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Elogio della velocità

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Noi affermiamo che la magnificenza dei mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. (Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del futurismo)

Lo so cosa state pensando e siamo d’accordo: ci sono cose che vanno fatte lentamente. Le cose che vanno assaporate, quelle a cui devi dare il tempo di sedimentare il gusto lungo le papille gustative. Anche quelle che vorresti non passassero mai, quelle per le quali vorresti che il tempo si fermasse per farle durare di più. Ma per il resto ha ragione il buon Filippo Tommaso di cui sopra.

Non la velocità delle macchine, delle moto, quella che puoi raggiungere a piedi o sugli sci. Oddio, anche quella ha un suo perché, è innegabile. Ma a me la velocità che affascina e conquista, che mi fa innamorare è quella della mente. L’accelerazione delle sinapsi, i collegamenti fulminei, le risposte immediate. La velocità della parola giusta e dei silenzi opportuni. Quella delle soluzioni istantanee, che quasi precedono il problema. Le occhiate che colgono prima che arrivi la parola, la capacità di leggere i pensieri e precedere le reazioni, l’intuito che ti fa scelgliere la strada giusta solo annusando l’aria, l’anticipo che brucia l’istante che arriva.

Certo bisogna conoscere. Le cose, le situazioni, le persone. E più le conosci più sei in grado di comprenderle velocemente. Ma la conoscenza non basta. Conoscere ti può portare fino ad un certo limite. Ma per la velocità che intendo io ci vuole qualcos’altro. Ci vuole il comune sentire. Devi salire sopra le affinità, coltivarle con cura e poi cavalcarle come un puledro selvaggio lanciato al galoppo. Ed è così che assapori la velocità della mente e del cuore. La velocità che arricchisce la magnificenza del mondo con una bellezza nuova.

 

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Götterdämmerung

Quando ascolto la Cavalcata delle Valchirie mi viene voglia di invadere la Polonia” (W. Allen)

Riguardo la vicenda della Volkswagen mi venivano in mente due considerazioni. La prima è che tutto è relativo a questo mondo. Pensavamo che la dannosità per la salute dipendesse dalle emissioni dei motori, ma mica è tanto vero. La dannosità dipende dagli standard fissati nei vari Paesi. In America il limite di emissione è di 31 mg in Europa di 80. Del resto lì il limite di velocità, anche sulle superstrade, è di 90 all’ora: anche la pericolosità della velocità è relativa!

Quindi, contrariamente a tutti i film e telefilm sugli inseguimenti in macchina fra guardie e ladri, diversamente da tutti gli Starsky & Hutch che pensavamo sfrecciassero nelle Highway, gli abitanti degli States alla guida sono delle mezze seghe. E forse hanno anche i polmoni più debolucci dei nostri. Ma quante cose che si imparano!

La seconda considerazione riguarda invece la meschinità di tanta gente. Sembra quasi (e sottolineo il sembra e sottolineo anche il quasi) che ai più, la caduta degli Dei Germanici, abbia fatto piacere. Una sorta di rivincita dal basso, come quando il secchione veniva beccato impreparato, per la somma goduria di tutti i somari della classe. Venendo ad un paragone calcistico, un po’ come quando perde la Juve.

Cari tedeschini perfettini, allora non siete poi così diversi da noi! Anche voi truccate le carte e cercate di aggirare le regole. Anche voi imbrogliate e tradite la fiducia degli ignari cittadini, speculando sulla loro salute. Molto miseri questi discorsi, ma non stupiscono perché appunto, sono rintracciabili in vari altri settori, senza dubbio meno importanti e seri di questo.

Non so come andrà a finire la vicenda. Si parla di class action, di blocco delle vendite, di risarcimenti milionari. Su una cosa però ci scommetterei dei soldi: qualcuno pagherà. Perché avranno molti difetti: sono spocchiosi, sanno essere spietati, hanno al governo una culona inchiavabile, però, a differenza di quello che succederebbe dalle nostre parti, chi sbaglia, paga. E si tiene pure i cocci.

 

 

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Mi ami? Ma quanto mi ami?

Bello de zia

L’altro giorno ho messo una foto su FB. Una foto particolare. Anzi diciamola tutta, una foto veramente scema! Ma del resto, cosa vi aspettate: se ho un blog minchione, figurtevi cosa può essere il mio profilo di faccialibro! In realtà era un esperimento. Ma andiamo con ordine.

