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Posso uccidere il Ciciarampa

Ci hanno sempre insegnato che conoscere i propri limiti è una forma di saggezza. Ma anche non conoscerli. Come già scrivevo altrove, il calabrone non sa che in teoria, per le leggi della fisica e per la sua conformazione, non dovrebbe essere in grado di volare. Non lo sa e quindi vola e se ne frega del fatto di essere un ciccione con le alette troppo piccole.

Spesse volte il limite che ci poniamo è direttamente proporzionale alla fiducia che abbiamo in noi stessi. Bisogna crederci. Oppure bisogna avere qualcuno che ci creda per primo e ci convinca a fare poi altrettanto.

A volte invece non è un discorso di fiducia, ma semplicemente di avere la possibilità di fare qualcosa che fino a quel momento non avevamo fatto. La possibilità è la condizione. Se ti capita di averla e la sfrutti, ti ritrovi magari a dire, “be’, tutto qui?

Altre volte è una questione di voglia. Il dire (o solamente il pensare) di non essere capace di fare qualcosa è la maschera migliore della pura e semplice pigrizia.

Ci sono poi situazioni in cui il limite è oggettivo. Sta lì, di fronte a noi, a volte sopra di noi, come un enorme nuvola viola. Allora dobbiamo cambiare le condizioni, le regole, lo scenario. Dobbiamo far entrare in gioco un vento nuovo, che faccia sì che la nuvola voli via e lasci spazio al cielo azzurro. Per questo ogni stratagemma è lecito. E se da soli non ci riusciamo, allora chiamiamo i nostri amici e invitiamoli a soffiare, come si fa per le candeline sulla torta il giorno del compleanno. Soffiamo tutti insieme, scacciamo via la nuvola, spegniamo le candeline, uccidiamo il Ciciarampa e cantiamo tanti auguri a te.

“Sai Alice, ci sono sei cose impossibili: c’è una pozione che ti fa rimpicciolire, una torta che ti fa ingrandire, gli animali parlano, i gatti evaporano. Esiste un Paese delle Meraviglie. Posso uccidere il Ciciarampa.”

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Del perdere e del perdonare

Non sono belle le sconfitte. Perdere non piace a nessuno, inutile discutere. Soprattutto quando perdi immeritatamente o quando qualcosa o qualcuno ti porta via qualcosa a cui tenevi moltissimo. Ed in occasioni così è naturale, quasi inevitabile, tentare di recuperare, non accettare la sconfitta e cercare la rivincita. O la vendetta. Ma purtroppo non c’è rivincita e non c’è vendetta che possa restituirti quello che hai perduto.

Ma non è facile arrendersi alla sconfitta: sta scritto anche nella Bibbia, occhio per occhio, dente per dente. E lo sappiamo che l’occhio tolto al vicino non servirà affatto a restituirci la vista, né la serenità perduta. Lo sappiamo, ma l’ingiustizia subita ci brucia dentro e fin da piccoli ci hanno insegnato a chiedere la rivincita, a riprovarci ancora e ancora, fino a pareggiare i conti.

Invece, anche se è difficile, anche se fa male, quando perdi qualcosa o qualcuno, devi lasciarlo andare. Devi prendere su di te la sconfitta e buttartela dietro le spalle. Tirare una riga e ricominciare un nuovo capitolo. Forse non è un caso che perdere e perdonare abbiano una radice comune, perché anche perdonare è perdere qualcosa. Anzi è scegliere di perdere qualcosa. Per voltare pagina, per guardare il futuro e lasciare andar via il passato.

Lo devi fare per te. E nessuno può farlo al tuo posto. Devi farlo per te e per nessun altro. Perché tanto niente e nessuno ti ridarà quello che hai perso. Ma soprattutto perché devi ricominciare a vivere. Perché te lo meriti. E perché tu sei esattamente il contrario di quelle persone che racconta Pasolini: sgomitatore sociale, vincitore volgare e disonesto, falso ed opportunista, nevrotico del successo. Tu non sei affatto così. E allora, lasciati alle spalle ciò che hai perso, apri nuovi spazi per cominciare una storia nuova.

