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Fai rotta per le stelle, male che va atterrerai sulla luna

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E’ sempre una questione di obiettivi, di stimoli, di motivazioni, di voglia, di capacità, di tenacia, di pazienza. Poi, quando ce l’hai messe tutte, puoi essere soddisfatto di quello che hai portato a casa a prescindere dal risultato. Non tanto perché, come dice qualcuno, l’importante è partecipare. Col cazzo! Al pranzo di Natale l’importante è partecipare. Ma poi finito il pranzo, sparecchiata la tavola, srotolato il panno verde, nessuno gioca a tombola per partecipare. E nemmeno per fare ambo. Tutti sono lì appizzati come nutrie in calore per fare tombola. Poi certo, se strada facendo arriva pure qualche premio intermedio non è che ci dispiace.

Per questo un ricercatore dovrebbe avere in mente di sconfiggere il cancro. Se poi nel frattempo trova la cura contro il reflusso esofageo gliene saremo grati. Il presidente degli Stati Uniti mentre prova a ristabilire la pace nel mondo, può cercare di amministrare bene la cosa pubblica. Il sindaco di Roma potrebbe provare a risolvere il problema del traffico. Va be’ dai ora però non cominciamo con le cose impossibili.

Da parte mia vorrei andare alle isole Fiji. Ma come ho ricordato nei propositi delle cose da fare prima dei 50, mi sentirò soddisfatto anche a tornare in America. Mi piacerebbe scrivere la pietra miliare della letteratura italiana del XXI secolo, per il momento accontentatevi delle minchiate sul blog. Vorrei raggiungere un livello di saggezza e di bontà tale da riuscire a tollerare le persone moleste e praticare con assiduità la carità universale. Nel frattempo amare incondizionatamente, in modo del tutto sconsiderato e persino immotivato, quelli che il Principale lassù (a propo’, auguri per domani sera eh…come si dice, 2015 e non dimostrarli) ci ha messo fra i piedi è comunque un bell’andare.

Certo, l’obiettivo resta quello di raggiungere una stella, ma anche con la Luna potremmo accontentarci. E sarà pure corretto che la Luna in fondo è solo un grande sasso deserto sospeso per aria, senza acqua, né aria e nemmeno un filo d’erba. Sarà anche vero che sembra bella solo perché riflette la luce del sole. C’è da dire però che la riflette proprio bene.

E sarà più semplice, sorridere alla gente senza chiederle, se sia per sempre o duri un solo istante. E poi che ce ne importa a noi?

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Camminando senza paura

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Help me when I fall, to walk unafraid, I’ll be clumsy instead, Hold my love or leave me high. Walk unafraid, I’ll be clumsy instead, Hold my love or leave me high

C’è chi cammina sicuro, con passo spedito, senza paura, guardando dritto avanti a sé, proiettato sulla strada che ha davanti, sfidando il futuro negli occhi. E c’è invece chi cammina in modo incerto, quasi claudicante. E’ difficile che riescano a camminare insieme, ma non è impossibile. Soprattutto se chi cammina sicuro non ha paura di rischiare anche lui di cadere. Se vuole davvero aiutare l’altro, deve imparare ad essere claudicante. Deve smetterla, una volta tanto, di essere senza paura. Perché solo in questo modo può caricarsi sulle spalle le paure dell’altro.

Aiutami quando cado, a camminare senza paura, perché io invece sono claudicante, stringi forte e sorreggi il mio amore oppure lasciami andar via per sempre

 

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Equitalia, nun te temo!

Puntuale come l’influenza di un figlio il giorno prima di una partenza, simpatica come un attacco di diarrea a fischio in piena notte, piacevole come un orzaiolo dentro un occhio, anche quest’anno è arrivata la lettera di accertamento fiscale da parte di Equitalia. Premetto. Ideologicamente sono assolutamente favorevole alle tasse. Ritengo non giusto, ma sacrosanto che si paghino e che si paghino tutte secondo il proprio redditto. Chi è contrario si vada a fare un giro per gli ospedali o nelle scuole, nelle strade o nei commissariati.

Detto questo, la questione nasce tre anni fa, quando avevo erroneamente inserito gli interessi del mutuo solamente nella mia dichiarazione. Essendo sia casa che mutuo cointestati con la mia dolce metà, avrei dovuto dividerli con lei al 50%. Da allora ogni anno di questo periodo arriva la fatidica letterina che mi costringe a ritirare fuori tutte le carte relative alle vecchie dichiarazioni, fotocopiare tutto e portargliele. Fino adesso, a parte quella cosa del mutuo, non hanno avuto nulla da ridire.