Un like su FB non si nega a nessuno. Questa è una premessa necessaria: pensate se un like costasse, che so, 10 centesimi. Ne metteremmo lo stesso numero? Gli everything likers, come li chiamano andrebbero falliti! O cambierebbero mestiere. In ogni caso, cosa c’è dietro un like? Non è sempre o solo un “mi piace”. E’ una carezza, una pacca su una spalla, la voglia di dire ci sono, ti ho visto, ho letto, ho colto quello che volevi dire, sono d’accordo con te. Sono tuo amico.

Ma quando postiamo qualcosa di oggettivamente poco attraente che significano i like? Qualcuno l’avrà messo così, tanto per…Altri avranno voluto forse dire “ti sono talmente amico che mi piace anche questa foto oscena“. Oppure, “ti sei davvero rincoglionito da mettere ‘sta foto, ma in qualche modo io devo tirarti su, quindi metto mi piace“. Forse qualcuno può arrivare addirittura a vederla bella, quella foto, perché ti vuole così bene che non vede quello che vedono gli altri. A me capita con qualcuno. Mi piace talmente tanto quello che fa, o quello che scrive, o quello che è, che ogni cosa mi piace. E’ raro, ma capita.

Insomma, sta di fatto che fino adesso 56 amici hanno messo “mi piace” a una foto che veramente ci vuole la mia facciadiculo per renderla pubblica. E io, non ho problemi ad ammetterlo, sono assolutamente contento di queste pacche sulle spalle virtuali, a prescindere dalle motivazioni che ci stanno dietro. Ma la cosa singolare è che invece qualcuno si è fermamente ribellato alla foto in questione, intimandomi di toglierla al più presto. Mia figlia e mio fratello mi hanno insultato, il mio Amico con la A maiuscola non finiva di perculeggiarmi e una mia amica speciale mi ha mandato un messaggio su waht’up scrivendomi “nun te se po’ guardà!”. Perché solo loro? Forse perché sono quelle che non hanno bisogno di darmi pacche sulle spalle. Forse perché non hanno necessità di rimarcare il loro apprezzamento. Ognuno di loro sa che io so quanto ci tengono a me.

E così, alla fine dell’esperimento mi è rimasto qualche dubbio irrisolto, qualche domanda senza risposta. Di che tipo di amici abbiamo bisogno? Amici spietati e sinceri come gli ultimi o comprensivi e “buciardi” come i primi 56? Meglio qualcuno che ti nasconde i tuoi difetti o qualcuno che vuole sempre e comunque aprirti gli occhi? Meglio quello che ti vuole così bene che non riesce a vedere quello che non va perché gli piaci così come sei o quello che ti vuole così bene che vuole tirare fuori la parte migliore di te?

E tu, che amico sei, la vedi la gobba o fai finta di niente?

 

 

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Un strada che non ha un nome

Come quando da piccoli ci dicevano che non dovevamo aver paura del buio.

Un par de palle! Il buio fa paura…soprattutto se sei bambino. E allora cominciano a darci spiegazioni. Cercano di distogliere la nostra attenzione. Indirizzano le nostre paure, le rendono comprensibili, gli danno una spiegazione. Ma così le banalizzano.

Esattamente un anno fa, come i lettori più assidui ricorderanno (e se non ve lo ricordate e non avete di meglio da fare, potreste leggere qui e anche qui), mi ruppi una gamba. Un evento banale, se vogliamo, una cosa da nulla potreste dire. Ma a distanza di un anno, magari posso comprendere meglio perché mi mandò così in tilt. Il problema vero non era la gamba rotta. Non erano i due mesi a casa, né i sei mesi lontano dai campi di calcio (anche se…).

Quelle erano le cose evidenti. Ma non sempre sono quelle vere. Come se qualcuno pensasse sul serio che i problemi di Roma siano il traffico, la metropolitana affollata, la mondezza nelle strade o il funerale di un camorrista. La soluzione non poteva essere solo una placca al perone e un po’ di fisioterapia. Come la soluzione non può essere mandare via quel coglione di Marino.

Di fronte ai problemi la via più semplice è quella di mascherarli. E trovare una bella soluzione, che apparentemente li risolva. Lascia stare che poi dopo un po’ la soluzione si rileva farlocca e il problema si ripropone identico. Almeno però hai guadagnato un po’ di tempo.

