi all’ineluttabile evoluzione dei rapporti fra i sessi? Abbandonare definitivamente l’idea che due persone stiano insieme tutta una vita? Seguire la bella e brava Enrica con il suo motto L’amore prima o poi arriva (e ti incula)?
A questo punto ritiro fuori la storia del perché e del nonostante, che già mi avete sentito in varie occasioni. Ma sono convinto che le storie possano durare solo se oltre ai motivi, oltre ai “perché” si sta insieme, si accettano anche i “nonostante”. E si accettano fino in fondo, perché è vero che si cambia e si cerca di cambiare insieme, modellandosi a vicenda giorno per giorno: ma in questa evoluzione non è detto che tutto fili verso il meglio e si vada verso il migliore dei mondi possibili. Anzi (da quando ti sono cresciuti quei peli nelle orecchie? Com’è che ora russi come una locomotiva in corsa?)! Per questo ci si sceglie e ci si continua a scegliere “perché” e “nonostante”.
Le storie che durano infatti sono quelle frutto di scelte, magari precarie, forse incerte, a volte instabili, coscientemente provvisorie, forti nella loro debolezza o se preferite deboli nella loro forza, che ogni giorno, ogni santo giorno, vengono rifatte, vengono rimesse in discussione. Senza dare nulla per scontato, senza pensare che, siccome funzionava ieri “deve” funzionare anche oggi e poi domani.
E’ faticoso, certo. Ma grandi alternative non ne vedo. Anzi no, un’alternativa c’è. Ma la lascio come omaggio alle nostre pazienti e amorevoli compagne di vita.
Quel gran minchione del mio amicone Zeus mi ha coinvolto in questo giochino assai carino (da notare la doppia rima). E chi sono io per non accontentarlo? Si tratta di una di quelle catenedisantantonio che vanno alla grande su WordPress, ma che effettivamente aiutano a impicciarsi degli affari altrui, meglio di qualsia altra cosa. Le regole sono molto semplici:
– Per partecipare devi essere stato taggato almeno una volta.
– Scegli almeno 5 tracce musicali (io, tanto per essere originali ne ho messe 9) che rispecchino alcune emozioni o stati d’animo al positivo.
– Tagga almeno 5 blogger (niente di originale, ne ho messi 10) e avvisali di averli taggati.
– Cita il mio blog all’interno del tuo articolo con link diretto o esteso: GHB Memories https://ghbmemories.wordpress.com, scrivendo che l’idea è partita da qui.
– Se vuoi spiega anche brevemente perché hai scelto alcune tracce piuttosto che altre.
C’è però un problema. Un post simile l’ho già scritto! NelLe mie 10 canzoni vi avevo racconto quali sono e perché le canzoni che costituiscono la colonna sonora della mia vita. Che fare dunque? Ribadisco? Copio? In realtà una via d’uscita c’è: in quelle 10 non ci sono canzoni italiane (forse non a caso) e dunque qui posso raccontare quali sono le canzoni autoctone che per me sono più importanti di altre.
E cominciamo con quella che a mio insindacabile giudizio è la più bella canzone italiana. Lo so è molto arbitrario dire così e poi il bello è che non amo particolarmente Venditti, anzi mi sta anche un bel po’ sugli zebedei. La domanda infatti è, ma come gli è uscita una canzone così bella?
Questa è in rappresentanza della mia infanzia, passata fra cugini più grandi, tutti folli per quello che resta in assoluto il mio cantante italiano preferito
Il terzo posto del podio lo do ad un altro cantante che non amo, che non mi è simpatico, ma che forse più di qualsiasi altro penso tra cent’anni verrà studiato dai ragazzi che dovranno approfondire la poesia del secondo novecento.
Passiamo poi ad una tipica rappresentante della categoria canzoni minchione. Sai quelle canzoni sceme, che però ti entrano in testa e non ne escono più? Avrei potuto mettere Tiamoti, ma su Umbertone già vi ho intrattenuti altrove. Potevo citare E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’, ma il “ti ti titi tirititti” con tutto il detto non detto, le allusioni metafisiche e anche un po’ paraculiche, mi riproeietta nei miei 14 anni e cosa c’è di meglio di avere 14 anni?