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Di padri e di figli

Bisogna essere vicini, senza fare ombra. Bisogna consigliare, senza dare le soluzioni. Bisogna indicare la strada, senza imitare i tom tom delle macchine. Bisogna esserci. Questo prima di ogni cosa.

Dicono che madri si nasce e padri si diventa. Non lo so. Come tutte le generalizzazioni ha un fondo di verità, ma rischia di ridurre troppo la complessità della questione. Certo essere padre non viene naturale, devi lavorarci su e non è detto che ti venga proprio bene. Anzi.

Bisogna coccolarli, come se fossero sempre piccoli e provare a ragionarci come fossero già adulti. Ogni tanto bisogna togliergli il superfluo, per fargli apprezzare l’essenziale. Bisogna saper fare un passo indietro, restando comunque sempre a portata di mano. Bisogna insegnargli a sognare, senza imporre loro i nostri sogni.

Mi dicono che ho delle preferenze fra lei e lui. Rispondo come rispondeva mia madre: se mi tagliassi l’indice o il pollice, non sanguinerebbero allo stesso modo? Certo non è la stessa cosa, perché uno è diverso dall’altro, ma come si potrebbero fare preferenze?

Bisogna essere autorevoli, senza essere autoritari. Bisogna dargli sicurezze, anche quando non ne abbiamo noi. Bisogna insegnargli a ridere, per essere seri. Bisogna perderci tempo, per fargli capire che il tempo è l’unica risorsa non dilatabile. Bisogna parlare tanto, ma ascoltare di più.

Soprattutto bisogna essere così bravi da lasciarli sbagliare. Un po’ quello che già scrivevo un po’ di tempo fa: perché, c’è poco da fare, I fiori finti non crescono mai. Anche se questa è la cosa che farà più male, è una possibilità che non possiamo, ma soprattutto, non dobbiamo togliergli. Per il loro bene, non certo per il nostro.

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Le ragazze fanno grandi sogni (e qui d’altra parte siamo noi)

“Le ragazze fanno grandi sogni, forse peccano d’ingenuità, ma l’audacia le riscatta sempre, non le fa crollare mai.”

In fondo è così, non serve girarci troppo intorno. Non è nemmeno una questione di merito forse. O forse sì. Non te lo insegnano a scuola, non lo si impara sui libri. O forse invece sì.

Puoi giudicare le persone dai soldi che hanno. Dalla loro cultura. Dal potere che gestiscono. Puoi valutarle dai successi o da quello che sono riuscite a costruire. Puoi evitare di giudicarle, che forse (anzi, senza forse) sarebbe la cosa migliore da fare. Oppure puoi valutarle in base ai sogni che fanno, sulle loro aspirazioni, in base agli obiettivi che si prefiggono.

Perché in fondo non è poi così importante la sconfitta o la vittoria: anche se ce la mettiamo tutta, anche se ci alleniamo per ore, per giorni o settimane, anche se proviamo a superare noi stessi e i nostri limiti, a volte la vittoria o la sconfitta non dipende da noi. Quello che invece dipende sempre da noi e solo da noi, è a quale gare partecipare, per quale obiettivo partecipare.

Così magari, scartabellando fra vecchie carte, esce fuori da un cassetto un sogno vecchio di venticinque anni. Eccolo qui, intatto, integro, inalterato. Tre aggettivi che iniziano con in. Allora ne aggiungo un altro: incredibile. Ora come allora ti chiedi, perché no? Ti chiedi perché avevi deciso di chiuderlo lì dentro e di lasciarlo lì a poltrire. Ti sorprendi ad immaginare cosa sarebbe successo se avessi provato a seguirlo, dove saresti ora e come sarebbe la tua vita.

