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Scare away the Dark

Stasera avrei voglia di scrivere molte cose e insieme avrei voglia di fare silenzio. Con la tristezza più nera nello stomaco e l’impotenza di voler fare o di saper dire, perché ti rendi conto che purtroppo puoi fare e dire molto poco. E allora forse l’unica cosa che resta è provare ad esserci, perché l’esempio che ho è proprio questo: cantare insieme, volersi bene senza avere paura, per tenere alta la luce della speranza, per riuscire insieme a mettere in fuga le tenebre.

Well sing
sing at the top of your voice
and love without fear in your heart
feel, feel like you still have a choice
if we all light up we can scare away the dark

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L’avvocato delle cose perse

“E a mano a mano mi perdi e ti perdo e quello che è stato mi sembra più assurdo”

Sarà che io sono un campione a perdermi le cose. Il numero 1. Riuscirei a perdere una cosa anche chiuso in un ascensore. Mi perdo le cose fra le mani. Un attimo ce l’ho, un attimo dopo non ci sono più. Inghiottite nel nulla. La casa nasconde ma non ruba, diceva quella santa donna della mia mamma. Il problema è che nel mio caso le nasconde proprio bene. O forse semplicemente mi dimentico dove sono. Ma  ve l’ho già detto che io mi dimentico tutto, no?

Comunque, nascoste o dimenticate, le cose si perdono. E’ questa l’ineluttabile verità. Ma fin lì pazienza, ormai ho fatto il callo. Il problema è quando si perdono le partite. Tipo l’ultimo derby. Va be’, ma non divaghiamo. Il vero problema è quando si perdono gli amici. E hai voglia quanti amici ho perso in questi quarantotto anni di vita. A volte per colpa mia, a volte per colpa loro, soprattutto per i casi della vita.

I casi, le cose, la cause. Ecco, soprattutto le cause. Perché niente mi fomenta di più della cause perse. I desideri irrealizzabili, quelli che pensi non potranno mai diventare realtà, le persone più improbabili, quelle che pensi non ce la faranno mai, le squadre più imbarazzanti, quelle che non vinceranno mai niente di importante. Perché? Perché naturalmente tendo a simpatizzare per le cause perse?

Forse perché non sopporto la boria, l’arroganza, la supponenza dei vincitori. O forse perché penso che dietro ogni sconfitta ci siano le premesse per una vittoria. Come dietro ogni cosa perduta ci siano i presupposti per una cosa ritrovata.

Ecco. E cosa c’è di più bello di un amico ritrovato?

“Ma dammi la mano e torna vicino, può nascere un fiore nel nostro giardino, che neanche l’inverno potrà mai gelare, può crescere un fiore da questo mio amore per te!”

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Ma io preferisco scrivere di cose belle (e minchione!)

Un amico è la cosa più preziosa che tu possa avere e la cosa migliore che tu possa essere

Un bell’articolo di Monia metteva in evidenza come anche fra i blog, come nella carta stampata, in tv, ma più in generale in qualsiasi mezzo di comunicazione, sia evidente la preferenza per le sfighe, per le lamentazioni, per le tragedie, rispetto alle cose belle.

La distanza fra quello che è e quello che dovrebbe essere, è un fatto incontrovertibile che ognuno di noi vive ogni giorno. E non credo neanche che le cose belle si vivono, mentre quelle brutte si scrivono. Non per me almeno. Non in questo blog che al contrario si fregia di essere orgogliosamente e rigorosamente minchione. Però a volte capita che anche a me di avere il morale sotto i tacchi e mica solo perché si perde il derby. E se vedo le statistiche del blog salta agli occhi il fatto che quando mi lascio andare a sfoghi e paturnie, ho molte più letture ed apprezzamenti rispetto ai post più minchioni. In ogni caso io scrivo sempre e comunque quello che mi passa per la mente e quindi preferirei di gran lunga avere qualche lettore in meno, ma qualche motivo in più per scrivere cose divertenti.

Purtroppo, come scrivevo altrove, è sotto gli occhi di tutti che viviamo in un mondo difficile. Capita di imbattersi e di dover avere a che fare con  perfetti idioti, cialtroni senza arte né parte, che si trovano in posti strategici, apparentemente baciati dalla fortuna, stimati ed apprezzati dal resto del mondo. Che fare dunque? Tenersi strette le cose belle, le gioie di amici veri, quelli che quando ti saluti già pensi e pianifichi quando rivedrai. Quelli che ti raccontano storie belle e inaspettate. Che non puoi scrivere sul blog, anche se vorresti. Storie che ti tieni strette, ci pensi e sorridi, pensando che forse è vero che fa più rumore un solo albero che cade di un’intera foresta che cresce. Ma finché avrai amicizie così puoi essere certo che non sarai mai un albero solo.