Saltellando nei ricordi, se il “ti ti titti ti ritittiti” è il lato minchione, “la seconda stella a destra” indica il lato poetico e sognante dei 14 anni. Penso che sia in assoluto quella che ho ascoltato di più, quella più consumata dalla puntina, la prima della seconda facciata dell’ LP, quando per riascoltarla dovevi alzarti, muovere il braccetto e riportarlo indietro.
E così arriviamo ai 15 anni, che però sono anni difficili, contrastanti, come questo ricordo. Canzone bellissima, ma triste, perché non può non farmi tornare alla mente quella mattina di giugno dell’81, quella fermata sulla Nomentana dove tutti i giorni prendevo l’autobus per tornare a casa, i fiori sull’asfalto
Ma la vita non finisce mica a 15 anni…e se devo fare un passetto in più chi meglio di lui per riaccendere la follia dei 16? Una canzone folle in effetti, politically uncorrect come solo lui sapeva essere. Bellissima!
Dopo di ché arriviamo ai 18, alla maturità, agli anni e ai ricordi più belli. E allora non posso non citare il cantante di cui da trent’anni in qua non mi sono perso un concerto. Come accompagnatore, s’intende, ma in fondo che cambia? Infatti, il bello è che manco mi piaceva! Poi certo, alla lunga me lo sono anche fatto piacere. Però debbo riconoscere che prima che tutto cominciasse, questa canzone e tutto quell’LP è quello che più di qualsiasi altro mi ricorda quella lunga estate dell’85, la più bella della mia vita
In effetti avrei potuto fare un post solo sulle canzoni dell’estate dell’85. Oltre a qualche altra canzone della Vita è adesso di Baglioni avrei messo Dormi, dormi di Vasco o Centocittà di Venditti, ma forse sarebbe stata una cosa troppo monotematica e autoreferenziale. Monotematico e autoreferenziale com’è diventata secondo me la parabola dei cantautori dopo quegli anni. Non ce n’è più stato uno che mi sia piaciuto veramente. E cosa ancor peggiore, quelli che mi piacevano, proprio quelli citati qui sopra, hanno cominciato a tirar fuori cose già sentite, autocitazioni, tentativi improbabili, insomma cagate pazzesche. E’ vero negli anni 90 Ligabue qualcosa di buono ha tirato fuori, più tardi anche i Negramaro e la Bandabardò, però insomma niente di veramente memorabile. E ovviamente neanche voglio nominare le varie stelle e stelline sfornate ogni anno dai vari talent (bleah!). Così ho smesso di ascoltare musica italiana.
Poi però, un pomeriggio del Natale dello scorso anno ho ascoltato questa. E sapete che vi dico? Forse c’è ancora un domani
E così ora debbo citare quelli che debbono sottoporsi al giochino, proseguendo la catena. Sono proprio curioso: avanti fateci ascoltare qualche buona canzone!
Verrà il giorno del giudizio e in quel giorno finalmente dominerà la Kalokagathia: καλὸς καὶ ἀγαθός, il buono che è anche bello. L’unione della perfezione, la rotonda verità che quel giorno al fin trionferà (tiè, ho fatto anche la rima). La beata speranza che diventerà reale, il sol dell’avvenire che finalmente sorgerà su un giorno senza fine. Nel giorno in cui verranno dissipati tutti i dubbi, non ci sarà più possibilità di confondersi, quando finalmente Lombroso avrà la sua rivincita. Il buono sarà bello, il cattivo sarà brutto. E puzzerà pure. Non ci sarà da sbagliarsi.
Sì, sarà esattamente così. Tu stupido approfittatore sociale apparirai in tutta la tua bruttezza. Tu che vendi dipendenza e controlli gli altri con la paura, ti spaventerai di scoprire quanto sei brutto. Tu invidioso di merda, che spargi veleno e cattiveria sprofonderai nella schifezza che sei. Tu essere infido e spregevole, annegherai nella tua mostruosità. E tu – soprattutto tu – merdosissimo cancro, tu scoreggia dell’universo, caccola cosmica, immonda fetenzia, sarai inchiodato al muro del tuo stesso orrore. Tutti quelli che passeranno ti sputeranno in faccia con viva e vibrante soddisfazione, mentre i maschietti, sempre con gran compiacimento, ti pisceranno in testa.
