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Amare significa non dover mai dire mi dispiace

Forse la citazione più celebre di “Love Story“, uno dei film più famosi (e più tristi) degli anni 70. Ma sul serio? Che poi, il più delle volte chi dice “mi dispiace” in realtà non si dispiace affatto. Tipico ad esempio chi dice, “mi dispiace ma”. In quel “ma” è detto tutto. Quel “ma” è l’esatta contraddizione del dispiacere, perché in realtà sta a significare, “non me ne frega proprio un bel niente che tu possa dispiacerti di questa cosa, io la faccio ugualmente“. Un po’ come il chiedere scusa, anche questo il più delle volte detto tanto per dire, per dare aria alla bocca, senza un minimo di sincerità o comunque di trasporto.

Eppure, se fossero autentici, reali, sentiti nel profondo, le scuse o il dispiacersi per qualcosa/qualcuno, sarebbero sentimenti molto nobili. Perché allora sarebbero incompatibili con l’amare? Forse vorrebbe dire che amare qualcuno significa non sbagliare mai nei suoi confronti e quindi non doversi dispiacere di nulla. Ma quando mai sarebbe possibile un amore del genere! Dove mai si è visto? Amare significa sbagliare ogni giorno e continuare ad amare lo stesso, significa come ho già scritto altrove amare perché, ma anche amare nonostante. E dentro quel nonostante ci stanno tutte le mancanze, tutte le imperfezioni e gli errori dell’altro e di se stessi.

Eppure credo che la frase non sia del tutto errata. Dispiacersi degli errori o delle omissioni fatte nel corso di una vita passata insieme è normale, ma dire “mi dispiace” appunto, potrebbe lasciare il tempo che trova, proprio per i motivi che dicevamo sopra. Mi dispiace, ma in fondo io sono così, proverò a migliorare, ma tu sai meglio di me che in fondo sono questo. E allora? Ci arrendiamo all’esistente, senza provare a migliorarci? Neanche questo sarebbe giusto, ma migliorarsi è un percorso lungo, basato sui fatti più che sulle parole. Forse allora, amare significa non dover mai dire mi dispiace, perché invece significa dire “grazie”. Grazie che ci sei e che rimani, che mi sopporti nonostante tutto.

 

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Anche i blogger hanno ansie da prestazione?

Riflettevo sul post di ieri. In particolare mi veniva in mente un’osservazione relativa alle statistiche del blog. Voi le guardate? Quanta gente ci legge, quante visualizzazioni, da dove, chi, perché? Io sì, è una cosa che fin dal primo giorno di blog, ha stuzzicato la mia curiosità. Qui torniamo sull’annosa questione dell’importanza del lettore per chi scrive. Come ho già citato altrove, se il sommo Umberto Eco diceva che l’unica cosa che scriviamo per noi stessi è la lista della spesa, perché non riconoscere che avere lettori è uno dei piaceri dello scrivere? Certo non è solo quello. Non è solo per quello che scriviamo, ma in ogni caso avere un riscontro, più o meno numeroso, più o meno positivo è un fattore importante per chiunque si espone nella scrittura.

Ebbene, da quando ho fatto l’upgrade del blog, passando al nuovo dominio, mi sono accorto che i lettori del blog sono più che dimezzati. Ci ho messo un po’ per collegare le cose. All’inizio anzi non riuscivo a capire perché da una media giornaliera fra i 60 ed i 70 lettori, in breve tempo fossi arrivato a meno di 30. Mi sono chiesto: magari i miei post hanno stufato i più. Può essere. Forse prima scrivevo cose più interessanti. Non è da escludere. Però la cosa strana era che i lettori abituali, i commenti, i like ai post, erano rimasti pressoché inalterati. Non sono un esperto di computer (e forse tra voi blogger c’è chi ne capisce di più e può darmi la sua interpretazione), ma penso che cambiare il nome e quindi il dominio al blog sia stato un po’ come azzerare certi percorsi che dai motori di ricerca portavano i lettori casuali qui.

Non so se è questa spiegazione sia stato un modo per placare l’ansia da prestazione scrittoria: non so dirlo, anche perché non credo di averla mai avuta. Però sarei curioso di sapere se è capitato anche a qualcun altro e se questa teoria è corretta, oppure davvero, più banalmente, la maggior parte dei lettori si è stufata di leggere le mie minchiate!