Del resto, lavoriamo entrambi in posti fissi, abbiamo una casa (in realtà ce l’ha la banca, noi abbiamo un mutuo), due figli…cosa dovrebbero trovare? Paghiamo le tasse non perché siamo onesti. Oddio, forse sì, le pagheremmo comunque, ma insomma le paghiamo perché i soldi ce li tolgono prima di darceli. Allora perché ogni anno mi sale il veleno ogni volta che arriva questa letterina?

Non perché abbia qualcosa da noscondere. Non perché mi costringe a fotocopiare circa 200 tra scontrini e ricevute. neanche perché mi farà perdere una mattinata per portare tutta la documentazione al solerte funzionario. No! La questione è un’altra. “Solerte funzionario“, mi verrebbe da chiedergli, “io ti fotocopio tutti gli scontrini della farmacia, le ricevute del dentista, quelle del nuoto di Elisa e quelle del calcio di Lele. Ti faccio vedere il bonifico alla onlus con cui ho un bimbo in adozione a distanza, le ricevute dall’assicurazione, il famigerato calcolo degli interessi del mutuo. Ti porto tutto. Tu, se fai le cose per bene, se controlli tutto per filo e per segno, ci metterai almeno una mattinata.  Siamo sicuri che in questa mattinata non avresti proprio nulla di più sostanzioso da controllare? Siamo sicuri che andare a controllare due redditi fissi sia la cosa più interessante per le casse dello stato che potete fare?” Questo vorrei domandargli. Ma non so se mi piacerebbe la risposta.

Forti con i deboli e deboli con i forti. Lo specchio dell’Italia.

 

Tasse

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Anche voi siete un po’ sharing?

La sharing economy è quel tipo di sistema che si basa sulla compartecipazione, sull’uso prima del possesso. Tutti dicono che sarà il nostro domani, il futuro delle economie occidentali. In fondo però, se vogliamo, potrebbe essere la prova che Marx non aveva poi tutti i torti, perché di fatto è il superamento della proprietà privata. Perché avere una macchina, pagarne l’acquisto, il bollo, l’assicurazione, le riparazioni quando posso chiedere un passaggio a chi tutti i giorni fa io mio stesso percorso o quando posso prenderla in prestito quando mi serve? Perché avere una seconda casa per le vacanze quando posso andare di qua e di là, cambiando meta ogni volta? E così nascono bla bla car, airbnb e tutte le nuove forme di utilizzo condiviso.

Ma pensiamo anche alle cose più banali. Quante volte usiamo il trapano in un anno? Una? Due? Io mai perché faccio disastri, ma le persone normali penso che a stento arrivano a tre. Eppure ognuno ha un trapano in casa. Ne basterebbe uno per condominio, da prendere quando se ne ha bisogno e il problema sarebbe risolto. E così per il tosaerba da giardino e tante altre cose. E’ il discorso della cosiddetta “decrescita felice”, un nuovo paradigma che in qualche modo dà una risposta alla crisi generale dei consumi.

Allarghiamo il discorso. Perché lo sharing, non si ferma alle cose. Ad esempio la esternalizzazione di alcuni servizi non è in fondo la traduzione in termini lavorativi di questo paradigma? Ditte delle pulizie, agenti di vigilanza, ma un domani anche lavori più specialistici potrebbero essere “compartecipati” da varie aziende per ridurre i costi (non so con quali benefici per i lavoratori…)

Arriviamo alle estreme conseguenze. Non è che senza saperlo, senza ammetterlo pubblicamente, già da tempo abbiamo compartecipato anche i sentimenti? Gli amici quando servono, le relazioni leggere, le coppie aperte, i trombamici. E d’accordo che le relazioni autentiche sono quelle che rendono liberi, dove tu non sei “mia” ed io non sono “tuo”. Ma siamo sicuri che nelle relazioni l’alternativa al possesso sia l’utilizzo? E’ questo che davvero ci dovrebbe rendere più liberi, più realizzati, più aperti alle nuove tendenze? Non so, qualcosa mi sfugge.

O forse semplicemente, sono io che sono troppo vecchio per questa sharing feelings.

 

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Salvando le stelle di mare

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E qui non si tratta di fare il Don Chisciotte contro i mulini a vento, perché quelli non li sconfiggi. Né in groppa a Ronzinante, né con i droni che sganciano testate nucleari.

In realtà non credo nemmeno che la questione fondamentale sia riuscire a salvare le stelle di mare, perché anche mettendoci insieme non riusciremmo a salvarle tutte.