D’altra parte invece tu risplenderai di una bellezza senza fine. Come una stella nel cielo, come un piatto di fettuccine, come un tramonto sul mare, come una pista da sci, come la risata di un bambino, come le feste che ti fa il cane quando rientri a casa, come dopo aver fatto l’amore, come un goal al 71. La tua bontà illuminerà la tua bellezza. Che d’altra parte io ho sempre visto, ma che evidentemente non sono mai riuscito a raccontare a dovere. Non mi è mancata lo convinzione, forse le parole. Perché la vera bellezza supera i confini della parola. Sarai bellissima, come lo sei sempre stata, ma finalmente lo riconoscerai anche tu, che non c’hai mai creduto e che hai sempre pensato che dicessi per scherzo.
Ma non sarà uno scherzo, perché quello sarà il regno della Kalokagathia. Bontà e bellezza. Il giorno del giudizio.
Ci sono volte in cui sarebbe bello poter fuggire. Come dicevo nell’Elogio della Fuga, quando il gioco si fa duro, le persone intelligenti si alzano dal tavolo, ringraziano tutti e se ne vanno. Perché il più delle volte non ne vale mica la pena, sapete. Il guaio è che però tutta la retorica del coraggio, l’educazione al sacrificio, la tensione alla vittoria che chi più chi meno abbiamo avuto tutti, ci impediscono di attuare questa semplice strategia di sopravvivenza, che tanti guai e tante gastriti ci eviterebbe.
Altre volte però fuggire non è proprio possibile. Al di là delle remore, al di là degli scrupoli. Metti che sei circondato dal mare, oppure da monti inaccessibili. Metti che non hai proprio vie di fuga e stanno per bombardare la tua città, la tua terra, le tue cose. Che fare?
Nell’aprile del ’39 il Ministero dell’Informazione britannico, con l’approssimarsi della guerra, decise di produrre un poster che avrebbe dovuto essere esposto a Londra per tranquillizzare la popolazione. I poster furono progettati per avere un aspetto uniforme, con un messaggio dal re al suo popolo. Poi in realtà questi poster non furono distribuiti e rimasero chiusi nelle stanze del Ministero dove riemersero addirittura agli inizi degli anni 2000 diventando un oggetto di culto, a causa di una campagna pubblicitaria. Ed ora imperversano ovunque, soprattutto nei social network, con mille varianti più o meno serie.
Quindi, ricapitolando, se nella vita ti stanno per bombardare, dai retta a me, se puoi, scappa. Fregatene dell’orgoglio, metti in salvo i tuoi cari e dattela a gambe. Ma se scappare non è possibile, allora fischietta, fai finta di niente, aspetta che il bombardamento finisca e spera che la bomba colpisca un po’ più in là. E almeno finché il cielo non ci cada sulla testa, mantieni la calma e vai avanti. Magari canticchiando i Queen.
Il mio amico Zeus mi stuzzicava a riprendere la categoria “classifiche di”, parlando di film. In realtà una classifica del genere l’avevo già scritta (chi vuole se la va a leggere qui, Le 10 scene indimenticabili) e fare un doppione aveva poco senso. Però a quel punto le sinapsi si erano messe in moto e quindi ho pensato bene di intrattenervi su una classifica un po’ diversa, quella delle 10 cose da fare. Quando? Entro l’anno? Prima di andare in pensione? Prima di morire? Non si sa. Non fate domande, ma soprattutto non aspettatevi risposte intelligenti. Non c’è niente di eccezionale, non sono obiettivi stratosferici. Sono troppo pigro per gli obiettivi sfidanti e troppo egocentrico per elencare cose da fare quando già so che non c’è possibilità alcuna che vadano in porto. Come dite? 10 cose minchione? Perché avevate dubbi?
Trovare la giusta distanza. Troppo o troppo poco? Distante o vicino? Scotta o al dente? Dolce o amaro? Cosa c’è di più soggettivo della giusta misura? Tralasciando per un attimo le questioni gastronomiche, chi è in grado di stabilire la giusta distanza fra le persone? Ecco, se qualcuno me lo insegnasse penso che cercherei di imparare velocemente. Perché questa davvero è una cosa che temo di non aver imparato bene in questi primi 48 anni di vita.