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Incompetenti di tutto il mondo unitevi (e magari tornate a scuola)

Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni (Bertrand Russel)

Ma quanto aveva ragione! D’altra parte dopo di lui, questa inversione di ruoli è stata addirittura teorizzata a livello scientifico dal duo Dunning-Kruger secondo cui gli individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in quel campo. L’errore di valutazione dell’incompetente deriva da un giudizio errato sul proprio conto, mentre quello di chi è altamente competente deriva da un equivoco sul conto degli altri.

Detto in altre parole, l’intelligente ritiene di avere intelligenti intorno a sé (equivoco sugli altri), mentre l’ignorante pur essendo una capra ritiene di essere adatto a fare una determinata cosa (equivoco su se stessi). E così si capisce come sia stato possibile avere al governo gente come Di Maio e Toninelli. Come sia possibile che ci sia gente fermamente convinta che i vaccini facciano male. Lo specchio di un Italia in cui l’incompetenza si unisce alla presunzione, la banalità si accompagna alla critica al sapere istituzionale, come se l’ignoranza fosse un titolo di vanto. Come se il “sapere di non sapere” di socratica memoria non fosse la base su cui costruire una conoscenza, l’inizio di un percorso, ma fosse l’arrivo, l’esito finale. Non sono presuntuoso, io so di non sapere…ecco, allora studia, capra che non sei altro!

Come se io, improvvisamente volessi cominciare ad usare il trapano. Oppure se pensassi di poter riparare un rubinetto o un interruttore della luce. Invece so di non sapere e quindi chiamo il mio amico Leo, moldavo riparatutto. D’altra parte però, se il teorema Dunning-Kruger è veritiero, neanche io posso pensare di rientrare nell’ambito dei “competenti”, se non altro perché non cado nell’equivoco di pensare di avere competenti intorno a me. Anzi, io sono certo di essere contorniato da capre (a parte il mio amico Leo, ovviamente). Ho tanti difetti, ma certo la sopravvalutazione altrui non mi appartiene. Detto ciò, riprendendo la citazione iniziale del buon Berty, spero mi rimanga un po’ di immaginazione e comprensione per farmi almeno venire qualche dubbio.

P.S. Se poi ne volete sapere di più, leggete cosa ne pensa la mia amica Letizia in questo articolo

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Un treno per un mondo migliore

Possiamo realmente sperare in un mondo migliore? E’ lecito, ragionevole, sensato coltivare una simile speranza? Migliore rispetto a cosa poi? Rispetto al passato, rispetto ad oggi, oppure rispetto a quello che pensiamo potrà essere il futuro? Migliore per chi? Per noi, per i nostri figli, per l’umanità nella sua generalità? Ma ricordatevi che – sembrerà strano, ma vi assicuto che è così – anche Salvini ne fa parte…

E potrei continuare così. Come Elio e le storie tese hanno scritto la canzone mono-nota, io potrei scrivere un post solamente di domande. Perché probabilmente di fronte ad una questione del genere, al massimo possiamo porre le domande, ma provare a dare le risposte potrebbe essere un azzardo anche per presuntuosi viaggiatori ermeneutici come il sottoscritto.

Perché, siamo seri. Di fronte ai secoli passti, strabilianti scoperte e cocenti delusioni, glorie ed orrori che si sono ripetuti ed alternati, di fronte alla carrellata infinita di fotografie di uomini e donne che hanno costruito la storia per arrivare all’oggi, sulla base dei loro successi o delle loro sconfitte. Di fronte a quest’insieme millenario di esperienze che ci hanno portato dal bronzo al silicio, dalla ruota al byte, come possiamo sperare di migliorare realmente le cose, come possiamo veramente sperare di costruire questo fantomatico mondo migliore?

Non lo so, non ho risposte. Una cosa però mi sembra chiara. Per quanto grande, enorme, gigantesca, un’intera montagna di ricordi non eguaglierà mai una sola piccola speranza.