Quello che credo è un’altra cosa. Credo che quello sia l’unico modo per riuscire a salvare noi stessi.

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Presumo. Sì, sono un gran presum-tuoso

You’re so vain, You probably think this song is about you. You’re so vain, I’ll bet you think this song is about you. Don’t you? Don’t you?

L’altro giorno su faccialibro ho ripostato questa immagine che mi sembra sia un po’ un antidoto a certe derive che si possono prendere mentre scriviamo. Chi scrive su un blog presume di avere qualcosa di interessante da dire o da scrivere. Presume che qualcuno abbia voglia di starlo a sentire o a leggere. E presume persino che qualcuno che leggerà quello che scrive capisca che è rivolto davvero a lui.

Effettivamente poi qualcuno, con un sussulto di autocoscienza critica, usa pseudonimi, si nasconde nell’anonimato, altri presumono al punto da presentarsi con il loro nome e cognome! Insomma, ammettiamolo, siamo dei grandissimi presuntuosi.

Ma del resto chi non lo è? In Italia non si legge più. I dati sono sconfortanti ed insieme inequivocabili: giornali in crisi, librerie che chiudono, investimenti pubblicitari nella carta stampata quasi nulli. Eppure la percentuale di aspiranti scrittori cresce ogni giorno. Molti scrivono, pochi leggono, che poi è la trasposizione del fatto molto più generale, tutti parlano, pochi ascoltano. Eppure ci sarà un motivo, come ho letto in qualche proverbio di chissà quale paese, che abbiamo una sola bocca e due orecchie?

Ma io (da gran presuntuoso!) sono certo di avere qualcosa da dire. Così come tanti altri blog che seguo. La domanda allora non è perché scriviamo, ma per chi. Il blog è come una stanza in cui ci sono due sedie. In una ci siamo noi, i padroni di casa, l’altra è vuota. E sta a noi decidere come riempirla. A volte ho la sensazione che qualcuno ci metta uno specchio: beandosi della propria immagine, provando e riprovando le espressioni per vedere quale gli vengano meglio. Questo è il rischio più grande. Che ognuno di noi si chiuda nelle proprie stanze finendo con il parlare solo a se stesso, senza stare più a sentire quello che gli altri hanno da dire.

Ma quello invece è l’unico modo di crescere, di arrichirsi, di dare nuova linfa alla nostra mente. Lasciamo libera l’altra sedia, invitiamo a sedersi chi di volta in volta avrà voglia di starci a sentire e parliamo a loro, prima che a noi stessi. Così è più probabile che ci verrà anche la voglia di stare a sentire cosa hanno da dirci gli altri. E magari, chissà, daremo un contributo concreto all’apertura di qualche libreria in più.

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Cosa ci è lecito sperare?

Ritorna questa domanda, che chi mi segue da un po’ mi ha già sentito proporre. Scrivevo un po’ di tempo fa che Kant parte da qui per scrivere le sue Critiche della ragione: “cosa ci è lecito sperare” per lui significa interrogarsi su cosa, secondo la nostra ragione, sia consentito, legittimo, ragionevole aspettarsi. Su cosa sia opportuno, corretto, onesto confidare. Così secondo lui si delineano i confini della ragione, oltre i quali non si dovrebbe andare.

Ma “cosa ci è lecito sperare” è secondo me un paradigma che va al di là della semplice comprensione delle cose. E’ la domanda che riguarda i rapporti con le altre persone, con gli amici, con la persona che amiamo, con noi stessi. E’ la domanda sulla nostra vita, sul futuro, sul perché stiamo su questa terra e cosa ci stiamo a fare. Sono anni che ciclicamente si ripresenta nella mia vita, mascherata nelle situazioni più diverse, nascosta ma non tanto da non essere chiaramente riconoscibile. Ritorna come domanda senza risposta.

Ma come spesso accade, a volta la risposta non viene, semplicemente perché la domanda è sbagliata. La speranza non può avere un oggetto lecito. Non può, per sua natura, limitarsi a ciò che è consentito, legittimo, ragionevole, opportuno, corretto, onesto. Chiedersi questo significa non credere fino in fondo in ciò che speri.

Non possiamo sempre avere ciò che vogliamo (come cantavano anche gli Stones!), ma possiamo essere ciò che vogliamo. E per questo la nostra speranza può anche andare al di là del lecito. Con gli amici, con le persone a cui teniamo, con il nostro amore, con noi stessi: decidiamo noi chi vogliamo essere. E’ per questo che non possiamo limitare la nostra speranza. E’ per questo possiamo sperare l’oltre. O detto in altre parole, l’al di là.