Così leggiamo quelle belle inchieste su Repubblica che ci spiegano come affrontare i problemi con i figli che non ci stanno a sentire. Oppure le analisi sociologiche sul perché ed il per come si debba o non si debba mettere in giro fotografie di bambini. Come se il problema nei rapporti fosse dire una brutta verità e la soluzione fosse accaparrarsi il consenso con una bella bugia. Come se per farsi comprendere dai figli bastasse wuozzappare scrivendo tvb, scialla o bella pe te. O magari aprirsi un profilo su Instagram. Poi va be’, c’è pure chi pensa che la soluzione sia votare cinquestelle. Allora vale tutto.

Il problema non era la gamba rotta, quanto l’aver toccato con mano (anzi, con gamba!) la possibilità di diventare qualcos’altro. Di non essere più quello che ero, di non poter più fare quello che facevo. Di non poter avere più quello che avevo. Solo una possibilità. Eventuale, ma insieme terribilmente concreta.

In ogni caso meglio, molto meglio, vederlo in faccia il problema. Senza edulcorarlo. Soprattutto senza trovare soluzioni di comodo. Come se il problema fosse quello che avremmo potuto essere e non quello che potremmo diventare. Ma il primo l’abbiamo scelto noi, il secondo potrebbe non essere così. E’ un problema indefinito ed indefinibile, come una strada che non ha nome. Ma volenti o nolenti, da soli o in compagnia (forse questa è l’unica cosa che possiamo scegliere) è inevitabile percorrerla.

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Le giuste battaglie

La verità è che si cambia. Purtroppo, per fortuna, non saprei: a volte è un bene, perché solo gli idioti non cambiano idea, a volte è un male perché si rischia di perdere la strada o ancora peggio di perdersi nella strada. Però è un dato di fatto: cambiamo. Cambiamo idea, cambiamo taglio di capelli, cambiamo gusti gastronomici, cambiamo amici, cambiamo addirittura le cellule del nostro corpo. Evolviamo, oppure degeneriamo, dipende da tante cose, a volte è anche difficile dirlo.

Cambiamo. Una delle cose che avevo imparato in questi 48 anni di vita e che avevo sempre cercato di applicare, una di quelle cose che qualcuno chiama “regole di vita”, per me era una massima di Lao Tze tratta dall’arte della guerra: combatti le battaglie che sei sicuro di poter vincere. Perché impegnarsi a combattere nemici troppo forti? Oppure, perché perdere tempo e sudore per cercare di far ragionare uno stupido? Perché cercare di cambiare una situazione sulla quale già sappiamo probabile evoluzione e quasi certo finale? Margaritas ante porcos, energie sprecate, fatiche inutili. Meglio, molto meglio evitare, girare a largo, alzarsi dal tavolo e salutare tutti.

Per molti aspetti in effetti la penso ancora così. Ma non è il buon senso quello che di solito mi consiglia la non belligeranza: se mi fermo a ragionarci non posso non ammetere che in realtà è la mia pigrizia che mi spinge sempre a pensare che non ne valga la pena. Però, c’è spesso un però. Come vi ho già raccontato, mi capita sempre più spesso di trovarmi ad essere come l’avvocato delle cose perse, che si affeziona agli obiettivi impossibili, che si lascia sedurre dagli obiettivi improbabili. In altre parole, oggi a differenza di ieri, penso che ci siano battaglie che valga la pena combattere, a prescindere dall’esito. Anzi, che valga la pena combattere solo perché è giusto farlo, anche sapendo già che sicuramente si uscirà sconfitti.

Saranno i primi segni del rincoglionimento senile? Chi lo sa. E’ un dato di fatto che mi sta scemando quell’ansia da prestazione, il voler raggiungere l’obiettivo a tutti i costi, la paura di sprecare tempo, energie, occasioni. E paradossalmente divento meno pigro, mi viene da impegnarmi di più, anche solo per il gusto di farlo. Una volta si diceva, da giovane incendiario, da vecchio pompiere. Allora forse sono stato programmato a rovescio.

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Aspettando la manna dal cielo

Ma che fai, stai lì che aspetti la manna dal cielo?