 

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Nel migliore dei mondi possibili

Il migliore dei mondi possibile è un punto di vista. Non è il migliore dei mondi in assoluto. Nel migliore dei mondi in assoluto nel fine settimana c’è sempre il sole. Nel migliore dei mondi possibile fuori piove e allora si sta a casa e si gioca a risiko (poi magari si tromba pure). Nel migliore di mondi in assoluto non serve dare troppe spiegazioni, gli altri ci capiscono con un’occhiata, non ci sono incomprensioni, né fraintendimenti. Nel migliore dei mondi possibile si tenta di capirsi, ci si prova a spiegare e alla fine si rinuncia, ci si dà un bacio e magari però va bene lo stesso.

Nel migliore dei mondi in assoluto non si festeggia il 24 maggio. Il Piave non mormora, non c’è nessuna bella che deve dire ciao, non ci sono democrazie plutocratiche da sconfiggere, né razze ariane da salvare. Non ci sono trattati di pace, perché non ci sono guerre. Invece nel migliore dei mondi possibile c’è un maleducato che proprio quel 23 maggio 1992 lascia un chiodo sulla strada che da Punta Raisi arriva a Palermo. C’è una macchina che deve fermarsi a cambiare una ruota e che fa tardi all’appuntamento col destino.

Nel migliore dei mondi in assoluto la Lazio ha vinto più Champions del Real Madrid e più campionati della Juve. Nel migliore dei mondi possibile, quel 15 maggio del 99, Treossi di Forlì si rende conto che effettivamente Mirri trattiene Salas in piena area, fischia il rigore, vinciamo 2 a 1 e restiamo sopra il Milan.

Nel migliore dei mondi in assoluto non fa caldo, né freddo, non è secco, né umido. Al Polo sud nel mondo migliore possibile gennaio è il mese più caldo e fa-20. Nel migliore dei mondi in assoluto l’amore è eterno. Va be’, questo anche nel migliore dei mondi possibili. Almeno finché dura.

Io penso che il buon vecchio Leibniz non avesse poi tutti i torti. Non viviamo nel migliore dei mondi in assoluto. Ma possiamo vivere nel migliore dei mondi possibile. E strano a dirsi, per buona parte, dipende da noi.

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A proposito di persone importanti

Ci sono cose importanti e cose che ci importano. Non sempre le due coincidono. Ci sono cose che razionalmente riconosco essere molto importanti: la situazione economica del paese in cui vivo, l’effetto serra o la fame nel mondo. D’altra parte ci sono cose che emotivamente mi importano molto: il risultato della Lazio, l’aumento di stipendio, il meteo nel fine settimana.

Se volessimo catalogare, potremmo dire che alle persone profonde importano le cose importanti. Quelle superficiali ritengono importanti le cose che a loro importano.

Ma in fondo questa è una semplificazione che lascia il tempo che trova, perché fatta con la testa, più che con il cuore. E per fortuna noi essere umani ragioniamo molto più con il cuore che con la testa. Per questo l’importante, alla fine dei conti è ciò che ci sta a cuore. E anche sforzandoci non riusciremo mai ad avere a cuore una cosa solo perché è importante. E’ vero esattamente il contrario: una questione diventa importante se l’abbiamo a cuore, se il suo esito ci toglie il sonno, se riguarda cose o persone a cui teniamo.

E se è vero per le cose, per i fatti, per le situazioni, molto di più succede per le persone. So quello che mi piace e mi piace quello che so, cantavano i Genesis nel loro album più bello. E allo stesso modo potremmo dire che non sono nel nostro cuore le persone importanti, piuttosto le persone importanti, quelle di cui ci importa, sono quelle che stanno nel nostro cuore. E non sempre siamo noi a decidere chi o perché sono lì dentro. Però ci sono. A volte senza un motivo, a volte per un milione di motivi e altre ancora per uno solo, ma importantissimo.

Per un motivo o senza di esso, le persone importanti sono quelle di cui ci importa, perché sono lì nel nostro cuore, rendono belle le nostre giornate, ci mancano un minuto dopo che abbiamo finito la telefonata con loro, condividono con noi le loro ansie, le loro paure e i loro desideri. Ci sorprendono ricordando cose che anche noi avevamo dimenticato, ci fanno gli auguri a mezzanotte e un minuto e sanno indicarci le stelle nella notte oscura. Forse, banalmente, perché sono loro le nostre stelle.