E ora abbracciami forte e balliamo.

Non ti arrendere, ci siamo noi. Non ti arrendere, non abbiamo bisogno di niente. Non ti arrendere, da qualche parte c’è un posto a cui apparteniamo. Riposati, ti preoccupi troppo, andrà tutto bene. Quando i tempi si fanno duri, pensa a noi, non cedere, per favore, non arrenderti…don’t give up, please, don’t give up.

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Mille e non più mille

Vorrei potermi prendere tutto sulle spalle. Anche il rischio di non farcela. Vorrei poter dire che dipende da me, sempre e comunque. Perché sbagliare non mi ha mai spaventato. Preferisco sbagliare, preferisco cadere, se so di avercela messa tutta. Piuttosto che non averci provato. Piuttosto che inventarmi scuse. Gli alibi mi atterriscono. Non voglio dare la colpa alla cattiva sorte, al destino cinico e baro, alla luna storta, ad un parrucchiere che fischia un rigore che non c’è, agli altri che non capiscono. Meglio, molto meglio, poter dire colpa mia.

Quindi grazie mille novecentonovantanove lettori (davvero siete così tanti? Mica ci credo sul serio) stasera, isolato dal mondo, vi dirò una confidenza. Anzi, ve la lascio dire dai Mumford & Son, di cui come ho già detto ultimamente, sono diventato un apposionato estimatore.

Ma non eri tu a dire che non ero libero? Non eri tu a dire che mi serviva pace? E adesso sei atterrita dalla paura di ogni cosa. Ma quando senti il mondo strozzarti il collo, stringi le mie mani intorno alle tue. Quando senti il mondo strozzarti il collo, non soccomberai. Va tutto bene. Piuttosto prenditela con me. Va tutto bene, prenditela con me.

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E tu, quanto ti fidi?

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Io non so se l’erba campa e il cavallo cresce ma bisogna avere fiducia (Totò).

Molte persone, se interpellate in materia, vanno fiere nel dire che la fiducia è una merce rara, un sentimento difficile, faticoso, causa spesso di grandi delusioni. Del resto c’è anche l’immancabile proverbio (“fidarsi è bene non fidarsi è meglio“), che porterebbe a pensare che in fondo non sia poi così conveniente fidarsi degli altri.

La cosa buffa è che, al contrario, se ci ragioniamo un attimo, ci accorgiamo che la fiducia è un comportamento spontaneo, inconsapevole, molto più diffuso di quello che crediamo. Per il semplice fatto che fidarsi è utile, anzi direi quasi indispensabile. Ogni giorno per andare al lavoro, per mangiare, per muoverci, per vivere, noi compiamo una serie infinita di atti di fiducia e per di più nei confronti di perfetti estranei. Il dentista che ci trapana un dente, l’idraulico che ripara la nostra lavatrice, il barista che ci prepara il tramezzino, il pizzaiolo dove andiamo a cena, il conducente della metropolitana che ci riporta a casa. Diamo fiducia non perché lo vogliamo, non perché ci fidiamo sul serio di quella persona, ma perché non possiamo farne a meno.

Quindi non è vero che la fiducia si dà solo alle persone che ci dimostrano esserne degne, né è vero che si dà per cose serie: in modo più o meno consapevole la fiducia si dà a tutti, per necessità, perché la fiducia ci fa vivere in un contesto sociale. Oltre a questo poi ci sono le persone di cui davvero, più o meno, ci fidiamo. E qui oggi vorrei indagare questo più o meno. Una persona o ci sta simpatica o ci sta antipatica. E’ bella o è brutta. Per la fiducia può non essere così. Infatti, al di là delle persone di cui non ci fidiamo, c’è poi una scala di livelli, perché la fiducia, a differenza di altri, è un sentimento quantitativo.

Al primo livello metterei la fiducia impulsiva. Quella che nasce senza ragione, la più superficiale e quindi anche la più ingannevole. Quella che appunto accordiamo agli sconosciuti, solo perché ci ispirano un qualcosa o, come detto, anche solo per necessità momentanea.

Poi c’è la fiducia ricambiata. Non so se mi fido di te, ma penso che dovrei, perché tu ti sei fidato di me e comunque faccio presto, eventualmente a cambiare idea. “Com’è l’acqua? Vai, buttai che è calda!“. E tu ti butti, se invece poi è gelata, domani ti rovino io!