Mi piace scivolarvi fuori da ogni calcolo
Per riportarmi in riga servirà un miracolo
Complici e simili da credere alle favole
Coi nostri sogni in gola questa notte
Sembra fatta per noi
Che non ci guarderemo indietro mai

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Rancorosi ingrati e ricattatori affettivi

Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine. (Confucio)

Il vecchio Confucio la sapeva lunga (in effetti era Confucio, mica confuso….va be’ me la pianto). Chi di noi non si è sentito abbattuto, deluso, tradito quando ha avuto a che fare con quel mostro verde che è l’ingratitudine? L’ingrato ti colpisce quando meno te lo aspetti, quando hai le difese abbassate, ti colpisce lì dove al contrario ti aspettavi un riscontro positivo. E’ come una tazzina di caffè amaro o come un piatto di pasta senza sale.

Da un punto di vista clinico l’ingratitudine è stata studiata e ne hanno tirato fuori questa sindrome rancorosa del beneficato, che starebbe ad indicare la frustrazione di colui che ha ricevuto un beneficio e non riuscendo a sostenere il peso del debito di riconoscenza verso il benefattore, trasforma quest’ultimo in una persona da allontanare, dimenticare e a volte anche diffamare. Un atteggiamento che può venire fuori in maniera inconscia, frutto di antiche insicurezze che ci fanno pensare di non essere meritevoli del favore ricevuto, sminuendo il favore  ricevuto (“cosa mi avrai mai fatto?”), fino quasi a non considerarlo (“non te l’ho mica chiesto io”).

Vai a far del bene ai somari, ne rimedi solo calci“, diceva la mia saggia mamma. D’altra parte però una delle sue massime preferite era “fai del male e pentiti, fai del bene e scordatelo“, perché il bene che facciamo dovrebbe bastare a se stesso, senza ulteriori pretese (o anche attese). Ma non è sempre così. Anzi, dietro certi atteggiamenti da apparenti benefattori, a volte si nasconde chi ha bisogno di sentirsi indispensabile: chi fa del bene basandosi sul proprio tornaconto e non solo si aspetta, ma pretende di aver gratitudine, cercando di imprigionare l’altro con ricatti affettivi, più o meno espliciti. E a quel punto, tra il rancoroso ingrato e il ricattatore affettivo, non so mica chi sia meglio. Bene faremmo ad evitare entrambi come la peste e a cambiare strada se ne incontrassimo per strada.

Ma sappiamo bene che è impossibile. Dovremmo stare attenti piuttosto a non cadere noi stessi in uno dei due eccessi, cercando di non aver timore né di dare, né di ricevere, ma soprattutto cercando di rimanere liberi rispetto ad entrambi gli atteggiamenti. Quella libertà che ci permette di sorprende (e sorprenderci) di fronte a benefici inaspettati. Da offrire e da ricevere. Come uno che col carrello pieno ci fa passare avanti al supermercato quando dobbiamo comprare solo una cosa o come quando diamo la precedenza in macchina a qualcuno che in realtà non ce l’avrebbe. Quei benefici inaspettati che sono poco quando c’è poco da dare o da ricevere e sono molto quando c’è molto da dare o da ricevere, perché vengono fatti spontaneamente senza pensare al molto o al poco.

Cosa c’è di meglio di questi sorprendenti gesti di altruismo, gratuiti ed inaspettati, che ti arricchiscono giusto di un sorriso? E cosa più prezioso di un grazie possiamo dire quando li riceviamo o avere in cambio quando li compiamo? In fondo basterebbe poco per cambiare il colore delle nostre giornate.

 

 

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Il mondo cambia, quelli che restano uguali siamo noi

Prima osservazione. Ieri pomeriggio, dopo aver comprato la mia quota settimanale di fumetti (la Marvel sta tirando fuori le serie più belle dei supereroi degli anni 70…cose da non perdere per appassionati come me) parlavo con il mio amico giornalaio. Mi spiegava che ormai i fumetti, sia quelli Marvel, sia quelli Bonelli, vengono comprati e quindi letti esclusivamente da persone della mia età o anche più grandi. In effetti non ho mai visto i miei figli con un fumetto in mano e sì che in casa ne girano parecchi.