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Ce l’ho, mi manca

Un po’ come le figurine quando eravamo piccoli. Non era semplice trovare la figurina mancante. Potevi avere decine, centinaia di doppioni, ma non contavano nulla. Se non avevi quella che ti mancava, le altre non avevano valore. Per questo avresti fatto a cambio di 100 contro una. Te le do tutte, tutto questo mazzetto se mi dai quella lì. Ed è buffo pensare che il suo valore fosse pari alla sua assenza. Quelle troppo semplici da trovare infatti non valevano nulla e al contrario quelle rare, quelle che non trovavi in nessun pacchetto, quelle sì che contavano davvero.

La vita però non è un album di figurine, non è un ce l’ho e mi manca. Soprattutto gli altri non sono una collezione da completare, anche perché non la completerai mai. Per fortuna ci sarà sempre una nuova figurina da aggiungere. Non solo. Potrà capitare che eravamo certi di aver riempito una pagina e invece si aprirà un nuovo buco, perché una figurina che pensavamo di avere non ci sarà più. E ci mancherà. Ci mancherà terribilmente, quando invece non avevamo mai capito prima quanto fosse bella e quanto rendesse speciale il nostro album.

Non abbiamo mai gli altri come fossero figurine, perché non li avremo mai una volta per sempre. Dobbiamo rimetterci in gioco, ricercarli ogni giorno, come se non ci fossero. Però è vero che a volte dovremo essere disposti a perderne molte, per avere in cambio quell’unica che vogliamo. Ed è proprio il fatto che ci manca che ci farà capire quanto saremo disposti a perdere pur di averla. Quanto coraggio, pazienza, follia avremo per rimetterci in gioco e andarla a ritrovare, per provare ad incollarla nuovamente dentro di noi.

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Il treno dei desideri

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Quando gli Dei vogliono punirci, esaudiscono i nostri desideri“. (Proverbio Arabo)

Oggi come oggi, capire cosa si vuole diventa sempre più complicato. Quando siamo piccoli i nostri desideri sono chiari, nitidi, forse irraggiungibili, ma univoci. L’adolescenza è di per sé un moltiplicatore: si vogliono tante cose, si vuole l’eccesso, cominciano i dubbi. A volte si vorrebbe una cosa e il suo esatto contrario. Crescendo le idee si chiariscono, gli obiettivi si delineano, si scartano quelli irrealizzabili, si lasciano per strada quelli inutili, si punta dritti alla meta. E poi? Una volta raggiunto l’appagamento per quelli realizzati e messa una pietra sopra a quelli sfumati, che cosa ci resta?

Sarà per quello che, come spesso si sente dire in giro, gli uomini raggiunti una certa età (chi dice 40, chi dice 50…facciamo una via di mezzo e non se ne parli più), gli uomini dicevo (ma perché le donne no?) ad un certo punto fanno cose insolite. Chi si tinge i capelli, chi tenta nuove avventure amorose, chi prova a cambiare lavoro. Come se ad un certo punto ci fosse bisogno di desideri diversi, strade mai percorse prima, che forse possono dare nuove emozioni.

E’ come se i vecchi desideri, ormai realizzati, diventassero delle gabbie: da obiettivi a cui puntare, sono diventati parte di noi e parte di quello che gli altri si aspettano da noi. E allora che cominciano a diventarci stretti, che sembrano essere ostacoli che non ci fanno vivere la vita che si vuole, ma quella che gli altri vogliono da noi. Per questo alcuni li sminuiscono, li danno per scontati. Ma alla fine dei conti si rischia di dimenticarci che la felicità è una scelta. Che dipende da noi e che probabilmente prescinde dai desideri più o meno realizzati.

Da parte mia, ve l’ho già detto anzi scritto altre volte, niente mi piace di più del rincorrere i desideri degli altri, delle persone a cui voglio bene, per aiutarli a raggiungerli. Non saprei, anzi tenderei ad escludere che sia un atteggiamento puramente altruistico. Ma è il mio. E non da oggi. In fondo c’è chi colleziona farfalle, chi fa corsi di paracadutismo, perché io non dovrei sentirmi un po’ genio della lampada? O forse il mio treno dei desideri, come cantava Paolo Conte, nei miei pensieri, all’incontrario va.

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Il come farà la differenza

How can I give love when I don’t know what it is I’m Giving? How can I give love when I just don’t know how to give? 

Già altrove vi ho raccontato come la penso sulla forma e la sostanza e sull’importanza che si dà all’una e all’altra. Vi ho già detto che ho rivisto certi atteggiamenti un po’ manichei, che mi facevano puntare tutto sull’una a discapito dell’altra. In effetti due vicende recenti mi hanno sempre più convinto che debbo approfondire questa revisione e di conseguenza l’ordine di priorità delle cose.

La prima sono stati i disordini di Milano. Per quale motivo 4 figli di papà (secondo Renzi), un branco di teste di cazzo (secondo me) vanno lì a contestare l’Expò? C’è un motivo? Ma soprattutto, interessa a qualcuno quale sia il motivo? No! Perché qualsiasi possa essere il motivo è inaccettabile che venga portato avanti in quel modo. Qui la forma è molto più importante della sostanza.