Andare di più al cinema. C’è stato un periodo che con Ale andavamo al cinema spessissimo, poi arrivati i figli, se escludiamo tutti i cartoni animati della Disney e della Pixar, non ci siamo più andati. Bisogna ritornarci.
Tornare in Arizona. Eh sì, questo viaggio a Londra mi ha fatto tornare la voglia di girare il mondo e in particolare la voglia di quel viaggio. Quello con la V maiuscola!
Evitare domande inutili. Me ne rendo conto. A volte sono un gran scassaminchioni. Un po’ perché sono curioso, un po’ perché non mi arrendo di fronte ai fatti nudi e semplici. Vorrei sempre capire i perché delle cose. Invece a volte non c’è proprio niente da capire. A volte succedono cose stupide, senza un vero motivo, senza alcun perché: per questo a volte è inutile fare domande.
Ricominciare a giocare a pallone. Dall’11 settembre, infausta data del mio incidente, sono passati 6 mesi, 17 giorni a qualche ora. Mai nella vita ho passato tanto tempo senza prendere a calci un pallone. Che continuo a pensare essere la seconda cosa più bella che si possa fare su questa terra. Questa è la cosa da fare con la massima urgenza.
Diffidare delle persone troppo sorridenti. Sono uno che tende sempre a fidarsi o comunque tendo a pensare che gli altri siano persone mediamente per bene. Come dicevo altrove, diffido delle masse, ma ho grande fiducia nei singoli. E però…e però forse sarebbe bene cominciare a evitare aperture di credito “al buio”. Sarebbe bene diffidare un po’. Soprattutto da quelli tutti sorrisi e cordialità. Diffidare!
Scalare il Velino. Qui devo giusto dar retta al mio amico Fabrizio. E se lui dice che anche una mezza schiappa come me ce la può fare, allora è giusto provarci.
Attenersi alla forma. La mia educazione cattocomunista mi ha portato a pensare fin da sempre che l’importante nella vita fosse il contenuto. L’interiorità, il cuore delle cose, ciò che sta dentro, nel profondo, è l’unica cosa che conti veramente. Poi certo crescendo scopri che anche la forma ha la sua importanza, che l’apparire conta, ma sempre in un’accezione negativa. L’esteriorità può essere una bella facciata, utile, ma sotto sotto la vocina della coscienza ti dice “lascia stare, non badare a queste cose, non sono quelle davvero importanti” La realtà è invece che, soprattutto in certi ambiti, la forma è l’unica cosa che conta e non vale proprio la pena sprecare tempo ed energie per ricercare qualcosa di più. Soprattutto, in certi contesti mefitici, fatti di ruffiani, leccaculi, mignotte e raccomandati, il contenuto è più marcio della forma. E meno ci entri in contatto, meno corri il rischio di sporcarti anche tu.
Smetterla di pensarsi indispensabile. Ebbene sì! Ce la potete fare anche senza di me. Pensiero stranamente rilassante. Arrivo a pensare che forse io stesso riesco a farcela senza di me. Quasi quasi mi fermo un giro e vedo da fuori quello che succede.
Frequentare un corso di Bon Ton. Così da imparare a dire “meraviglioso”, come mantra e soprattutto come valida alternativa ad un uso prolungato del lansoprazolo.
Alice – “Per quanto tempo è per sempre?” Bianconiglio – A volte solo un attimo
Non ho tanto altro da aggiungere a quanto scrissi qui. In fondo cinque anni in più non cambiano davvero le cose e soprattutto non sbiadiscono i ricordi. Il 27 marzo sarà sempre il giorno dei ricordi e della malinconia, è inevitabile. Ma la cosa bella è che la tua voce mi risuona ancora nelle orecchie e basta chiudere gli occhi e ti vedo lì, appoggiata all’angolo della cucina, a fianco alla finestra, con una gamba incrociata sull’altra, mentre assorta nei tuoi pensieri ti mordi il pollice della sinistra e hai una Multifilter nella destra. Ti volti e mi guardi