Seconda osservazione. Questa settimana ho fatto gli esami del sangue e sono dovuto andare dal dentista (non potrò più dire “mai avuto carie in vita mia”, come diceva una vecchia pubblicità, comunque fino a 52 anni ci sono arrivato!). Queste due cose da ragazzino mi avrebbero terrorizzato: probabilmente si sarebbero battute il primo ed il secondo posto fra le mie paure più grandi. Devo ammettere che dal dentista non ho sentito assolutamente nulla e anche il prelievo non è stato nulla di ché. A parte che quando sono entrato nel laboratorio devo aver avuto una faccia che era tutto un programma:

  • “è nervoso?”,
  • “mah, un pochino…l’importante è che non guardi, il sangue mi dà un po’ fastidio”
  • “se vuole non guardo neanche io”

Ecco, ci mancava pure la dottoressa spiritosa, per farmi sentire più minchione di quello che sono. Però, insomma, a parte la dottoressa perculeggiatrice, un laboratorio di analisi e il dentista continuano ad essere posti che preferirei di gran lunga non frequentare.

Terza osservazione. Fra un mesetto festeggeremo il 50 della mia scuola elementare, come ex alunno sono stato intervistato dai bambini di un attuale quarta. Tornare fra quelle aule mi convince sempre più che quello è stato il periodo più bello della mia vita.

Tre indizi fanno una prova e così sono arrivato alla frase un po’ apodittica del titolo del post. Continuo ad amare quello che mi piaceva quando ero poco più di un bambino. E non solo i fumetti: una palla che rotola su un prato mi fa lo stesso effetto di 40 anni fa, prendo lo stesso gusto di gelato, ascolto la stessa musica e continuo ad avere un adorazione per la comicità di Stanlio & Ollio. Nello stesso tempo continuo a non sopportare quello che odiavo allora. E non solo il dentista. Anche i presuntuosi, i prepotenti e quelli che si approfittano della buona fede delle persone. Per non parlare dei (fortunatamente non così frequenti) successi calcistici dei cuginastri giallorossi.

Nel profondo di me stesso sono quello che ero, mentre il mondo intorno a me è cambiato radicalmente. O forse proprio per questo. Chissà, magari queste due cose non sono così separate. “Tutto cambia perché tutto resti uguale”. Il gattopardo voleva dirci (anche) questo? O forse aveva ragione Nietzsche che la vita in realtà è un percorso per diventare quello che si è.

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San Remo ora pro nobis

La canzoni non devono essere belle
Devono essere stelle
Illuminare la notte
Far ballare la gente

Questa polemica sull’esito finale del Festival di San Remo va molto al di là del risultato in sé e ha subito assunto significati ulteriori, facendo schierare di qua o di là molta più gente di quella che ha seguito la kermesse canora. A sproposito, ovviamente.

La prima polemica è nel meccanismo elettorale. Com’è possibile che il voto popolare dia un risultato, che poi venga ribaltato da quello della giuria dei cosiddetti tecnici? Peccato che questo meccanismo era noto a tutti ed era quello utilizzato senza alcuna polemica già in tante altre adesioni.

Seconda polemica. La giuria dei cosidetti tecnici è l’elite radical chic, un covo di marxisti-leninisti-terzomondisti che vuole far trionfare l’Islam contro il Sacro Romano Impero. Peccato che il vincitore non sia mussulmano, nel testo della sua canzone se la prenda con il padre (lui sì mussulmano) e abbia dichiarato di aver votato Lega.

Terza polemica. La canzone di Achille Lauro era in realtà una pubblicità ad un tipo di extasy (chiamato appunto Rolls Roice). In realtà il ragazzotto (molto meno stupido di quel che sembra) ha spiegato in modo molto chiaro ed argomentato che non c’è nessuna allusione alla droga e che in realtà il titolo è una citazione di Marylin Monroe (“preferisco piangere sul sedile di una Rolls Roice che sul vagone di una metropolitana”).

Insomma, quanto ci piace creare polemiche inutili, basate sul nulla, nutrite di pregiudizi, cresciute nella presuzione del complotto! Siamo talmente malfidati che saremmo capaci di vedere cospirazioni e intrighi anche su un cartone animato di Winnie Pooh. E pensare che invece proprio questa edizione del Festival è riuscita a rappresentare tutti: cantautori impegnati, gruppi rock, cantanti indie e vecchie glorie. Baglioni è riuscito a costringere le nonne ad ascoltare la musica trash e gli adolescenti a sentire la lirica. In questo, un capolavoro!