Seconda vicenda la modifica della legge elettorale. Anche qui, il modo di fare arrogante di Renzi ha messo in secondo piano la sostanza della legge perché non è un dettaglio il modo in cui verrà approvata una legge che stabilisce le regole del gioco. Potrà essere giusta o sbagliata, potrà essere una porcata o la migliore delle leggi possibili, ma non importa. Se la approvi a colpi di fiducia tutto va in secondo piano. E ti meriti tutti gli insulti che stai ricevendo.

La forma è sostanza. E la sostanza da sola non basta. neanche la sostanza più sostanziosa, da sola non basta. L’amore non basta. Non basta se ha la forma sbagliata. Non basta se non riesce a modellare la sua forma su quella dell’altro. Non basta voler bene se non riesci ad esserci. Non basta esserci se non riesci a farlo nel modo giusto. Non basta trovare il modo giusto, se non è quello che mi serve in quel momento. Se non voglio che tu mi stia addosso, non basta dire, volevo solo dormirti addosso. Se volevo che tu stessi lì accanto a me e tu non c’eri, non serve a niente aver avuto le migliori intenzioni per esserci. Le intenzioni non interessano a nessuno. Quel che conta sono i fatti.

Il fatto è che non si finisce mai di aggiustare la forma. Non si finisce mai di capire quale sia il modo giusto per esserci. Non si finisce mai di imparare il come. Non si finisce mai. Perché, più volte di quello che crediamo, il come è più importante del quanto. Il come è più decisivo del se. Il come sarà ciò che farà la differenza.

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Dormendo col nemico

Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca……..

Siamo avvolti dal rumore. In qualsiasi posto, in qualsiasi momento. Non esiste più il silenzio. E neanche lo vogliamo il silenzio. Non ci siamo più abituati e quindi può metterci in difficoltà. Può metterci a disagio. Fuggiamo il silenzio come fonte di inquietudine.

Perché può capitare che nel silenzio ci sembra di sentire le cose. Come chi soffre di acufene, quel fischio continuo che non c’è, che non esiste, ma che sentiamo dentro di noi, continuo, persistente, sempre più forte, sempre più chiaro. E più c’è silenzio, più lo sentiamo. Esiste solo nel silenzio. Non esiste. Ma noi, nel silenzio, lo sentiamo.

Nel silenzio si sentono i suoni in modo più chiaro, le parole arrivano in modo diretto, senza essere distorte appunto dal rumore di sottofondo.

Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca. Scava una buca, riempi una buca……

Nel silenzio si rischia di essere confusi dalla chiarezza delle cose che sentiamo. Così come al buio rischiamo di scambiare lucciole per lanterne. A volte il nemico sta a fianco a noi e ci confonde con le sue argomentazioni stringenti, con le sue analisi lucide, con la ragionevolezza dei suoi discorsi. Ci dice, ad esempio, che conviene essere pessimisti, così hai meno da perdere. Non ti aspetti più nulla, così non rimani deluso. Non importa quello che fai, non importa a nessuno, perché non è di nessuna importanza che tu lo faccia o no.

Il nemico è proprio lì vicino a te. Nel silenzio ti sussurra le sue verità.

Per questo io al silenzio preferisco la musica.

 

 

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Razzista a chi?

Davanti al forno del mio amico Matteo/Johnny Deep che vi avevo già presentato qui , c’è una signora di chiara origine gitana, seduta in terra che chiede un po’ di compassione e qualche spicciolo al via vai di persone che entrano ed escono dal forno. Una di quelle donne con un’età indefinita fra i trenta e i cinquant’anni. A volte sta con lei un bambino piccolo: sarà il figlio, un nipote? Chi lo sa. Comunque è una figura ormai integrata nel quadro complessivo del quartiere, un volto noto. Con quel viso sorridente, quel salutare tutti quelli che passano.

L’altro giorno una signora del palazzo le si è avvicinata e le ha chiesto se invece di stare lì fuori non le andasse di andare da lei ad aiutarla in casa, nelle pulizie e stirando qualche camicia. “E che vengo a fare la schiava a casa tua?

Mentre me lo raccontava, quasi a volersi scusare, mi diceva “non vorrei averla umiliata…forse nella sua cultura è una cosa offensiva“. Io le volevo dire, “be’ certo, invece stare seduta in terra tutto il giorno a chiedere l’elemosina dev’essere proprio una cosa che ti riempe la vita di soddisfazioni“, ma già ero di malumore perché la Lazio non ha vinto e non volevo essere troppo polemico e così ho risposto solo “chissà“.

A volte però, penso proprio che non ce la possiamo fare.