E anche se non rinneghi nulla, anche se tutti i sogni e gli obiettivi scelti allora e perseguiti in questi anni continuano ad avere la loro importanza, devi ammettere che anche quel sogno non era poi male. A dirla tutta, non era affatto male.

E qui d’altra parte siamo noi, incerti ed affannati siamo noi, sicuri e controllati siamo noi, convinti e indaffarati siamo noi che non ne veniamo mai a capo. Mai a capo.

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L’animale che è in noi

In questa settimana, sono rimasto atterrito dalla folle storia dei due trentenni romani che non sapendo bene come passare la serata hanno ammazzato un poveraccio qualsiasi, così, per vedere l’effetto che fa.

E’ vero che atrocità come queste purtroppo se ne sono già viste e anche altre ben peggiori forse. La storia ci dice che gli uomini hanno costruito lager e fatto esperimenti genetici su bambini innocenti. Ancora oggi esiste un fiorente mercato di organi umani e un altrettanto florido turismo sessuale. Fra tutti gli esseri viventi, ci vantiamo di essere il culmine della scala evolutiva. Siamo gli unici che hanno l’autocoscienza, che cercano un significato alla vita. Eppure siamo l’unico animale che uccide per il gusto di farlo, l’unico che uccide per noia. A pensarci bene siamo anche l’unico animale che deliberatamente a volte rifiuta la vita.

Ma il fatto che sia successo qui, in mezzo a noi, nella mia città, mi lascia senza parole. Hanno vent’anni meno di me, non dico che potrebbero essere miei figli, ma poco ci manca. Com’è possibile che siamo arrivati a questo punto? In che razza di società viviamo per aver reso possibile una simile infamia? Uscire la sera in cerca di qualcuno da uccidere. Ma che infanzia hanno avuto, che insegnanti hanno avuto, quali amicizie, che gli dicevano gli adulti vicino a loro quando erano piccoli? E i loro genitori? Come si sentono dopo aver creato dei mostri come quelli?

Purtroppo questo è l’uomo, questo è l’abisso in cui possiamo precipitare.

Poi, nello stesso telegiornale, la storia tenerissima di un pinguino che da cinque anni percorre ottomila chilometri per tornare ogni anno nella stessa spiaggia, dallo stesso pescatore che gli ha salvato la vita. C’è poco altro da aggiungere. Anzi forse l’unica cosa sensata da aggiungere è una frase dello scrittore Robert A. Heinleih (forse non a caso, scrittore sopratuttto di fantascienza): Il mio obiettivo nella vita è diventare la persona che il mio cane crede che io sia.

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L’orto marzo

Woman I can hardly express,
My mixed emotion at my thoughtlessness,
After all I’m forever in your debt,
And woman I will try express,
My inner feelings and thankfullness,
For showing me the meaning of succsess.

Eh sì! Certo che è banale, certo che è commerciale, che se ne è persa l’anima ed il significato più autentico. Certo che i valori che esprime non devono valere un solo giorno l’anno. E’ indubbio che sia una ricorrenza svuotata di senso di fronte ai soprusi e alle ingiustizie che ancora esistono fra uomini e donne, soprattutto in certi ambienti. Ma perché il Natale, in cui dobbiamo essere più buoni com’è? E il carnevale che ci vuole tutti allegri? E il 2 novembre che dobbiamo ricordare chi non c’è più?

Tutto può essere scontato e banale, falso e teleguidato dal calendario. Ma invece io voglio cogliere le occasioni che capitano e non sprecarle. Può essere l’ovvio marzo, ma invece se oggi il calendario me lo ricorda, voglio sfruttarlo per coltivare in modo più consapevole, il mio orto marzo. Un orto di sentimenti, di legami, di passioni, per tutte quelle donne straordinarie con cui ho la fortuna di essere accanto.