Non entro nel merito della bellezza della canzoni, perché questa sarebbe stata l’unica discussione ragionevole su un Festival musicale, ma ovviamente in quest’Italia avvelenata non c’è spazio per discussoni che abbiano un senso. Meglio non entrare nel merito, meglio fare i tifosi decerebrati, qui come in tutto il resto. Personalmente mi sono piaciuti i Negrita e Paola Turci e fra i tre finalisti avrei scelto Ultimo (anche se non mi è piaciuto il suo atteggiamento da rosicone dopo), ma d’altra  parte quando mai vincere è stata la garanzia di successo di una canzone? Ci sono stati decine di pezzi sonoramente bocciati che sono diventati successi senza tempo.

Il bilanciamento fra voto popolare e giuria qualificata è l’unico elemento di garanzia per far emergere la qualità della musica. E’ il motivo per cui l’anno scorso ha vinto una bella canzone come quella di Ermal Meta e non la vecchia che balla (non a caso, due anni fa che invece c’era solo il voto popolare vinse la scimmia che balla e non il capolavoro della Mannoia), Un bilanciamento che garantisce contro usi distorti del televoto, ma comunque tiene conto del gusto delle persone. D’altronde, a chi grida allo scandalo, perché sarebbe stata violata la volontà del popolo italiano, della ggente che paga, ricordo sempre che quando si lascia l’ultima parola alla ggente, la ggente sceglie Barabba.

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Diffida di ogni impresa che non richieda abiti nuovi

Ognuno di noi cerca la via più semplice. E’ inutile negarlo, le comodità piacciono a tutti. Quelle importanti, ma forse anche di più quelle futili, quei piccoli confort che hanno la capacità di rendere piacevole il quotidiano, che danno una luce diversa anche alle incombenze più noiose. O più faticose. Così ci adagiamo su questi piccoli agi, cercando di renderli abitudinari, ripetendoli in modo quasi automatico ogni volta che ne abbiamo la possibilità. Finché queste abitudini ci calzano addosso come vestiti fatti su misura.

Se però un giorno ti mettessi in mente di cambiare. Se ti venisse voglia di voltare pagina sul serio, senza pensare che sia ormai troppo tardi, senza avere paura di percorrere strade diverse. Se decidessi di mettere da parte le convinzioni maturate negli anni e consolidate dall’esperienza. Se volessi riprovare quel brivido di incertezza che ti fa sentire il sangue pulsare nelle vene e ti spinge a lasciare la terra ferma, per far pace con i tuoi sogni. Allora sei pronto per una nuova impresa.

Per essere quello che vuoi devi scordarti di quello che sei. Così ha cantato a San Remo Anastasio dopo un bel monologo di Bisio. Non sono del tutto d’accordo. Non credo si possa. E poi io penso che si possa rimanere se stessi anche nel cambiamento. Ma è certo che un cambiamento sia necessario. L’abito non fa il monaco. Il monaco può anche restare lo stesso, ma l’abito deve cambiare.

Ma per questo sono dell’idea che Edward Morgan Forster si sbagliava. E di grosso pure. L’impresa ha bisogno di novità. Ha bisogno di rischiare, lasciandosi alle spalle l’usato sicuro. Non aveva capito nulla. Diffida di ogni impresa che non richieda abiti nuovi.

Che cos’è la libertà? Io credo è non aver più paura
Di piangere stasera, di sciuparvi l’atmosfera
E di somigliare a quelli come me
Non mi va…di lasciarmi abbandonare, di dovermi abituare
Di dovermi accontentare

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A proposito del qui e ora

A volte mi chiedo cosa stiamo aspettando
Silenzio
– Che sia troppo tardi, Madame

Fra le tante cose che dovremmo imparare dai nostri amici a 4 zampe è il saper vivere il presente. Il cane passa sopra in un attimo alle angosce passate e non dà la minima importanza al futuro. E’ felice se sta con noi, è triste quando ce ne andiamo, riesce a vivere pienamente il qui e ora, senza farsi condizionare più di tanto da quello che è successo prima o da quello che succederà dopo. Solo chi non li conosce può pensare che non abbiano memoria: ricordano tutto, ma a differenza nostra riescono a non farsi condizionare da quello che è accaduto.

Che noi umani al contrario non sappiamo apprezzare il quotidiano è storia antica. Spesso siamo nostalgici verso un passato che probabilmente non è mai realmente esistito e allo stesso tempo viviamo con questa proiezione a quel che accadrà domani, oscillando fra l’ansia e l’attesa di quello che potrebbe succedere. A volte aspettiamo da così tanto tempo qualcosa, che alla fine neanche ricordiamo più bene quello che stavamo aspettando. O come dice Baricco nella bellissima frase di Oceano Mare, forse stiamo aspettando che il tempo passi e ci sia una scusa concreta per non affrontare la realtà.