Eh già. Proprio così. Una volta che ho lasciato l’Egitto, terra di schiavitù, ma anche di vacche grasse e pance piene, una volta che ho preso armi e bagagli e mi sono incamminato in mezzo al deserto, un volta che ho affrontato e sconfitto il Faraone, una volta che ho attraversato il mar Rosso in modo che le acque erano un muro alla mia destra e alla mia sinistra, una volta che mi sono lasciato alle spalle cavalli e cavalieri che mi stavano inseguendo. Allora e solo allora mi sembra giusto, anzi quasi doveroso, fermarsi e aspettare la manna dal cielo.

C’è chi non ce la fa a lasciare le proprie comode schiavitù. E c’è chi non se la sente di affrontare il nemico. C’è poi chi non trova la forza di avventurarsi in terreni sconosciuti. Ma soprattutto, chi trova il coraggio per fare tutte queste cose, a volte non ha la fiducia o l’incoscienza di fermarsi ad aspettare un dono inaspettato. In fondo chi sarebbe così pazzo da fermarsi in mezzo al deserto sperando che gli piova dal cielo la salvezza?

Eppure se hai avuto tanto coraggio per metterti in viaggio prima e hai tanta follia di fermarti ad aspettare dopo, allora la manna arriva. Ti arriva dal cielo, improvvisa, inaspettata, non capisci neanche bene cosa sia, ma è esattamente quella che volevi, quello di cui avevi bisogno.

Hai dunque risolto tutti i problemi? Neanche per sogno. Perché altrimenti sarebbe tutto troppo semplice. E invece a noi le cose troppo semplici mica ci piacciono. La manna non può essere conservata: dura un giorno e solo uno.  Tutte le sicurezze, tutte le riserve che avevi accumulato per i giorni che verranno, improvvisamente non valgono più. Devi continuare ad avere fiducia. Il giorno dopo devi sperare che ne arrivi altra. Perché ogni notte si azzera tutto e domani è un nuovo giorno. O un giorno nuovo.

Ecco, innamorarsi e rimanere innamorati per cento anni penso sia un po’ così.

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E vissero tutti felici e contenti

Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché questo i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti (Gilbert Keith Chesterton)

Poi ad un certo punto si cresce e non si crede più nelle favole. Di solito allora succede che non si crede più nemmeno che i draghi possano essere sconfitti: si comincia a credere che i draghi siano invincibili, che probabilmente sia inutile anche combatterli, che convenga piuttosto arrendersi e farci amicizia. allora si esce dalla favola e ci si arrende alla realtà.

In quella realtà in cui non ci sono principesse da salvare, mulini a vento da sfidare, burattini senza fili, ragazze ninja che si mascherano da uomini, orride bestie che diventano uomini bellissimi, lupi cattivi e nonne buone (da mangiare), streghe da sconfiggere, gatti che suonano il jazz, coccodrilli che mangiano sveglie e lepri con il panciotto.

Ma invece bisogna tornare a crederci alle favole. Alla morale della favola, che poi altro non è che la favola della morale. Seguendo la seconda stella a destra alla fine il drago sarà sconfitto. Alla fine “e poi vissero felici e contenti”. E  se non siamo felici e contenti vuol dire semplicemente che ancora non siamo alla fine.

 

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Arcobaleno e pregiudizio

Sempre a proposito di pregiudizi debbo dire che mi ha un po’ stupito questa oceanica ed entusiasta partecipazione feisbucchiana alla sentenza che ha legalizzato i matrimoni gay come legge federale negli Usa. Mi stupisco sempre quando tante persone si appassionano a cause che il mio pregiudizio reputa essere marginali.

Chiariamo. Io penso che sia non solo legittimo, ma direi sacrosanto, che ognuno decida di dividere la propria vita con chi voglia. Che sia del proprio sesso o di un altro è un dettaglio irrilevante. (Certo, agli amici gay che non vedono l’ora di sposarsi mi verrebbe da chiedere…ma esattamente del matrimonio, cos’è che non vi è chiaro?)

Quindi evviva l’arcobaleno. Anche se, come scrivevo su FB, l’altro giorno ad un certo punto ho pensato di aver esagerato con il limoncello. Invece no, un non ero io ubriaco. Un sacco di bella gente aveva deciso di colorare il proprio profilo. Ma è proprio il fatto che sia stata così tanta che mi ha lasciato perplesso. C’è poco da fare, le maggioranze mi suscitano diffidenza (diffidenza massima ad esempio la settimana scorsa di fronte a Piazza San Giovanni piena di gente che manifestava contro l’ideologia gender. Chissà come la pensavano a proposito del ginger…).