Come scrivevo nell’ultimo post, in effetti, dal lavoro alle amicize, in famiglia, sono circondato di donne e tutte, indistintamente, arricchiscono le mie giornate e gli danno un colore e un sapore diverso. Sarò banale quindi e per nulla originale, ma grazie davvero a tutte voi. Se poi foste anche un pochino (ma solo un pochino eh) meno, scassaminchioni, sarebbe perfetto. Ma si sa, la perfezione non è di questo mondo. E questo orto, non sarà perfetto, ma senza dubbio racchiude le cose più bella della mia vita.

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Abbinamenti improbabili

Ad esempio, gli spaghetti cozze e pecorino. Oppure pasta e fagioli con le vongole. Fino a qualche tempo fa, solamente a pensarli sarei rabbrividito. In fatto di gusti culinari (ma qualcuno direbbe, non solo in quelli), sono un po’ tradizionalista. Non ho particolari curiosità per cucine esotiche, gusti alternativi, accostamenti fantasiosi. Not in my name! Datemi una bella carbonara e un abbacchio al forno con le patate e non ne parliamo più. Eppure.

Eppure cozze e pecorino o fagioli (e mi dicono anche i ceci) e vongole non stanno affatto male. Un po’ come quando ci troviamo di fronte un lui e una lei che tu pensi “ma questi che c’hanno in comune? Come fanno a stare bene insieme?” E invece ci stanno. Perché a volte non è detto che i simili si trovino e che i lontani non possano coesistere.

E non parlo degli ossimori. Gli opposti si attraggono, si sa! Troppo semplice. Ma le cozze non sono l’opposto del pecorino. Non sono la destra e la sinistra, il timido e l’estroverso, che nella loro opposizione trovano una sintesi superiore. Cozze e pecorino sono l’assolutamente lontano, nessuna sintesi proprio perché radicalmente distanti. Eppure, proprio nel loro accostamento insolito, vicini stanno proprio bene.

Come una volpe a Montesacro. L’ho incontrata stamattina. Io assonnato con Rose al guinzaglio, lei ferma in mezzo alla strada. Immobile, orecchie tese, occhio giallo, coda al vento. Un attimo e poi è schizzata via sul prato. Un animale selvatico in piena città, abbinamento improbabile, ma forse proprio per quello, straordinariamente bello.

Diversi, ma felici insieme. In fondo, un po’ come tu ed io.

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La tua canzone

Se guardassimo la costa avvicinarsi con gli occhi di chi sta sul barcone e non il barcone avvicinarsi con gli occhi di chi sta sulla costa. Se avessimo l’obiettivo di dare una famiglia ad un bambino, invece di dare un bambino a degli adulti. Se vivessimo la fine del mese come un disoccupato invece di pontificare sui dati della disoccupazione. Se il carcere fosse un posto dove redimersi e non un tappeto dove nascondere la polvere della società. Se ascoltassimo le nostre parole con gli orecchi di chi ci sta di fronte e non con la nostra bocca che le ha pronunciate. Se riuscissimo a camminare nelle scarpe degli altri, se riuscissimo a sentire il loro dolore, se arrivassimo a capire le loro ragioni.

Punti di vista. Il mondo, la realtà, come la viviamo, come la sentiamo, tutto è un punto di vista. Non ce n’è uno più giusto di un altro. Ma proprio per questo mi basta una sola cosa. Che tu abbia il mio ed io il tuo.

And you can tell everybody, this is your song. It may be quite simple but now that it’s done. I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, that I put down in words. How wonderful life is while you’re in the world.

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Stai con me nella sconfitta

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Ci provi e ci riprovi. Le tenti tutte, dritto e rovescio, di forza e di fino, con lo scontro e aggirando l’ostacolo. Io poi sono testardo, quando mi metto in testa qualcosa difficilmente mi arrendo. Se c’è una cosa che riesce a vincere la mia incrollabile pigrizia sono proprio le imprese complicate. Quelle che mi fanno scattare l’interruttore del coinvolgimento personale, quelle che mi fanno sentire come https://giacani.wordpress.com/2014/05/21/la-rosa-sentinella/ responsabile di qualcosa o di qualcuno.