Se ci pensate, l’elemento che esemplifica chiaramente questo stato d’animo di insofferenza verso il presente sono gli smartphone: mentre siamo in un determinato posto, da soli o con altri, attraverso il cellulare riusciamo ad essere altrove. Ascoltiamo chi ci sta vicino, ma parliamo con quello che è dall’altra parte del mondo, guardiamo l’interlocutore e nello stesso tempo leggiamo i commenti di uno sconosciuto alla foto di un conoscente. Senza alcuno motivo apparente, perché se qualcuno ci chiedesse “scusa, ma cosa stai guardando di così importante?” il più delle volte non sapremmo rispondere.

E’ innegabile che l’altrove – nello spazio o nel tempo – possa avere un suo fascino, com’è altrettanto certo che stare in fila alla ASL o pigiato dentro una metropolitana rendono interessanti anche le foto del collega d’ufficio con cui non ti saluti in ascensore (ma chissà perché sei amico di FB). Il rischio però è perdersi il qui e ora. L’espressione sognante di quella nonna che parla con la nipotina in fila insieme a te. La faccia arrabbiata ed intrigante della fanciulla nel tuo scompartimento. Ma allora, siamo proprio convinti che quello che andiamo cercando altrove valga di più di quello che perdiamo nel qui e ora?

 

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I giorni della merla

Che gennaio non finisce mai è stato già detto? Probabilmente sì. Che gli ultimi giorni, i cosiddetti giorni della merla, quando le giornate cominciano ad allungarsi ed uno comincia a sognare una primavera ancora di là da venire, sono invece i più freddi è noto a tutti? Probabilmente sì anche questo. Ma del resto mica solamente in questo caso funziona così. Quando sei arrivato al culmine estremo di una situazione. Quando stai aspettando un cambiamento da così tanto tempo che neanche ti ricordi più cosa stavi aspettando. Quando non ne puoi più e speri in un colpo che ribalti la situazione. Ecco che Salvini fa un’altra dichiarazione. No, va be’ non divaghiamo. Quando pensi che in realtà peggio di così non possa andare, allora e proprio allora, le cose precipitano e l’escalation raggiunge il suo culmine. Quando tocchi il fondo puoi anche cominciare a scavare.

Per questo non è strano che i giorni più freddi dell’anno arrivino proprio al termine di un interminabile gennaio. E’ così, è la vita. Poi però arriva la Candelora e come dice il proverbio, dall’inverno semo fora (lasciamo stare il seguito ma se piove o tira vento dall’inverno semo dentro e invece diamo per assodato che ricominci ad esserci il sole e un po’ di tepore). Tutto bene quindi? Dopo la pioggia torna il sereno e tutto ritorna bello come e più di prima? Sì e no. Sì, perché come diceva il tormentone di un film sempre su un uccello (era il Corvo e non il merlo, ma insomma siamo lì) “non può piovere per sempre” e in effetti, anche se sembra infinito, anche questo gennaio passerà e torneranno le belle stagioni. No, perché per superare il grande freddo è possibile che dobbiamo imparare ad adattarci a situazioni nuove, che dobbiamo non aver paura dei cambiamenti. In altra parole, che forse dobbiamo essere disposti a lasciarci alle spalle qualcosa.

Non saprei dire se questi benedetti ultimi giorni di gennaio siano davvero i più freddi in assoluto, ma su questa credenza sono fiorite diverse leggende. Una delle più poetiche afferma che si chiamerebbero così perché i merli si sarebbero fatti gioco del Generale Inverno, ormai arrivato alla fine dei suoi giorni. Questo, indispettito, avrebbe sferrato un attacco terribile, mandando neve, ghiaccio e un grande freddo su tutta la terra, costringendo i poveri uccelletti a rifugiarsi all’interno dei camini delle case per trovare un po’ di tepore. Così le loro piume, originariamente bianche diventarono irrimediabilmente scure.

I merli per superare il grande freddo, per trovare il modo di sopravvivere e raggiungere la salvezza, rinunciarono al candore delle piume e diventarono neri. E tu, per sopravvivere al grande freddo, cosa sei disposto a perdere?