Le maggioranze nascondo tutto e il contrario di tutto. Anche le maggioranze nate su idee sacrosante e condivisibili. Hitler era vegetariano. Ecco, io ho paura dei cannibali mascherati da vegani. E tanto per essere chiari, così come penso che sia un diritto di chiunque avere un compagno con un legarsi per tutta la vita, penso che avere un figlio non sia un diritto per nessuno. Né per una coppia etero, né omo. Avere un padre e una madre. Ecco questo penso sia un diritti di chiunque.

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Semplicità e pregiudizio

L’altra sera, sollecitato da un’amica, mi era venuta la curiosità di sapere la data di nascita di una persona. Uno abbastanza famoso, ma non così famoso da avere, che so, una sua pagina su Wikipedia. Ho fatto qualche ricerca su Internet e in effetti sono venute fuori diverse pagine: interviste, libri, un po’ di cose poco attinenti, ma la data di nascita niente. Era nata come una cosa senza importanza, ma sapete come succede quando cominci a cercare una cosa e non la trovi…diventa una fissa! Ti metti lì e potrebbe cadere il mondo, devi trovarla. E più pensi “ma alla fine, ma che me ne importa quando è nato questo“, più va avanti e provi a cercare con qualche altra parola chiave. Niente da fare, non c’era scritta da nessuna parte. E così sono andato a dormire con questo rodimento.

Questa mattina apro il pc, solito giretto su WP e su FB e come sempre il solerte faccialibro mi ricorda i compleanni del giorno. E qui mi si è accesa una lampadina. Ma figuriamoci se…e invece ha pure un profilo FB! Ed ecco lì la data, semplice come una domenica mattina. Chi se l’immaginava che uno di 83 anni stesse su Facebook? Il pregiudizio che un vecchietto, seppur arzillo e sveglio sicuramente più di me, avesse un profilo social mi aveva oscurato la soluzione più semplice, quella che era la più banale.

Perché in fondo questo fanno i pregiudizi: ti si accollano come patelle a uno scoglio e ti oscurano la mente, indirizzandoti in un’unica direzione, che esclude tutte le altre. Una direzione che sembra ragionevole, condivisibile, giusta. Ma non lo è. Invece spesso la soluzione è lì, sotto i nostri occhi. Ed è semplice. Siamo noi che non vogliamo vederla. Semplice e banale come una canzone di Gianni Togni.

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Ancora una volta sull’amore

Sono sempre dell’idea che “ti amo significa voglio che tu sia come sei” sia la migliore, la più bella, la più sofferta, la più autentica definizione dell’amore. Il fatto che l’abbia detta un vescovo del IV secolo, che oggi probabilmente definiremmo extracomunitario, non credo sia un elemento decisivo. O forse sì. Ma non divaghiamo.

E’ vero, se ti amo ti voglio così come sei. Ma è anche vero che si diventa quello che si è. Il bambino è una serie di potenzialità, è un insieme di ipotesi che si realizzeranno e faranno sì che quell’esserino paffutello diventerà un galantuomo o un malandrino. Non è detto quindi che una persona sia in un modo e resti tale per tutta la vita.

E qui entra in gioco la solita diatriba fra chi vuole qualcosa, rischia e si mette in gioco per averla e chi si accontenta. Tra chi vive la vita accontentandosi di quello che arriva senza aspettarsi nulla e chi si impegna ogni giorno per cercare di cambiare le cose. Ma chi ama non può accontentarsi. E’ vero che nell’amore non c’è pretesa, non può esserci. Ma non può esserci nemmeno l’accettazione acritica dell’esistente. Se ti amo, voglio te per quello che sei, ma soprattutto voglio il meglio di te. E lo voglio perché voglio il meglio per te. Per questo non posso accontentarmi.

E mi aspetterò che tu ce la metta tutta o che almeno ci provi fino in fondo a tirar fuori questo meglio. E rischierò di rimanere deluso. Rischierò le incomprensioni, le litigate, i vaffanculo. Ma non posso accontentarmi. Non se ti amo davvero. Poi sarà quel che sarà. Ma se ti amo davvero, per me ma anche per te, non mi accontenterò di nulla di meno della favola.