Salendo ancora c’è la fiducia cameratesca. Quella che nasce sulla base delle esperienze passate insieme, soprattutto da piccoli o nell’adolescenza. So che mi dirai se ho un pezzo di verdura in mezzo ai denti o la lampo dei pantaloni abbassati. E’ la fiducia sentimentale, forse quella che più facilmente viene tradita, perché non si vive nel passato. E per quanto l’esperienza sia la base della conoscenza (quindi anche della conoscenza degli altri) è anche vero che il tempo a volte cambia le cose (e anche le persone). Il tu che conoscevo, di cui mi fidavo forse non c’è più. Posso ancora fidarmi?

Per questo bisogna salire ancora di livello, fino alla fiducia meritocratica. Quella che nasce e si sviluppa, ma soprattutto si avvalora nel tempo. La fiducia nell’onestà dell’altra persona, oppure nelle sue conoscenze. Mi fido che tu troverai la soluzione. La troverai e forse non sarà la migliore in assoluto, ma sarà la migliore in questa situazione. Soprattutto, sarà la migliore per me. Da te comprerei una macchina usata e ti presterei la carta di credito. E’ la fiducia razionale, basata sui fatti prima ancora dei sentimenti.

Esiste poi un ultimo livello, che va ancora al di là. Un livello che si raggiunge molto raramente. La fiducia che vince le vertigini. Che va anche al di là delle qualità dell’altra persona. Che ti fa avere fiducia magari anche quando sai benissimo che l’altro ti sta mentendo. Una fiducia immotivata ed inspiegabile che non cerca conferme nei fatti, perché non ne ha più bisogno. E’ quella fiducia che senti quando con quella persona ci giocheresti a pari e dispari per telefono.

La fiducia che ci fa credere ai miracoli (tu credi nei miracoli? Certo, almeno finché loro continuano a credere a me) e ci fa assistere a vere e proprie meraviglie. Che ci farà stare meglio, in ogni caso anche se nel passato l’averlo fatto ci ha provocato delle ferite. Perché come dice molto saggiamente Einstein (che nonostante quel taglio di capelli mi ispira fiducia), “preferisco essere ottimista ed avere torto che essere pessimista ed avere ragione”.

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Scritto sulla sabbia

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C’è un comune modo di sentire che predilige il duraturo al precario: dal mondo del lavoro, ai sentimenti, dalle opere d’arte alle grandi imprese. In effetti molte delle cose che giudichiamo di valore, derivano questo valore proprio dal fatto di essere imperiture, di essere al di là delle mode del momento. La casa costruita nella roccia, le parole scolpite nel marmo, potremmo fare centinaia di esempi. Il Colosseo sarebbe lo stesso così grandioso, così importante, così conosciuto se non avesse duemila anni? Ciò che dura vale, ciò che passa no. Eppure…

Eppure a pensarci bene i nostri legami, i sentimenti, gli amori, le amicizie anche quelle più autentiche, anche quelle più belle, più forti, anche quelle che durano da una vita, sono scritte sulla sabbia. Sono bellissime scritte, a volte sono costruzioni, sono castelli pieni torri e pinnacoli, ma poi arriva la marea e se li porta via. E il giorno dopo allora dobbiamo ricominciare. Sulla stessa spiaggia, sullo stesso mare, come diceva una canzoncina scema degli anni sessanta, ma ogni giorno siamo chiamati a costruire di nuovo.

E’ per questo che non possiamo aspettarci riconoscenza. O pretendere che quello che abbiamo fatto fino ad oggi possa servire anche domani. Tutt’al più, sapendo quanto sei bravo a costruire castelli, posso aspettarmi che anche oggi ne farai uno grande e bello, come gli altri. Ma non è mica detto. Magari oggi la sabbia è troppo asciutta. O troppo bagnata. C’è un vento che ti impedisce di innalzare i tuoi famosi pinnacoli. O semplicemente non ti va. Io so solamente che ne sei capace, se vuoi, perché mi ricordo quelli che hai fatto fino ad oggi.

Ti ricordi quant’era bello ieri? O quello dell’anno scorso? Certo che me lo ricordo, ma ora non c’è più. E tu devi farne un altro e devi farlo più bello se vuoi che domani me lo ricorderò. Me lo ricorderò e lo terrò dentro il cassetto dei ricordi, perché farà parte della nostra storia, la mia e la tua. Una storia che durerà nel tempo non perché costruiremo insieme il Colosseo, ma perché ogni giorno ci rimetteremo lì sul bagnasciuga, con paletta e secchiello a giocare con la sabbia. A scoprire insieme chi vogliamo essere, a costruire insieme l’eternità.