Succede però a volte che non si riesca. Succede che, per quanto ce l’hai messa tutta, il risultato non arrivi. E tu rimani lì, senza parole, senza energie, senza alternative valide, né reali, né apparenti. Ti accorgi allora che a volte, nonostante la tua smisurata presunzione, devi accettare che le cose stanno così e tu non hai più nulla da fare per cambiarle. Quando hai fatto di tutto, capisci che non hai più nulla da fare. O forse no.

Perché quando hai fatto pace con i tuoi limiti, con la tua impotenza, c’è ancora una cosa da fare. Sperare.

Ed è esattamente quello di cui abbiamo bisogno: non qualcuno che ci trovi la soluzione, ma qualcuno che sia lì con noi mentre non sembra esserci soluzione. Qualcuno che rimanga lì, affianco a noi, nella sconfitta. Con la sua debolezza, con la sua incapacità, con la sua impotenza. Ma nonostante tutto, con la speranza che, all’improvviso, la soluzione arrivi.

Out the blue you came to me, and blew away life’s misery. Out the blue life’s energy, out the blue you came to me.

 

 

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Vicini e lontani ai tempi del web

E’ buffo come ogni tanto nei blog “esplodano” delle tematiche, come fossero attacchi di varicella. Il giorno prima niente, il giorno dopo sei pieno di bolle. Forse ci contagiamo a vicenda, come i bambini in una classe. Forse queste tematiche girano nell’aria come i pollini e così si posano sui nasi, scatenando le nostre allergie in maniera quasi sincronica. E proprio come le allergie, queste tematiche sono cicliche, ogni tanto rispuntano fuori.

Una di queste è il rapporto fra reale e virtuale, tra la rete e il mondo. E’ meglio questo, è meglio quello, fautori dell’una o dell’altra, con netta predominanza dei nostalgici, quelli che “noi giocavamo per strada“, “altro che wifi, noi uscivamo la sera” (non sfugge la contraddittorietà del fatto che questo cose spesso le scriviamo su FB!).

A questo proposito ad esempio, è interessante l’esperimento che stanno facendo due miei amici virtuali, che vi invito a seguire. Una coppia che non è una coppia, gli estremi che si toccano, una specie di ossimoro (nel senso che Lei è una blogger eccezionale, una fine narratrice, una poetessa prestata alle cronache cinematografiche, mentre lui è Lui), che ha deciso di scrivere a 4 mani un post al giorno per un mese (ma speriamo continueranno!) su un argomento prestabilito. E…leggete cosa ne sta venendo fuori, ad esempio in questo pezzo.

Certo, chi può seriamente pensare che una tastiera sia meglio di un tavolo e due birre? Che una webcam possa prendere il posto di due mani? D’altra parte non si può negare che i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione, rendono possibili rapporti che fino a vent’anni fa sarebbero stati impossibili. Internet, i social network, i cellulari, le chat, hanno di fatto azzerato le distanze, nel tempo e nello spazio. Posso stare ore ed ore in contatto con una persona che sta a centinaia di kilometri di distanza. Posso, senza esagerazioni, sentire più vicina una persona che abita in un’altra città, rispetto al vicino di casa.

Ma soprattutto, la distanza fisica annullata, può creare una vicinanza ed un comune sentire laddove, paradossalmente, la fisicità può essere un ostacolo. Perché è vero che dietro l’anonimato di una tastiera ci si può mascherare e si può essere “uno, nessuno e centomila”, ma al contrario, questa vicinanza virtuale (ma perché non chiamarla spirituale?) ci può far deporre ogni arma, ci può far uscire dalle nostre costruzioni, ci può spingere ad abbandonare le maschere dietro cui ci nascondiamo, per mostrarci così come siamo realmente.

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